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sabato 12 settembre 2015

Venezia72, i miei rituali della Mostra del Cinema

Dentro la 72° Mostra del Cinema, a ridosso della sala Darsena © Luca Ferrari 
Film, conferenze stampa, interviste e red carpet. Tutto ciò però non ci sarebbe senza il percorso e i cine-riti del mattino. Questi sono i miei (speciali) della Mostra del Cinema.

di Luca Ferrari

I film? Ovviamente, sono qui per questo. Le conferenze stampa? Certo che si, se no che gusto c’è. Il red carpet? Più o meno dai. Tutto questo è il cuore dei un festival cinematografico, è indubbio, e nel caso specifico della 72° Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica (Lido di Venezia, 2-12 settembre). C’è qualcosa di più. C’è qualcosa che rende ogni evento unico nel suo genere. Il suo percorso per raggiungerlo. Quella temporanea quotidianità che può rendere il tutto ulteriormente speciale. Da quando ti svegli fin quando entri in sala e si comincia. Mettetevi comodi dunque, il mio racconto sta per cominciare.

Abitando non proprio a due passi dal Palazzo del Cinema, per assistere all'anteprima proiezione stampa delle 9 del mattino, di norma la mia sveglia suona verso le 5,30. Una generosa colazione a base di cappuccino e pancake (non sempre) con lettura di articoli di cinema e alle 6,50 il battello si stacca dalla mia fermata destinazione Lido di Venezia.

Salito a bordo, è un continuo alternarsi tra letture, scrittura e/o ascoltare musica. Al giorno d’oggi però, con smartphone sempre in mano, ci scappa anche qualche foto panoramica o comunque a tema che puntuale finisce sparata nello spazio sconfinato del web, in particolare sul mio account Instagram "cineluk" con eventuali condivisioni automatiche (ma non necessarie) su qualche collega social network.

Una volta staccatomi da S. Pietro, madre Natura chiama e pronto io rispondo, esponendomi a tutte le correnti eoliche possibile e immaginabili. Cinque minuti abbondanti così, fino all’attracco finale e lì parte il rituale mangereccio: due Ambrogini e un krapfen alla marmellata (di albicocche). I primi due da gustare durante il viaggio in autobus e in coda per la proiezione, il dolce da divorarsi dopo una mezz’ora circa che è cominciato il film.

Sarebbe bello passeggiare per il Lido ma di norma ho sempre lo zaino pieno di ferri del mestiere, quindi scelgo il comodo autobus. Attraversato il Gran Viale, lì dove lo scorso 3 settembre si è celebrata la II edizione del premio Claudio Maleti, dopo qualche minuto di Lungomare eccomi arrivato alla cittadella del Cinema. Qualche rilassante passo costeggiando il limitrofo canale e la sala Darsena è pronta per "inghiottirmi". Di norma arrivo che non sono nemmeno le 8 del mattino. O sono il primo, o al massimo ci sono 3-4 colleghi.

Un’ora passa presto, specie se si ha dietro qualcosa da leggere. Dalle riviste portatesi dietro al Ciak Daily in libera distribuzione così come il Best Movie formato tascabile che da qualche anno ormai viene sempre distribuito gratuitamente per tutta la durata del festival. Controllato il pass, via ad accaparrarsi il posto prediletto. E dopo qualche minuto, ha inizio la proiezione. Nel giro di qualche ora si passa dallo spietato Depp di Black Mass al dramma umano di The Danish Girl.

Dopo uno o due film, si passa in conferenza stampa. E dopo tanto ascolto e visione, è tempo di scrivere.

Venezia, in battello attraverso la laguna © Luca Ferrari 
laguna veneziana, quasi attraccato al Lido © Luca Ferrari 
2 ambrogini e 1 krapfen, per gustarsi al meglio il Festival del Cinema © Luca Ferrari 
Lido di Venezia - Gran Viale, la fermata dell'autobus per la Mostra del Cinema © Luca Ferrari 
Lido di Venezia, eccomi arrivato alla 72° Mostra del Cinema © Luca Ferrari
Lido di Venezia, le scalette dei fan alla 72° Mostra del Cinema in attesa dei divi © Luca Ferrari
Mostra del Cinema, direzione anteprima stampa in sala Darsena © Luca Ferrari
Eccomi arrivata in sala Darsena © Luca Ferrari
Un controllo del pass-stampa prima di entrare in sala Darsena © Luca Ferrari
Dentro la sala Darsena © Luca Ferrari
I leoni della 72° Mostra del Cinema © Luca Ferrari
... sono arrivati anche gli attori in conferenza stampa © Luca Ferrari
...quando vuoi Johnny, sono pronto per scrivere © Luca Ferrari

mercoledì 9 settembre 2015

L'anima condivisa del premio Claudio Maleti

I protagonisti del premio Claudio Maleti 
Nel secondo giorno di Festival del Cinema, il Lido si è radunato per ricordare un caro amico e consegnare alla sua memoria il premio Claudio Maleti.


Lido di Venezia, 72° Mostra Internazionale del Cinema. Ero appena sceso dall'Everest con un forte carico di emozioni, inspiegabilmente non condivise dalla maggioranza del pubblico e critica del Festival, che subito ho dovuto ricaricare l'anima per immergermi nell'amichevole atmosfera della II edizione del premio Claudio Maleti.

Giovedì 3 settembre c'era tanta gente. Uno di quei raduni che se un qualche poeta della beat generation si fosse trovato a osservare, lo avrebbe di sicuro tramutato in qualche strofa dall'immortalità più naturale. C'era tanta gente al bar-gelateria Maleti giovedì 3 settembre, il giorno in cui nacque Claudio Maleti. A dare il via alla cerimonia di consegna del premio alla sua memoria, il presidente della Mostra del Cinema Claudio Barbera con un video-messaggio registrato. 

Fatto ciò, c'è stata la consegna del premio in memoria a Claudio Maleti consegnato alla moglie Francesca e ai figli Beatrice e Tommaso. Questi era l'opera artistica "CHIMERA", realizzata dal maestro Maurizio Molin utilizzando il vetro di recupero delle vetrerie di Murano e costruendo la base con il legno di una briccola. Ad allietare il caldo clima festoso, la musica del gruppo Aruspika.

Ad aggiungere ulteriore poesia all'affresco umano poi, le piante ornamentali della vicina  fioreria Munareto e la presenza dello storico gruppo Le Maschere di Mario del '700 Veneziano. “Un degno omaggio per un personaggio che tanto ha fatto per il Lido e la Mostra del Cinema” ha dichiarato il deus-ex-machina dell'evento, Angelo Bacci. Un appuntamento, il premio Claudio Maleti che a dispetto dei pesi massimi della settima arte, ha visto la presenza della stampa (locale e non). Molti i fotografi e cine-operatori intervenuti infatti, Rai inclusa.

E ora che le telecamere si sono spente, posso ascoltare una canzone speciale (vedi fine articolo) e scrivere il mio ricordo più sincero di questa serata:

RITROVO D'ANIMA E LETIZIA

viaggio postumo
o declivio già preventivato?... mi
guardo dentro, la
folla si è rimpicciolita
ma non il sottobosco... le mani
non sono maniglie... la mia agenda
è insolitamente vuota,
vorresti provare a darci un significato
oppure sostituirmi
mentre faccio la mia parte
per addolcire la distanza tra le ombre?

mi ero ripromesso
di dormire almeno una notte
completamente a mollo,
oggi non sarà il caso
di ciò che deve ancora venire...

rimi ero promesso di non dire a nessuno
dove sarei andato
ma non è neanche questo
il momento/... ci sono strade
che si possono solo percorrere,
altre dove si fa capolinea per regalare
al proprio silenzio
la più amichevole delle condivisioni
umane
                                               (Lido di Venezia, 3 Settembre '15)
R.E.M. e Patty Smith, E-bow the Letter


Il clima festoso durante la cerimonia del premio Claudio Maleti (2° da dx, Angelo Bacci)
L'opera Chimera, di Maurizio Molin, in memory of Claudio Maleti
Il gruppo musicale Aruspika e Le Maschere di Mario del '700 Veneziano

sabato 5 settembre 2015

The Danish Girl, il sogno di Lily

The Danish Girl - Lily Elbe (Eddie Redmayne)
In concorso a Venezia72, The Danish Girl racconta la storia di Lily Elbe, la prima transgender della storia. Il semplice sogno di una creatura che voleva essere se stessa.


“L’altra notte ho fatto il più bel sogno della mia vita” racconta Lily Elbe (Eddie Redmayne), “Ero una bambina e mia madre abbracciandomi mi chiamava Lily”. Sono le struggenti parole di una creatura che ha avuto il coraggio di scegliere se stessa e la propria felicità. La prima transgender della storia portata sul grande schermo dal regista Tom Hooper in The Danish Girl, in anteprima alla 72° Mostra del Cinema di Venezia.

Einar Wegener (E.R.)  un affermato paesaggista. I suoi quadri vengono esposti nelle più prestigiose gallerie danesi. Sorte differente invece per l’amata moglie Gerta (Alicia Vikander: Royal Affair, Anna Karenina, Operazione U.N.C.L.E.), ritrattista. Un innocente gioco di travestimento per farle finire un quadro prima e passare sotto mentite spoglie a un evento organizzato dall’amica Oola (Amber Heard), fanno emergere la vera natura di Einar, che è una donna. Una donna desiderosa di impossessarsi della sua anima.

Gerda lo capisce e sebbene sia comunque innamorata del marito, col passare del tempo Lily diventa sempre più presente e ad Einar non resta che regredire. In principio si rivolgono a specialisti col risultato di venire trattato come un anormale o peggio un pervertito, finendo per subire una fantomatica cura a base di radiazioni e rischiando in ultima di venire internato per schizofrenia.

Lily non è pazza. È solo una donna che per troppo tempo è rimasta sepolta in un corpo che non è il suo. A dispetto del ritrovato amico Hans (Matthias Shoenaerts), colui col quale ebbe una prima pulsione da bambino, quando incontra un medico che si dice disposto a tentare per la prima volta l’asporto dell’organo maschile e la costruzione di una vagina, Lily trova la sua pace. Lily è decisa ad andare incontro a quella felicità che la renderà completamente se stessa.

A dispetto dell’indubbio valore della pellicola, il contributo di Eddie Redmayne (The Good Shepered, Marily, La teoria del tutto) è straordinario. La sua timida goffaggine nel porsi dinnanzi ai collant femminili lasciano emergere una curiosità sempre maggiore e quando in teatro inizia a provarsi vestiti e parrucca è come un bambino in un negozio di caramelle. Ancor più imponente (e decisivo) l’attimo in cui nudo davanti allo specchio si nasconde il pene tra le cosce per vedersi come sarebbe se fosse stato una donna anche nel corpo e non solo nell’anima.

È impossibile guardare The Danish Girl senza essere attraversati da un sentimento di rabbia millenaria. Perché oggi, anche nel tanto libero Occidente, omosessuali e transgender hanno vita dura. Ancora oggi politiche bigotte e religioni folcloristiche (purtroppo con milioni di adepti che ne seguono i loro credi) condannano queste persone come sbagliati. Ed è questo il punto.

Che cosa hanno sbagliato? Di che colpa si sono macchiati? Perché i libri devono essere tutti votati all’unione uomo-donna? Chi l’ha deciso? Chi lo ha sancito? Nessuno. Al massimo una morale che non si risparmia di sfruttare gli esseri umani in ogni loro fibra, trattare le donne come oggetti e far morire persone come mosche. Un film importante The Danish Girl. Un film con un grande cast e diretto da un regista sensibile (Il discorso del Re, Les Miserabiles). The Danish Girl, un film dove il sogno diventa realtà. E lo sarà sempre di più.

Il trailer di The Danish Girl

The Danish Girl (2015, di Tom Hooper)

venerdì 4 settembre 2015

Black Mass, lo spietato Johnny Depp

Black Mass - James 'Whitey' Bulger (Johnny Depp
Dimenticatevi il gigione John Dillinger di Nemico pubblico. Qui, alla 72° Mostra del Cinema, in Black Mass - L'ultimo gangster (di Scott Cooper), Johnny Depp è un vero un killer spietato.

di Luca Ferrari

No, un ruolo così Johnny Depp non lo aveva mai interpretato. Questa volta niente mezzi eroi, ma lo spietato malvivente James Bulger detto Whitey, di recente arrestato dopo una lunga latitanza. Mette paura il Depp/Bulger. Quando parla sembra che i denti si possano trasformare in zanne aguzze ben più pericolose del Lupo Disneyano di Into the Woods. Questo Johnny è lontano anni luce da qualsiasi forma di filosofica decadenza. Nella Boston degli anni '70-'80 è un uomo disposto a uccidere chiunque si metta di mezzo ai propri traffici.

Sembra impossibile dirgli di no. E chi ci prova, fa una brutta fine. Tutti lo tradiranno alla fine. Solo in due gli resteranno fedeli. Il fratello senatore Bill (Benedict Cumberbatch) e l'amico d'infanzia oggi agente federale (corrotto) John Connolly (Joel Edgerton). Ma come con tutti i più spietati criminali il rispetto in realtà è mera paura. Terrore per cosa un killer come Whitey era in grado di fare, e ha fatto. Lui come tutti quegli schifosi uomini (presunti) d'onore che sono i mafiosi.

Una storia vera. Un film da vedere per un Johnny Depp (Sleepy Hollow, Dead Man, Dark Shadows) finalmente libero dal suo passato stralunato. In Black Mass - L'ultimo gangster di Scott Cooper non ci sono zingari armati di chitarra, pirati guasconi, contabili-neo poeti o ancora creature di mondi fantastici. In Black Mass Johnny Depp è lo spietato assassino James Bulger detto Whitey. Un uomo capace perfino di strangolare una giovinetta che aveva appena accennato il suo nome alla polizia.

Black Mass - John Connolly (Joel Edgerton) e James 'Whitey' Bulger (Johnny Depp

mercoledì 2 settembre 2015

Lo snobbato gelo commovente di Everest

Everest - ph. Universal Pictures
Accoglienza a dir poco gelida per l’anteprima stampa di Everest, il film di apertura della 72° Mostra del Cinema. A me però una lacrima è scappata.

E fu così che arrivò il debutto della 72° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica. A dare il via, Everest del regista islandese Baltasar Kormakur. Storia vera della drammatica spedizione nel maggio del 1996 sul tetto de mondo Himalayano che costò la vita nove persone. Due ore di pellicola in 3D conclusasi in sala Darsena senza la benché minima emozione trasmessa da parte della stampa: né appalusi né fischi. Niente.

Come ho anche postato su Twitter, sarò sentimentale ma vedere una donna incinta, Jan (Keira Knightley) che parla al marito Rob (Jason Clarke) praticamente sepolto dalla neve e dal gelo che non rivedrà più, forse qualche lacrima di commozione (più di una) se la sarebbe anche meritata. Invece niente. Trama scontata? Può essere, comunque è una storia vera. Non è che si può barare. E più che Jake Gyllenhaal, sono i colleghi Josh Brolin, Emily Watson e i due sopracitati a lasciare il segno.

Pensare che una ruffianata come Birdman, film di apertura l'anno passato, scatenò applausi e Oscar, trovo al momento un trattamento molto ingiusto per Everest. Intanto lì fuori, a dispetto di un cielo caldo-umido, i fan delle star sono già che aspettano.


L'ingresso della sala Darsena verso le 8 del mattino - ph. Luca Ferrari
Everest - ph. Universal Pictures
Everest - ph. Universal Pictures
I fan attendono le star sul red carpet fin dalla mattina - ph. Luca Ferrari

martedì 1 settembre 2015

Luisa Galati, missione Venezia72

la giornalista Luisa Galati immersa nella Mostra del Cinema
A tu per tu con l'inviata veneziana del giornale online Dvclub.info, Luisa Galati, alla sua prima volta da giornalista accreditata alla 72° Mostra del Cinema di Venezia.

di Luca Ferrari

Sono una persona curiosa e appassionata d'arte e di cinema. Quello che faccio è sopravvivere dando sfogo alle mie passioni. In particolar modo la scrittura, la critica e il poter lavorare in ambito artistico”. Si presenta così la veneziana Luisa Galati, ai nastri di partenza della sua prima esperienza come inviata stampa alla 72° edizione della Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia (2-12 settembre).

Di giorno occupata presso la Biennale di Venezia, la sera e nel tempo libero impegnata a scrivere interviste e articoli per i giornali on line Mollotutto (www.mollotutto.com) che parla soprattutto di italiani fuggiti all'estero e residenti un po' in tutto il mondo, e DVclub, magazine dedicato all'arte, scienza e tecnologia, “ed è per quest'ultimo magazine che vengo alla mostra come stampa”, spiega Luisa, “non escludendo d'intervistare qualche regista che lavora in Europa o altrove per Mollotutto”.

A un giorno dall'inizio ufficiale del Festival del  Cinema di Venezia, cineluk ha icontrato Luisa Galati per una piacevole chiacchierata tra colleghi tra presente, ricordi di cinefila e cine-suggerimenti per la Biennale di Venezia, con il finale dedicato al binomio cinema & danza orientale, pratica quest'ultima di cui Luisa è una valida interprete da anni ormai.

Quali film seguirai?
Possibilmente tutti.

Quale film (uno o più) sei più curiosa di vedere e perché?
Sono curiosa de L'attesa di Piero Messina in quanto è un thriller, genere che amo molto e in più ha un'ambientazione siciliana. So che è nato come cortometraggio e dal successo che ha avuto ne è nata la versione attuale. Altro film che m'incuriosisce  è Danish girl che narra la storia del primo transessuale.

Preferiresti vincesse un film straniero, un film italiano o ti interessa solo che sia un bel film?
Il film vincitore per me dovrebbe essere quello più innovativo, ben girato e con un tocco di personalità del regista. Non importa che sia italiano o straniero.

Quale film secondo te il pubblico apprezzerà di più e perché?
È difficile dirlo a priori. Intanto credo che la presenza di Johnny Depp attirerà il grande pubblico e che ci sia attesa per Black mass, in cui è il protagonista.

Da non giornalista sei mai venuta alla Mostra? A vedere cosa?
Data la mia passione per la settima arte sono venuta varie volte. Fare un elenco di tutti i film che ho visto sarebbe troppo lungo.

Qual è il tuo primo ricordo della Mostra del Cinema?
Il primo ricordo legato alla Festival è un po' sepolto nella memoria di adolescente. Diciamo che al momento tra i ricordi più vivi ci sono una serata al cinema all'aperto in campo S. Polo rigorosamente sola a gustare in lingua originale Black Dalhia di Brian De Palma, e un pomeriggio in attesa dei vip a lido mentre vidi passare Madonna.

Se potessi suggerire alla Biennale qualcosa, qualche evento o simili, che cosa ti piacerebbe vedere alla Mostra del Cinema che non c'è?
È un'idea che va aldilà della Mostra stessa e cioè proporre una Biennale “invernale” alternativa. Una grande retrospettiva del cinema con una sezione dedicata a tutte le edizioni del festival fatte finora. So che è un pensare troppo in grande, ma secondo me sarebbe un modo per attirare anche durante la stagione fredda molti appassionati.

C'è una pellicola che ha un posto speciale nella tua anima?
Nuovo Cinema Paradiso di Giuseppe Tornatore è un film che suscita sempre uno strano sentimento in me. È un tributo d'amore al Cinema visto prima con gli occhi di un bambino e poi con gli occhi della Storia che ne ha raccontato i cambiamenti lungo gli anni. Il film è bello e triste nello stesso tempo. Epica la scena di chiusura della versione tagliata , in cui c'è il montaggio di scene di baci nei film.

E una frase di un film significativa che ti è rimasta dentro?
È assolutamente evidente che l'arte del cinema si ispira alla vita, mentre la vita si ispira alla televisione”, naturalmente di Woody Allen. Il perché mi pare evidente, ma è una frase che mi fa ridere per quanto è vera.

Tu sei anche danzatrice. Non ho memoria di pellicole che trattino la danza orientale in modo non superficiale. Tu ne conosci qualcuno? E se condo te perché la danza orientale ha questo trattamento in Occidente?
Esiste un film tutto su danza orientale, cioè su una ragazza che impara da una nota ballerina. Whatever Lola Wants (2007, di Nabil Ayouk) e poi Cous Cous (film presentato proprio a Venezia) La sua poca conoscenza nasce dal fatto che non sono molti i registi di origini mediorientali conosciuti da noi. Comunque non è molto nella nostra tradizione il film con ballo e tante musiche stile Bollywood a meno che non sia funzionalealla trama o il film parli proprio di danza. Quello che percepisco, ma spesso anche a detta di altre danzatrici, questo tipo di danza viene visto e capito in modo distorto.

Grazie e buon lavoro Luisa Galati. 


la giornalista Luisa Galati (al centro) impegnata con la pratica della danza orientale
la giornalista Luisa Galati alla 69°edizione della Mostra del Cinema

venerdì 28 agosto 2015

Quando c'era Marnie, il mio prezioso segreto

Quando c'era Marnie - Anna e Marnie
Dolore, crescita e poesia visivo-umana. Studio Ghibli incanta con la toccante storia di Quando c'era Marnie (2015), lungometraggio animato diretto da Hiromasa Yonebayashi.


Anna non gioca insieme alle compagne di classe. Se ne sta in disparte a fare il compito assegnato. Quando il maestro però le chiede di mostrargli il disegno, lei si sente minacciata. A dispetto dell'indubbia bravura, dice di aver fatto una schifezza. Quello è tutto il suo mondo. Quello è il suo scudo. Inizia così Quando c'era Marnie (2015), il nuovo poetico lungometraggio animato dello Studio Ghibli, diretto da Hiromasa Yonebayashi.

Basato sull'omonimo romanzo di Joan G. Robinson, la vicenda si sviluppa con l'allontanamento di Anna dal Sapporo, cittadina dove vive insieme alla madre adottiva che chiama zietta. Anna è asmatica, per questo viene mandata da una coppia di parenti in un piccolo villaggio sul mare. È un pretesto. Anna è solitaria. Non ha amiche. Non si vuole bene. Mi detesto, si dice la ragazza. L'apprensiva matrigna è preoccupata e spera che un cambio di vita durante le vacanze estive possa rigenerarla.

La spirale di auto-commiserazione in cui sta sprofondando Anna è pericolosa. Questo è il momento che la potrebbe segnare per sempre lasciandola intrappolata. La sua nuova vita intanto comincia. I suoi occhio grandi che guardano fuori dal treno sono indefinibili. Carichi di lacrime invisibili. Troppo pesanti per credere in una speranza. Si allontana da casa perché obbligata. Ha una morte rabbiosa nel cuore. Va avanti.

Cambia lo scenario ma l'anima resta turbata. Anna è ben voluta ma le sue difficoltà relazionali sono evidenti. Passa le giornata in mezzo alla natura armata del suo block notes e matita, ma quando viene obbligata ad andare a una festa pubblica, le sue reazioni sono scomposte e impaurite. I giorni passano e la cantilena non muta. Anche lontana da casa, la sua richiesta d'aiuto taciuta si materializza in queste parole: Io non riesco ad avere più fiducia in niente.

Al contrario ad attirare la sua attenzione è una villa disabitata dall'altro lato della baia. Alle volte sembra perfettamente funzionante con tanto di persone dentro e ben curata, alle volte è trascurata e disabitata. Non di meno Anna sogna una ragazza coi capelli biondi. Una ragazza che finirà per incontrare proprio lì, in quella strana casa. Il suo nome è Marnie.

Persona reale, fantasma o “qualcosa di simile”? Anna vede Marnie solo la sera. Diventano amiche per la vita. La chiamerà “il mio prezioso segreto”. Alle volte mentre sono insieme lei sparisce, e la straniera si ritrova altrove, spesso in stato di semi-coscienza. Qualcosa lega le due ragazze. Toccherà ad Anna scoprirlo, e in parte sarà proprio la sua passione per la pittura a spingerla nella direzione giusta.

Ma non sarà sola. Insieme al lei ci sarà anche la più piccola Sayaka, venuta ad abitare (realmente) nella casa di Marnie. A dispetto delle sue debolezze, Anna è decisa. Vuole sapere chi sia davvero Marnie. Sente di doverlo fare a tutti costi, per il suo futuro ma ancor più per comprendere il proprio passato familiare.

È raro al giorno d'oggi uscire da una sala cinematografica con la certezza di aver assistito a una grande storia. Ancor di più perché priva di effetti speciali ma caratterizzata da una semplicità di disegno quasi commovente. Un tratto questo tipico della linea narrativa del celebre studio giapponese fondato da un “signore” che si chiama Hayao Miyazaki (Principessa Mononoke, Il castello errante di Howl, Ponyo sulla scogliera).

Un pubblico estremamente variegato quello che martedì 25 agosto si è accomodato nella sala 2 del Cinema Rossini di Venezia durante la prima proiezione delle due giornate in cui il film era in programmazione. Un pubblico eterogeneo fatto anche di bambini che hanno guardato Quando c'era Marnie senza il minimo chiasso. Immersi nella storia, anche loro come il resto dei presenti più grandicelli.

Il viaggio in treno di Anna è forse il momento cruciale della storia. Asma a parte, è evidente che qualcosa in lei le stia macerando. La madre capisce e prende una decisione che la figliastra non sarebbe mai stata in grado. La allontana. Le regala l'opportunità di guardarsi dentro da un'altra prospettiva. Forse tornerà uguale a prima, o magari no. Comunque qualcosa accadrà.

L'animazione di Quando c'era Marnie va per certi versi oltre la realtà stessa. Molti di noi continuano a guardare i treni partire. Molti di noi restano coi piedi conficcati nella fredda terra dove il silenzio non fa che rimpiangere quel passato allora ancora mutabile e invece oggi il dolore apre nuovi canali di comunicazione. Una profezia senza soluzione dove invece di una scelta viene compiuto un abbandono.

Marnie dipinge e sembra di vedere gli artefici del lungometraggio alle prese con la storia. Più che con computer e diavolerie digitali, l'atmosfera è quella ben rappresentata di una scogliera carezzata da un vento gentile dove sedersi e fare il ritratto al mondo. Combinando tutte le tonalità di colori: quelle del fuoco del dolore ma anche quelle rigeneranti della vita che irrompe decis(iv)a.

Il trailer di Quando c'era Marnie

Quando c'era Marnie - Anna in lacrime
Quando c'era Marnie - Anna si mette in viaggio
Quando c'era Marnie - Anna davanti alla strana abitazione
Quando c'era Marnie - il disegno di Marnie fatto da Anna dopo averla sognata
Quando c'era Marnie - Anna e Marnie

mercoledì 26 agosto 2015

Il mio red carpet per Claudio Maleti

Francesca Maleti, il presidente Alberto Barbera e Beatrice Maleti © Angelo Bacci
Da una parte il red carpet della 72. Mostra del Cinema, dall'altra la vita dell'uomo. Al Lido di Venezia è di scena la II edizione del premio “Claudio Maleti”.


Persona intelligente e appassionata, impegnata da sempre per il Lido e il Festival del Cinema. Il suo nome è Claudio Maleti, scomparso prematuramente tre anni fa. In sua memoria il versatile Angelo Bacci ha ideato un premio a lui dedicato e la cui prima edizione, svoltasi nel 2014, ha visto questo speciale riconoscimento essere conferito ad Alberto Barbera, presidente della Mostra del Cinema.

Molto prima che cineluk sbarcasse sul web, il sottoscritto Luca Ferrari scorrazzava in lungo e in largo per il Lido di Venezia a dorso di bicicletta come inviato del Corriere Veneto, un'esperienza questa che come non smetterò mai di ripetere mi ha insegnato a scrivere alla velocità della luce. In più di un'occasione ebbi modo di avere a che fare con Claudio Maleti che mai mi negò un commento su qualche fatto accaduto, e anzi fu sempre gentile e ospitale.

Lido di Venezia, 2015. Per quanto celeberrimo, glamour e internazionale possa essere un festival cinematografico, ci sono sempre una serie di eventi collaterali capaci di raccontare piccole-grandi storie. Un mondo dove l'uomo celebra l'uomo, e forse (di sicuro) qualcosa in più. Claudio Maleti era il titolare dell'omonimo Bar Gelateria in Gran Viale, la dorsale che collega i due lati acquei del Lido: la delicata laguna veneziana da una parte, il più selvaggio Mare Adriatico dall'altra. Come a incarnare un luogo d'incontri tra mondi diversi.

Questi è un locale che al Lido tutti conoscono. Un posto dove si viene a fare colazione la mattina scambiandosi le prime impressioni sul mondo. Un posto che durante il festival del cinema si fa crocevia di stampa e tutti quei cinefili affamati di settima arte. Dall'acqua agli esseri umani dunque, l'effetto di unione non cambia. Ed è qui che giovedì 3 settembre a partire dalle 18,30, nell’ambito della 72. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia, si terrà la II edizione del Premio “Claudio Maleti".

Il 3 settembre non è un giorno scelto a caso. È il giorno del compleanno di Claudio Maleti, il cui omonimo premio dedicato alla sua memoria sarà conferito quest'anno alla moglie Francesca e ai figli Beatrice e Tommaso. A consegnar loro la Chimera artistica, opera realizzata dal maestro Maurizio Molin utilizzando il vetro di scarto delle vetrerie di Murano, il presidente Barbera.

“Un giovane imprenditore dinamico e generoso, nonché ispiratore, trascinatore accorto e sensibile” ha detto di lui, Angelo Bacci, “un punto di riferimento importante e fondamentale dell’isola tanto che con il suo entusiasmo, ottimismo e i suoi sogni, hanno lasciato un segno indelebile nel cuore di tutti, ridando vita, credibilità e visibilità al Lido e alla Mostra stessa, creando un diverso e più stretto rapporto con l’intero territorio veneziano”.

Giovedì 3 settembre alla Mostra del Cinema sarà il giorno dell'anteprima in sala Grande di Spotlight (fuori concorso) di Thomas McCarthy con il cast all star formato dal redivivo Michael Keaton, l'Hulk-Marvelliano Mark Ruffalo, la sempre brava Rachel McAdams e l'istrionico Stanley Tucci. Non me ne vogliano i divi d'oltreoceano ma in quella serata sarò assente al loro red carpet. Giovedì 3 settembre io sarò al bar-gelateria Maleti a ricordare Claudio Maleti.

Come disse John  Lennon, If you want to be hero/ well just follow me...

(da sx) il maestro Maurizio Molin, il presidente Alberto Barbera e Angelo Bacci
(da sx) il maestro Maurizio Molin, i figli di Claudio Maleti: Tommaso e Beatrice
inframmezzati dal presidente della Mostra del Cinema, Alberto Barbera © Angelo Bacci

lunedì 24 agosto 2015

The Conspirator (2010), la legge della vendetta

The Conspirator - Mary Surratt (Robin Wright)
Nel teatro dell’assassinio del presidente Lincoln, il "politico" Robert Redford dirige The Conspirator, storia della prima donna condannata a morte.


Libertà. Diritti. Costituzione. Giustizia. Parole o fatti? È possibile lottare per una causa, mettere a repentaglio la propria vita e una volta raggiunto il traguardo, scoprire che gli stessi garanti di certi valori sono i primi a calpestarli in nome di un fantomatico bene superiore che assomiglia tragicamente alla vendetta? Storia reale di The Conspirator (2010, di Robert Redford).

Frederik Aiken (James McAvoy), ex-capitano confederato nella Guerra Civile, è il legale della signora Mary Surratt (Robin Wright), accusata di cospirazione nell’assassinio del presidente Abraham Lincoln. Era il 15 aprile 1865 e al Ford’s Theatre di Washington, John Wilkes Booth colpì a morte . La giustizia dei non ancora nati Stati Uniti d’America si mise freneticamente in moto. Alla ricerca dei colpevoli e di tutti i potenziali congiurati.

Tra gli otto accusati finì alla sbarra anche una donna. Ma più che un processo fu una farsa. Civili giudicati da un tribunale militare. Civili già condannati prima ancora della sentenza. Civili tenuti incappucciati nelle celle. Qualcosa che ricorda le peggiori tirannie, passate e presenti. A inizio processo anche Aiken, come tutti gli altri, è sicuro della colpevolezza della donna. Non vorrebbe nemmeno difenderla.

Giorno dopo giorno però, inizia a scoprire qualcosa. Qualcosa che nessun cittadino dovrebbe mai vedere. Inizia a perdere fiducia in chi ci dovrebbe difendere e tutelare. Commette “l’errore” di mettere la giustizia sopra gli stessi sentimenti. Così, da apprezzato eroe militare, comincia a essere guardato con sospetto e isolato. “In tempo di guerra la legge tace” dice sprezzante l’accusa. “Non dovrebbe!” la replica del giovane avvocato.

La pellicola segue il tragico epilogo. Dopo la sentenza, Aiken abbandona la professione di avvocato, diventando uno dei primi redattori del neo-quotidiano Washington Post, fondato nel 1877. Quello stesso giornale che quasi un secolo dopo avrebbe denunciato lo scandalo del Watergate portando alle dimissioni l’allora presidente Richard Nixon. Sulla vicenda fu girato il film Tutti gli uomini del Presidente (1976, di Alan J. Pakula). A interpretare Bob Woodward, uno dei due giornalisti che seguì il caso, fu proprio  Redford, regista della pellicola.

Oltre ai due protagonisti principali, notevole l’interpretazione Evan Rachel Wood che da volto e strazio alla figlia piangente della vedova Surratt. Impotente di fronte al tragico destino che le strapperà via per sempre la madre. Kevin Kline invece è l’inflessibile Segretario di guerra Edwin Stanton.

Per nessuna causa le bocche devono tacere. Mai. 

The Conspirator - l'accusa David Hunter (Colm Meaney)
The Conspirator - Mary Surratt (Robin Wright) e l'avvocato Aiken (James McAvoy)

giovedì 20 agosto 2015

Ant-Man, l’anti-Avenger


Dimenticate gli eccessi testosteronici dei vari Avengers. I Marvel Studios sono tornati con l’antieroe Ant-Man (2015, di Peyton Reed).

di Luca Ferrari

Un po’ MacGyver. Un po’ mancato elemento della banda di Danny Ocean. Supereroe più per amore dell’amata figlia Cassy che non per chissà quali ideali. Dimenticatevi allora le spacconate alla Iron Man. Cancellate dalla memoria l’esasperato senso di giustizia di Captain America. Lui, l’uomo-formica Ant-Man è pronto per scrivere una nuova storia

Scott Lang (Paul Ruud) è un ladruncolo come tanti. “Forse” più dotato. Un uomo ai margini della società. Ha una figlia cui vuole un bene infinito ma a dispetto dell’amore che dice di provare, fino a ora non è stato ancora in grado di cambiare vita per lei. A complicare le cose, il fatto che la sua ex-moglie Maggie (Judy Greer - Prima o poi mi sposo, Elizabethtown) oggi conviva con il poliziotto Paxton (Bobby Cannavale - Blue Jasmine, Spy).

Scott Lang (Paul Ruud - 40 anni vergine, Friends, Molto incinta) è uno scassinatore. “Forse” più dotato di tanti altri. Comunque un uomo ai margini della società. A dispetto delle indubbie doti di ingegnere però, avere nel proprio curriculum anni di galera non depone certo a suo favore e infatti si ritrova a lavorare in una gelateria e convivere con il suo ex compagno di cella, il simpatico ma leale Luis (Michael Peña - World Trade Center, Leoni per agnelli) che gli propone un nuovo lavoretto, non esattamente pulito.

Ancora non sa che “qualcuno” ha fatto in modo che questa offerta gli arrivasse all'orecchio in modo da valutarne le capacità. Questo qualcuno altri non è che lo scienziato Hank Pym (Michael Douglas - Wall Street, Basic Instinct, Dietro i candelabri). Un uomo un tempo al centro del grandioso progetto dell’uomo-formica, poi scaricato per le classiche divergenze di utilizzo con tanto di benservito subito per mano (decisiva) della figlia Hope (Evangeline Lilly - The Hurt Locker) e il suo ex-pupillo Darren Cross (Corey Stoll), dalle sembianze LexLuthoriane.

Da scassinatore senza futuro Lang si ritrova così dentro un’avventura più “grande” di lui, potendo diventare minuscolo in un battito di ciglia e finendo per imparare a dialogare con le formiche, imparandone a riconosce le varie tipologie, correre e passare in mezzo alle serrature, colpire “MuhammadAlianamente” come una zanzara e ridiventare a grandezza naturale al momento giusto.

Il dott. Pym è stato chiaro: aiutandolo in questa impresa, lui lo farà riavvicinare a sua figlia, rendendolo anche nella realtà l’eroe della piccolina. Nell'impresa a ogni modo il buon Scott non sarà solo. Oltre ai due Pym, al suo fianco ci sarà il fidato Luis, uno che è stato arrestato per aver rubato uno, pardon due frullatori, e i suoi due compari Kurt (David Dastmalchian) e Dave (T.I.).

A sette anni dall’ultimo film diretto Peyton Reed (Abbasso l’amore, Ti odio, ti lascio, ti…, Yes Man) dirige la pellicola-chiusura dell’ormai arci-nota fase due dei Marvel Studios. Non sorprende questa scelta visto che rispetto ai molto più adrenalinici cinecomics, in questo lungometraggio è la semplice umanità ad avere la meglio senza chissà quali super sudori-problemi esistenziali, ma basata esclusivamente sul rapporto padre-figlia, tanto tra Scott e Cassie quanto tra Pym e Hope.

A emergere poi nella pellicola è anche un altro aspetto, quella della seconda chance. Un qualcosa di molto caro all'umanità. Un qualcosa capace di trasformare uno sconfitto/illuso in un vincente, o meglio, in un qualcuno capace di sacrificarsi per un bene più importante.

E se nei Vendicatori (2012, di Joss Whedon) la nuova possibilità sgorgava da una presa di coscienza collettiva, per Ant-Man è qualcosa che lui stesso non ha nemmeno cercato. Gli è quasi caduta addosso. Lui poi “ha solo fatto il resto”, andando anche oltre le speranze di chi ha creduto in lui e traducendo in realtà il motto “cambia te stesso e cambierai il mondo”. Ant-Man ha cominciato e anche i suoi detrattori se ne sono accorti. Adesso tocca a noi.

Guarda il trailer di Ant-Man

Ant-Man: il dott. Hank Pym (Michael Douglas) e Darren Cross (Corey Stoll)
Ant-Man: Hope (Evangeline Lily)
Ant-Man: Scott Lang (Paul Ruud) e il dott. Hank Pym (Michael Douglas)
Ant-Man: Darren Cross (Corey Stoll) in versione Antiana

martedì 18 agosto 2015

Leoni per agnelli, a colloquio dal prof. Redford

Leoni per agnelli - il prof. Malley (Robert Redford) a colloquio con Todd (Andrew Garfield)
Auguri di buon compleanno Robert Redford. In particolare al “tuo” Stephen Malley (Leoni per agnelli), un professore che avrei tanto voluto incontrare nella mia vita.

di Luca Ferrari

Robert Redford fa parte della storia del cinema. Da Butch Cassidy (1969) al romantico truffatore in cerca di vendetta Johnny Hooker ne La stangata (1973) passando per il Bob Woodward di Tutti gli uomini del presidente (1976), alcuni suoi personaggi sono entrati nel mito della settima arte. Oggi 18 agosto Robert Redford (Santa Monica, 1936) compie 79 anni e il mio regalo per lui è il racconto veritiero di un rimpianto: non aver mai incontrato nella mia vita il “suo” prof. Malley.

Ci sono persone che ti cambiano la vita, questo è risaputo. Allo stesso tempo però ci sono anche dei non-incontri che lo possono fare e in modo ancor più dirompente e decisivo. A me è accaduto con Robert Redford, quando nel 2007 diresse e interpretò il suo settimo lungometraggio: Leoni per agnelli, film che vede nel cast anche Meryl Streep nei panni della giornalista Janine Roth, Tom Cruise è lo sprezzante politico Jasper Irwing e Andrew Garfield, un giovane studente. Un film politico ambientato nel cuore della guerra al terrorismo condotta dagli Stati Uniti.

Fin da quando vidi la pellicola per la prima volta in quel lontano 6 gennaio 2008 al cinema Astra del Lido di Venezia, il suo personaggio interpretato mi rimase impresso in modo profondo. Lui era Stephen Malley, professore di Scienze Politiche alla West Coast University. Un insegnante deciso a non abbandonare Todd Hayes (Andrew Garfield), un tempo studente brillante e ora sulla via della perdizione mentale.

Visto che state leggendo questo articolo, magari vi starete chiedendo il perché di un simile legame. Di cosa si tratterà: mera stima cinematografica o magari nella mia vita ho incontrato qualcuno che mi ricorda Malley? No, è esattamente il contrario. Uno come Malley non l’ho mai incontrato. Non mi sono mai seduto davanti a lui. Non ho mai avuto la fortuna di rientrare al centro della strada evitandomi emorragie e logoranti attese.

Gli sforzi fatti hanno avuto effetto fino a un certo punto. E se non ho ancora ottenuto ciò che volevo, significa che non ho fatto abbastanza o comunque l'ho fatto male. È mancato qualcosa. È mancato forse qualcuno. Così, ogni volta che vedo questo film, s’insinua la malinconia di non aver mai incontrato una persona di questo spessore lungo il mio cammino e forse oggi sarei potuto essere altrove. Diverso. Più risoluto. O magari questa persona l’ho incontrata, semplicemente non l’ho riconosciuta. Il risultato a ogni modo non cambia.

Così, nel giorno del compleanno di Robert Redford sono qui a rivedermi per l’ennesima volta Leoni per agnelli e invidiare il giovane Todd per l’opportunità che il prof. Malley gli sta concedendo. Un intenso e sincero colloquio di un'ora per capire perché uno studente brillante “che puntava alla giugulare di ogni dibattito e leggeva tutto” (come gli dice il maturo docente), adesso si è spento e sembra non importargliene più niente di nulla.

Se Socrate, Platone e Aristotele non possono aggiustare le cose, Todd Hayes che può fare?” chiede. L'arringa difensiva dello studente è inattaccabile. Perché sbattersi quando si può comunque godere delle comodità che la vita gli ha riservato? Lui non è come i suoi compagni di corso Ernest (Michael Peña) e Arian (Derek Luke), arruolatisi nell'esercito per uscire dalle maglie dei debiti universitari con la speranza di tornare vivi dall'Afghanistan (se ci riusciranno), prendersi un Master e darsi da fare attivamente nella vita sociale e politica.

Todd è un privilegiato e allora perché impegnarsi per diventare qualcuno che alla fine il Sistema inghiottirà comunque? Perché non godersi semplicemente la vita senza infamia né gloria? “Pagherò le tasse e mi fermerò agli stop” dice quasi scherzando. “Per poco non mi convinci che sai sul serio di cosa parli” la replica di Malley che poi rincara la dose entrando sul proprio vissuto, “Sono ancora qui (all’università, ndr) perché sono un uomo egoista. Egoismo per quelle rarissime volte in cui sai davvero di avere qualcuno in una delle tue classi col dono di poter fare grandi cose su vasta scala”.

Non è solo questione di talento buttato via. Forse Malley vede in Todd l’emblema di quel mondo che potrebbe fare la differenza ma si nasconde dietro quella staticità che i governanti alimentano proprio per non trovare ostacoli nel loro modo di lavare il cervello e fare come gli pare. Lui è un uomo che è stato obbligato ad andare a combattere in Vietnam ma la ferita più grave l'ha riportata una volta tornato a casa, quando si unì alle proteste contro quella guerra ingiusta. Quella stessa che ora sta devastando l'Afghanistan.

Malley alla fine è un uomo che crede ancora. Todd ha già capito che non ne vale la pena, che a prescindere dall’entusiasmo e competenza che ci potrà mettere, quei signori dei piani alti vinceranno sempre e comunque. Anche se è una sfida impari, Malley preferisce comunque provare e non riuscire, “perché qualcosa ti resterò dentro”. Per Todd è inaccettabile questo modo di pensare.

Parola dopo parola, conversazione dopo dialogo, Todd inizia a sentir meno le proprie rilassanti certezze ma non è scritto nulla nel suo domani e Robert Redford (auguri ancora, ndr) non è così presuntuoso dal far credere allo spettatore che una volta uscito dall'ufficio di Malley, lo studente cambierà registro avviandosi a chissà quale rivoluzionaria carriera politica. Si lamenterà ancora? Mollerà del tutto? Lascerà che il mondo continui a ripopolarsi di pescecani senz’anima senza fare nulla? Ha davvero compreso ciò che ne sarà di sé e del suo futuro? E io? E voi?

Leoni per agnelli - Todd Hayes (Andrew Garfield) medita sul proprio futuro