!-- Codice per accettazione cookie - Inizio -->

martedì 24 febbraio 2015

Oscar 2015, stay different stay Venezia71

la notte degli Oscar 2015
Il film di “apertura veneziana” Birdman trionfa agli Oscar 2015. Dal palco dei vincitori, parole forti e decise di Patricia Arquette e Graham Moore.

di Luca Ferrari

La troppo spesso criticata Mostra del Cinema di Venezia li ha messi tutti in riga, incluso l'arrembante festival di Toronto. Non solo il suo film di apertura Birdman (di Alejandro G. Iñárritu) si è portato a casa quattro premi Oscar (che si vanno a sommare ai due Golden Globes), ma anche il suo presidente di giuria della sezione “concorso”, il compositore francese Alexandre Desplat, ha scritto il proprio nome nell'elenco dei vincitori per la Miglior colonna sonora nel film Grand Budapest Hotel.

“Nelle ultime due edizioni della Mostra del Cinema di Venezia i film di apertura hanno fatto messe di Oscar” ha dichiarato soddisfatto il Presidente della Biennale, Paolo Baratta, “quest’anno Birdman, l'anno scorso Gravity (2013) di Alfonso Cuarón ne aveva ottenute sette (tra cui quella per la miglior regia). Se la più qualificata e dinamica industria cinematografica del mondo affida a Venezia il lancio in prima mondiale di film proiettati verso gli Oscar, a me pare un segno importante del prestigio internazionale di cui gode attualmente la Mostra”.

E così anche l'87° edizione degli Oscar è stata archiviata. La copertina non può che essere per lui, Birdman, e non perché condivide ex equo il maggior numero di statuette vinte per quest'anno, ma perché si è accaparrato alcune delle più importanti: Miglior film, Miglior regia, Miglior sceneggiatura originale e Miglior fotografia. Il collega Grand Budapest Hotel (di Wes Anderson) invece si è “accontentato” degli Academy per i Migliori costumi (all'italiana Milena Canoneri), Migliore scenografia, Miglior trucco e il già citato Desplat.

Si è rotta (finalmente) la maledizione dei premi per The Imitation Game (di Morten Tyldum), adattamento cinematografico della biografia Alan Turing: The Enigma. Dopo la strapazzata subita ai BAFTA (9 nomination, 0 vittorie) e ai Golden Globes (5 nomination, 0 vittorie), agli Oscar è arrivata la statuetta per la Miglior sceneggiatura non originale consegnata a Graham Moore. Sul palco il giovane sceneggiatore di Chicago (classe '81) ha lasciato il segno con parole concise ma toccanti (Stay weird, stay different).

Forti del successo ai Globes, posso presumere che Boyhood (di Richard Linklater)  e La teoria del tutto (di James Marsh) sperassero di uscire dal Dolby Theatre con la pancia più piena. A ogni modo l'Oscar conquistato rispettivamente da Patrica Arquette (applauditissima da Meryl Streel e Jennifer Lopez dopo il suo discorso sulla parità dei diritti delle donne) come Miglior attrice non protagonista ed Eddie Redmayne come Miglior attore protagonista, non sono certo di seconda categoria, anzi. Quasi scontato l'altro premio femminile, andato a Julianne Moore (Still Alice), meno previsto quello consegnato a J. K. Simmons (Whiplash).

Birdman dunque ha vinto come Miglior film. C'erano pellicole che avrebbero meritato di più. A dispetto di un ottimo cast, il film non si discosta troppo dalla versione “attoriale” di The Wrestler (2008, di Darren Aronofski). E guarda a caso entrambi i protagonisti principali (di sicuro più Mickey Rourke di Michael Keaton) erano assenti da un pezzo dalle luci della ribalta e ancor più curioso, entrambi i lungometraggi “hanno scaldato i motori” in laguna.

Così, invece di esaltare un film fine a se stesso sui malesseri di una “povera star” che fa i conti con la superficialità del proprio passato e gli ingranaggi ingolfati del presente, sarebbe stato (forse) più utile "brindare" e riflettere sulla straordinaria figura del fisico Stephen Hawking e ancor di più sul dramma umano di Alan Turing, ghost-saver degli Alleati nella II Guerra Mondiale e “per questo” ricompensato nel modo più barbaro. Un'occasione persa visto e considerato che la discriminazione degli omosessuali è ancora all'ordine del giorno, a Hollywood come ovunque nel mondo.

Oscar 2015, il discorso di Graham Moore

Oscar 2015 - il regista Alejandro G. Iñárritu e Michael Keaton
Oscar 2015 - Meryl Streep, Jennifer Lopez e di spalle Jennifer Aniston

Oscar 2015 (da sx) J.K. Simmons (Miglior attore non protagonista), Patricia Arquette (Miglior attrice
non protagonista), Julianne Moore (Miglior attrice protagonista) ed Eddie Redmayne (Miglior
attore protagonista) © Ciak Magazine
Oscar 2015 - le toccanti parole dello sceneggiatore statunitense, Graham Moore
Arrivederci all'anno prossimo caro sig. Oscar... cheers!

domenica 22 febbraio 2015

La notte degli Oscar 2015

...è arrivata l'ora degli Academy Awards
Questa notte al Dolby Theatre di Los Angeles è di scena l’87° edizione dei premi Oscar, presentati per la prima volta da Neil Patrick Harris.

di Luca Ferrari

Quante statuette si porteranno a casa (se lo faranno) i due film da nove nomination ciascuno, Birdman, open movie alla 71° Mostra del Cinema di Venezia e il fin troppo sopravvalutato Grand Budapest Hotel? Faranno doppietta Globe-Oscar Eddie Redmayne e Julianne Moore? Parleremo dell’ennesimo trionfo di Meryl Streep, candidata come Miglior attrice non protagonista? Per sapere con esattezza i nomi dei vincitori e vinti dell'87° edizione dei premi Oscar, non resta che pazientare ancora qualche ora.

Non si può non cominciare dal Miglior film, unica categoria dove al posto del quintetto di palpabili vincitori c'è un ottetto. A dispetto del suo indubbio valore, le possibilità di vedere trionfare The Imitation Game (di Morten Tyldum) credo siano pari allo zero; il flop ai Globes è un segnale non indifferente, purtroppo. Analoghe chance di non-trionfo per Selma - La strada per la libertà (di Ava DuVernay), in questo caso però sarei il primo a non votarlo.

Sullo stesso piano invece American Sniper (di Clint Eastwood), Birdman (di Alejandro González Iñárritu), Boyhood (di Richard Linklater), Grand Budapest Hotel (di Wes Anderson) e La teoria del tutto (di James Marsh). Se i signori degli Academy però, fossero in vena volerci stupire senza chissà quali effetti speciali, allora potremo assistere al trionfo di Whiplash (di Damien Chazelle).

Molto aperta la partita per il Miglior film straniero con il polacco Ida (di Paweł Pawlikowski), l’estone Mandariinid (di Zaza Urushadze), il russo Leviathan (di Andrej Petrovič Zvjagincev), il mauritano Timbuktu (di Abderrahmane Sissako) e infine l’argentino Storie pazzesche (di Damián Szifrón).

Non mi sento di esaltarmi troppo per la cinquina del Miglior film d’animazione. Tra i titoli in gara auspico la non vittoria del “modaiolo” Dragon Trainer 2 (di Dean DeBlois), sperando al contrario nel successo di Boxtrolls – Le scatole magiche (di Graham Annable e Anthony Stacchi). Completano la griglia dei candidati: Big Hero 6 (di Don Hall e Chris Williams), Song of the Sea (di Tomm Moore) e La storia della principessa splendente (di Isao Takahata).

E visto che siamo in tema “animato” va ricordato che in questa edizione dei premi, verrà assegnato l’Oscar onorario a un personaggio che ha scritto la Storia di questo genere, ossia il regista giapponese Hayao Miyazaki (Il mio vicino Totoro, Principessa Mononoke, Il castello errante di Howl). Lo stesso riconoscimento verrà conferito anche allo sceneggiatore francese Jean-Claude Carrière e l'attrice statunitense Maureen O'Hara. Il Premio umanitario Jean Hersholt invece è stato attribuito al musicista newyorkese-attivista per i diritti civili Harry Belafonte.

Senza nulla voler togliere a Citizenfour (di Laura Poitras), Alla ricerca di Vivian Maier (di John Maloof e Charlie Siskel), Last Days in Vietnam (di Rory Kennedy) e Virunga (di Orlando von Einsiedel), l’Oscar per il Miglior documentario per quanto mi riguarda dovrebbe finire spedito fra le mani di Wilm Wenders e Juliano Ribeiro Salgado per il commovente Il sale della terra, sul fotografo brasiliano Sebastião Salgado.

Su il sipario ora sul “reparto direzione-scrittura”. Per l’impegno e la scelta non certo facile di girare una simile pellicola (Boyhood), sarebbe grandioso che a vincere la statuetta per la Miglior regia fosse Richard Linklater. Altre scelte che troverebbero il mio apprezzamento sono Bennett Miller per Foxcatcher e Morten Tyldum con The Imitation Game. Molto più hollywoodiani invece Alejandro González Iñárritu (Birdman) e Wes Anderson (Grand Budapest Hotel).

In pole position per la Miglior sceneggiatura originale i più che meritevoli Boyhood (Richard Linklater) e Foxcatcher (Dan Futterman e E. Max Frye). Standard il Birdman dei vari Alejandro González Iñárritu, Nicolás Giacobone, Alexander Dinelaris e Armando Bo. Senza troppe chance Dan Gilroy per Nightcrawler. A dir poco inspiegabile Grand Budapest Hotel con un Wes Anderson capace solo ed esclusivamente di clonare se stesso.

Sul fronte della Migliore sceneggiatura non originale poi, spero vivamente che non sia Jason Hall (American Sniper) a trionfare. Se la giocano gli altri quattro candidati: Graham Moore (The Imitation Game), Paul Thomas Anderson (Vizio di forma), Anthony McCarten (La teoria del tutto) e Damien Chazelle (Whiplash).

Veniamo infine agli attori e attrici, dando la precedenza al gentil sesso. Per la dolorosa tematica della pellicola interpretata, sarebbe grandioso se a prendersi la (seconda) statuetta fosse la francese Marion Cotillard (Due giorni, una notte). In lotta per il bis in carriera anche Reese Witherspoon (Wild). A trionfare però, a dispetto della concorrenza di Felicity Jones (La teoria del tutto) e Rosamund Pike (L'amore bugiardo – Gone Girl), credo che sarà la Julianne Moore "malata di Alzheimer" in Still Alice.

Per la cinquina di Migliore attrice non protagonista, attenti alla “depressa” Emma Stone di Birdman e Laura Dern in Wild. A contendersi il prezioso riconoscimento anche Patricia Arquette (Boyhood), Keira Knightley (The Imitation Game) e l’eterna Meryl Streep (Into the Woods). Delle suddette, la più debole appare l’attrice inglese. Una performance quella di Keira che difficilmente passerà alla storia.

Un autentico scontro fra titani l’Oscar per il Miglior attore protagonista. Con la sola eccezione di Bradley Cooper (American Sniper), sarà davvero un lavoro ostico scegliere un vincitore tra Benedict Cumberbatch (The Imitation Game), Eddie Redmayne (La teoria del tutto), Michael Keaton (Birdman) e Steve Carell (Foxcatcher). Per nulla ostile all’ex-Batman Burtoniano, per quanto visto preferirei che la statuetta andasse a uno tra Benedict, Eddie o Steve.

Resta però un mistero (e una vergogna) l'assenza tra i pretendenti allo scettro di Miglior attore del britannico Timothy Spall, grandioso interprete del pittore William Turner nell'omonimo Turner (2014, di Mike Leigh). Analogo discorso per la Pamela Travers di Emma Thompson, fantastica nel dare rigidità e inflessibile malinconia alla scrittrice di Mary Poppins nel commovente Saving Mr. Banks (di John Lee Hancock).

Nella lista del Miglior attore non protagonista figurano invece Edward Norton (Birdman), Ethan Hawke (Boyhood), Mark Ruffalo (Foxcatcher), J. K. Simmons (Whiplash) e Robert Duvall (The Judge). Simmons potrebbe essere la novità, Norton è solo da ammirare così come questo inedito Raffalo. Meno affilata la performance del comunque bravo Hawke.

Tra gli altri premi principali non può non saltare agli occhi la presenza dell'incredibile vicenda umano-spaziale di Interstellar (di Christopher Nolan), candidato a 5 premi Oscar: Miglior scenografia (Nathan Crowley), Miglior colonna sonora (realizzata dal mago Hans Zimmer), Migliori effetti speciali, Miglior sonoro e Miglior montaggio sonoro

Ci vediamo questa notte sulla pagina Facebook cineluk per gli aggiornamenti in tempo reale degli Academy Awards 2015.

il simpatico attore Neil Patrick Harris presenta gli 87° premi Oscar
A fianco di Reese Whiterspoon in Wild c'è Laura Dern
l'ingiustamente assente Timothy Spall, protagonista di Turner
Marion Cotillard, drammatica protagonista in Due giorni una notte
And the Oscar goes to...

giovedì 19 febbraio 2015

Selma, la marcia non graffia

Selma - la marcia sull'Edmund Pettus Bridge
E venne il giorno in cui la minoranza sfidò la dispotica autorità segregazionista. Nella cittadina di Selma, alla guida del corteo c'era Martin Luther King.

di Luca Ferrari

Stati Uniti, anni Sessanta. Gli afroamericani sono cittadini di serie B. Senza diritti. Senza rappresentanza politica. E se osano protestare, i manganelli (e non solo quelli) colpiscono senza pietà. Nel sud della cosiddetta “patria della libertà” svillaneggia pure il Ku Klux Klan, violenta falange di stampo razzista che uccide e impicca i negri senza alcuna conseguenza penale. A cercare di cambiare lo status quo è arrivato un uomo “novo”. Un pastore che predica la nonviolenza. Il suo nome è Martin Luther King.

Selma (2014, di Ava DuVernay). La misura è colma. Martin Luther King (David Oyelowo) è pronto a compiere il grande passo. Una marcia nello stato segregazionista dell'Alabama, da Selma a Montgomery per chiedere, anzi pretendere dal presidente Lyndon Johnson (Tom Wilkinson) una legge federale sui diritti degli afroamericani. Ma lì, ad aspettarli dall'altra parte dell'Edmund Pettus Bridge di Selma c'è la ferocia legalizzata della polizia, ben aizzata dal governatore Wallace (Tim Roth).

King è un uomo con le debolezze di chiunque. Ha molti nemici capaci di far male, Edgar Hoover (Dylan Baker), capo dell'FBI, incluso. Le studiano tutte per sfiancarlo, senza lesinare nemmeno minacce di morte alla sua famiglia. Lui però avanti. Una ariete Gandhiano alla testa di un popolo, degno di morire insieme ai bianchi nel Vietnam ma non meritevole di vivere in pace in patria.

Come tutti i colleghi, anche l'Edmund Pettus Bridge è un elemento di unione o separazione. Struttura architettonica o mentale. Nella storia recente tutti ricordiamo il ponte di Mostar (Stari Most), abbattuto dalla Forze Secessioniste Croate il 9 novembre 1993 nel corso della Guerra dei Balcani. Una dichiarazione mortale di insuperabile divisione con il mondo musulmano. Oggi quel ponte l'UNESCO l'ha ricostruito ma la Bosnia rimane una terra divisa.

E così anche a Selma, dove nel 2015 la gente di colore lo può attraversare senza paura di ritrovarsi legata e appesa a un albero, ma com'è palese dai recenti fatti di cronaca, il nero viene ancora discriminato negli Stati Uniti. Lì, come in Italia, dove al posto del Ku Klux Klan c'è il razzismo opportunista del partito politico della Lega Nord o peggio quello ancor più viscerale e violento di CasaPound.

La storia della segregazione razziale negli Stati Uniti non viene mai affrontata come e soprattutto quanto si dovrebbe. Si passa sopra e per più ragioni. Le più evidenti, il fatto che sia un nervo ancora (parecchio) scoperto e una realtà attuale (sebbene non certo ai livelli di cinquanta anni fa). Non va dimenticata poi la candida facciata che il governo a stelle e strisce vuole sempre ostentare, e guai se qualcuno prova a metterla in discussione.

"Non è con il cinema che si cancellano 400 anni di schiavitù e segregazione" analizza un anonimo e attento cittadino del mondo, "Si possono fare tutti i film del mondo sulla nonviolenza e sui vari leader afroamericani (Malcolm X e ora King) ma finché si continuerà a fare tiro a segno con i - negri – per le strade d'America, ben poco cambierà. Sembra che Hollywood si presti a dare una dignità agli Stati Uniti e quindi a proteggere un paese che di fatto è segregazionista e colonialista, mostrandoli al contrario sempre come i buoni, anche a costo di travisare la realtà.

Se Hollywood vuole porsi come modello educativo, allora farebbe bene a dire la verità una volta per tutte e non pensare solo ai soldi. Ma si sa che da sempre spettacolo e politica vanno a braccetto. Non a caso i regimi autoritari hanno sempre puntato sul cinema (vedi il fascismo, stalinismo e il ministro della propaganda nazista Joseph Goebbels e la sua passione per il grande schermo). Gli USA partono da una posizione privilegiata perché sanno che il loro cinema è globale. E ne approfittano".

Sono tanti gli spunti che Selma (2014, di Ava DuVernay) offre allo spettatore ma il risultato non è così forte come sarebbe stato lecito aspettarsi. Un altro pianeta rispetto al collega di filone 12 anni schiavo (2013, di Steve McQueen). A mancare a Selma infatti è proprio la bruta crudeltà di un sistema che uccideva senza pietà. E se per le coronarie degli spettatori più sensibili ciò è stata un'inaspettata sorpresa, resta la delusione di una mancata opportunità di osare nel nome dei diritti, di Martin Luther King e delle troppe vittime di colore.

Il trailer di Selma

Selma - Martin Luther King (David Oyelowo)
Selma - Lyndon Johnson (Tom Wilkinson) e Martin Luther King (David Oyelowo)
Selma - la marcia dalla cittadina di Selma a Montgomery

sabato 14 febbraio 2015

Gli esseri umani sono il sale della terra

Il sale della terra - foto di Sebastiao Salgado
L'uomo sente il mondo. Si batte per esso. Lo racconta. Wim Wenders documenta il fotografo brasiliano Sebastião Salgado, Il sale della terra (2014).

di Luca Ferrari

“Sono stato lontano/, ho visto il mondo soccombere ma questa è solo una mia personale opinione/... ho raccolto uno zaino con le loro promesse rinunciando a intervallare quelle menzogne/... quando la corrente mi chiese se avessi voluto un passaggio, la guardai disinvolto imparando a farmi rispettare anche dal silenzio” l.f. Docufilm di una vita dentro il viaggio. Il fotografo brasiliano Sebastião Salgado si racconta al regista Wim Wenders, è Il sale della terra (2014).

Un ragazzino come tanti diventa uomo. Si ritrova solo in una grande città. Incontra una donna e si sposa. Sono entrambi attivisti politici di sinistra. In epoca di brutale dittatura abbandonano il Brasile riparando a Parigi. Sebastiao Salgado è un giovane economista lanciato verso una sicura e pacifica carriera. Tutto cambia quando la moglie Lélia torna un giorno a casa con una macchina fotografica. Quell'oggetto cambierà la vita di entrambi per sempre.

Ha inizio il viaggio. Un lungo viaggio. Da quel momento Sebastiao è sempre stato in movimento. Non solo fisicamente. Superati i primi esordi, l'uomo va incontro all'uomo. Calpesta la sua terra. Ne condivide il fango. Quando realtà come “Medici senza frontiere” sono note a una esigua minoranza del mondo, lui è già lì, insieme a loro. Per raccontare il dramma della siccità etiope.

Come tutti i veri fotografi Salgado rischia anche sulla sua pelle. Giorno dopo giorno, scatto dopo scatto, la sua anima imbeve tutto il dolore che riesce a testimoniare su pellicola. Il tanto decantato Dopoguerra non è affatto un'epoca di pace e prosperità. È ancora una latrina piena di crudeltà e abusi dove i singoli perdono ogni giorno sempre più diritti e speranza. Le lamiere dell'orrore accecano l'essere vivente, rendendolo schiavo della droga passeggera.

“siamo tutti soli, e su questo vorrei poter essere smentito/... mi sono nascosto dentro un igloo a contare le farfalle di cui non ho mai provato a imparare nemmeno il nome/... mi fermo e gli alberi mi assecondano, questo non succede mai al di qua della tastiera... ho visto il mondo inghiottire mani senza lasciare al suo sguardo il diritto di tramandare almeno un gesto di pace...” l.f

Dalla fame di ricchezza nelle miniere brasiliane, passando per i campi profughi africani fino alle nascoste tribù amazzoniche, Sebastiao Salgado è sempre lì. Spostandosi nel panorama glaciale della Siberia e inseguendo le teorie Darwiniane in Oceania. L'opera di Wenders mostra anche il Salgado familiare, talmente legato al natio Brasile da investire tempo e danaro per ridare vita a una terra ormai prossima alla morte. Quella in cui è cresciuto. E poi donarla all'umanità.

Non capita tutti i giorni di poter vedere sul grande schermo le fotografie di Sebastiao Salgado. Wim Wenders ha voluto farci questo regalo. Sebbene più a suo agio dall'altra parte dell'obiettivo, il protagonista non parla alla telecamera. Comunica in modo naturale. Senza tanti artifici social-SEO arriva diretto al cuore dello spettatore, rimanendo in costante top list “SERPiana” dell'anima di ciascuno.

Dalle sofferenze dell'uomo alla bellezza del mondo naturale. Due facce della stessa medaglia. “il gigante qua non sono io, e non è neanche assolutamente come lo avevo immaginato/... non vedo liane con cui accorciare il mio cammino/, sento un richiamo che non tutti i miei sbagli sarebbero in grado di confondere/... voi non lo sapete, ma io mi sono appena allontanato... adesso però, vorreste proseguire il cammino insieme?” l.f

Ecco, vedi Il sale della terra e non puoi non cominciare a riflettere. Pensare a quello che dovrebbe essere la tua vita. Pensare a quello che conta davvero. Facendo sempre più pulizia di meschinità e sfruttamenti. Ecco, vedi Il sale della terra e ti senti chiamato in tutti i punti cardinali e puoi solo rispondere con speranza e azione. Ecco, vedi Il sale della terra e tutto il mondo ti sembra familiare nella sua diversità. Ecco, vedi Il sale della terra (2014, di Wim Wenders) e pensi che quando esalerai il tuo ultimo respiro, un nuovo arcobaleno darà un bacio al mondo per te.

Il trailer de Il sale della terra

Il sale della terra - foto di Sebastiao Salgado
Il sale della terra - il fotografo Sebastiao Salgado
Il sale della terra - foto di Sebastiao Salgado
Il sale della terra - foto di Sebastiao Salgado
Il sale della terra - il fotografo Sebastiao Salgado

mercoledì 11 febbraio 2015

Birdman, un supereroe di troppo

Birdman - Riggan Thompson (Michael Keaton)
Un attore da block-buster sulla via del tramonto cerca un difficile rilancio nel mondo teatrale. Un cast eccellente per il film di apertura di Venezia 71, Birdman.

di Luca Ferrari

Il bel tempo che fu ormai non c’è più. Ma più che bello si dovrebbe dire “della celebrità”. È quanto accade a Riggan Thompson (Michael Keaton), protagonista negli anni Novanta del supereroe alato Birdman, e ora a un passo dalla fine. Senza più un soldo e lanciatosi in una difficile carriera teatrale. La sua ultima chance di gloria è ormai relegata a uno spettacolo di Broadway.

Ad aggiungere complicazioni alla già pesante situazione, ci si mette l’arrivo del co-protagonista Mike Shiner (Edward Norton), la figlia uscita dalla disintossicazione Sam (Emma Stone) e Laura (Andrea Riseborough), anch’essa nello show, sua compagna da due anni e con buone probabilità di essere incinta.

Riggan convive da tempo con una voce, quella di Birdman, che senza peli sulla lingua lo stimola di continuo a riprendere la strada della fama superficiale, tralasciando la recitazione per un pubblico ricercato. Come se la vita non fosse già abbastanza dura, sulla sua strada c’è l’implacabile giornalista del Times,Tabitha Dickinson (Lindsay Duncan), decisa a stroncare lo spettacolo ancor prima di vederlo per il semplice fatto che “lei non è un attore, è una celebrità”. Dalla parte del protagonista, solo l’amico e produttore, Jake (Zack Gallinakis).

È il terzo millennio dove un filmato su Youtube virale vale più di mille pubblicità. A dispetto del suo odio per blogger e social network, lo scoprirà anche Riggan quando, causa banalissimo incidente, sarà costretto a correre in mezzo alla folla in mutande per ritornare in scena durante la prima dello spettacolo,

Scena ovviamente che sarà ripresa dagli smartphone dei vari passanti e puntualmente postata. Cambia la tecnologia ma non il motto in quel di Hollywood: “Non importa se si parla bene o male, l’importante è che se ne parli”. Lo diceva anche il morente Bela Lugosi al peggior regista del mondo Ed Wood (1994), in quella che fu la prima collaborazione Burton/Depp.

Ma non c’è solo lo show da portare avanti. Prima di andare in scena ci sono le vicende umane. Un padre (Riggan) che cerca di (ri)costruire il rapporto con la figlia. Un uomo (Mike) capace di essere sincero (e non stronzo) solo sul palcoscenico, erezioni sessuali incluse dalle quali nella vita normale è ormai avulso. Due donne (Laura e Lesley) che si confidano le proprie delusioni sentimentali arrivando a baciarsi, deluse e amareggiate dalla superficialità dei rispettivi partner.

Film di apertura della 71° Mostra Internazionale Cinematografica di Venezia, la pellicola ha ricevuto subito un convinto applauso alla proiezione inaugurale della stampa. A svettare su tutti, i siparietti tra il redivivo Keaton e Norton, quest’ultimo (quasi) sempre garanzia di qualità. Un cast corale abilmente orchestrato e dove New York non è che uno scorcio di case e grattacieli da una terrazza.

Un film, Birdman (2014, di Alejandro González Iñárritu) che non è solo uno spunto per tutti quei folli inseguitori delle luci della ribalta. Vale anche per i comuni esseri umani. Che dobbiamo fare? Cedere alla nostra foga interiore di volare sopra la massa sentendoci come divinità dai superpoteri oppure confrontarci con le difficoltà delle relazione umane e comprendere che la migliore delle recensioni possibili che potremo ottenere sarà l’affetto e l’onestà delle persone a noi vicine?

Un finale per nulla scontato. Birdman, un viaggio tra realtà, fantastico e metafora. Arriva un giorno in cui tutti avremo le luci puntate addosso. Puntate da noi stessi e dovremo allora capire se rifugiarci in surreali scorciatoie in attesa che il mondo intero si accorga di noi, oppure se decideremo di volare verso un nuovo capitolo della realtà. Comportandoci così come un vero supereroe.

Il trailer di Birdman

Birdman - Mike (Edward Norton) e Sam (Emma Stone)

mercoledì 4 febbraio 2015

Il nome del figlio, odissea nell'oblio

Il nome del figlio - Claudio (Rocco Papaleo) e Simona (Micaela Ramazzotti)
Il massacro relazionale italiano è servito a cena tra frustrazioni, segreti e rabbiose verità. Il nome del figlio (2015), gran burattinaia cerimoniale Francesca Archibugi.

di Luca Ferrari

Una serata come tante tra quattro vecchi amici e l'ultima arrivata si trasforma in un afoso nugolo di rancori e segreti rivelati, lasciando libero e rabbioso campo a inevitabili pensieri-preconcetti che da prassi non vengono mai sbattuti volgarmente in faccia al diretto/a interessato/a. Soffiano Idee(ologie) differenti, ma non abbastanza separatiste per cedere all'oblio collettivo o quanto meno alla propria onestà umana. Uno scherzo a oltranza ed ecco che l'apparente quiete borghese si fa più utopica di un contratto di lavoro a tempo indeterminato. Tratto dalla piece teatrale Le Prénom di Alexandre de La Patellière e Matthieu Delaporte, Francesca Archibugi dirige Il nome del figlio (2015).

Fragile e incurante delle più tragiche conseguenze del proprio operato, l'uomo è ciò che dice e costruisce. Il silenzio rimbomba come l'eco mortale di quelle tangenti intascate per risparmiare sulla solidità degli argini fino all'esondazione dei fiumi, e con tutto ciò che ne consegue. Per l'essere umano non c'è via di mezzo tra l'ipocrisia e la rabbia urlata. Non esiste confronto senza scontro emorragico. Nella quotidianità intellettual-borghese de Il nome del figlio va in scena il più tipico massacro italiano

Paolo Pontecorvo (Alessandro Gassmann) lavora nel campo immobiliare. È sposato con Simona (Micaela Ramazzotti) e stanno per avere un figlio. Quest'ultima, molto sempliciotta e provinciale, ha appena pubblicato un libro dal notevole successo commerciale. La coppia è attesa a cena da Betta (Valeria Golino), sorella di Paolo, e il marito Sandro (Luigi Lo Cascio), professore universitario sinistrorso e implacabile twittatore. A chiudere il quintetto dei commensali, il musicista Claudio (Rocco Papaleo), amico storico dei Pontecorvo & family.

Dai sorrisi politicamente corretti si passa ai diti puntati ed ecco gl'infeltriti maglioni da buon salotto  ergersi su piedistalli da cui s(e)parare ciò che è buono e ciò che è sbagliato.  Dentro di sé ognuno ha il proprio dirimpettaio verso cui sfogare le proprie frustrazioni. E pazienza se l'altro sarà ferito, l'importante è dimostrare di avere ragione (Sandro), continuare a ridere sotto i baffi (Paolo), mantenere una posizione di arbitro (Claudio) o peggio, accettare passivamente tutto questo con un'area di mancata beatitudine (Betta), per far si che nessuno accenda qualche riflettore lì dove non si dovrebbe.

Betta e Simona sono agli antipodi. Donna piangente la prima, capace solo di lanciare frecciate all'ormai frigido marito ma allo stesso tempo pronta a colpire senza pietà chiunque metta in discussione il suo inesistente (e sofferente) rapporto con la madre. Simona, invece a dispetto delle sigarette aspirate senza sosta in gravidanza, è molto più materna di quanto la sua apparenza non possa far pensare. Perfetto anello di congiunzione tra le zone d'ombra e la verità di un futuro che potrebbe essere migliore se solo i protagonisti ci provassero davvero. 

Nello scorrere de Il nome del figlio non c'è tempo per le riflessioni né per capire. Nel cinema come nella vita si punta al lieto fine sommando palafitte su fondamenta su palafitte senza badare ai troppi cimiteri. Fiero della propria ideologia, Sandro passa in un attimo sul piano personale, sminuendo e aggredendo Simona per poi riavvicinarsi con un minimo abbraccio e un tiepido chiedere scusa senza riflettere sulle proprie azioni. Troppo poco. Oggi è stato Il nome del figlio (2015, di Francesca Archibugi), domani sarà di certo qualcosa d'altro. È anche così che nel mondo non cambia mai nulla. 

Il trailer de Il nome del figlio

Il nome del figlio - Paolo (Alessandro Gassman) e Sandro (Luigi Lo Cascio)
Il nome del figlio - Simona (Micaela Ramazzotti) e Betta (Valeria Golino)
Il nome del figlio - Betta (Valeria Golino) e Sandro (Luigi Lo Cascio)
Il nome del figlio - Paolo (Alessandro Gassman)

venerdì 30 gennaio 2015

Tutto è possibile, la teoria di Stephen Hawking

La teoria del tutto - Stephen Hawking (Eddie Redmayne) e Jane (Felicity Jones)
La sfida impossibile di un uomo alla sua gabbia corporea. James Marsh affonda la telecamera di La teoria del tutto nella mente e nel cuore di Stephen Hawking.

di Luca Ferrari

Tutto è possibile. Quante volte abbiamo sentito ripetere queste parole, in particolar modo quando la vita riserva brutte sorprese. Se a tramandare questa breve frase però è una persona malata di atrofia muscolare progressiva, che è stata comunque capace di laurearsi, sposarsi, mettere al mondo tre figli, diventare uno dei più importanti astrofisici del mondo e comunicare mediante un sintetizzatore vocale, ossia Stephen Hawking, allora “forse” bisognerebbe davvero credergli.

James Marsh dirige La teoria del tutto (2014, The Theory of Everything), adattamento cinematografico della biografia Verso l'infinito (Travelling to Infinity: My Life With Stephen), di Jane Wilde Hawking.

Il ventunenne Stephen Hawking (Eddie Redmayne) è un ragazzo come gli altri. Brillante, certo. Un giovane geniaccio di Cambridge esperto in cosmologia. A una tipica festa universitaria incontra una ragazza, Jane (Felicity Jones). Scocca subito la scintilla. Lui, un fisico ateo. Lei, credente e specializzata in letteratura e poesia. Due universi umani si avvicinano e si amano. Il mondo è davanti a loro fino a quando il giovane si ammala gravemente, con la tragica prospettiva di avere davanti a sé solo due anni di vita.

Chiunque crollerebbe, e così pure Stephen. Non è soprannaturale. Vorrà anche svelare i misteri dei buchi neri ma è pur sempre una persona con sentimenti e paure. Giorno dopo giorno la sua salute peggiora, a cominciare dai movimenti e passando in sequenza dalle stampelle alla sedia a rotelle. Jane però non lo abbandona. Lo ama e lui ama lei. Restano insieme. Non “tutto” degenera nella carne di Stephen, tant'è che riescono a mettere al mondo due figli a poca distanz, più un terzo anni dopo.

Da una parte c'è lo scienziato che studia e lavora, dall'altra c'è l'uomo che ha intenzione di lottare e smentire le previsioni mediche. Così è, ma la vita familiare è dura, anche per la sua dolce metà alle prese con un marito e le ovvie difficoltà del tutto, più di figli che vedono nel padre soprattutto un giocoso adulto. Ad attenuarle la pesantezza della vita arriva il giovane vedovo Jonathan Hellyer Jones (Charlie Cox), direttore del coro della chiesa.

Jonathan è solo e nella famiglia Hawking trova un posto dove sentirsi amato e per Jane è una risorsa, oltre che di aiuto disico anche di supporto mentale. Gli anni passano e qualcosa s'incrina nella coppia. Stephen rischia la vita a più riprese. Deve subire una tracheotomia urgente e non riuscirà più a parlare se non grazie a un'apparecchiatura. Il supporto di una specialista a quel punto risulterà vitale, ed ecco dunque entrare nella sua vita la brillante Elaine Mason (Maxine Peake).

Non solo profondità e coraggio. Ne La teoria del tutto c'è posto anche per il più classico humour British, a cominciare dalla voce artificiale di Hawking che ha la cadenza americana e non inglese. O quando un professore russo, dopo aver ascoltato il giovane prodigio, prende la parola e dice: “Ero venuto qui convinto di ascoltare un sacco di sciocchezze. Devo ammettere che tornerò a casa deluso”. Anche il fedele amico Brian (Harry Lyod) ci mette del suo. Dopo essersi assicurato delle prestazioni sessuali di Stephen, mentre gli prende la sedia a rotelle lo depone tra le braccia di una statua della Regina Vittoria.

"La teoria del tutto è un film imperdibile" ha commentato il dott. Nicola Di Monaco, giornalista e docente universitario di Storia, "Una commovente storia d'amore tra scienza e sfida all'impossibile". Un film già vincitore di due Golden Globe, di cui uno a Eddie Redmayne per la sua straordinaria interpretazione di Hawking, e candidato a cinque premi Oscar. Un film capace di andare oltre i buchi neri, lo studio e la mera voglia di sopravvivenza. Un film dove la teoria della vita umana approda sempre e solo all'unica conclusione possibile: l'amore, eterno e mutevole.

Guarda il trailer di La teoria del tutto

La teoria del tutto - Brian (Harry Llyod) e Stephen (Eddie Redmayne)
La teoria del tutto - Jane (Felicity Jones) e Stephen (Eddie Redmayne)
La teoria del tutto (2014, di James Marsh)

martedì 27 gennaio 2015

L’azzimo Exodus di Ridley Scott

Exodus: dei e re - Mosé (Christian Bale)
Assenza di coprotagonisti, buchi esplicativi e un insignificante 3D. Voilà, l’anemico minestrone fantasy-religioso Exodus: dei e re (di Ridley Scott) è servito. 

di Luca Ferrari

Non è questo (…) il tempo ideale per i kolossal religiosi. Se ne faccia una ragione Ridley Scott e chiunque in mancanza d’idee voglia attingere a quella sceneggiatura senza troppi diritti d’autore che è il Vecchio Testamento. Exodus: dei e re (2014) è un’opera scialba, con troppi salti temporali e incapace di coinvolgere davvero lo spettatore, nemmeno ricorrendo al salvifico 3D. Un’opera di quasi 2,30 h. interamente “sbolognata” sulle spalle di Christian Bale (Mosè) che può davvero poco di fronte a un simile scenario dal biblici sbadigli.

Antico Egitto. Da 400 anni gli ebrei sono schiavi senza diritti dei malvagi egiziani. In tutto questo tempo il loro dio (Yahweh) ha avuto altro cui pensare (forse a programmare il Medioevo, ndr). D’improvviso però quest’ultimo non riesce più ad accettare la situazione e a dispetto del suo straordinario potere (è Dio d’altronde), si manifesta all’ateo Mosè, figliastro del Faraone e ora scacciato perché scoperto ebreo, incaricandolo più o meno di guidare la rivolta del proprio popolo.

Ridley Scott da troppo per scontato. Un paio di didascalie esplicative a inizio film crede che bastino per spiegare qualcosa che, nutro seri dubbi, a Bangalore così come a Osaka o Tokyo, possano conoscere bene. Un incidente naturale capitato a Mosè, così come potrebbe avere chiunque scivoli per le scale, lo mette in contatto con l’Altissimo e grazie a lui troverà il modo di prendersi una lunga pausa da moglie e figlio, destinazione la liberazioe della sua gente. Perché lui non lo desiderava, infatti. O meglio: si e no. Era alla ricerca di qualcosa/qualcuno cui obbedire per sentirsi in dovere di farlo.

Quasi sessanta anni fa venne girato I dieci comandamenti (1956, di Cecil B. De Mille) con la coppia Charlton Heston/MosèYul Brynner/Ramesse a scontrarsi per davvero. Una vera epopea con effetti speciali capaci di toccare lo spettatore. Saltando fuori dalla storia umana e relazionandosi con l’essere divino. Sebbene originale la scelta di Scott sul come raffigurare il Creatore, a tradirlo è proprio la sua stessa fisionomia. E da architetto dell’universo si fa intransigente e capriccioso vendicatore.

Un flop anche le scene clou, come il passaggio tra le acque del Mar Rosso o l’arrivo dell'angelo sterminatore (o chicchessia), colui il quale uccide tutti i primogeniti egiziani; in Exodus: dei e re non si capisce proprio. Mosè minaccia Ramses con la flemma di un vate sotto acido, mentre l’altro ricambia con urletti tardo-adolescenziali. Arriva il momento. Muoiono bambini, incluso il futuro faraone. La macabra predilezione però può essere realmente compresa solo chi ha letto qualcosa del Vecchio Testamento o quanto meno ha visto I dieci comandamenti.

Se Mosè “Hood” riesce a barcamenarsi tra azioni “Longstridiane” e strategia, per nulla convincente è l'ex-fratello Ramses (Joel Edgerton). Impiccagioni a parte, la sua presunta rabbia non fa proprio breccia. Per nulla propenso a credere a maghi e simili a differenza del padre Seti (John Turturro), gli basta aver annusato qualcosa di personale nella predilezione sull’imminente guerra contro gli Ittiti, per avere sensazioni spiacevoli e cominciare a guardare Mosè con sospetto.

A dir poco insignificanti le presenze femminili, con Sigourney Weaver (Tuya) a Golshifteh Farahani (Nefertari) al limite del mutismo. La prima odia Mosè. Il perché però non viene detto. È così e basta. Qualche (dolce) parola in più per la bellissima Maria Valeverde (Zipporah, la moglie di Mosè). Spettatori, più che attori non protagonisti, anche “l’Aragorniano” (per l’aspetto) Aronne (Andrew Tarbet) e Giosuè (Aaron  Paul). Qualche cenno di vita in più per Nun (Ben Kingsley).

Immancabile una considerazione di tipo prettamente logico. Vedere come migliaia d’anni fa i re si affidassero a presagi interpretati da qualificati maghi sulla base di sangue colato e visceri vari, fa comprendere quanto poco sia cambiato il mondo. Ancor oggi i regnanti despoti dirigono con opportuni fili un’umanità a dieta stretta di autostima e disposta, dopo accurato lavaggio di cervello, a inginocchiarsi miseramente dinnanzi a storie variegate che hanno tutte in comune un unico grande obbiettivo: la loro schiavitù.

Il popolo ebraico supera l’esame di egiziano e parte per la sua terra promessa. Ci vedranno come invasori, dice Mosè rispondendo alla domanda su cosa accadrà una volta lì arrivati. È ancora così. Nel 2015 il popolo “eletto” è ancora visto in questo modo dai cugini arabi. Oggi, nel 2015, la Palestina è ancora una valle di sangue senza che nessuno intervenga. Né Dio né i nuovi dei della guerra o della pace

In un’epoca (cinematografica) infine dove si spaccano film in due per portare più allocchi davanti al grande schermo annacquando sceneggiature che funzionerebbero anche in un unico viaggio, in Exodus: dei e re sarebbe stato il caso di farlo. Ma a giudicare da quanto visto, meglio che il “dente” sia stato tolto con un unico intervento. Unica nota dolce, la dedica finale del regista al fratello e collega Tony (1944-2012), anche se forse si sarebbe meritato qualcosa di meglio come opera alla sua memoria.

il trailer di Exodus: dei e re

Exodus: dei e re - Nun (Ben Kingsley)
Exodus: dei e re - Mosé (Christian Bale) eZipporah (Maria Valeverde)
Exodus: dei e re - Ramses (Joel Edgerton)

venerdì 23 gennaio 2015

American Eastwood, (a)gli ordini della guerra

American Sniper - Chris Kyle (Bradley Cooper)
Implacabile cecchino e patriota. Letale tiratore e assassino. Chi è Chris Kyle? Clint Eastwood e Bradley Cooper lo raccontano in American Sniper (2014).

di Luca Ferrari

Un uomo come tanti fino agli attentati delle ambasciate statunitensi verso la fine degli anni Novanta. Poi il senso del dovere e di protezione dei più deboli (americani) ben inculcato dal rigido padre, fanno dell'uomo un soldato devoto. E così addio a rodei e facili conquiste femminili, si entra nei Navy SEAL. Clint Eastwood dirige American Sniper (2014), film basato sull'autobiografia del cecchino Chris Kyle (1974-2013).

Gli equilibri (e i nervi) a stelle e strisce sono saltati. Dopo l'Afghanistan è arrivato anche il momento di attaccare l'Iraq. E nella crociata per la libertà di George W. Bush rientra anche Chris (Bradley Cooper), in partenza per la sua prima missione. Lì, nel “regno del terrore” Husseiniano (alleato degli USA fin quando era "necessario" gassare gli iraniani, ndr), la sua incredibile mira gli farà guadagnare un soprannome degno di qualche Marvelliano supereroe. Sarà chiamato Leggenda dai suoi commilitoni, il diavolo di Ramadi dai suoi nemici che gli piazzeranno sulla testa anche una ricca taglia.

Clint Eastwood non è certo un novizio in fatto di pellicole belliche. Questa volta prò il regista si è limitato al proprio dovere. Non si espone né da giudizi. È sul grilletto della prima uccisione di Kyle in terra irachena quando un ragazzino sta per lanciare una granata contro l'esercito americano. Lui è appostato su di un tetto ed è lì per una missione: proteggere i propri soldati. L'esitazione umana è comprensibile ma alla fine il dovere ha un solo interlocutore: il fuoco.

Abituati a qualche maggior spunto riflessivo, Eastwood si trincea abilmente dietro le pagine autobiografiche del protagonista, senza minimamente penetrare dentro una guerra-farsa iniziata con menzogne propinate al popolo americano e al mondo intero sulle presunte armi di distruzione di massa di Saddam Hussein. Lasciando per di più l'onere delle riflessioni al mero essere umano e i suoi inevitabili flashback una volta rientrato a casa. Senza il benché minimo dubbio morale sul proprio operato in Iraq.

Chris è un bravo marito e padre affettuoso. Si è sposato con Taya (Sienna Miller). Insieme hanno avuto due figli. Nel proprio ambito lavorativo è un eroe, eppure questo non basta. Per un uomo abituato a vedere il mondo dentro un mirino, una festa di compleanno di bambini che adrenalina potrà mai dargli? Sembra una domanda retorica e antipatica, ma è così. Vale per i militari come per i reporter di guerra. Il sangue è una droga e la realtà è sfasata. Alterata.

Dalla quiete del ritrovato Texas all'implacabile sabbia mediorientale. Come una pallina di ping pong Kyle vive gli estremi dell'esistenza umana. La dolcezza dell'amore e la sofferenza della più atroce delle follie umane. Le direttive paterne sono ancora forti dentro di sé. Kyle non è in Iraq per la propria bramosia ma non intende restare in disparte mentre i propri connazionali muoiono. Kyle è partito volontario per difendere gli Stati Uniti. In Iraq esegue solamente gli ordini. Le stesse parole che ripetevano i gerarchi nazisti a Norimberga.

Il trailer di American Sniper

American Sniper - Chris Kyle (Bradley Cooper) e Taya (Bradley Cooper)
Bradley Cooper e il regista Clint Eastwood sul set di American Sniper

lunedì 19 gennaio 2015

Alan Turing, il gay che sconfisse Adolf Hitler

The Imitation Game - Alan Turing (Benedict Cumberbatch)
Dalle imprese anti-naziste all'umiliazione della castrazione chimica perché omosessuale. The Imitation Game, la tragica storia di Alan Turing.

di Luca Ferrari

Ha decifrato un codice indecifrabile. Ha salvato milioni e milioni di vite. A ostilità terminate però, non c'è stata nessuna medaglia per il matematico inglese Alan Turing ma l'accusa di omosessualità e conseguente castrazione chimica. E così, l'uomo che contribuì in modo inoppugnabile a far vincere gli Alleati nella II Guerra Mondiale gettando allo stesso tempo le basi per il moderno computer, ha finito per suicidarsi all'età di 41 anni. Il regista norvegese Morten Tyldum ne racconta la storia in The Imitation Game (2014).

Un'adolescenza scandita tra solitudine, doti intellettive fuori dal comune e bullismo fecero di Alan Turing (Benedict Cumberbatch) uno dei migliori matematici della sua generazione. Nel corso della II Guerra Mondiale, quando tutto era ancora in ballo, i nazisti usavano una particolare macchina per le loro comunicazioni, il codice Enigma. Qualcosa che nessuno era in grado di decifrare. Caratteristica letale, il fatto che ogni giorno vi fosse un'impostazione nuova rendendo così i precedenti sforzi di comprensione del tutto inutili.

Alan allora si presenta dal Comandante Alastair Denniston (Charles Dance) per candidarsi all’arduo lavoro. All'idea però di fare squadra con altri colleghi, Turing non è per niente entusiasta. Le cicatrici della gioventù sono ancora vivide. Non si fida di nessuno. Non vuole nessuno accanto a dispetto dell'effettiva disponibilità altrui. Ad aumentare la sua antipatia, il fatto che non sia lui il capo del team ma lo scacchista Matthew Goode (Hugh Alexander).

Mal tollerato dal comandante Denniston che vorrebbe sbatterlo fuori, Alan procede per la sua strada, convinto che solo una macchina possa fare quello che l'uomo non è in grado. Con l'aiuto del capo dei servizi segreti dell'MI6, Stewart Menzies (Mark Strong), che intercede per lui con Winston Churchill in persona, riesce a farsi mettere alla testa del gruppo di geniacci, cacciandone inoltre via due ritenuti poco qualificati e di scarso rilievo. Il lavoro però è tanto e servono altre quattro mani capaci. Attraverso un test iniziato con un cruciverba pubblicato sul giornale arriva Joan Clarke (Keira Knightley).

La storia fa il suo corso. Le più brillanti menti dei sudditi di Sua Maestà arrivano a scoprire l'inscopribile anche se, e qui è il dramma, non potranno semplicemente anticipare le mosse dei nazisti se no verranno scoperti. Arriva il momento delle scelte, lasciando alcuni morire e altri vivere. Ma questo è l'orrore delle guerra. Un orrore inevitabile. Ciò che invece poteva essere evitato è l'umiliazione per un uomo che fece così tanto per il tracollo della dittatura Hitleriana.

La regia si alterna tra presente e passato. Complice un furto nella propria casa e l'indagine dello zelante detective Nock (Rory Kinnear), il mite Turing si ritrova al comando di polizia dall'altra parte della scrivania a doversi giustificare per il proprio orientamento sessuale, lasciando poi spazio all'epilogo più tragico. Non basta la ritrovata amicizia con Joan, prima sposata per convenienza di entrambi e poi deragliata, a dargli la forza per accettare quest’ignobile punizione medievale.

Tyldum entra nei rifugi antiaerei della Londra sotto attacco. Ci mostra la frenetica corsa contro il tempo per fermare la macchina di morte tedesca. E quando la casualità si fa rivelatrice, è un tripudio di gioia ma, come si vedrà, anche di dolore. In mezzo a tutto questo, a una guerra poi finita e una normalità riguadagnata, c'è ancora una volta il dramma del diverso. Picchiato ed emarginato.

A distanza di pochissimo tempo sono sbarcate sul grande schermo due pellicole britanniche capaci di trattare in modo del tutto differente la discriminazione degli omosessuali. Pride (2014, di Matthew Warchus) e ora The Imitation Game (non va dimenticato che oltre agli ebrei, le deportazioni di massa furono “aperte” a tutti gli omosessuali). Due pellicole alla fine delle quali non ci si può non chiedere quale sia il grande male recato all'umanità da persone che provano pulsioni per esseri umani del loro stesso sesso.

 Il trailer di The Imitation Game

The Imitation Game - Turing (Benedict Cumberbatch) e il Com. Denniston (Charles Dance)
The Imitation Game - Joan (Keira Knightley) e Alan (Benedict Cumberbatch)

mercoledì 14 gennaio 2015

Exodus dalla realtà

Exodus: Dei e Re (2014, di Ridley Scott)
Angeli sterminatori. Mari che si aprono. Univoche morti primogenite. Ma quale Tolkien, il genere horror-fantasy fu inventato dall'Antico Testamento.

di Luca Ferrari

Ma quali Alan Moore, Stan Lee, Algernon Blackwood, Bob Kane, Frank Miller, J.R.R. Tolkien e tutte quelle penne del grandioso immaginifico, il primo grande ideatore, produttore e distributore di genere fantasy fu l'Antico Testamento (continuato poi col sequel del Nuovo), capace di creare miti con cui lavare per bene il cervello all'umanità, rendendola schiava del dolore nel nome di un chissà quale paradiso. Una fantasia talmente ben architettata da collocare l'essere umano in secondo piano, lasciandolo inginocchiato al cospetto dell'invisibile.

Il genere religioso è tornato di moda sul grande schermo. Dopo il penoso Noah (di Darren Aronofsky con Russel Crowe, Anthony Hopkins e Jennifer Connelly), in un mix di fiaba campestre e folle viaggio in un'inspiegata dimensione primordiale, ora è il turno di un altro polpettone in salsa hollywoodiana, Exodus: Dei e Re (di Ridley Scott con Christian Bale nella parte di Mosè). Un film che puzza parecchio di remake de I dieci comandamenti (1956, di Cecil B. DeMille con Charlton Heston e Yul Brynner).

Il 2015 vede un mondo ancora lacerato da conflitti, povertà e sfruttamento. In tutto questo però la religione fa da incredibile collante tra le genti, capace di scatenare odio e guerre nonostante gli appelli dei tanti (?) buoni pastori. E sebbene nel terzo millennio in molti abbiano ancora difficoltà ad accettare che nella stessa terra viva qualcuno di credo diverso, con la stessa naturalezza sono convinti che un tizio armato di bastone abbia liberato un popolo dopo immani secoli di schiavitù (per di più camminando in mezzo alle acque del Mar Rosso) o un altro sia tornato in vita dopo essere stato selvaggiamente torturato e ucciso.

Il Mosè RidleyScottiano però deve essere all'altezza dei tempi, dove il look è fondamentale. Niente coperta da straccione dunque, ma una fiera armatura con cui uccidere i malvagi egizi guidati dal fratellastro faraone Ramses (Joel Edgerton). E poi, grandiosa la frase pronunciata nel trailer: “Tu dici di essere un dio, lui ha dalla sua parte Dio” ad alimentare questo invulnerabile alleato che ora fa il “Maverickiano” fico nell'aiutare Mosè, per secoli però si è fatto allegramente i comodi suoi.

Oggi un film come Exodus: Dei e Re può al massimo aspirare a presentarsi come kolossal fantasy, con l'ambizione di portarsi a casa qualche statuetta per gli effetti speciali il prossimo 22 febbraio, lasciando il vero realismo a pellicole di ben altro spessore come La Trattativa di Sabina Guzzanti, film presentato nella sezione "Fuori Concorso" della 71° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Oggi al mondo servono mani e non preghiere.

Nel bell'articolo-intervista “Mosè? Una contraddizione, violento e pacifista” realizzato da Andrea Carugati sul mensile Best Movie di gennaio, dove apre il microfono al protagonista Christian Bale, l'attore premio Oscar da una lettura molto particolare del liberatore, definendolo “un soldato che combatteva per la libertà e contemporaneamente un terrorista che sosteneva di agire esclusivamente nel volere di Dio, declinando ogni responsabilità”. Ecco la parola chiave: responsabilità. Il divino è l'alibi perfetto per l'essere umano. Debole, e per questo bisognoso di affidare agli altri le ragioni delle sue azioni brutali.

Si, certo. Andrò a vedere Exodus: Dei e Re, con lo stesso approccio che ho quando m'imbatto negli Avengers o gli X-Men. Assistere a un racconto di pura fantasia con tutte le possibili ripercussioni sulla realtà. In questo caso però è tutto molto diverso, e soprattutto opposto. La realtà esiste già ed è quanto di peggio ci possa essere stato (…) per secoli. Oggi il mondo è ancora schiavo di miti e leggende. E di quelle parole con cui Delios (David Wenham) spronava il proprio esercito, orfano dei 300 valorosi spartani, per piegare l'invasore persiano: "Quest'oggi noi liberiamo il mondo dalla tirannia e dal misticismo e lo accompagniamo in un futuro più radioso che si possa immaginare", che cosa è rimasto? Solo un'altra farsa. Solo un'altra virulenta menzogna.

Exodus: Dei e Re - Mosè (Chistian Bale) e Ramses (Joel Edgerton)