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martedì 7 maggio 2013

Supereroi a New York, Stan Lee?!?

The Avengers - I vendicatori
"Come li blocchiamo?" - Come una squadra, sentenzia Captain America. Il messaggio dei Vendicatori (The Avengers) è chiaro.

di Luca Ferrari

Dinnanzi a una minaccia non si può agire disuniti. Ci vuole comunità d’intenti. Ci vuole decisione e follia. Anche se sarà un plausibile viaggio di sola andata. Mettete in contro scontri e incomprensioni. Non tutti siamo subito pronti per condividere lo stesso sforzo. Alcuni di noi ci mettono un po’ a riscaldarsi. Jarvis, quando vuoi, le presentazioni.

Un geniale inventore dall’ego smisurato che arriva al punto di rischiare la propria vita per gli altri con le lacrime agli occhi. Uno scienziato dalla mostruosa e sovrumana forza capace di controllare la sua forza bruta e metterla al servizio degli indifesi. Un rigido eroe capace di comprendere ragioni oltre gli ordini. Due spie che d’improvviso scendono in campo per una causa precisa. Un semi-dio di un altro mondo che combatte fianco a fianco degli umani. 

Loro sono rispettivamente Iron Man (Robert Downey Jr.), Hulk (Mark Ruffalo), Captain America (Chris Evans), Vedova Nera (Scarlett Johansson), Occhio di Falco (Jeremy Renner) e Thor (Chris Hemsworth). Loro sono The Avengers (2012, di Joss Whedon)

Sono tutti cavalli sciolti. Solitari. Ognuno compie azioni soprannaturali per delle ragioni personali ma quando c’è da guardarsi le spalle, il pavimento scricchiola e il male ne approfitta. Allora bisogna cadere. E allora c’è da capire che solo loro possono fare la differenza. C’è bisogno che qualcuno che credeva nel loro essere uniti, Phil Coulson (Clark Gregg), muoia  perché qualcosa si accenda e faccia emergere quel senso comune di lotta unita. 

Nel clan dei vendicatori tutti si scontrano, ma alla fine tutti imparano. E a farne le spese sarà il “buon” Loki (Tom Hiddleston), che per il momento dovrà mettere da parte le sue mire dispotiche e accettare l’ironico drink che Tony Stark gli aveva offerto preannunciandogli la fine.

Da soli non potranno mai farcela. Uniti si. Ma lo devono capire tutti, e ciascuno a modo proprio. E quando questo avviene, nulla fa più paura e a quegli urli di viscide creature spaziali venute per sottomettere il genere umano, la risposta è il poderoso ruggito di Hulk capace d’incarnare il pensiero comune di quel manipolo di supereroi. Lottare e vincere. 

La divisione dei compiti organizzata da Capitan America tra le macerie della Grande Mela è puro manuale vendicativo: “Ascoltatemi, finché non chiuderemo il portale faremo contenimento. Barton, ti voglio sul tetto. Occhi su tutto. Schemi e azioni isolate. Stark, a te il perimetro. Ogni cosa oltrepassi i tre isolati, la incenerisci o la rimandi indietro. Thor, bisogna restringere quel portale. Rallentali. Hai i fulmini. Brucia quei bastardi. Noi due invece resteremo a terra. Combatteremo qui, e Hulk. Spacca”.

Inizia la resa dei conti e a missione completata c’è perfino lo sguardo soddisfatto di un padre che ha trasformato i suoi figli in una vera famiglia. Lui è Nick Fury (Samuel L. Jackson), direttore dello S.H.I.E.L.D., capace di contravvenire a ordini superiori pur d’impedire un disastro nucleare e perché convinto che la squadra dei Vendicatori (The Avengers) saprà trionfare.

Eppure nonostante l’evidenza, c’è chi non crede proprio ai supereroi. Nemmeno se c'è Alan Silvestri a scrivere la colonna sonora delle loro imprese. Ma questo è il passato. Non è più tempo di affermazioni. È l’ora delle promesse, vero Stan Lee?

La squadra Avengers è pronta a colpire

The Avengers - Thor, Occhio di falco, la Vedova Nera, Hulk, Iron Man e Captain America
The Avengers - il viso commosso compiaciuto di Nick Fury (Samuel L. Jackson)
The Avengers (2012) - la furia di Hulk (Mark Ruffalo)
The Avengers (2012) - Clint Barton/Occhio di falco (Jeremy Renner)
The Avengers - Natasha Romanoff/Vedova Nera (Scarlett Johansson)
The Avengers - Tony Stark/Iron Man (Robert Downey Jr.)
The Avengers - Tony Stark/Iron Man (Robert Downey Jr.)
The Avengers - Loki (Tom Hiddleston) messo ko da Hulk
The Avengers - c'è chi (...) non crede proprio ai supereroi e lo dice alla televisione

venerdì 3 maggio 2013

Hansel e Gretel, il tempo delle vittime è finito

Gretel (Gemma Arterton) e Hansel (Jeremy Renner) pronti alla battaglia
Sono state vittime, scampati a una forza malvagia. E ora che sono cresciuti, Hansel e Gretel sono diventati il solo baluardo contro il potere oscuro.

di Luca Ferrari

Nessuna psicologia. Nessuna mediazione. O loro o la morte. Hansel & Gretel - Cacciatori di streghe (Hansel and Gretel: Witch Hunters, 2013, di Tommy Wirkola). A interpretare i protagonisti Jeremy Renner (l’Occhio di Falco di The Avengers) e Gemma Arterton (la sacerdotessa Io di Clash of teh Titans). Opposti a essi, una congrega di streghe guidata dalla spietata Muriel (la mutante Jean Grey, Famke Janssen).

Mai come oggi questa fiaba torna d’attualità. Un’epoca dove il pericolo è dietro l’angolo e anche la faccia più dolce e amica può nascondere un mostro. Ne sa qualcosa la giovane Sara Scazzi, strangolata da zia e cugina. Ne sanno qualcosa le donne picchiate dal proprio compagno/marito in casa. Ne sanno qualcosa gli Stefano Cucchi picchiati a morte da chi li dovrebbe proteggere.

Dopo Cappuccetto Rosso dunque, un’altra celebre fiaba di Jacob e Wilhelm Grimm si tinge di contenuti dark (e 3D). Forte anche del trend lanciato con Twilight e Hunger Games, due giovani guadagnano la ribalta per liberare il mondo da presenze demoniache.

Hansel e Gretel fuggono dalla propria Guantanamo ma non si rassegnano a passare una vita fatta di racconti di memorie della loro triste e sofferente prigionia. Escono rafforzati e novelli gladiatori dei boschi cambiano per sempre il proprio destino e quello di molte altre persone.

Arrabbiati Robin Hood ridleyscottiani, da agnelli si fanno lupi e passano all’azione perché nessuno dovrà mai più provare l’incubo che hanno vissuto. La guerra dopo tutto c’è sempre stata. Quello che mancava era qualcuno che volesse metterci la parola fine.

Hansel & Gretel - Cacciatori di streghe (2013, di Tommy Wirkola)

giovedì 2 maggio 2013

Il ruggito dorato della carriera di William Friedkin

68. Mostra del Cinema, William  Friedkin firma autografi © Biennale foto ASAC
Alla 70°  Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia il regista William Friedkin riceverà il Leone d'Oro alla carriera.

di Luca Ferrari, ferrariluca@hotmail.it
giornalista/fororeporter – web writer

Dall’inquietante realismo del film Il braccio violento della legge (The French Connection, 1971) alla bellezza spaventosa de L’esorcista (The Exorcist, 1973) e Il salario della paura (Sorcerer, 1977). Dal poliziesco Vivere e morire a Los Angeles (To Live and Die in L.A., 1985) al recente Killer Joe (2012, con un "terribile" Matthew McConaughey ed Emile Hirsch), presentato proprio in anteprima laguna nel 2011.

Lì nel mezzo, televisione (alcuni episodi di Csi: scena del crimine) e la regia di opere liriche. Il suo nome è William Friedkin, e in occasiona della 70°  Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia (28 agosto - 7 settembre 2013) gli sarà consegnato il Leone d’Oro alla carriera.

“Friedkin ha contribuito, in maniera rilevante e non sempre riconosciuta nella sua portata rivoluzionaria, a quel profondo rinnovamento del cinema americano, genericamente registrato dalle cronache dell’epoca come la Nuova Hollywood” ha sottolineato il Direttore della Mostra del Cinema, Alberto Barbera.

“Dopo aver scardinato le regole del documentario con alcuni lavori televisivi impostisi per lo sguardo asciutto, spietato e imprevedibile, il regista ha poi rivoluzionato due generi popolari come il poliziesco e l’horror, inventando di fatto il blockbuster moderno con Il braccio violento della legge (premiato con cinque Oscar, tra cui miglior film e miglior regia) e L’esorcista (1973, nominato a dieci Oscar). È stato poi autore di film in anticipo sui tempi come Il salario della paura (Sorcerer, 1977), Cruising (1980), Vivere e morire a Los Angeles (1985) e Jade (1995, presentato alla Mostra di Venezia in Notti veneziane), alcuni dei quali solo in seguito ampiamente rivalutati come autentici capolavori”.

In occasione della prossima edizione del Festival al Lido di Venezia, sarà proiettato Il salario della paura (Sorcerer, 1977), appositamente restaurato dalla Warner Bros; un lavoro questo cominciato con una scansione in 4K del negativo originale in 35mm. 

Il progetto di restauro è stato poi completato sotto la guida di Friedkin stesso insieme al colorista Bryan McMahan e a Ned Price (Warner Bros.) che supervisiona i progetti di restauro per lo Studio. Approccio originale a Vite vendute (Wages of Fear) di Henri-Georges Clouzot (anch’esso adattamento del romanzo di Georges Arnaud scritto nel 1950), Il salario della paura sposta gli immancabili scenari urbani di Friedkin nella profondità della giungla sudamericana, dove la passione del regista per il realismo e il suo inappuntabile istinto per la suspense, convergono con magistrale effetto nella leggendaria, angosciante scena dell’attraversamento del ponte. 

Produzione già difficile di per sé, Il salario della paura è stato un film molto discusso quando uscì (una settimana dopo Guerre stellari di George Lucas). Da allora è diventato uno dei titoli di Friedkin più acclamati dalla critica e uno dei meno facili da riuscire ad ammirare sul grande schermo. 

“Considero Il salario della paura il mio film più personale e il più difficile da realizzare" ha dichiarato Friedkin, "Sapere che sta per avere una nuova vita al cinema, è qualcosa di cui sono profondamente riconoscente.  Il fatto poi che il film abbia la sua prima mondiale alla Mostra di Venezia, è qualcosa che attendo con grande gioia. E’ una vera resurrezione di Lazzaro".

"Venezia poi" ha concluso il regista, "specialmente durante la Mostra, è una casa spirituale per me. Il Leone d’oro alla carriera è qualcosa che non mi sarei mai aspettato, ma sono onorato di accettarlo con gratitudine e amore”.

Mostra del Cinema di Venezia 2011, Emile Hirsch e William Friedkin © La Biennale di Venezia - ASAC
Mostra del Cinema 2011, William Friedkin all'anteprima di Killer Joe © La Biennale di Venezia - ASAC
Mostra del Cinema di Venezia 2011, Emile Hirsch e William Friedkin © La Biennale di Venezia - ASAC
Mostra del Cinema di Venezia 2011, William Friedkin e Emile Hirsch © La Biennale di Venezia - ASAC

Leoni per agnelli (2007), il piano è pronto

Leoni per agnelli (2007, di Robert Redford)
Politica, giornalismo e vicende umane. Robert Redford torna dietro la telecamera per raccontare la guerra al terrore (Leoni per agnelli) da prospettive differenti.

di Luca Ferrari

C’è un nuovo piano. C’è sempre un nuovo piano. C’è una nuova strategia. C’è sempre una nuova strategia per te. Per ciascuno di noi. Tu da che parte starai nella prossima guerra? Nella prossima ondata di lobotomie legalizzate. Nella prossima crociata promossa dall’indifferenza, tu che cosa sarai? Un leone o un agnello. Lions for lambs (2007, di Robert Redford).

Il senatore rampante Jasper Irving (Tom Cruise) ha deciso di vincere la partita con il terrorismo direttamente sulle alture dell’Afghanistan. Per comunicarlo al mondo chiama nel proprio ufficio la giornalista Janine Roth (Maryl Streep), colei che anni or sono lo lanciò nell’Olimpo della politica presentandolo in un suo articolo come il volto nuovo e vincente del Partito Repubblicano.

In parallelo alle rivelazioni di Washington, il professor Stephen Malley (Robert Redford) ha fissato un incontro con uno dei suoi studenti più brillanti ma sempre più demotivato, Todd Hayes (il nuovo Spiderman, Andrew Garfield). Per parlargli. Per confrontarsi. Lui è un privilegiato ma ha scelto la strada della minor (alcuna) resistenza. Tanto non cambierà mai nulla a prescindere da quello che farò, ripete.

Due dei suoi compagni di corso intanto, Arian (Derek Luke) ed Ernest (Michael Peña), hanno al contrario deciso di agire. Di partire. Si sono arruolati nell'esercito. Loro non appartengono alla middle class agiata americana. Una simile esperienza li potrà aiutare anche per il futuro. Sempre se faranno ritorno a casa.

Informazione, politica e insegnamento. La partita della propria esistenza passa per questi tre binari. Ognuno può e deve fare la sua parte. Bisogna decidere in fretta perché la guerra intanto, non solo quella che si combatte a campo aperto, continua. Anche se non la vediamo, esiste. E in troppi si adagiano nell'ignoranza o nel tepore di qualche falso leader di convenienza.

Nel corso della sua carriera Redford si è distinto per la partecipazione in pellicole impegnate. Su tutti, I tre giorni del condor (1975, di  di Sydney Pollack) e Tutti gli uomini del Presidente (1976, di Alan J. Pakula); in quest'ultimo, lui e Dustin Hoffman interpretavano i due giornalisti del Washington Post, Carl Bernstein e Bob Woodward capaci di accendere i riflettori sull'azione di spionaggio da parte degli uomini dell'allora inquilino della Casa Bianca, Richard Nixon, ai danni degli avversari democratici.

In tempi più recenti è stato produttore di A civil action (1998) e produttore esecutivo del film I diari della motocicletta (2004) basato sulle memorie del leader della rivoluzione cubana, Che Guevara. Alla 69° edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia è tornato al suo grande amore della politica attivista, presentando in anteprima mondiale The Company You Keep (2012, La regola del silenzio) nella doppia veste di attore e regista con un cast dove spiccano Susan Sarandon, Shia LaBeouf, Terrence Howard, Sam Elliot, Brit Marling e Julie Christie.

Sai che ne sarà di te? Termina così, con questa domanda il film "Leoni per agnelli". Todd guarda svogliato il televisore mentre sul rullo passa la notizia della nuova missione statunitense contro il terrorismo. E tu sai che ne sarà di te? Ti interessa davvero qualcosa sapere che ne sarà di noi?

Guarda il trailer di Leoni per agnelli

Leoni per agnelli - il senatore Jasper Irving (Tom Cruise)
Leoni per agnelli - la giornalista Jannie Roth (Meryl Streep)
 Lions for Lambs (2007) - il professor Stephen Malley (Robert Redford)

sabato 27 aprile 2013

Ribellarsi e ribellarsi ancora

Robin Hood (2010, di Ridley Scott)
 "Ribellarsi e ribellarsi ancora, finché gli agnelli diverranno leoni"  
                                                                                              Robin Longstride (Russel Crowe)

venerdì 26 aprile 2013

Iron Man 3 e Mr. Stark

Iron Man 3 (2013, di Shane Black)
E fu il giorno di Iron Man 3. Il miliardario geniaccio ricomincia la propria vita dopo le ultime devastanti imprese insieme ai colleghi Vendicatori.

Se il regista Shane Black avesse mai avuto aspirazioni Nolaniane per la terza avventura del supereroe in tuta rossa metallica , l’obbiettivo non è stato raggiunto. Iron Man 3 è stato per mesi presentato (e investito) con un’aurea oscura, con il protagonista in piena crisi e lasciando l’immaginazione fluttuare verso chissà quali sconvolgimenti interiori. 

La realtà della pellicola è stata al di sotto le aspettative, relegando il tutto a pochi momenti d’inquietudine e per certi versi nemmeno troppo in linea con il personaggio Tony Stark cinematografico. In più di qualche articolo inoltre si era addirittura subdolamente parlato del rapporto incrinato tra Tony e Pepper (Gwyneth Paltrow)

Le opzioni sono due: o il redattore di turno non aveva visto il film e ha voluto aggiungere falso pepe per far ingolosire il lettore (che a casa mia si chiama distorsione della realtà) oppure la miopia gioca brutti scherzi dato che non esiste nemmeno l’odore di flirt tra nessuno dei due protagonisti con chicchessia: né l’ex-fiamma Maya Hansen (Rebecca Hall), né la letale Stephanie Szostak (Ellen Brandt) nè l’aitante scienziato Aldrich Killian (Guy Pearce).

Vendetta & Business. Domanda & Offerta. Sono le parole chiave di Iron Man 3. Aldrich è uno scienziato snobbato da uno Stark ancora latin lover. Più di un decennio dopo il brutto anatroccolo di allora si è trasformato in un cigno. D’aspetto si, di mente per nulla. 

E ora è pronto per la resa dei conti, mettendo in piedi una messinscena jihadista-holliwoodiana con il Mandarino (fenomenale Ben Kingsley, da consegnargli subito il Premio Oscar come attore non protagonista) a interpretare una spietata e sanguinosa minaccia per gli Stati Uniti. Una dinamica questa che il curriculum di Robert Downey Jr. deve avere in qualche modo ispirato, a giudicare dal filone economico di Sherlock Holmes – Giochi di ombre (2010, di Guy Ritchie). 

Ma nel triangolo di onnipotenza manca come sempre l’uomo più insospettabile. Quel vice-inquilino della Casa Bianca interpretato da Miguel Ferrer (Robocop, I segreti di Twin Peaks) pronto al discorso di commiato e a brindare al nuoco incarico.

Ma se l’uomo deve ricomporre i propri pezzi e l’amore è lontano o impossibilitato, a guidare la mano verso la giusta direzione è l’amicizia. Da quella nuova del piccolo Harley (Ty Simpkins) a quella consolidata del fido amico James Rhodes/War Machine (Don Cheadle) e dell’ex-guardia del corpo Happy Hogan (un extra large Jon Favreau), ferito quasi a morte e quindi scatenante le ire vendicative di Tony Stark che dà l’indirizzo di casa propria in diretta televisiva ai terroristi.

Ognuno dei tre darà a modo suo ad Iron Man la spinta per ripartire formando, "Marvellianamente" parlando, una sorta di scudo interiore di Capitan America, per andare oltre i propri stessi limiti e traumi post ultime esperienze Vendicatrici, e affrontare il nuovo pericolo.

È proprio questo uno dei punti centrali. Tony Stark rivede le sue imprese (e cadute) al fianco di Hulk, Thor e Capitan America contro le varie creature di altri mondi portate sulla Terra dal perfido Loki (Tom Hiddleston).  Ma se insieme a loro la spavalderia era un suo marchio di fabbrica, in questa nuova fase della sua vita ne sembra quasi schiacciato. Come se d’improvviso non riuscisse più a sopportare il peso del proprio supereroismo sentendosi solo un uomo dentro una tuta metallica. 

L’essere umano precede l’impresa. Sembra essere questa la linea tracciata tra inseguimenti spettacolari e i consueti effetti speciali. Il tutto ovviamente senza togliere spazio a infinite possibilità di nuove imprese di Iron Man, anche se d’ora in avanti J.A.R.V.I.S. (voce originale di Paul Bettany) dovrà fare i conti con uno Stark più modello famiglia. A ben guardare le intenzioni di Tony Stark, si percepisce che qualcosa stia già bollendo in pentola e che demoni a parte, lui continuerà con i propri geniali e robotici passatempi, notturni e diurni.

Il trailer di Iron Man 3

Iron Man 3 - il Mandarino (Ben Kingsley)
Iron Man 3 - Pepper (Gwyneth Paltrow) e Tony Stark (Robert Downey Jr.)
Iron Man 3 © 2012 Marvel

mercoledì 24 aprile 2013

Captain America per Tony Stark Iron Man 3

Capitan America (Chris Evans) e Tony Stark (Robert Downey Jr.)
Nello scontro furioso tra i Vendicatori e Loki, ci fu anche spazio per i divertenti battibecchi tra Captain America e lo sbruffone Iron Man.


Portata a termine la missione, quale miglior modo di celebrare il terzo capitolo della saga dell’uomo corazzato di rosso (Iron Man 3, di Shane Black), in uscita oggi in mercoledì 24 aprile,  con il viaggio cinematografico del suo compare? Di Mr. Stark tanto, e delle sue imprese per salvare la bella Pepper (Gwyneth Paltrow), ne parleremo nei prossimi giorni

Non arrendersi mai. Per essere un vero eroe serve solo questo: non arrendersi mai, parola del primo vendicatore Captain America (2011, di Joe Johnston).

Il giovane Steve Rogers (Evans) vorrebbe arruolarsi nell’esercito e fare la sua parte nella II Guerra Mondiale, ma ha un fisico gracile e alle visite di arruolamento viene ripetutamente scartato. Non di meno nella vita privata è spesso vittima di grossi spacconi che lo malmenano, ma lui è sempre pronto a rialzarsi. Li sbeffeggia anche dopo essere stato colpito perché, se cominci a scappare non ti fermi più, ripete. Vuole una possibilità per dimostrare alla sua patria il proprio valore. Cerca un’unica occasione. La troverà. 

Un progetto top secret guidato dal dott. Abraham Erskine (un barbuto Stanley Tucci) lo trasforma in un super uomo per sgominare un’associazione malvagia, ancora peggiore dell’esercito nazista con cui gli Stati Uniti sono in lotta.

È l’Hydra, capitanata da Johann Schmidt/Red Skull (Hugo Weaving). Steve adesso è un trionfo di muscoli e vigore. Ma è solo l’esterno. Quello che ha dentro resta intatto. Un uomo che conosce il valore della forza e della comprensione. Lo scienziato intanto viene ucciso da una spia tedesca e del fantomatico esercito americano di super soldati rimane solo lui. Molto hollywoodianamente verrà quindi utilizzato come fenomeno da baraccone col nome di Captain America per attirare la gente a entrare nell’esercito. 

La farsa va avanti fino a quando non scopre che l’amico fraterno Bucky (Sebastian Stan) è dato per disperso nelle peggiori retrovie del nemico. Con l’aiuto del geniale ingegnere Howard Stark e la soldatessa Peggy Carter si fa paracadutare nella zona calda e inizia il suo viaggio di liberazione.

Captain America comincia la sua vera missione eroica. Insieme a un fidato gruppo di soldati sgominano tutte le basi segrete dell’Hydra fino allo scontro finale in cielo, con qualche incursione alla Sky Captain & The World of Tomorrow (2004, di Kerry Conran), e la scena del gigantesco aereo/astronave in caduta libera verso New York che non può non far tornare in mente il dramma dell’11 settembre. 

Ma nella pellicola diretta dal veterano Johnston, non c’è spazio per i nazionalismi. La bandiera sullo scudo è quella americana, certo. Ma potrebbe essere quella di qualunque altra nazione in lotta per la sopravvivenza. Invece che Capitan America, potrebbe essere Capitan Giustizia. Perché ci sono doveri che nascono dentro e a cui si può solo rispondere, presente.

Capitan America è l’erede della tradizione più umanamente valorosa, dove oltre alla nostra vita esiste qualcosa che dobbiamo compiere. Qualcosa che ci appartiene per torto (Eric Draven – The Crow), per eredità (Clark Kent – Superman) o per scelta consapevole (Peter Parker – Spiderman). Quello che conta è non arrendersi mai. Per salvare il mondo o annientare una minaccia serve solo ribellarsi. Che sia l’esercito nazista, un capo opprimente o qualcuno che non ha rispetto, quello che conta è non arrendersi mai.

E a modo suo non lo farà nemmeno Iron Man...

Captain America, Il primo Vendicatore - Red Skull (Hugo Weaving)
Captain America - Il primo Vendicatore (2011, di Joe Johnston)
Iron Man 3 (2013, di Shane Black)

martedì 23 aprile 2013

Attacco al potere, sangue chiama sangue

Attacco al potere - Banning (Gerard Butler) e il Presidente Asher (Aaron Eckart)
Cosa succederebbe se il Presidente degli Stati Uniti venisse preso in ostaggio nella Casa Bianca? Antoine Fuqua fa il pieno di macho-action con Attacco al potere.

di Luca Ferrari

Perché non giochiamo al gioco del vaffanculo, comincia ad andarci tu. Basterebbe questa spavalda e incazzosa frase dell’eroico protagonista Mike Banning (Gerard Butler), ex-capo della sicurezza presidenziale, per capire che l’azione scorrerà a fiumi in Attacco al potere (2013, Olympus Has fallen), il nuovo film di Antoine Fuqua (Training Day, King Arthur, Brooklyn's Finest), sbarcato sul grande schermo il 18 aprile scorso.

Un banale incidente autostradale durante una tormenta e la First Lady (Ashley Judd) muore. Per il vedovo inquilino della Casa Bianca, il presidente Benjamin Asher (Aaron Eckart), è un colpo tremendo e fa allontanare il fidato Mike, conscio di sapere che gli ha salvato la vita ma non ancora pronto per rivedere nei suoi occhi l’incidente mortale. Qualcosa intanto sta per esplodere nel cuore degli Stati Uniti, proprio lì, a Washington. Una minaccia dal cielo piomba minacciosa sparando. Sembra fine a se stessa. Un attacco terroristico suicida. È solo un paravento.

Il vero pericolo è appena entrato nel bunker di sicurezza dell’Olimpo (nome in codice della Casa Bianca). Il vero pericolo ha il volto della sicurezza diplomatica. Le parole “attentato” e “Stati Uniti” fino a qualche anno fa non era quasi possibile pronunciarle nel cinema d’oltreoceano. Barack Obama ha reso gli americani con i nervi un po' più saldi e la dimostrazione è stato anche l’atteggiamento, non certo istericamente Bushiano, alla tragedia delle bombe esplose durante la maratona di Boston.

Gli Stati Uniti hanno fatto e supportato guerre. Inevitabile che abbiano nemici ovunque e pronti a tutto. A volte questi agiscono per ottenere qualcosa. A volte per mera vendetta. E per quanto si possa prevedere e allestire il miglior sistema di sicurezza, c’è sempre una minima breccia dove potrebbe incunearsi l’impossibile. 

Ci vogliono 15 minuti per raggiungere la Casa Bianca, noi ce l’abbiamo fatta in 13, ghigna spavaldo il capo dell'attacco Kang Yeonsak (Rick Yune). Kang vide la madre saltare su di una mina antiuomo messa dagli americani e adesso vuol far detonare tutte le armi atomiche sul territorio statunitense. Stanno per spalancarsi le porte dell’inferno, sentenzia scioccato il vicepresidente Speaker Trumbull (Morgan Freeman).

Che si fa? Si muove la diplomazia, si tenta un’incursione o si cede al ricatto? Kang è molto chiaro: nessuna negoziazione è in atto. The Peacemaker (1997, di Mimi Leder) raccontava di come il diplomatico Dušan Gavrić (Marcel Iureş) volesse detonare un ordigno nucleare a New York durante un Consiglio delle Nazioni Unite, ancora lacerato per l’incapacità dell’ONU di aver impedito il massacro in terra slava. 

E come nella più vecchia pellicola il colonnello Tom Devoe (George Clooney) prendeva in mano la situazione con caparbietà e risolutezza, così Banning è l’uomo giusto al momento giusto. In perfetto stile western moderno. Coraggioso e con le ferite nell’anima. Mike ha una partita personale da chiudere con i propri rimorsi. E salvare la vita al proprio Presidente e a suo figlio è la sola strada (im)possibile da compiere.

Adrenalina, eroismo a stelle e strisce, un finale oltre modo banale e più fianchi facilmente esposti a critiche. “Mi è parso una grossa operazione di propaganda” commenta il giovane Matteo Baffa, “un’esaltazione sfrenata dei valori americani e soprattutto dei metodi americani, di come da loro dipendano le sorti del mondo, di come solo loro possano risolvere situazioni disperate. 

Un film auto-celebrativo, come se si volessero gettare le basi a una nuova sorta di conflitto mondiale contro il terrorismo, che ne voglia giustificare gli strumenti di lotta (vedi Banning che tortura due terroristi per ottenere informazioni e si vanta con i dirigenti americani dell'efficacia dei suoi metodi)".

American Pride, certo. Ma c’è di più. Una riflessione che va oltre. Dove l’America è solo un nome e non il tutto. La Casa Bianca oltre se stessa. Simbolo del potere invulnerabile. Ma non c’è di fatto. Non è lei come non è nessun altro posto. Dove si sparge morte, si semina morte. Più di duemila anni di storia dovrebbero averlo insegnato. E questo non vale solo per gli Stati Uniti. E chiunque veda in essi il male del mondo dovrebbe aggiornare la propria cultura perché Europa, Cina e Russia non sono da meno. Ci siamo tutti là in mezzo. 

Parafrasando il recente ZeroZeroZero (2013, Feltrinelli) di Roberto Saviano, “Ma se ritieni che solo una nazione possa essere la responsabile delle guerre nel mondo, o sei incapace di vedere e stai mentendo. Oppure, semplicemente, la persona che sta per aggredire un altro, sei tu”.

Attacco al potere - Mike Banning (Gerard Butler) in azione
Attacco al potere (2013, Olympus Has fallen) di Antoine Fuqua
Attacco al potere (2013) - il vicepresidente Speaker Trumbull (Morgan Freeman)

lunedì 22 aprile 2013

Alcune idee sono da David Lynch

il regista americano David Lynch
A tu per tu con l'ispirazione dal regista David Lynch. Istinto, immagini e parole. A tu per tu tra parole, immagini e nuovi percorso comunicativi.

di Luca Ferrari
 
Spengo il registratore dentro di me. La prima creatura che mi si siede accanto non sfiora nemmeno le pagine accampate davanti. Sarebbe un problema di lingua. La memoria ripercorre a un colle dove allora una lettura sussidiaria se ne stava isolata e appartenente a sé. Le fabbriche presto divideranno il mondo ma il viaggio comunque non potrà dirsi concluso. Le strisce di due uniche colorazioni non lasciano presagire l’avvicinamento di alcuna cascata di "twinpeaksiana" memoria. Lì sotto, senza alcuna voglia di unirsi a noi, restano a guardare con i loro biglietti di andata e ritorno.

"Però le idee vengono, chissà da dove. Si afferra un’idea, poi la si realizza attraverso un mezzo artistico" raccontava il regista al mensile Empire, nell'articolo/intervista Lynch Inside, Un uomo gentile e folle di Simon Braund, pubblicata sul numero di marzo 2013, "Alcune idee sono da cinema, altre da arredamento, altre ancora da musica. Non sai quali idee afferrerai, ce ne sono di diversi tipi, così come ci sono diversi tipi di pesce".

Tutto quello che sa d’informazione viene recepito come annosa richiesta da letterato di spiaggia. Sto ancora aspettando di trovare un locale dove non fare nulla di diverso dalla normalità ignorata. La cernita dei tempi, delle maschere e degli elementi in grado di seguirci è solamente una momentanea amputazione di dune. Ma tu questo, David Lynch, lo hai memorizzato già abbastanza. È sempre e comunque tutto una storia vera.

sabato 20 aprile 2013

Twitter Alyssa Milano, Prayers for Boston

la foto di Alyssa Milano
È stata la figlia di Arnold Schwarzenegger nel “testosteronico” Commando (1985, di Mark L. Lester), la Jennifer Mancini della sitcom generazionale Melrose Place e la giovane strega Phoebe Halliwell capace di mettere in discussione l’oscuro Belthazor (Julian McMahon). 

di Luca Ferrari, ferrariluca@hotmail.it
giornalista/fotoreporter – web writer 

Se l’ultima apparizione sul Grande Schermo è nel corale Capodanno a New York (2011, di Garry Marshall), quest’anno ha da poco esordito nella nuova serie televisiva statunitense Mistresses andata in onda per la ABC.

La giovane attrice newyorkese Alyssa Milano è sempre in prima linea quando si tratta di cause umanitarie. Non è un caso che sia ambasciatrice Unicef e supporti molte cause. E da qualche giorno, l’immagine del suo profilo Twitter è un grande cuore rosso con la scritta Prayers for Boston.

venerdì 19 aprile 2013

La fine è il mio inizio (2010), Tiziano Terzani

La fine è il mio inizio - Tiziano Terzani (Bruno Ganz) e il figlio Folco (Elio Germano)
Ha sempre sognato un mondo di legalità e giustizia. Ha sempre preferito i dialoghi dei mercati alle istituzioni. Lui era il giornalista Tiziano Terzani.


Ha descritto paesi lontani. Ha testimoniato ideologie e canti di trionfo. Ha viaggiato, è tornato e si è messo in cammino ancora. Si è lasciato tutto alle spalle con una certezza: nessuna guerra ha mai messo fine alle guerre. Tratto dall'omonimo libro postumo, il regista bavarese Jo Baier dirige La fine è il mio inizio (2010), il toccante racconto degli ultimi giorni di vita del giornalista Tiziano Terzani.

Niente flashback. Niente meraviglie. Nella quiete domestico-rurale dell’Appennino Tosco-Emiliano Tiziano Terzani (Bruno Ganz) è un uomo in pace con se stesso. Lontano anni luce dalle rabbiose farneticazioni d’intolleranza anti-islamica della collega Oriana Fallaci. Qual è l’ispirazione di oggi? si domanda. La storia di Tiziano è nota a tutti. A 33 anni parte con la famiglia per l’Asia. Resta dodici anni a Singapore. Documenta la presa di Saigon dei Vietcong e la fine della guerra del Vietnam.

Nel 1980 riesce a entrare in Cina come inviato per il settimanale tedesco Der Spiegel e lì si accorge che il sogno maoista altro non è che un controllo totale di una società dove chi crede nel Sistema reprime chi lo nega. E questa tragica storia è continuata. Lì, come in troppi luoghi del mondo.

Il racconto al figlio Folco (Elio Germano) non ha il sapore dell’ultima testimonianza né della confessione. Alterna aneddoti di reportage all’incontro con l’amata moglie Angela (Erika Pluhar). Tiziano ha ancora qualcosa da dire. E lo fa. Insieme al sangue del suo sangue. Nel nome della più grande rivoluzione possibile e immaginabile. Quella interiore. Per uscire dal giogo feroce dove ciascuno è succube della bramosia economica.

Ganz interpreta Terzani con straordinaria e toccante umiltà. Germano è un gregario perfetto che accompagna al traguardo (della vita) il “vecchio” nella sua ultima salita. Chi crederebbe in Gandhi al giorno d’oggi, si domanda candidamente. Tiziano Terzani è solo Tiziano Terzani. Un uomo che ha fatto la sola vita possibile per se stesso: quella in cui ci si riconosce. E lassù, sulla montagna toscana. Insieme a Folco. Nel guardare le nuvole che si susseguono, è ormai arrivato. Il suo cerchio si è chiuso. La fisicità del suo corpo è pulviscolo d’immortalità.

Chi fa cantare gli uccellini? C’è questo essere cosmico, e se tu per un attimo hai la folgorazione di appartenergli, non hai più bisogno d’altro, disse. E al giorno d’oggi, chi crederebbe a Tiziano Terzani?

 Guarda il trailer del film La fine è il mio inizio

La fine è il mio inizio - Tiziano Terzani (Bruno Ganz)
La fine è il mio inizio (2010, di Jo Bayer)

giovedì 18 aprile 2013

X-Men, andate affanculo

Charles Xavier (James McAvoy), Wolverine (Hugh Jackman) ed Erik Lehnsherr (Michael Fassbender)
Wolverine (un clinteastwoodiano Hugh Jackman) ha i suoi pensieri e non vuole sentire né vedere nessuno mentre si gode placido al bar whisky e sigaro.

di Luca Ferrari

X-Men - L'inizio
(2011, di  Matthew Vaughn). I mutanti Charles Xavier (James McAvoy) ed Erik Lehnsherr (Michael Fassbender) sono in fermento. Sono in giro a reclutare i loro simili per insegnargli a gestire i propri poteri in modo corretto. Non tutti gradiscono però. Arrivati in un bar per parlare con il sig. Logan (Wolverine), fanno appena in tempo a presentarsi che senza essere degnati di nemmeno uno sguardo, si beccano un chiaro e semplice Andate affanculo.

Da osservare con attenzione l’espressione dei due “viandanti” dopo siffatte parole al limite del divertito/sorpreso.

Go fuck yourlself, Wolverine

mercoledì 17 aprile 2013

Urgenza cinematografica Hitchcock

L. Wasserman (Michael Stuhlbarg), P. Robertson (Toni Collette) e A. Hitchcock (Anthony Hopkins)
Può davvero comprendere solo chi crea o ha inventato. Può intendere quel bisogno di urgenza solo chi osserva il mondo in costante moto perpetuo. Rielaborante. In punta di valanga. Può invadere i sensi solo a chi sente di avere un destino prima ancora della propria vita.

di Luca Ferrari

L'ex-giornalista Sacha Gervasi racconta una storia sul regista Alfred Hitchcock. E lo fa evitando d'ingrossare le fila del facile trend dei remake, ma tracciando il percorso di come nacque e si sviluppò il più grande successo del regista londinese, Psycho (1960).

La telecamera entra nel privato della vita domestica. Quella che fa emergere le debolezze del mito e aumenta il ricordo dell’uomo. Per interpretare un Maestro ci vuole un altro Maestro: Anthony Hopkins. E per ogni grand’uomo che si rispetti c’è sempre un gran donna al suo fianco (e viceversa). A incarnare impegno, preoccupazioni e intelligenza di Alma Reville, dolce metà di Hitchcock, Helen The Queen Mirren.

Le luci sul prima e durante il film. Hitchcock (2012). Chi se ne importa della linea del traguardo, adesso voglio il vedere il sudore del viaggio e Sacha esegue volenteroso. Senza sosta. Dall’incontro di Alfred, nervoso per la mancanza di un nuovo progetto, con l’omonimo romanzo di Robert Bloch al rifiuto della major Paramount di finanziare il nuovo progetto. Quindi la scelta di rischiare con il proprio denaro (ipotecando la casa) e l’inizio delle riprese. 

Gl'iniziali sguardi imponenti dell’uomo-invincibile-Alfred dinnanzi al candidato sceneggiatore, lo psicologo-dipendente Joe Stefano (Ralph Macchio) e il possibile protagonista Anthony Perkins (James D’Arcy), mitigano poi in moine ed esagerati vezzeggiamenti verso la prima attrice, la bella Janet Leigh (Scarlett Johansson). Camminano alleati di Hitchcock, la fedele segretaria Peggy Robertson (un’irriconoscibile Toni Collette) e il proprio agente Lew Wasserman (Michael Stuhlbarg).
Non c’è solo “Motore, Ciak e azione”. Gervasi chiede di più. Così, mentre il genio creativo di Alfred insegue attrici perfette e dialoga con il criminale che ispirò la stesura del libro Psycho, il serial killer Ed Gein (Michael Wincott), Alma prende le redini del film quando il marito è malato e  la Paramount vuole sostituirlo. Io voglio solo fare il mio film, dice Alfred quasi come un bambino imbronciato. 

E se Hitchcock è l’uomo che filma in attesa della gloria (che puntuale arriva), la Reville è la donna ombra. Soffre, lotta, si preoccupa e piange col marito. Eppure sembra che l’unico a rivolgerle le attenzioni che merita sia lo scrittore Whitfield Cook (Danny Huston). Alma però non è quel tipo di donna che si arrende. Vuole attenzioni. Vuole riconoscimento. E li pretende da chi ha sposato e non da qualche farfallone che spera in un aiutino per il suo ultimo libro. Alma lascia l’ingombrante (in tutti i sensi) marito godersi la fama mentre lei si ritaglia il ruolo di gregaria. 

Ma qualcosa è cambiato per sempre. Con Psycho il Maestro ha scoperto che la realtà ha superato le fantasie. In tutti i sensi.


lunedì 15 aprile 2013

Dead Man, lontano e ancora lontano

Dead Man - William Blake (Johnny Depp)
Bianco e nero. Chitarra elettrica distorta. Un lento e inesorabile vagabondare nel nulla. Dead man (1995, di Jim Jarmusch).

di Luca Ferrari

Frastuono di fanatismi. Odori intermittenti di blues umani. Fiori di carta avvinghiati sul fango più dolcemente rattristato. Sono le persone che oggi non potrebbe mai scappare. La strada punta il nord. La strada non torna a Oriente. L’immagine che mi ha attraversato in un simile territorio temporale non spiega il perché sia arrivato fino a questo punto. Tutto ciò non potrebbe ricordare il colloquio che hanno appena interrotto? Attesa. Il tempo sapeva fare solo quello. Attesa. Può un giovane uomo già rassegnarsi a morire lontano da tutto e ripensare ai lamponi che gli sarebbe piaciuto coltivare? Non lo so.

Dicono sia preferibile non viaggiare con un morto. Non lo so. Credo di essere rimasto col dubbio per parecchi mesi prima d'incontrare il regista Jim Jarmusch.

Quello che ricordo al mio risveglio fu una non-coincidenza per qualsiasi inscrizione a lati uguali. I polpastrelli sfiancati. Il confine oltre la propria separazione onirica - Dead man (1995) - Fin dall’attimo successivo alla fine, la sensazione che non ci fosse più posto per interrare i solchi. Ormai è stato tardi, anche se mi mettessi di traverso tra uno scalino e una portata.

Dead Man (1995, di Jim Jarmusch) – William Blake (Johnny Depp) è un timido contabile di Cleveland, neo-assunto all’estremo West americano nella città di Machine dove vige la legge dello spietato John Dickinson (Robert Mitchum). Uno scontro a fuoco con il figlio di questi per salvare la giovane Thel (Mili Avital) e scatta la caccia all’uomo. 

Vengono assoldati i tre migliori bounty killer: il temerario (e cannibale) Cole Wilson (Lance Henriksen), il logorroico Conway Twill (Michael Wincott) e il giovane Johnny “The Kid” Pickett (Eugene Byrd). Nella sua fuga a cavallo, il disperato e ferito William s’imbatte nel nativo Exaybachay (Gary Farmer), Colui Che Parla ad Alta Voce Senza Dire Niente detto Nessuno. Un tempo portato in Europa in gabbia, lì imparò a leggere e conobbe i versi del poeta William Blake. Non concependo l’idea dell’omonimia, scambia il fuggitivo per la reincarnazione dell’artista. Comincia una nuova iniziazione dove l’uomo si deve rimpossessare dell’io più inaccessibile e intangibile.

L’impatto dentro la pellicola è spietato nel lento e progressivo cavalcare metallico del convoglio. Fermata dopo fermata, il viaggio dall’Est all’Ovest si snoda negli abiti e nella fisionomia differente dei passeggeri. Un truce e analfabeta macchinista (Crispin Glover) dialoga con William Blake in treno prima di arrivare a destinazione, preannunciandogli senza giri di parole una macabra fine. I primi passi in città sono crudi e impassibili. Teschi di bisonte ovunque. Sporcizia. Cavalli che urinano. Un pistolero nell’atto di farsi soddisfare oralmente da una donna che mal tollera lo sguardo esterrefatto dello straniero.

Ad accompagnare la narrazione della pellicola, presentato in concorso alla 48° edizione del Festival di Cannes, la chitarra irresistibilmente distorta del cantautore canadese Neil Young. Nota dopo nota supporta il percorso dello “stupido uomo bianco” verso la propria dimensione tra peregrinazione, omicidi, peyote e oblio celeste. Talvolta solo note. Arpeggi. Talvolta sono tuoni. Aggraziati. Impuri e minacciosi. Rimbombi interiori senza alcuna indicazione di pace. Tagliole senza circostanze. Flauti con vista sull’infinito. Echi ombrosi del proprio respiro. Fino all'ultimo battito. 

A immortalare ogni singolo scorcio languente, la fotografia di Robby Müller. Un mondo dove si ha la sensazione che la civiltà, intesa come costruzione, sia un optional. Nel bianco e nero di Jim Jarmusch l’uomo può ancora ambire al dominio dei sensi.

Nella macchia dove non esistono punti cardinali ma soltanto i resti di qualche “sfortunato” avventuriero, cadono tutti sotto i colpi di Blake & Nessuno. Sceriffi assoldati da Dickinson, pistoleri in cerca della taglia, missionari (Alfred Molina) e pure una combriccola di ambigui accampati: Big George (Billy Bob Thornton), Benmont (Jared Harris) e Salvatore "Sally" Jenko (Iggy Pop), tutti desiderosi di “avere” per sé il bel Willie. Il viaggio verso l’accampamento indiano di Nessuno prosegue. Il ricongiungimento del poeta con il Grande Spirito è estenuante. C’è una canoa che lo aspetta alla fine della corsa. Una canoa per il suo esangue cammino verso il Tutto senza nome.

Una torcia, e già mi chiedono se stia andando a casa.  La conversazione interrotta sulla strada intervallata da un’unica e inespugnabile frase che perdura ancora dentro di me. I pensieri anticipano una reazione che può essere una fermata. Uno scossone alla testa, etc. Assaggio il mio sangue per necessità rinascente. Lascio le ferite in vista dell’oscurità. Lontano ancora. Lontano, finalmente.

Dead Man, by Jim Jarmusch

Dead Man (1995, di Jim Jarmusch)
Dead Man - il nativo Nessuno (Gary Farmer)
Dead Man - William Blake (Johnny Depp)
Dead Man - William Blake (Johnny Depp)
Dead Man (1995, di Jim Jarmusch)
Dead Man - William Blake (Johnny Depp)

venerdì 12 aprile 2013

Tempesta, X-Woman in Romicsland

Romics 2013Viviana Ammannato è la mutante buona Tempesta
Tempesta è il personaggio in assoluto più appropriato per questo periodo. Mi è piombata addosso all'improvviso” parola di cosplayer.

di Luca Ferrari 

“Inizialmente per questo Roma Romics avrei dovuto interpretare un altro personaggio e non la mutante buona" racconta la danzatrice/pittrice Viviana Ammannato, "ma poi è andata così. Tempesta ha il potere di controllare e manifestare il tempo atmosferico terrestre ed extraterrestre, i campi elettromagnetici, le correnti oceaniche, l'aria e le molecole d'acqua.

Ha un potenziale che le consente l'uso della magia e della stregoneria. Molti dei suoi antenati erano maghi e sacerdotesse. Appartiene a una linea di donne che, per qualche ragione sconosciuta, fin dagli albori di Atlantide hanno caratteristiche distintive di capelli bianchi e occhi azzurri. Questo spiega il suo aspetto fisico”.
E se per rivedere sul grande schermo il premio Oscar Halle Berry nuovamente nelle vesti mutanti di Tempesta bisognerà aspettare il 2014 con X-Men: Days of Future Past, diretto da Bryan Singer con giovani e più maturi eroi mutanti quali James McAvoy, Patrick Stewart, Michael Fassbender, Ian McKellen, Mr. Wolverine Hugh Jackman e Jennifer Lawrence, nel frattempo "ci possiamo consolare" con la sua degna erede, Viviana. Ma come tra i tanti personaggi femminili la sua scelta sia caduta proprio sulla superoina Ororo Munroe (il vero nome di Tempesta), lo spiega la diretta interessata:

“Attualmente mi sento un tutt’uno con la tempesta, con il mondo intorno a me. Talmente insita nelle cose, in pro e in contro, che ogni mio pensiero, ogni umore, è in grado letteralmente di calamitare a me eventi/cambiamenti e situazioni. Un potenziale immenso, che a tratti persino io stento a padroneggiare e del quale, solo a patto di un lavoro costante e intenso, rimango consapevole. Un po’ proprio come Tempesta con i suoi sentimenti, che appena gliene sfugge mezzo, il mondo intorno a lei cambia. Si può arrivare all’eccellenza, soltanto con la Presenza. E anche alla Divinità nel suo caso. Perché poi lei, diventa una Dea.

Dopo essersi calata nei panni della residenteviliana Alice Abernathy, l'intrepida Lara Croft e la spaziale Lamù, quest’anno Viviana ha pescato dal filone fumettistico dei mutanti. E per il 2014? "Per il prossimo anno ho già in mente diverse idee ma sono aperta a qualunque cosa a questo punto" spiega la giovane, "Per lo spirito interpretativo con cui mi trovo a partecipare a questi eventi e raduni scopro di volta in volta che mi si – attacca – addosso la parte più appropriata di quello specifico periodo. Come essere in una casa degli specchi: ci sono varie – me – intorno, ma gira e rigira mi corrisponde sempre il riflesso/personaggio più giusto per un caso che non è mai veramente per caso".

Prima di veder sparire Viviana nella dimensione Woderlandiana insieme ad Alice e il Cappellaio matto, non mi resta chiederle quali superpoteri le piacerebbe davvero avere.

"Vorrei essere specchio di essenza. Per me e per le altre persone così che, specchiandosi, tutti potessero sentire e vedere la maggior parte disponibile di sé. La parte più vera e innegabile" replica la fanciulla, "Questo porterebbe molti a impazzire, a fuggire, a nascondersi, a suicidarsi. Altri a cambiare, a scegliere o a rimanere semplicemente quel che si è e dove si è.

Perché la Verità è sempre la cosa più scomoda o difficile da affrontare, soprattutto in periodi difficili come questi che viviamo, ma è l'unica via, e vale sempre la pena. Anche volare comunque non mi dispiacerebbe. E compiere grandi evoluzioni fisiche. Per trascendere i limiti di questo corpo. E a questo ci sono abbastanza vicino".

Romics 2013Viviana Ammannato è la mutante buona Tempesta
Romics 2013Lamù (Ilaria Venturi) e Tempesta (Viviana Ammannato)
Romics 2013Alice, Il cappellaio matto e Tempesta
Romics 2013Lamù e Tempesta con a fianco due possenti guerrieri