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mercoledì 26 marzo 2025

Running Point, il basket è una questione di famiglia

Running Point - Isla Gordon (Kate Hudson)

Cosa succederebbe se la guida di una storica franchigia NBA passasse all'improvviso a un'inesperta festaiola? Preparare i popcorn, su Netflix è sbarcata la serie Running Point (2025).

di Luca Ferrari

Il basket è un affare di famiglia, fragile o strampalata che sia. Ce la farà un'apparentemente svampita bionda californiana a riportare in auge la storica franchigia dei Los Angeles Waves e nel contempo sopravvivere a invidie domestiche e stereotipi macho-imbranati? E quello che scopriremo, seguendo le divertenti vicende della serie Running Point (2025), disponibile su Netflix, e realizzata da Elaine Ko, Mindy Kaling, Ike Barinholtz e David Stassen. Niente melodrammi italiani con le tipiche miserie familiari bensì una commedia spezzettata in più puntate (10) con una famiglia non esattamente esemplare. E chissà che quel rosso acceso non sia un velato tributo al Chas (Ben StillerTenenbaumiano di Wess Anderson, Non resta che iniziare a vederla comodamente spaparanzati in divano o qualsiasi branda.

Isla Gordon (Kate Hudson) è la tipica giovane donna (molto) benestante e dedita alla bella vita senza alcuna prospettiva. Tutto cambia quando il fratello maggiore Cam (Justin Theroux), presidente della squadra di basket Los Angeles Waves, finisce in riabilitazione e a sorpresa lascia la guida all'inesperta Isla, a dispetto dei fratelli Ness (Scott MacArthur) e Sandy (Drew Tarver), già impegnati nell'azienda sportiva di famiglia. Lo sgomento è di tutti e com'è inevitabile in qualsiasi "buona famiglia", dopo  si passa al sabotaggio, sempre che nel frattempo la neo-Presidente non ne combini già di sue. Esperienza in effetti ne ha davvero poca, ma come potrà gestire il tutto e per di più in un momento in cui la squadra è in forte crisi di risultati? Fortuna sua che può contare sul capo dello staff, nonché sua migliore amica, Ali Lee (Brenda Song) e in parte, anche sul feeling umano-imprenditoriale con il coach della squadra, il pacato Jay Brown (Jay Ellis).

Volente o nolente, per Isla è arrivato il momento di mettersi in gioco e la sfida è davvero ardua. Dovrà conquistare la fiducia dei suoi collaboratori più stretti, anche a costo di scendere sul piede di guerra (o quasi) e in parallelo aggiustare la squadra in modo da non essere la causa della stagione fallimentare, a cominciare dal contratto del controverso Travis Bugg (Chet Hanks), forte guardia ma dal carattere difficile e desideroso di cambiare aria. Che fare? Meglio tenersi un giocatore forte ma complicato e capace di spaccare uno spogliatoio o liberarsene come ai piani alti vorrebbero? C'è poi la questione sponsor, dove il tocco femminile non mancherà di stravolgere visioni secolari. Insomma, per la nuova presidente dei Waves la vita è davvero dura. Un impegno 24 ore su 24 che la farà trascurare l'amorevole fidanzato Lev (Max Greenfield).

In un panorama di serie sempre più votato al crime e scenari sci-fi apocalittici, Running Point è una rigenerante "schiacciata" d'aria fresca. Ok, lo ammetto. Da un paio d'anni ormai, non faccio altro che scrivere di pallacanestro in ogni sua forma. Aperta l'app di Netflix, mi è bastato mettere a fuoco i trofei Larry O'Brien che si assegnano alla squadra vincitrice del titolo NBA per non avere dubbi su cosa guardare nei giorni successivi. A questo si aggiunga la presenza di Kate Hudson (Quasi famosiMona Lisa and the Blood Moon, Glass Onion: Knives Out), personalmente sempre apprezzata fin dagli spensierati tempi della brillante commedia Come farsi lasciare in 10 giorni (2003) e incontrata alla 69. Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia in occasione dell'anteprima ufficiale del film Il fondamentalista riluttante (2012, di Mira Nair).

Running Point non è lo showtime dei Lakers anni '80. Running Point non è l'ego Jordaniano di The Last DanceRunning Point parla di pallacanestro e della famiglia che gestisce la squadra. Una famiglia dove ognuno sembra (voler) andare in una propria e personale direzione, avvicinandosi di tanto in tanto agli altri solo per mera convenienza. Running Point unisce sport e commedia senza eccedere in nessuno dei due lati. Anche quando saranno costretti ad aggiornare i propri legami, non mancheranno colpi bassi, carezze ma allo stesso tempo, anche risate. Isla Gordon si scopre una tosta e lo diventerà sempre di più ma è sempre un essere umano. Vince e perde. La fiducia e il sangue vanno conquistati, proprio come una vittoria sul parquet. In attesa di godersi una nuova partita di basket dell'NBA o più semplicemente assistere a un match dal vivo di minibasket del proprio figlioletto, Running Point è la serie che fa proprio per me e consiglio a tutti voi.

Il trailer di Running Point

Running Point - (da sx) Isla Gordon (Kate Hudson), Sandy (Drew Tarver),
Ness (Scott MacArthur), e Ali (Brenda Song)

mercoledì 12 febbraio 2025

Bill Russell, la leggenda dell'NBA

Bill Russell, la leggenda dell'NBA

Basket e diritti civili. L'uomo prima del campione, dentro e fuori il "sicuro" parquet. Bill Russell, la leggenda dell'NBA (2023, di Sam Pollard).

di Luca Ferrari

"Non mi sono mai impegnato per risultare simpatico, ma solo per essere rispettato. Che cosa è stata la mia vita? Tante cose. Tanti posti. Tante conquiste. Tanti fallimenti. È stato amore, odio, problemi. Mi sono battuto in tutti i modi a me noti. Mi sono battuto perché ritenevo giusto battersi. Credo che nessuno debba temere le conseguenze perché tutti devono fare ciò che ritengono giusto. Mi sono battuto per i diritti dell'uomo, di tutti gli uomini, di tutte le razze, di tutte le religioni. Forse sarò sempre fuori dagli schemi. Forse quegli schemi non li capirò mai ma ci proverò" Bill Russell (Monroe, 12 febbraio 1934 – Mercer Island, 31 luglio 2022). Si congeda così il cestista pluricampione dei Boston Celtics nel documentario in due puntate Bill Russell, la leggenda dell'NBA (2023, di Sam Pollard), disponibile su Netflix anche in italiano e/o in lingua originale con i sottotitoli.

Bill Russell non è stato un semplice giocatore di pallacanestro. Sì, il più vincente della storia (11 titoli NBA di cui otto consecutivi), ma sembra davvero poca cosa rispetto a quello che ha fatto nella sua vita, quella fuori dal campo sportivo. Bill Russell nasce in un'epoca dove negli stati del sud degli Stati Uniti latita ancora il Ku Klux Klan. La discriminazione razziale è presente ovunque ma Bill non fa finta di nulla. Non si accontenta di vivere da privilegiato. Bill mette in discussione lo status quo. Affianca Muhammad Alì nella sua crociata anti-guerra del Vietnam. Ammira Martin Luther King ma appoggia le battaglie di Malcolm X. Bill Russell è un nero che vive nel mondo dorato dei bianchi. Se assiste a discriminazioni, Bill Russell non si gira dall'altra parte. Durante una trasferta lui e altri compagni non possono mangiare in un albergo perché neri. Per tutta risposta decide di non giocare la partita, riuscendo a coinvolgere nella protesta anche i giocatori avversari di colore.

Il documentario parla, ovviamente, anche di basket ripercorrendo l'intera carriera fin dagli esordi coi Boston Celtics e le inevitabili difficoltà una volta sbarcato nell'NBA. Anno dopo anno, la sua ascesa fu inarrestabile, diventando col tempo l'indiscusso leader della squadra, mettendo addirittura in discussione la leadership del leggendario capitano Bob Cousy, l'Houdini dell'hardwood. Quando quest'ultimo si ritira, la domanda che tutti si pongono, è: vinceranno anche senza di lui? La domanda passa quasi in secondo piano quando, complice un infortunio, il granitico coach Red Auerback (1917-2006) lancia il primo quintetto di soli neri, nel dicembre 1964. Una scelta che fa sobbalzare il giornalismo bianco di Boston, ancora palesemente in difficoltà con certi "pigmenti". Auerback è uno che va per la sua strada e ha un solo mantra: mettere in campo la formazione migliore. Il resto non conta. 

La storia di Bill Russell passa inevitabilmente per quella di Wilt Chamberlain, il suo più grande rivale, quasi sempre sconfitto. Senza voler entrare in discorsi tecnici, ciò che emerge nel documentario è la capacità di Russell di giocare per la squadra e farla crescere. Un compito che assolse talmente bene da mal sopportare i riconoscimenti individuali. "Se vuoi essere un campione da solo, datti al tennis. Ma se vuoi vincere come in una famiglia, devi fare gruppo con i tuoi compagni di squadra" racconta Dikembe Mutombo parlando di Russell, dopo l'ennesima vittoria, in gara 7 contro i Warrios dove militava Chamberlain. Bill Russell non era la squadra dei Boston Celtics. Bill Russell giocò fin da subito per la squadra, qualcosa che "un certo" Michael Jordan al contrario, ci mise parecchi anni (e sconfitte) per comprendere. Bill e Wilt non erano solo rivali, ma anche amici. Quando si sfidavano, Bill andava a cena a casa della sua famiglia. 

Oltre ai compagni/rivali di una vita, su tutti Wilt Chamberlain e Jerry West, il microfono passa alle glorie del più recente passato come un'altra indiscussa bandiera dei Celtics, Larry Bird, e via via  i leggendari Magic Johnson e Kareem Abdul-Jabbar dei Lakers, fino all'altrettanto campionissimo Isiah Thomas dei Detroit Pistons (sui quali è stato realizzato il documentario Bad Boys, disponibile online su Disney+), che così ha detto parlando di Russell: "batterebbe Dio è il Big Ben. Ha cambiato le regole e infranto barriere", fino ai più recenti Shaquille O' Neal, Steph Curry, Jasyon Tatum e la due volte campionessa WNBA, Renee Montgomery. Russell vinceva sul campo ma fuori era tutta un'altra storia. Una storia bianca. Dopo il quinto titolo, cerca una nuova casa e per tutta risposta, quegli stessi fan che lo idolatrano sul parquet, firmano una petizione perché non venga venduta la proprietà cui è interessato. La moglie vorrebbe cedere ma Bill non si fa intimorire e dice: "Io ci tengo ai nostri figli. Non potrei guardarli negli occhi se tollerassi questi comportamenti. Non permetto a nessuno di dirmi dove posso vivere".

La vita di Bill Russell è un continuo alternarsi tra trionfi e impegno civile. "Combattevo contro i pregiudizi dei bianchi da una vita. Giocavo sempre in difesa, adesso volevo giocare in attacco" dice. Nel 1963 il movimento per i diritti civili prende forza grazie a Martin Luther King. Russell guida una marcia di protesta. Pochi mesi dopo c'è la storica marcia su Washington per i diritti civili e lì incontra King. Bill scende in prima linea. Tiene incontri nella zona del Mississippi a rischio della sua stessa vita. Conoscere la storia di Bill Russell significa confrontarsi col razzismo degli Stati Uniti, ancora oggi troppo minimizzato e lungi dall'essere sradicato, oltreoceano come in gran parte del mondo. Bill Russell è stato un uomo un esempio fino alla fine dei suoi giorni. Sette mesi prima di morire, mette all'asta tutti i suoi cimeli, inclusi i celeberrimi 11 anelli , trofei, maglie per devolvere parte del ricavato a progetti umanitari.

Bill Russell non chinava la testa davanti a nessuno, sul campo come nella vita. Era fermo e deciso, anche arrogante e scostante (celebre il suo rifiuto di concedere autografi). "Se fossi stato bianco, mi avrebbero detto che ero - fermo nelle convinzioni". In campo aveva una straordinaria visione di gioco. L'esperienza del college (oggi valore perduto che vede molti giocatori passare direttamente dalla high school alla NBA) gli aveva fornito un rigore da matematico. Scherzando, diceva "eravamo ingegneri spaziali in calzoncini". In campo Bill Russell era un giocatore intelligente, anche intimidatorio alle volte, ma sempre rispettoso. Naturale conseguenza, Bill diventa il primo atleta nero a ricoprire il ruolo di giocatore-allenatore e ovviamente sul suo cammino chi troverà? Wilt Chamberlain, naturalmente. Il tempo fa il suo corso e lì fuori sta cambiando troppo poco. Bill Russell si ritira nel 1969, chiudendo (manco a dirlo) con l'11° anello e battendo in finale gli arci-nemici dei Lakers con Chamberlain in campo.

Il documentario si chiude con la consegna della Medaglia della Libertà dell'allora Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama a Bill Russell, dicendo: "Conferiamo questa onorificenza a un uomo che rappresenta un modello. Ha reso possibile il successo di tanti altri dopo di lui. Spero che un giorno i bambini guarderanno una statua eretta non solo a Russell il giocatore, ma anche Russell l'uomo. Lei ha cambiato tante cose nella comunità e nelle relazioni razziali". Bill Russell fu battagliero fino alla fine, appoggiando la protesta del giocatore di football, Colin Kaepernick, che in seguito alla brutalità della polizia che aveva portato alla morte di George Floyd, aveva deciso di non alzarsi più durante l'inno nazionale americano, restando inginocchiato. Un gesto che anche Bill Russell fece, postando sui social, con un palese sguardo di sfida. Ecco, in quella immagine c'è tutto quello di cui parlava Barack Obama.

Nonostante il documentario sia vietato ai minori di 13 anni, ho guardato Bill Russell, la leggenda dell'NBA insieme al mio figlioletto di quasi 8 anni, grande appassionato di pallacanestro nonché giocatore dell'Alvisiana Basket Venezia. Spesso mi faceva domande. Domande legittime alle quali non era così facile rispondere, soprattutto quando mi guardava dubbioso su questioni complesse, tentando di capire perché la parola "nero" rimandi a segregazione, odio e razzismo. Attraverso la vita di Bill Russell mio figlio ha imparato a conoscere uno dei volti peggiori del mondo ma sono felice che l'abbia fatto con le gesta di un uomo che ha lottato per la giustizia e l'uguaglianza, dentro e fuori dal campo. Bill Russell non è stato un campione solo perché ha vinto 11 titoli NBA. Bill Russell sarà sempre IL CAMPIONE perché è un uomo che non si è mai tirato indietro davanti a nulla e a nessuno, sul campo e nella vita. Che si trattasse di Wilt Chamberlain o di un'ingiustizia, Bill Russell è sempre sceso in campo dando il massimo e guardando l'avversario diritto negli occhi senza timore. Questo fa di Bill Russell, la leggenda dell'NBA.

Bill Russell, la leggenda dell'NBA

Bill Russell, la leggenda dell'NBA
Bill Russell, la leggenda dell'NBA
Bill Russell, la leggenda dell'NBA
Russell, la leggenda dell'NBA - Bill e il pugile Muhammad Alì
Bill Russell, la leggenda dell'NBA - Bill e Wilt Chamberlain
Bill Russell, la leggenda dell'NBA
Bill Russell, la leggenda dell'NBA - la campionessa WNBA, Renee Montgomery
Bill Russell, la leggenda dell'NBA - il campione NBA, Jayson Tatum
Bill Russell, la leggenda dell'NBA - l'ex-Presidente USA Barack Obama e Bill

venerdì 31 maggio 2024

Top Gun (2022)... Maverick!

Top Gun: Maverick - Pete Mitchell (Tom Cruise) in azione

Un'impresa quasi impossibile ma ehi, Tom Cruise sa come si fa. Il rischioso sequel Top Gun Maverick invece, è un film ben riuscito, adrenalinico e a tratti, molto toccante. 

di Luca Ferrari

Il comandante Pete "Maverick" Mitchell (Tom Cruise) è tornato. Molti pezzi grossi lo vorrebbero definitivamente a terra ma il suo posto è lassù, a fare ciò che nessuno è capace e questo può fare la differenza tra la vita e la morte, anche/soprattutto per i nuovi assi del volo. Nell'ultimo commovente dialogo tra il suo vecchio rivale-amico, Ice Man (Val Kilmer), oggi ammiraglio malato: "Alla marina  serve Maverick. Al ragazzo serve Maverick. Ecco perché mi sono battuto per te. Ecco perché sei ancora qui". Maverick continua a essere quello che è sempre stato. Un cane sciolto. Una persona controcorrente. Ma se si tratta di impegnarsi oltre il limite per la sicurezza del suo equipaggio, non c'è nemico o regolamento che tenga.  Una sfida impossibile ma riuscita come meglio non sarebbe potuta. Top Gun: Maverick (2022, di Joseph Kosinski).

Pit Mitchell è una leggenda. Un eroe dell'aviazione americana non molto simpatico ai capi. Il pilota è cresciuto, è invecchiato ma ha sempre conservato quel suo modo di agire contro gli schemi, rischiando in prima persona per aiutare gli amici. Lo faceva all'inizio del primo film per salvare una traumatizzato Cougar, lo fa per salvare il posto di lavoro di molti colleghi alla faccia dell'Ammiraglio "Hammer" Cain (Ed Harris). E quando i piani alti della Marina credo finalmente di averlo messo a terra, ecco arrivare la telefonata dell'amico Ice, che gli concede un'ultima possibilità. Insegnare alla scuola Top Gun. Un impegno per cui Maverick non è l0'ideale, come gli rimarca il Viceammiraglio Simpson "Cyclone" (John Hamm), e ancor di più quando scopre che tra i migliori pilotti che dovrà addestrare per una missione molto rischiosa, c'è anche Bradley "Rooster" Bradshaw (Miles Teller), figlio del compianto Goose, suo amico fraterno che morì in un incidente aereo mentre Mav sopravvisse. Qualcosa che non gli ha mai perdonato.

I nuovi galletti dell'aviazione sono pronti a impressionare il loro nuovo istruttore, a cominciare dal belloccio Hangman (Glen Powell), e via via gli altri Phoenix (Monica Barbaro), Payback (Jay Ellis) Coyote (Greg Tarzan Davis), Fanboy (Danny Ramirez), etc. Convinti di abbatterlo nelle prove di volo, uno dopo l'altro il vecchietto li abbatte tutti. Si dovranno ricredere sulle sue capacità, e così anche i suoi stessi capi, che dovranno amaramente constatare che Maverick non può limitarsi a insegnare, ma è l'unico in grado di guidare la squadra con una speranza di salvezza. Ad attenderli ci saranno razzi e aerei nemici ma ehi, per vincere una sfida mortale, bisogna prima superare i propri demoni. Al momento di scegliere la sua squadra, Mav opta per Rooster e sebbene la missione non inizi nel migliore dei modi, i due si ritroveranno fianco a fianco appiedati in mezzo alla neve, ognuno convinto di aver salvato la vita all'altro (cosa che in effetti è, ndr).

"Mi stai prendendo per il culo"... "Ti prego, non mi dire che si è rotto anche il motore - Va bene, non te lo dico"... Potrei citare una battuta dopo l'altra. Top Gun: Maverick non rinuncia a quella sana ironia un po' trash. Il grande protagonista di questo live action del terzo millennio però, è l'amore. L'amore di un figlio per un padre che non potrà più abbracciare. L'amore di un uomo e una donna, Pete e Penny Benjamin (una bellissima Jennifer Connelly) che si ritroveranno dopo tanti anni ancora innamorati e un po' ragazzini. L'amore per un mestiere che non si attenua. Maverick in italiano significa cane sciolto, dissidente. Pete lo è ancora, e quando sfreccia radente sulla portaerei a fine missione, nello sguardo di Cyclone c'è tutto quel "maledetto bastardo" di prima generazione che il pilota si beccava a più riprese. E restando in tema di battute cult, non si può non citare lo sguardo del "salvatore" Hangman quando tutto felice e gigione, dice di se stesso: "Sono cazzuto, molto cazzuto".

Top Gun: Maverick avrei dovuto vederlo al cinema e invece mi sono fatto "fregare" dai dubbi e dal timore che il mio figlioletto non potesse reggere un intero film. Doppio errore, il film è molto di più di quello che potrebbe far pensare un'operazione nostalgia. Dimenticato l'esasperato machismo del primo cult anni '80, questo secondo film racconta una storia molto diversa con protagoniste almeno tre generazioni, il tutto condito da una frizzante ironia. Un film che ha subito conquistato il mio figlioletto di 7 anni e che puntuali, ci guardiamo il finale ogni giorno una volta tornato dai vari centri estivi. Come per altre pellicole, visione dopo visione ho iniziato a cogliere una profondità notevole, il tutto condito da innumerevoli "porca t***a". Ma chi penserebbe di rubare un aereo in una base nemica sotto attacco per tornare a casa? E impossibile, direte voi. Ed è esattamente ciò che dice anche il Contrammiraglio Bates "Warlock" (Charles Parnell). No, non è impossibile, semplicemente è... MAVERICK! 


Top Gun: Maverick - trailer

Top Gun Maverick - Hangman (Glen Powell)
Top Gun Maverick - Rooster (Miles Teller)

lunedì 15 aprile 2024

Cobra Kai mette ko il bullismo

Cobra Kai - il bullizzato Miguel Diaz (Xolo Maridueña) reagisce...

Il bullismo uccide in un attimo. Il bullismo uccide per una vita intera. Come lo si affronta, e soprattutto, come si sconfigge? La serie Cobra Kai ha molto da insegnare al riguardo.

di Luca Ferrari

Umiliati. Picchiati. Derisi. In strada, a scuola e oggigiorno sempre di più, anche sul web. È sempre successo, e una volta si taceva. Oggi se ne parla ma è cambiato ancora troppo poco. Che cosa si può fare per combattere e stroncare davvero il bullismo? È davvero possibile educare i bulli a diventare persone per bene? È davvero possibile iniziare un percorso che porti il mondo ad avere rispetto degli altri? I nostri libri di storia sono inzuppati di sangue e della legge del più forte, e chi non lo è abbastanza, che cosa fa? Di recente ho ricominciato a vedere la serie Cobra Kai, di cui prossimamente uscirà la VI e ultima stagione, e mi sono reso conto quanto il bullismo sia centrale in questa ottima serie disponibile su Netflix, e di come venga affrontato. Potrete anche non essere d'accordo, ma qui almeno ci sono delle risposte.

Cobra Kai inizia nel segno del bullismo. All'uscita da un food store, il giovane Miguel Diaz (Xolo Maridueña) viene aggredito da cinque coetanei della sua stessa scuola, capitanati dal violento Kyler Park (Joe Seo). Per sfortuna di quest'ultimo e dei suoi aggressivi amici, il mal capitato finisce sopra la macchina di Johnny Lawrence (William Zabka), un ex campione di karate ormai caduto in disgrazia e ancora molto arrabbiato con la vita. Johnny un tempo aveva tormentato il mite Daniel LaRusso (Ralph Macchio), dal quale fu sconfitto nel torneo di karate di All Valley. Adesso loro sono uomini, ma dinnanzi alle minacce rivoltegli con (di)sprezzo dai ragazzini, Lawrence reagisce, sistemandoli uno per uno, e salvando il ragazzo. Proprio come fece anni prima il Maestro Miyagi (Pat Morita) con Daniel ai suoi danni e a quelli suoi compari del dojo del Cobra Kai. La storia ricomincia, e Lawrence riprende la via del karate. Saprà comportarsi in maniera diversa rispetto al suo violento sensei John Kreese (Martin Kove)? 

Tristi vicende di bullismo si susseguono. Eli Moskowitz (Jacob Bertrand) si è da poco unito al neo-rifondato dojo Cobra Kai. Adesso è un duro e sa colpire. Ha una cresta gigante e un tatuaggio enorme sulla schiena. Si fa chiamare Falco. Fino a poco tempo fa, non era così. Lui, come tanti altri, era vittima di bullismo, ancor di più per un difetto al labbro che lo espone all'umiliazione. Il V episodio della II stagione, "Impegnarsi al massimo", inizia in modo straziante. Eli è un adolescente fragile. La madre è al telefono sta parlando con la scuola. "Mio figlio viene preso in giro tutti i santi giorni" dice la donna preoccupata, "Gli danno nomignoli crudeli. Mostro. Sfigato. Labbro di m**da. Farete un annuncio a scuola? Le chiedo di non menzionare il nome. Lo farebbe sentire in imbarazzo. Penso che questo risolverà il problema". E poi rivolgendosi al figlio, per nulla tranquillizzato, gli dice: "Devono sapere che questi atteggiamenti non possono essere tollerati".

Eli è umiliato e piange. Perché deve vivere questo? Perché nessuno lo aiuta concretamente? A dispetto della telefonata, sa benissimo che la macchina del pubblico ludibrio e della denigrazione non si fermerà, anzi proseguirà. Il ragazzo è distrutto. Si sente uno "sfigato". Si sente condannato a una vita solitaria e senza affetti. "Non sarò mai nient'altro che il tizio con lo strano labbro" dice, andandosene in stanza. Poi crolla. Piange disperato e senza speranza. Questa è una scena che in tanti di noi potrebbero ricordare nella propria vita, o magari l'hanno ingoiata come se il demone di quegli anni si fosse quietato, ma non sarà mai davvero così. Perché Eli viene umiliato e nessuno fa nulla? Perché il resto della sua classe non interviene e non si frappone tra lui e i bulli? Certa gente non capirà mai, anche e soprattutto perché a casa certi comportamenti non vengono trattati con la giusta severità e serietà. 

Facciamo un ulteriore passo indietro nella serie. Mentre Miguel inizia solitario gli allenamenti con Lawrence, c'è un'altra persona finita nel mirino dei bulli, anzi delle bulle. Aisha Robinson (Nichole Brown) è una vecchia amica di Sam LaRusso (Mary Mouser), quest'ultima oggi più disinvolta e nel "club delle ragazze trendy", mentre l'amica è rimasta ancora un po' fragile e impaccitata, e per questo sbeffeggiata senza pietà dalla popolarissima e superficiale Yasmine (Annalisa Cochrane), che colpisce a suon di video. Emblema della sua attività di cyberbullismo, una festa. Intenta a mangiare, Aisha viene immortalata con un breve video e utilizzando le tante app disponibili, le vengono messe sopra le orecchie e grugno da maiale. Aisha ne esce distrutta e non trova nessuno al suo fianco. Per sua fortuna, c'è il Cobra Kai e anche lei decide di rialzarsi per "spaccare culi", come spesso viene evidenziato a inizio serie dai bullizzati.

Il cyberbullismo è una piaga dei tempi moderni. La storia ha dimostrato che nemmeno gli adulti sono in grado di gestire la complessità degli smartphone, scadendo in operazioni spesso molto discutibili, e per le quali le autorità latitano. Non lo fanno i Governi e meno che meno i titolari di app e social media, che mettono in mano dei giovanissimi delle autentiche bombe, senza neanche dotarli di una sicura. Giovani abbandonati a se stessi, capaci di colpire a distanza e senza pietà i loro coetanei. Curioso come il voto venga concesso solo dai 18 anni in poi, ma ci si aspetti da un dodicenne una maturità tale da pretendere che non infierisca né finisca nelle sconfinate trappole della rete. Da esperto professionista dei media (social inclusi), vi posso dire con coscienza di causa che i social media andrebbero vietati per legge agli under 18 (almeno), creando inoltre un'app istantanea che blocchi la pubblicazione di qualsiasi foto di minore in rete.

Torniamo alla serie Cobra Kai, chiaramente ispirata alla vita vera. Come si fa a diventare bulli dopo essere stati bullizzati? Accade molto spesso. Succede a Eli "Falco", talmente accecato da quello che ha subito, che adesso è pronto a spazzare via chiunque non faccia a modo suo, incluso l'ex-amico "nerd" fraterno, Demetri (Gianni Decenzo), arrivando perfino a minacciarlo e picchiarlo. Come succedeva a un giovanissimo Johnny Lawrence, nella svolta furiosa di Falco c'è soprattutto lo zampino di Kreese. A differenza sua invece, Demetri sceglie la via del Miyagi-do, guidato da LaRusso. Ve lo ridico. Molti bullizzati diventano bulli. Si scoprirà che lo stesso Lawrence ne era vittima, a casa, per mano del patrigno. "I primi bulli spesso s'incontrano a casa" ammonisce la psicologa. E poi che succede? Alcuni soccombono. Altri reagiscono, magari portandosi atroci cicatrici dentro per sempre. Altri usano la violenza. Lo fanno le persone spesso in modo inconscio. Lo fanno i governi in modo ben più subdolo.

Il bullismo è una piaga dilagante ed è sempre esistito. Rispetto ai tanti decantati anni passati dove in molti della mia generazione dicono si stesse meglio, avrei molto da obiettare, avendo provato sulla mia ignorata pelle l'indifferenza anche di insegnanti, o peggio, assistendo al loro stesso alimentare certi atteggiamenti tossici. Oggi almeno se ne parla di più ma le soluzioni stentano comunque a venire. Quasi tutti ci siamo passati col bullismo, anche se non ci va di raccontarlo apertamente. Magari lo abbiamo chiuso dentro di noi per convenienza ma quelli là, sono ancora lì fuori e un giorno toccherà anche ai nostri figli affrontarli. Se pensassimo di risolvere il tutto esclusivamente con politiche benpensanti per  redimere i "cattivi", sarà una sconfitta annunciata. Il bullismo va affrontato di petto e fin dalla più giovane età. Bisogna imparare ad affrontare il lato duro della vita, con le parole ma anche sapendo colpire, o meglio rispondere quando è il momento, senza nascondersi dietro l'autorità anche perché non sarà lì a proteggerci quando saremo in mezzo alla strada. "Non colpirò per primo" ammonisce Daniel a Johnny, in quello che sembra un anticipo di neo-scontro tra gli ex rivali. E Daniel sa come si fa. Non aggredisce ma allo stesso tempo non si tira indietro quando è il momento di contrattaccare.

Cobra Kai mischia le carte. Johnny è stato un bullo ma adesso non lo è più, anche se alle volte non è così evidente. Daniel ha una bella vita ma spesso scivola nel senso di superiorità, comportandosi anch'esso in modo sleale. Entrambi devono ancora imparare molto. In ognuno di noi c'è una parte succube e una parte aggressiva. Abbiamo tutti un dovere morale nelle nostre vite, affrontare le avversità ed essere pronti a sostenere chi si trova in difficoltà, specie quando è solo contro più prepotenti. Daniel e Johnny sono due facce della stessa medaglia. Hanno metodi differenti, ma in fondo credono negli stessi valori. Talvolta arrivano alle mani, moralmente e anche fisicamente. Si affrontano. Si disprezzano. Si riappacificano. In fondo, forse, sono amici ma anche uniti avranno le loro sfide da affrontare. Nuovi bulli più maturi sono pronti a provocare e colpire. Come reagiranno questa volta? Dovranno dimostrare che nessuno può permettersi di abbattere la loro vita senza innescare decisive o fatali conseguenze.

Johnny, Daniel e i loro allievi raccontano insieme una storia comune a tutti noi. Tu da che parte sei? 

Cobra Kai - Miguel sconfigge i bulli

Cobra Kai - Eli (Jacob Bertrand) umiliato e disperato
Cobra Kai - il violento bullo Kyler (Joe Seo)
Cobra Kai - (a sx) la perfida Yasmine (Annalisa Cochrane)
Cobra Kai - Aisha (Nichole Brown) vittima del cyberbullismo di Yasmine

Cobra Kai - Johnny Lawrence (William Zabka) e Daniel LaRusso (Ralph Macchio

martedì 26 marzo 2024

Forget Paris - L'amore e il basket NBA

Forget Paris - l'arbitro Mickey Gordon (Billy Crystal) discute con Isiah Thoma e Bill Laimbeer
Forget Paris (1995, di Billy Crystal) non è solo un cult romantico anni Novanta, ma anche una divertente commedia con protagonisti alcuni dei più mitici campioni del basket NBA.

di Luca Ferrari

Questa non è solo una storia di sentimenti rimbalzanti ma anche una decisa incursione nel campionato di basket più bello del mondo, l'NBA degli anni Novanta. Siamo alla finale di Western Conference. Charles Barkley, esplosivo giocatore dei Phoenix Suns realizza all'ultimo secondo il canestro della vittoria contro i rivali San Antonio Spurs, capitanati "dall'ammiraglio" David Robinson. I giocatori sono in festa, peccato che l'arbitro Mickey Gordon (Billy Crystal) lo annulli per infrazione: la palla, sostiene, è stata lanciata dopo che la sirena aveva già suonato. Barkley e tutta la sua squadra si arrabbiano e ne nasce una gag con paroloni che volano e il povero arbitro beccato a mal parole dal pubblico infuriato dell'Arizona. Eh, sfortunato al gioco, fortunato in amore! E così sarà, quando lo yankee incontrerà l'affascinante Ellen (Debra Winger) in un ufficio di Parigi, per la ragione più assurda. L'incontro d'amore più strano al mondo, come lo stesso Andy (Joe Mantegna), giornalista sportivo, racconta alla sua futura sposa Liz (Cynthia Stevenson).

Forget Paris - La decisione dell'arbitro

Ma quanto è romantica Parigi. Quando si è lontani dalla propria esistenza si fanno cose e si possono provare sentimenti, in apparenza, inimmaginabili. Mickey ed Ellen si innamorano e l'amore ha sempre l'ultima parola, anche quando la vita (reale) procede in tutt'altra direzione. Al tavolo i commensali raccontano a Liz un pezzo delle alterne vicende amorose di Ellen e Mickey. La coppia di amici Craig (Richard Masur) e Lucy (Julie Kavner), il collega Jack (John Spencer) e sua moglie Lois (Cathy Moriarty). Ogni volta che per uno la vita lavorativa migliora, all'altro/a s'inceppa. Come uscirne? Con la forza dell'amore. Lo capiranno entrambi. Per quanto ci si possa allontanare, ci sono amori che sono destinati a durare per sempre anche se ci vorrà un po' di tempo perché i due protagonisti lo capiscano, e dunque (finalmente) agiscano in contemporanea l'uno verso l'altra.  

Il finale però lo voglio dedicare a mio figlio, che oggi compie 7 anni ed è un grandissimo appassionato di basket, con la scena più spassosa del film che ci vediamo in continuazione, e cioè quando Micky, rassegnato alla lontananza della sua bella Ellen, perde la ragione durante una delle partite più importanti della stagione, Pistons vs. Lakers (squadre che si affrontarono nella finalissima NBA per due anni consecutivi, 1988 e 1989). Dopo aver subito l'ira dei  tifosi per il suo operato, alla prima osservazione del leggendario Kareem-Abdul Jabbar, alla sua ultima stagione nel basket professionistico, lo sbatte fuori senza colpo ferire. Fanno la stessa fine anche Isiah Thomas e Bill Laimbeer, stelle dei mitici Detroit Pistons, brillantemente raccontati nel documentario - Bad Boys - di Zak Levitt per ESPN 30 for 30, che gli suggeriscono di "farsi visitare il cervello".

E poi che succede? Non aggiungo altro! Godetevelo, a cominciare dal sottoscritto che ha scritto questo articolo per avere i due video di Forget Paris sempre a disposizione per sé e il suo adorato figlioletto.

Forget Paris - L'arbitro perde la testa

Forget Paris - l'arbitro Mickey Gordon (Billy Crystal)
Forget Paris - il mitico Kareem-Abdul Jabbar discute con Mickey (Billy Crystal)
Forget Paris - David Robinson e Mickey Gordon (Billy Crystal)
Forget Paris - Mickey Gordon (Billy Crystal) tra Chris Mullin e Reggie Miller
Forget Paris - Hellen (Debra Winger) e Mickey (Billy Crystal) si baciano davanti a tutti
Forget Paris - Hellen (Debra Winger) e Mickey (Billy Crystal
Forget Paris - Hellen (Debra Winger) e Mickey (Billy Crystal
Forget Paris - (da sx) Lois (Cathy Moriarty), (Jack (John Spencer), Liz (Cynthia Stevenson),
Andy (Joe Mantegna), Craig (Richard Masur) e Lucy (Julie Kavner)
Forget Paris - Liz (Cynthia Stevenson) e Andy (Joe Mantegna
Forget Paris - Hellen (Debra Winger) e Mickey (Billy Crystal

giovedì 14 marzo 2024

Chi segna vince - Insieme con i sentimenti

Chi segna vince - Jaiyah (Kaimana) e coach Rongen (Michael Fassbender)

Il film sul calcio che tutti dovrebbero vedere. Chi segna vince (2023, di Taika Waititi). Storia vera con un incazzosissimo Michael Fassbender, coach della peggior squadra nazionale.

di Luca Ferrari

Scaricato. Arrabbiato. Ferito (ma nessuno lo sa). Thomas Rongen (Michael Fassbender) è un allenatore di calcio olandese, fresco di licenziamento dopo cinque anni passati a dirigere la squadra Under 20 della Nazionale statunitense. Complici anche i suoi modi poco ortodossi sul rettangolo di gioco, viene messo alla porta senza troppi convenevoli, o meglio viene mandato a guidare la squadra più perdente nella storia continentale, le Samoa Americane. Un'avventura che sa di punizione e allo stesso tempo di redenzione, come in realtà spera l'ex-moglie Gail (Elisabeth Moss), sempre se il bizzoso coach darà una possibilità ai suoi giocatori, e soprattutto a se stesso. L'obiettivo ha il sapore di na sfida impossibile: qualificarsi alla prossima edizione dei Mondiali. Tratto da una storia vera, è sbarcato su Disney+, Chi segna vince (2023 di Taika Waititi).

Gli inizi non sono per nulla promettenti, Rongen è nervoso e spazientito. Il materiale umano-calcistico è quello che è. Nonostante ciò, attorno a lui c'è sempre molta gentilezza e disponibilità, a cominciare dal suo vice, il mite Ace (David Fane) e lo stesso Presidente della Federazione, Tavita (Oscar Kightley), cui non interessa troppo vincere. O meglio, certo che gli piacerebbe, ma dopo l'umiliante 30-0 rimediato dall'Australia, si accontenterebbe se la sua squadra riuscisse a segnare almeno un goal in una gara ufficiale. Ed è questa la mission impossible cui è chiamato il celebre allenatore orange. A complicare una situazione già delicata, in principio, il ritorno in squadra di Jaiyah (Kaimana), giocatrice faʻafafine (né uomo né donna) con cui Rongen si sente in macho-imbarazzo, ma che col tempo diventerà il perno fondamentale della squadra, aiutando l'allenatore a reclutare quei giocatori che ormai non ne volevano più sapere di rappresentare l'umiliata Nazionale delle Samoa Americane.

Con una spruzzata di saggezza anni '80 (direttamente dal Maestro Miyagi di Karate Kid), l'uomo e la sfida diventano tutt'uno. Gli allenamenti si fanno seri e tutto ciò che fino a qualche tempo fa sarebbe sembrato più assurdo di un sogno irrealizzabile, adesso è alla portata. Ma qualcosa ancora non va. A dispetto dell'impegno e della fatica, qualcosa non è ancora a fuoco. E ancora una volta Rongen darà ascolto ai propri demoni invece di voltare pagina e affrontare la vita diversamente. Così, inevitabilmente, ci sarà sarà l'ennesima sfuriata davanti alle telecamere. Questa volta però, qualcuno andrà da lui e non sarà un amministratore delegato, né un dirigente né un arbitro. Verrà da lui "solamente" una persona, un amico sincero, e gli parlerà col cuore. Già, il cuore. Thomas capirà che deve cambiare qualcosa per ricominciare a vivere sul serio e il solo modo per farlo, è iniziare a dare ascolto ai propri sentimenti. Anche se si è in un campo da calcio e per di più in un momento cruciale di una partita cruciale.

Chi segna vince (2023, di Taika Waititi), finalmente un film sul calcio che non osanni questo sport in modo ossessivo, come il sopravvalutato Febbre a 90° (1997, di David Evans con protagonista Colin Firth nei panni di un maniacale tifoso della squadra inglese dell'Arsenal). Finalmente una storia sul mondo del calcio (vera) dove non c'è solo il pallone e/o la violenza dei tifosi, ma anche e soprattutto i sentimenti e l'identità, come quelle che nel mondo del pallone si nega a più riprese. A sentire certi "personaggetti", il calcio è l'unico sport al mondo dove ci sono esclusivamente giocatori etero. Chi segna vince è un film sul calcio che non è solo calcio, capace di raccontare qualcosa di più. Presente nella pellicola anche il regista Taika Waititi (Thor: Ragnarock, Thor: Love and Thunder, Jojo Rabbit) nei panni di un prete samoano peace & love.

Chi segna vince (2023) non ha l'ambizione di competere con film sul mondo del pallone come il bellissimo Il maledetto United (2009, di Tom Hooper), né possiede quella spensieratezza giovanile di Bend it like Beckham  (2002, di Gurinder Chadha). Gli atleti di Chi segna vince non sono calciatori professionisti. O meglio, lo sono ma non hanno certo gli stipendi a infiniti zeri degli omologhi europei. Fanno tutti altri lavori per campare, a cominciare dallo stesso Tavita che fa anche il cameraman per l'emittente locale, l'autista turistico e il cameriere. Chi segna vince è una parentesi nella complicata vita di coach Rogen e probabilmente, si spera, anche nelle nostre/vostre esistenze. Forse sarebbe dovuto chiamarsi, Chi GIOCA, vince perché la sensazione è proprio questa. Che i vincenti siano tutti i membri della Nazionale delle Samoa Americane. Agguerriti e pronti per cambiare una sentenza (sportiva) già scritta, ma allo stesso tempo decisi a farcela senza esasperazione e con una parola gentile per chi ci è accanto.

Un'ultima nota per il finale, con l'attualità dei veri giocatori su cosa stanno facendo nella vita nel presente più recente. Momento toccante, quando si scopre questo: "Jaiyah Saelua è stata la prima atleta apertamente transessuale a competere in una gara di qualificazione di Coppa del Mondo. Oggi è un'allenatrice di calcio pluripremiata e un'ambasciatrice FIFA per l'uguaglianza".

Chi segna vince, il trailer

Chi segna vince - il regista-prete samoano Taika Waititi
Chi segna vince - coach Rongen (Michael Fassbender) e il Presidente della Federazione Calcio
delle Samoa Americane, Tavita (Oscar Kightley)
Chi segna vince - Ace (David Fane) e coach Rongen (Michael Fassbender)
Chi segna vince - Jaiyah (Kaimana) e coach Rongen (Michael Fassbender)
Chi segna vince - coach Rongen (Michael Fassbender) e la squadra delle Samoa Americane
Chi segna vince - le Samoa Americane si preparano alla partita
Chi segna vince - il Presidente della Federazione Calcio delle Samoa Americane,
Tavita (Oscar Kightley)
Chi segna vince - un commosso e provato (Michael Fassbender)
Chi segna vince - la vera Jaiyah Saelua
Chi segna vince - coach Rongen (Michael Fassbender) e la sua squadra

lunedì 15 gennaio 2024

Il super dispettoso Bud Spencer

I due superpiedi quasi piatti
Vita dura per chi cerca lavoro (o magari compie gli anni), specie se s'incontra qualcuno che se ne vuole anche approfittare. A quel punto però, è lecito diventare... dispettosi, come Bud Spencer!

di Luca Ferrari

Le settimane non sempre cominciano bene. Se poi ci si mette anche il calendario, allora davvero può essere una giornataccia. Animato da buone intenzioni, può andare anche peggio a chi è in cerca lavoro, come capita al buon Wilbur Walsh (Bud Spencer). E lui ce la mette davvero tutta, impegno e disponibilità, ma come per molti di noi, la risposta è solo sfruttamento, accompagnato da qualche velata risatina. Questa volta però, Curly (Luciano Catenacci) e i suoi scagnozzi capitanati dallo Sfregiato (Riccardo Pizzuti), hanno trovato un candidato poco idoneo a farsi ricattare, e la sua risposta è pura epica firmata  E.B. Clucher, tramandata ai posteri nel film I due superpiedi quasi piatti (1977).

"...Tu hai ragione, ma se io non mangio,
non vado al cesso.. E se non vado al cesso,
cambio carattere, perdo il buonumore. Insomma,
divento.. dispettoso!"
                                Wilbur Walsh (Bud Spencer)

I due superpiedi quasu piatti

I due superpiedi quasi piatti (1977, di E.B. Clutcher

venerdì 5 gennaio 2024

Ho un desidero: "Wish", sparisci per sempre!

Wish - Re Magnifico
Wish è nauseabonda ostentazione di superlativi. Un prodotto confezionato che ha l'originalità di un pranzo della domenica. Tra meno di un anno, nessuno si ricorderà neanche il titolo.

di Luca Ferrari

Ma che fine ha fatto Crudelia De Mon? Dove sono i vari Dory e Scorza? Ma in quale isola che non c'è, hanno confinato l'animazione più autentica? Un tempo c'erano i concetti da mimetizzare nelle storie, adesso è l'opposto. Oggigiorno c'è solo un esasperato tentativo di spingerci in gola e conficcarci nella mente buonismo e inclusività. Una ricetta narcotica per farci dimenticare il tracollo umano-sociale in cui viviamo, e relegando al web le nostre rivoluzioni. Lì, sulle storie del grande schermo invece, la sceneggiatura nuda e pura ha un ruolo talmente marginale da apparire fuori luogo. Per le feste è sbarcato sul grande schermo Wish (2023). Diretto da Mr "Frozen" Chris Buck, fin dalle prime battute si percepisce un messaggio talmente dolciastro da far apparire più digeribile un pandoro al mascarpone condito da panettone al pistacchio. Un film tra l'altro, da cui traspare già il sequel scontato: lo specchio si rompe nelle segrete (molto diseducativo questo messaggio, ndr), il re si libera e mette in atto la sua vendetta, la nuova lotta e trionfo dei buoni.

Doppiata nell'originale dalla Premio Oscar Ariana DeBose, Asha rasenta la perfezione assoluta (ennesima esasperazione da sbattere in faccia ai più piccoli, ndr). Non ha difetti. Coraggiosa, leale, dal cuore immacolato. Intrappolata tra le perfide grinfie di Re Magnifico, dà il via alla rivolta contro la tirannia. Un personaggio che incarna quei sogni irrealizzabili. Un sogno che solo gli ingenui possono credere siano realistici. Ogni persona ha diritto di avere i propri sogni, anche se non li realizzerà mai. I bambini hanno diritto ai loro sogni, e questo è indubbio. Forse sarebbe più educativo raccontargli che non basta una canzonetta da quattro soldi per piegare una persona malvagia.

E' curioso poi come il produttore della suddetta pellicola, la Disney, abbia messa in atto da tempo una dittatura animata, fagocitando uno dopo l'altro i vari studi cinematografici, e dunque voglia propinarci lezioni su "coloro i quali voglino comandare". E la qualità sempre più bassa, è palese, come ha rimarcato di recente anche che lo stesso CEO, Bob Iger. Ma prima di pensare al botteghino, uno studios come la Disney forse dovrebbe pensare alle storie. Sono passati più di 60 anni da La carica dei 101 e più di 20 da Alla ricerca di Nemo, eppure sono pronto a scommettere che tra un secolo i bambini e bambine di tutto il mondo ancora li guarderanno. Wish sarà al massimo un buco da tappare in qualche festività, concedendo una risatina di dolcezza con la presenza della stella Star, e nulla di più. Tra un anno e anche meno, Wish sarà già stato sepolto da storie anemiche col solo obiettivo di educarci a qualcosa

Il trailer di Wish

domenica 24 dicembre 2023

Elf, la colazione di natale

Elf - Un elfo di nome Buddy

Il giorno è arrivato! Alla vigilia di natale ho preparato per colazione gli spaghetti con sciroppo d'acero, seguendo la ricetta dell'elfo umano Buddy (Will Ferrell) - Elf.

di Luca Ferrari

Voilà, la colazione è servita! Lo avevo detto dopo il natale scorso e l'ho fatto.  A colazione, la vigilia di natale, avrei fatto gli spaghetti con lo sciroppo d'acero, proprio come quelli che Buddy (Will Ferrell) preparava alla dolce Emily (Mary Steenburgen), moglie del suo rigido papà Walter Hobbs (James Caan), da poco ritrovato. Così ho fatto. Tenera fiaba natalizia Elf - Un elfo di nome Buddy (2003, di John Favreau). In passato un po' trascurato, oggi è diventato un imprescindibile cult natalizio delle mie giornate a ridosso dell'arrivo di Babbo Natale. 

Buon appetito... e buone feste!

Elf - Buddy (Will Ferrell) serve a Emily (Mary Steenburgen) degli ottimi spaghetti...
... con sciroppo d'acero!
Spaghetti con sciroppo d'acero per colazione  © Luca Ferrari

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