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giovedì 13 agosto 2015

Pixels, i nerd salvano il mondo

Pixels - Violet (Michelle Monaghan), Sam (Adam Sandler) e Ludlow (Josh Gad)
Mr Gremlins/Goonies Chris Columbus ci riporta negli anni '80 a suon di videogames e Pixels con un gruppo di nerd chiamati a salvare il pianeta dall’invasione aliena.

di Luca Ferrari

La bicicletta. Il banchetto della limonata davanti a casa. La sala-giochi. I gettoni. Negli anni Ottanta per scoprire il mondo bisognava uscire di casa. Non c’era internet né gli smartphone. Le persone si guardavano negli occhi prima di conoscerle. Quegli eroi dimenticati stanno per prendersi i giusti riflettori, con la collaborazione di una minaccia aliena formato Pixels (2015). 

Chi si può chiamare per sventare una minaccia extraterrestre pronta per annientare la Terra a base di videogiochi anni '80? Semplice quei ragazzini (ora “cresciutelli”) che all'epoca erano dei veri fuoriclasse di manopole e pulsanti. È esattamente quello che succede nella riuscitissima commedia Pixels (2015) diretta da uno che di “anni Ottanta” se ne intende assai. Il suo nome è Chris Columbus, sceneggiatore dei cult Gremlins e I Goonies, di cui quest'anno si è celebrato il trentennale.

Sam Brenner era un piccolo fenomeno dei videogiochi. Durante il primo campionato del mondo dei suddetti però, si dovette inchinare alla bravura (…) di Eddie Plant. Oggi Sam (Adam Sandler) è un modesto installatore di apparecchi elettronici di una ditta dall'emblematico nome Nerd. Ciliegina sulla torta, sua moglie lo ha mollato per quel medico che li stava seguendo per avere un figlio.

È durante il suo lavoro che incontra il colonnello Violet Van Patten (Michelle Monaghan), in profonda crisi sentimentale poiché rimpiazzata da una diciannovenne nel “cuore” dell’ormai ex-marito. L’atmosfera si fa subito tenera salvo poi cedere a un battibecco che puzza già di innamoramento, proseguito di lì a poco nella Casa Bianca. Presidente degli Stati Uniti infatti è il corpulento William Cooper (Kevin James), compagno di merende & videogames Ottanteschi di Sam, nonché capo di Violet.

La minaccia è seria. Di quella capsula spedita dalla NASA nello spazio con immagini della vita terreste (inclusi i videogiochi) infatti, alcune forme di vita le hanno prese per una dichiarazione di guerra e ora si stanno preparando a rispondere. Ogni battaglia è in una nuova città. Ecco dunque il Taj Mahal atccato in India, Hyde Park di Londra e le strade di New York City. Ovviamente i terresti hanno le classiche tre vite (di una volta), e non certo il comodo reset dei giochi moderni da premere e ripremere comodamente sul proprio divano.

Per far fronte a tutto ciò i Navy Seals non sono certo la risposta adeguata, neanche se ad addestrarli si mettono Sam e un altro genio dei videogiochi, il paranoico Ludlow Lamonsoff (Josh Gad), innamorato fin da bambino di Lady Lisa (la protagonista del videogame Dojo Quest), passata dai pixels in carne e ossa con le fattezze della modella Ashley Benson. Visto l'aumentare delle difficoltà però, sebbene non troppo gradito, sarà reclutato anche Eddie (Peter Dinklage), al momento dietro le sbarre per illeciti finanziari.

Inutile negarlo. Per chi è stato adolescente durante gli Eighties, sarà un tuffo nei ricordi più innocenti al momento di rivedere i vari i Pac-Man, Donkey Kong, Space Inavders e soprattutto le sale giochi. Posti questi in cui “si socializzava e si incontravano ragazze carine”, come spiega con non poca ironia Sam al giovane Matty (Sam Linz), figlio di Violet.

In epoca di remake & sequels, Pixels è una divertente ventata di originalità. Fattosi le ossa al Staurday Night Live grazie anche a divertenti imitazioni, oggi Adam Sandler è un affermato attore. La sua presenza in shorts e vestito d'arancione dinnanzi ai pezzi grossi della Casa Bianca è a dir poco esilarante, per non parlare degli scontri verbali con il marziale ammiraglio Porter (Brian Cox) e il caporale Hill (Sean Bean) dei SAS britannici. Notevole anche l’accento assurdo del Primo Ministro (Penelope Wilton) in salsa Thatcheriana

Comicità della collaudata coppia James/Sandler a parte, sono da gustarsi alla grande i cameo della numero 1 del mondo del tennis mondiale, la statunitense Serena Williams, supportata nel finale dalla celeberrima conduttrice televisiva Martha Stewart, richieste espressamente da un incontro da uno di quei nerd che oggi hanno salvato il mondo intero.

L’ho sempre sottolineato. Non sono un fan del 3D. Salvo quale rarissima eccezione è solo fumo negli occhi per sopperire alle falle della sceneggiatura, non di meno fa lievitare non poco il prezzo del biglietto. La mia reticenza a vedere Pixels nasceva proprio da questo elemento poi per un caso fortuito e il desiderio folle di sedermi davanti al grande schermo alla fine ho deciso di recarmi e lo ammetto, è stata una sorpresa.

Una sorpresa che avrebbe potuto tranquillamente fare a meno dell’effetto tridimensionale. Non solo la storia si regge benissimo in piedi da sola, ma avrei preferito una visione normale anche tributo a quell’epoca perduta che non potrà più tornare indietro a discapito di un’invasione tecnologica ormai a dir poco esasperata. Un’epoca dove un tramonto lo si guardava e basta. E l’unico ricordo era quello della nostra memoria e nel racconto a voce.

Il trailer di Pixels
Pixels (2015, di Chris Columbus) - i terresti opposti a Pac-Man
Pixels (2015, di Chris Columbus) - il temibile Donkey Kong
Pixels - il coraggioso Sam Brenner (Adam Sandler)
Pixels - l'infido Eddie Plant (Peter Dinklage)
Pixels - Eddie (Peter Dinklage), Lady Lisa (Ashley Benson) e Ludlow (Josh Gad)

mercoledì 12 agosto 2015

Incontri ravvicinati di cinema all’aperto

Incontri ravvicinati del terzo tipo (1977, di Steven Spielberg)
Cinema all’aperto al Grande Albergo Ausonia & Hungaria del Lido di Venezia. Per tutto il mese d’agosto, proiezioni dal venerdì alla domenica (h. 21).

di Luca Ferrari

Il cinema all’aperto è tornato al Lido di Venezia. Dai campioni d'incasso Avatar e The Avengers ai cult Spielberghiani E.T. l’extraterrestre e Incontri ravvicinati del terzo tipo. Sono solo alcuni dei titoli presenti nella rassegna cinematografica che si terrà al Lido di Venezia a partire da venerdì 14 agosto presso il rinomato Grande Albergo Ausonia & Hungaria.

Lido di Venezia, terra di cinema. Una volta forse, quando in questi pochi km (12) galleggianti il territorio era "tinteggiato" da più cinema all’aperto. Oggi ve n’è solo uno, classico chiuso, l’Astra. E la stessa Mostra del Cinema, poco amata dalla maggior parte dei residenti, è un mondo a parte. Confinato in uno spazio definito senza alcun legame. Un bagliore nel quasi cine-nulla.

Da due anni poi, Venezia è orfana del cinema all’aperto in campo San Polo. La musica però, anzi la visione per fortuna è cambiata. A riportare la settima arte en plen air ci ha pensato il Grande Albergo Ausonia & Hungaria in collaborazione con la Municipalità del Lido-Pellestrina, allestendo un cinema all’aperto e proponendo una rassegna durante i weekend lunghi del mese di agosto. Un appuntamento che si spera possa diventare una costante nelle future estati veneziane.

Si comincia con la magica animazione di Gianni Trotter.Venerdì 14 agosto è di scena la meraviglia dei Corti, quindi la sera di ferragosto i grandi premi internazionali con:

  • Pierino e il lupo (di Suzie Templeton), Premio Oscar 2008
  • La gazza ladra (di Lele Luzzati e Giulio Giannini), Premio Oscar 1966
  • Florian et Malena (di Anita Killi) 1° Premio dei Festival Internazionali di Annecy, New York e Berlino
  • Manipulation (di Daniel Greaves), Premio Oscar 1992

Cinema d’oltralpe invece domenica 16 con Azur e Asmar (2006, di Michel Ocelot). Dal 21 al 23 agosto è di scena il cinema fantascientifico. Un viaggio in tre cult che hanno fatto la storia di questo genere, segnando generazioni che ancora oggi tornano bambini nel vedere siffatte avventure. Un trend questo che si protrarrà anche nel weekend successivo con la visione di pellicole più recenti.

  • Venerdì 21 agosto: Frankenstein Junior (1974, di Mel Brooks)
  • Sabato 22 agosto: Incontri ravvicinati del terzo tipo (1977, di Steven Spielberg)
  • Domenica 23 agosto: E.T. l’extraterrestre (1982, di Steven Spielberg)

Se con il sig. Brook le risate sono assicurate, con i due film di Spielberg , prossimamente di nuovo sul grande schermo con il politico Il ponte delle spie (protagonista Tom Hanks), si rischia di esagerare con la commozione. Sono passati quasi quarant’anni da quegli incontri ravvicinati e più di trent'anni dallo sbarco alieno più innocente che ci sia, ma una lacrimuccia ci scappa semore. Spazio poi a:

  • Venerdì 28 agosto: Guida galattica per autostoppisti (2005, di Garth Jennings)
  • Sabato 29 agosto: Avatar (2009, di James Cameron)
  • Domenica 30 agosto: The Avengers (2012, di Joss Whedon)

Avatar
è attualmente il film che deteniene il recordo d’incassi della storia del cinema. L’emblema di un mondo che premia gli effetti speciali (incredibili, non c’è che dire) a dispetto di una storia vista e stravista, versione digitale del pluri-premiato Balla coi lupi (1990, di Kevin Costner).

In epoca di dominio dei cinecomics, non poteva mancare un film della suddetta scuderia. La scelta è caduta su quello che forse è il migliore: The Avengers. Un film che fu una sfida ma grazie a una sceneggiatura degna di questo nome, permise di uscirne alla grande in particolare grazie allo scontro di personalità tra l’ironico ed egocentrico buono Iron Man (Robert Downey Jr.) e il megalomane assetato di conquista Loki (Tom Hiddleston).

A chiudere l’appuntamento con il cinema sotto le stelle, spettacolo di Lanterna Magica di Gianni Trotter con musiche di Rosaria De Filippis.

Al costo di 5 euro, i biglietti sono acquistabili un’ora prima della proiezione direttamente presso il cinema dell’hotel; 8 euro per il solo evento finale. Biglietti in omaggio per coloro che acquisteranno prima della proiezione uno o più libri della casa editrice El Squero. Ogni sera infine, prima della proiezione, vi sarà una sigla con le animazioni realizzate da Lorenzo Bussi e musiche realizzate da Rosaria de Filippis

Cinema all'aperto al Lido? SI... PUÒ... FARE!!!

Frankenstein Junior (1974, di Mel Brooks)
The Avengers - il perfido Loki (Tom Hiddleston)
E.T. l'extra-terrestre - la piccola Gertie (Drew Berrymore) bacia E.T.
Avatar (2009, di James Cameron)

martedì 11 agosto 2015

Bend it like Beckham (2002), lottare per vincere

Bend it like Beckham - Jules (Keira Knightley) e Jess (Parminder Nagra)
Dal mondo anglo-panjabi di Bend it like Beckham (2002), na lezione sempre attuale di carattere, rispetto, cambiamento e vittorie da conquistare sul campo da calcio.

di Luca Ferrari

Una nuova amicizia, un grande sogno comune e la Londra multietnica d’inizio millennio. Sono questi gli ingredienti della frizzante commedia anglo-panjabi Sognando Beckham (2002, di Gurinder Chadha). Tra lacrime, forza di volontà e impegno, due ragazze lottano contro pregiudizi razziali e di genere, decise a realizzare i gol decisivi nelle rispettive vite. O meglio, il sogno che diventa esaltante realtà.

In casa Bahmra tutto è quasi pronto per le nozze della figlia maggiore Pinky (Archie Panjabi) con il belloccio Teetu (Kulvinder Ghir). Il matrimonio però rischia di andare a monte quando i futuri e rigidi suoceri vedono sua sorella Jesminder detta Jess (Parminder Nagra) baciarsi pubblicamente con un giovanotto inglese. O almeno così sembra. Nulla di più sbagliato. Il “maschietto” altri non è che Juliette detta Jules (Keira Knightley), compagna di squadra di calcio di Jess, con cui si sta solo amichevolmente salutando con un abbraccio.

Oltre a essere una studentessa modello e rispettosa dei genitori, Jess infatti è una calciatrice eccezionale. È proprio Jules a scoprirla dopo averla vista giocare al parco in mezzo a dei ragazzi. Una ragazza sikh però che gioca a calcio non è troppo ben vista, ancor meno dai genitori che infatti vengono tenuti all’oscuro di tutto ciò. Sebbene con le dovute differenze, anche Jules ha il suo bel da fare, alle prese con una madre superficiale che preferirebbe vederla formosa e fidanzata che non in tenuta sportiva.

Sostenute in tutto e per tutto dal loro allenatore irlandese Joe (Jonathan Rhys Meyers), Jess e Jules hanno un solo obiettivo: raggiungere la finale del torneo e impressionare un osservatore americano venuto appositamente per reclutare giovani talenti da portare negli Stati Uniti dove il calcio femminile ha un vero campionato e una lega professionista (quest’anno gli USA hanno vinto il Mondiale femminile, ndr). Per le due ragazze però, le prove sul campo non saranno le uniche sfide che dovranno affrontare.

Primi ostacoli, lo scarso supporto delle famiglie. Preoccupato del sicuro razzismo che si troverà a dover vivere  in campo la figlia, Mohaan Singh Bhamra (Anupam Kher), il padre di Jess, spiega a Joe di come lui venne emarginato nei club inglesi nonostante fosse un campione di cricket. Paula (Juliet Stevenson) invece esce di testa quando crede che la figlia Jules sia omosessuale salvo poi, scoperta la "etero-verità", uscirsene con un imbarazzante “Io per esempio tifavo Martina Navratilova come se fosse una normale”.

Tra fine anni Novanta e primi anni Duemila il calcio inglese tornò a lasciare il segno. Emblema glamour di tutto questo, David Beckham, l’ala destra del Manchester United, sposato con Victoria “Posh” Adams della pop band Spice Girls. Ben amalgamando modernità, integrazione e sogni giovanili, il film lanciò definitivamente l’inglese Keira Knightley, raccontando una storia di attualità e affrontando temi come l’integrazione e il sessismo.

Non solo spunti di riflessione però, in Sognando Beckham c’è spazio anche per le risate, a cominciare proprio dalle prime battute quando Jess nella sua cameretta sogna di giocare nel Manchester United a fianco dei vari Beckham, Giggs e Scholes. E dopo l’ennesimo successo, ai microfoni in studio dell’ex-calciatore Gary Lineker arriva la madre (Shaheen Khan) che invece di ostentare felicità, non gradisce affatto che la figlia mostri le gambe scoperte a tutto lo stadio, chiudendo poi con una memorabile romanzina in lingua panjabi.

E qui miei cari lettori, finisce la parte del film. Ma prima di cominciare l’analisi personale della pellicola, non posso non scrivere due righe sul titolo, orrenda e faziosa trasposizione italiana. Jess infatti non è una smorfiosa che sbava per il fisico di David Beckham ma una ragazza decisa che gioca a calcio divinamente, proprio come il campione dei Red Devils. Non è un caso che il titolo originale sia Bend It like Beckham, ossia “Curvalo (il pallone, ndr) come Beckham” e non un ruffiano e adolescenziale “sognando Beckham”.

Detto ciò, entriamo dentro il film facendo una premessa. Nello stesso anno di uscita della pellicola io mi trasferii a vivere a Firenze per lavoro. Dopo pochi mesi di coabitazione con altri tre ragazzi, per inaugurare la mia nuova abitazione, un mini-monolocale molto spartano, scelsi di farmi la tessera di una vicina videoteca e la prima vhs noleggiata fu proprio Sognando Beckham. Se dunque Jess era alla ricerca di una nuova vita per seguire le proprie ambizioni sportive, io nel capoluogo toscano stavo facendo lo stesso con la scrittura. Qui sbarcato per dare un senso costruttivo a tutta quella massa di parole che vorticose si aggiravano dentro di me.

Era la prima volta che vivevo da solo. Era la prima volta che avevo un pc portatile (che ribattezzai proprio Jasminder; lo so, fa molto nerd – ndr). Era la prima volta che provavo davvero ad andare oltre il mero sogno conficcato nella mia mente. Ricordo ancora che il film mi piacque a tal punto che per rendere meno monotono lo jogging del mattino presto, mi comprai un pallone da calciare nelle strade isolate, anche in sandali per il gran caldo, e arrivando una volta in ufficio con le dita dei piedi insanguinate.

Dopo le prodezze del Drugo ne Il grande Lebowski, la mia estate cinematografica 2015 è dunque proseguita con la visione di Sognando Beckham. E aldilà dell’immancabile voglia di tornare in Inghilterra che puntuale il film mi scatena sempre, la mia frase preferita è sempre quella del sig. Bahmra, subito dopo aver assistito alla vittoriosa performance della figlia sul campo da gioco, e dicendo senza più paura a parenti e alla moglie stessa:

Io non voglio che Jesse debba soffrire. Non voglio che faccia lo stesso sbaglio che ha commesso suo padre di subire la vita senza reagire. Io voglio che combatta e voglio che vinca perché l'ho vista giocare ed è bravissima. Io dico che nessuno ha il diritto di fermarla”. E poi aggiungendo un toccante, “Due figlie fatte felici in un giorno. Che altro può volere un padre?”.

Jess ha avuto carattere ma tutto ciò poteva non essere sufficiente. Ha trovato in Jules un’amica con cui affrontare le sfide calcistiche. Ha trovato in Joe “quell’esterno” capace di mettere le persone giuste nel posto giusto (osservatori internazionali). Ovviamente poi è toccato a lei metterla nel sacco e fare la sua parte, ma non era sola. Lei ci è riuscita. A dispetto degli sforzi fatti, la maggior parte di noi non troverà mai il proprio happy end “SognandoBeckamiano”.

Ad alcuni di noi resta solo l’amarezza di aver lasciato lievitare i propri sogni senza aver creato alcuna base solida. Senza incontrare nessuno che li condividesse. Ad alcuni di noi, nella migliore delle ipotesi, resta il dvd originale di Sognando Beckham (Bend It Like Beckham – 2002, di Gurinder Chadha) da guardarsi ogni tanto e magari trarre quell’ispirazione per svegliarsi la mattina dopo e gettare le basi per lanciare un giorno un urlo di trionfo nella propria vita.

Il trailer di Sognando Beckham

... guardandosi Sognando Beckham in dvd
Sognando Beckham - Jess (Parminder Nagra) con tre amiche smofiosette
Sognando Beckham - Jess (Parminder Nagra) e la sorella Pinky (Archie Panjabi)
Sognando Beckham - Jess (Parminder Nagra) e Jules (Keira Knightley)

mercoledì 5 agosto 2015

Il grande Lebowski, i 10 insegnamenti di Drugo

Il grande Lebowski - Jeffrey "Drugo" Lebowski (Jeff Bridges)
A scuola di vita da Il grande Lebowski (1998, dei fratelli Coen). 10 grandi insegnamenti direttamente dal protagonista Drugo (Jeff Bridges).

di Luca Ferrari

Agosto 2015, l’ennesima estate dominata dai battibecchi politici, crisi economica e la sempre più spaventosa disoccupazione. L'aspetto più sordido è che c’è gente pagata per non far cambiare nulla, e lo fa alla grande senza che una massa inferocita cambi il corso della nazione. E da bravo specchio della realtà, anche il cinema di massa rispecchia questo piattume cerebrale proponendo valanghe di effetti speciali, modelli in veste di supereroi, filoni triti e ritriti.

Così, in attesa di tornare in sala e vedermi qualcosa di davvero notevole o quanto meno simpatico come il recente Spy con l'inedita coppia Melissa McCarthy-Jason Statham, ho pensato fosse ora di rimettermi a vedere Il grande Lebowski (1998, di Ethan e Joel Coen), con la speranza ovviamente che nessun regista in crisi di identità prenda spunto da questo articolo e pensi bene di farci il remake (anche se sono certo presto o tardi accadrà).

Si, ho deciso. Invece di spendere il mio tempo a scattare inutili selfie per dimostrare al mondo che esisto e che insieme a i miei tanti amici hashtag ci divertiamo un mondo a regalare un bel ciaone a chiunque non sappia far altro che stare davanti a uno schermo, ecco, ho preferito sprofondare sul pavimento della mia abitazione, inserire il dvd de Il grande Lebowski prestatomi dal mio compare e godermelo alla grande.

Sebbene questo cult anni '90 lo abbia visto mostruosamente in ritardo rispetto all’uscita, l’ultima volta che ci posi gli occhi sopra fu ai tempi di una lunga trasferta in terra di Sua Maestà. Questa volta però l’effetto è stato diverso e per la prima volta sono andato oltre la mera simpatia per Jeffrey Lebowski detto Drugo (Jeff Bridges), riflettendo sul fatto che il suo modo di vivere da dissennato fancazzista forse non è poi così folle né sbagliato.

E visto che va tanto di moda piazzare elenchi numerati nei propri articoli (per chi non lo sapesse è solo una marchetta spudorata a Google che in questo modo indicizza meglio quanto scritto), allora anch’io ve ne "appioppo" una. Riguardo che? Semplice, le 10 ragioni per cui apprezzo Lebowski o meglio ancora, i 10 insegnamenti di Drugo:

1) Lealtà: il Drugo ha due amici fidati, il mite Donny (Steve Buscemi) e il reduce del Vietnam neo-ebreo instabile Walter (John Goodman) ma anche dalle conoscenze più superficiali viene considerato bene. Tratta la gente con rispetto. Non alza mai la voce se non quando è davvero incazzato ma alla fine tutto si risolve con un Woodstockiano abbraccio

2) Anti-carrierismo: in Italia e in un certo modo civilizzato ci hanno abituato che o sei un vincente o sei un fallito. Il Drugo se ne sbatte. Si fa la propria vita. Prende la vita per quello che è e anche se non potrà andare ad Aspen a sciare d’inverno o sulle spiagge di Acapulco a nuotare, chi se frega, si può sorridere e vivere lo stesso

3) Passioni condivise: il bowling. Anch’io come il Drugo ho una passione sportiva che condivido con amici, il ping-pong che gioco soprattutto con il proprietario del dvd de Il Grande Lebovski. Ogni pre-durante-post partita è tutto un insulto e una riflessione. Una scuola di vita onesta e per di più gratis (dove gioco io non si paga)

4) Coraggio: neanche di fronte a un poliziotto fascista o ai criminali che lo scambiano per il Lebowski riccone si fa intimidire. Si ritrova con la testa dentro il water o per terra dopo essersi preso un portacenere in testa. Le prende ma non si scompone e non si fa piegare. Non è un duro ma se riceve qualche pugno non si mette a piangere

5) Fuori dal gregge: un uomo che ammette candidamente di fronte al potente imprenditore del porno Jackie Treehorn (Ben Gazzara), che gli sta facendo un “pippone” sull’autoerotismo virtuale, di “farsi ancora le seghe con la mano” è, se non da ammirare, quanto meno da stimare per il suo pensare fuori dal coro

6) I sette di Seattle: a letto con la bella Maude (Julianne Moore), le racconta ciò che ha fatto nella vita. Nel suo curriculum risulta la militanza tra I sette di Seattle. Non da spiegazioni su chi fossero e nemmeno io posso saperlo ma dal nome m’immagino qualcosa di cazzutamente indimenticabile (e in più quella città io la adoro)... e infatti così è!

7) Un vizio ci deve essere: ok, magari si fumerà (e si sarà fumato) qualcosa di troppo ma un vizio ci sta nella vita. E anche se sono due, ma chi l’ha detto che bisogna sempre fare tutto in nome del sacrificio e del salutismo più estremo? Ecco appunto, proprio nessuno, quinti un po’ di relax

8) Fanculo rock star spaccone: in passato Drugo ha fatto il tecnico del suono per i Metallica in tour, band che critica senza mezzi termini definendoli "una manica di stronzi". Opinione che condivido pienamente

9) Principi: non spende soldi né dal barbiere né dal tappezziere, però quando dei nichilisti gli urinano in casa per colpa delle scappatelle della moglie del suo omonimo, non ha problemi ad andare ad affrontare il potente Jeffrey Lebowski (David Huddleston) che lo schernisce senza tanti complimenti, ritrovandosi quest’ultimo però con un tappeto in meno alla fine del colloquio

10) Placida attesa: mai stato un fan del motto orientale “siediti sulla riva del fiume e aspetta il cadavere del tuo nemico”. L’ho sempre reputato un’emerita cazzata di chi non vuole agire e lascia al destino il compito di sbrigare le proprie faccende. Sarà che il mondo è sempre più una delusione ma alle parole del protagonista stesso “Drugo sa aspettare”, mi ci sono insolitamente e istintivamente ritrovato…

… e che la vita scorra pure allora, con e senza di me.

Il finale de Il grande Lebowski

Il grande Lebowski -
Drugo(
Jeff Bridges), Donny (Steve Buscemi) e Walter (John Goodman)

martedì 28 luglio 2015

Still Alice, in contatto con la vita

Still Alice - Lydia (Kristen Stewart) e sua madre Alice Howland (Julianne Moore)
Malata precoce di Helzheimer, la professoressa Howland continuerà a credere e lottare per la sua vita. Still Alice (2014, di Richard Glatzer).

di Luca Ferrari

Alice Howland sta per andare a correre sulla spiaggia insieme all’amato marito John. Prima di andare però, un piccola sosta bagno. Alice scende le scale e inizia ad aprire tutte le porte. Non si ricorda più dove sia la toilette. Non capisce più dove si trovi. I suoi pantaloni aderenti da jogging si bagnano come se fosse una neonata. È il dramma di una cinquantenne affetta dal morbo di Halzehimer. È il dramma di Still Alice (2014, di Richard Glatzer).

Forte. Sicura di sé. In carriera, madre premurosa e moglie fedele. Una vita al limite della perfezione quella della dottoressa Alice Howland (Julianne Moore). Poi un giorno qualcosa non torna. Da una parola dimenticata a un mondo sfuocato. È l’inizio di un precoce morbo di Alzheimer. È l’inizio di una vita su cui si perde il controllo. Giorno dopo giorno il cervello la svuota dei ricordi senza che la volontà possa far nulla.

Alice Howland insegna alla Columbia, una delle più rinomate università degli Stati Uniti. È brillante. I suoi corsi sono tra i più seguiti del campus. Non è da meno il marito John (Alec Baldwin), affermato medico. A chiudere il quadretto familiare, i tre figli Anna (Kate Bosworth), Tom (Hunter Parrish) e Lydia (Kristen Stewart). Quest’ultima è la meno avvezza a una vita sicura, inseguendo i propri sogni di attrice sulla West Coast.

Nell’oliato meccanismo familiare qualcosa però si è inceppato. Qualcosa per certi versi peggiore anche di un cancro. Alice ha notato qualcosa che non va. Una affaticamento. Una sensazione di non capire più dove sia. Un termine che proprio non vuole saperne di uscire. Consulta un neurologo e dopo qualche esame la diagnosi è quanto di più infausta si possa immaginare: una forma rara e precoce di Alzheimer.

Alice è una combattente e non si arrende di certo, però piange. Ha paura. Ha paura di vedere la sua amata vita scomparire dalla sua mente. E quando a natale Tom si presenta con la nuova fidanzata subito salutata da Alice, una volta seduta a tavola pochi minuti si ripresenta a lei come se non l’avesse mai vista prima. Lydia sembra l’unica ad accorgersi di quello che sta realmente accadendo.

Dimenticate le inquietudini vampiro-licantropesche della saga di Twilight e archiviato il mediocre Biancaneve e il Cacciatore, la giovane Kristen Stewart torna a far parlare per quel solo argomento che dovrebbe riguardare chi fa la sua professione: un buon film. Dalla tipica figlia minore ribelle, Lydia si fa sempre più materna verso la propria mamma finendo per abbandonare Los Angeles e il suo agente per starle vicino via via che la malattia si fa sempre più grave.

La sua sofferenza così come i propri segreti li affida alle parole di un diario. Si prende parole dalla sorella maggiore ma la sua forza è evidente, e al momento del bisogno si dimostrerà più decisiva anche dello stesso padre che a dispetto della richiesta di Alice di prendersi un anno sabbatico per vivere insieme quello che potrebbe essere il suo anno cosciente, finirà comunque per accettare un nuovo e importante lavoro lontano da casa.

Sono anni che Julianne Moore (classe ’60) è considerata una delle migliori attrici in circolazione eppure era incredibilmente a secco di riconoscimenti ufficiali “in casa”, avendo trionfato al contrario a Berlino, Venezia e Cannes. Con la sua performance di Still Alice invece si è portata casa Critics' Choice Movie Award, BAFTA, Golden Globe per la Miglior attrice in un film drammatico e premio Oscar 2015 come Miglior attrice protagonista.

I suoi occhi a metà strada tra desolazione, rabbia e determinazione sono quelli di una donna che potrà anche non riconoscere più i suoi figli ma non intende svanire come un granello di sabbia inghiottito dalla tempesta. Lei è decisa ad affrontarlo questo uragano silenzioso che giorno dopo giorno le sta cancellando la memoria. Lei cammina fiera dentro le invisibili onde dell'oblio.

Il trailer di Still Alice

Still Alice - Alice Howland (Julianne Moore) e il marito John (Alec Baldwin)

venerdì 24 luglio 2015

Spy è un film sulle spie, cazzo!

Spy – l’agente segreto Susan Cooper (Melissa McCarthy)
Il suo nome è Cooper, cazzo, Susan Cooper (Melissa McCarthy). Inesperta-implacabile agente segreto nella divertentissima commedia Spy (2015, di Paul Feig).

di Luca Ferrari

Inesperta. Goffa. Senza autostima. Innamorata senza essere ricambiata. La persona ideale da far passare inosservata e avvicinare pericolosissimi terroristi. Il suo nome è Cooper, Susan Cooper (Melissa McCarthy). Se il mondo cinematografico freme nell’attesa di vedere la quarta prova di Daniel Craig nei panni di James Bond nel prossimo Spectre in uscita il 6 novembre, al momento ci si può fare grasse risate con il divertente Spy (2015, di Paul Feig).

Bradley Fine (Jude Law) è l’uomo di punta della CIA. Indomito, affascinante e impeccabile nel portare a termine le sue missioni. Ad aiutare a svolgere il suo compito, direttamente dalla sede operativa dei Servizi Segreti c’è Susan, il suo orecchio. Colei che grazie ai sofisticatissimi sistemi tecnologici gli dice tutto quello che deve sapere per la propria incolumità.

C’è di più. Lei è innamorata di lui, e nel classico degli amori impossibili Fine manco se ne accorge e anzi, arriva perfino a regalarle un allucinante collanina a forma di dolcetto. Tutto però cambia quando viene freddato dalla spietata terrorista bulgara Rayna Boyanov (Rose Byrne). Un fatto che sconvolgerà a tal punto la timida Susan da farla entrare in azione sul campo. Una decisione questa che sarà avvallata dalla stessa capa dell’agenzia Elaine Crocker (Allison Janney) mandando così su tutte le furie il più navigato e scafato Rick Ford (Jason Statham).

Ha inizio così un viaggio che porterà la neo-spia a confrontarsi direttamente con Rayna tra Parigi, Roma e infine nell’est europeo. A darle manforte, il collega anglo-romano Aldo (Peter Serafinowicz), l’amica inesperta Nancy/Amber Valentine (Miranda Hart), senza dimenticarsi dell’onnipresente Ford, anche se più che aiutarla, finirà per creare ulteriori casini e incazzarsi con lei.

Fate largo, Paul Feig ha trovato una nuova coppia da urlo. Dopo aver già diretto Melissa McCarthy in Le amiche della sposa (2011) e Corpi da reato (2013), questa volta le ha messo a fianco un rude partner a dir poco perfetto. E non stiamo parlando del bel Jude Law (che ha già il suo alterego cinematografico in Robert Downey Jr. nella coppia Sherlock Holmes & Watson) ma di Jason Statham (The Snatch, I Mercenari, Fast & Furious 7).

Rick Ford è il classico incazzoso. Non sente ragioni. Si fa come dice lui o manda tutti affanculo. E a farne le spese è ovviamente Susan che ovunque vada, se lo ritrova sempre tra i piedi, dovendosi sorbire ogni volta un nuovo elenco di tutte le sue (presunte) imprese da spia. Epica la volta in cui gli venne staccato il braccio sinistro e dice, se lo ricucì con la destra.

A funzionare a dovere nell’ingranaggio di Spy (finalmente anche in italiano il titolo è rimasto tale e quale), è anche  Rose Byrne (Troy, X-Men l'inizio, Gli stagisti). La sua Rayna ha una vera ossessione per la propria capigliatura. Nonostante Susan le salvi la vita, la tratta sempre come una povera mentecatta, brutta e incapace di indossare un vestito decente. Dice che le ricorda una povera vecchietta bulgara e in parte sua madre (un mostro), subito mollata dal padre dopo il concepimento.

Ad amalgamare il tutto, altri ottimi comprimari a cominciare dalla capa della CIA che per le missioni sotto copertura impone a Susan identità e nomi da autentica sfigata della middle class americana, e pure la collega di ufficio Nancy, che pur di sacrificarsi per la missione arriva a interrompere un concerto del rapper 50 Cents (se stesso), saltandogli addosso come una fan ninfomane.

In quest’estate torrida, Spy (2015, di Paul Feig) rappresenta un’autentica oasi di puro divertimento da godersi tassativamente nel fresco dell’aria condizionata del cinema. Sarebbe bello credere che sarà un’opera unica ma a giudicare dall’incredibile feeling dimostrato sul grande schermo, è molto probabile che rivedremo ancora Melissa McCarthy e Jason Statham insieme in qualche nuova cazzutissima missione.

Guarda il trailer di Spy
Spy – le agenti segrete Susan Cooper (Melissa McCarthy) e Nancy/Amber Valentine (Miranda Hart
Spy – l’agente segreto Rick Ford (Jason Statham)
Spy – la spietata Rayna (Rose Byrne)

mercoledì 22 luglio 2015

Lo squalo dell’opportunismo

Martin Brody (Roy Scheider) alle prese con Lo squalo 
A quarant’anni dallo sbarco al cinema, Lo squalo (1975, di Steven Spielberg) continua a "uccidere" grazie al fondamentale e opportunista contributo della razza umana.

di Luca Ferrari

Non esiste tragedia mortale dove l’uomo non abbia dimostrato e dimostri la sua natura più bieca e opportunista. Che si tratti di un’aggressione o l’evitare un disastro naturale, nessuno vuole mai prendersi la responsabilità di mettere la sicurezza dell’essere umano dinnanzi al profitto. Quarant’anni dopo il suo debutto al cinema, Lo squalo (Jaws, 1975, di Steven Spielberg) si aggira ancora affamato tra i mari del nostro egoismo per darci la più dolorosa delle lezioni.

Lo squalo - In concomitanza con la festa del 4 luglio, nella placida isola turistica di Amity sta per cominciare la stagione balneare. Da poco si è insediato il nuovo capo della polizia, Martin Brody (Roy Scheider), arrivato direttamente da New York. Rispetto alla Grande Mela però qui non c’è traccia di omicidi né di rapine. Un impiego decisamente tranquillo fin quando la giovane Christine Watkins (Susan Backlinie) non viene rinvenuta morta sulla battigia, pare in seguito all’incontro con uno squalo durante un bagno notturno.

All’epoca gli effetti speciali erano qualcosa di molto artigianale e per salire in cattedra ci voleva una vera storia, l’esatto contrario dell’oggi (vedi il penoso Mad Max Fury Road, al contrario incensato da una critica superficiale e troppo concentrata sul fumo). Ma se la maggior parte degli occhi del pubblico e della critica furono e sono ancora puntati sulle mascelle del pescecane, c’è un altro dettaglio ancor più inquietante. Un elemento capace di fare un’autentica mattanza, al cinema come nella realtà.

Torniamo a inizio film, quando si diffonde la notizia dello squalo assassino, per altro in principio mascherata (la ragazza morta, dicono le autorità civili, è deceduta per un contatto con un’elica). Viene convocata una riunione d’emergenza durante la quale Brody annuncia di voler chiudere le spiagge finché il mostro non sia messo nelle condizioni di non nuocere più. Ma al primo e inevitabile sussulto-rimbrotto dei commercianti che vedono a rischio la loro economia, che cosa fa il vile sindaco Vaughn (Murray Hamilton)? Corregge il tiro e specifica che trattasi di un solo giorno.

Ecco il punto. La paura di perdere anche un solo cliente (elettore) fa diventare ciechi. Ognuno pensa a se stesso e se poi qualcuno ci dovesse rimettere la vita, pazienza, tanto non toccherà certo a me. Anche a L’Aquila in quel fatale 2009 sarà successo qualcosa di simile? La zona sismica era nota ma piuttosto che rinunciare a guadagnare qualche soldo con le costruzioni, che cosa fecero i decisionisti? Se ne fregano, fino a quando ovviamente la tragedia non colpisce spietata.

E anche nella pellicola Spielberghiana andrà esattamente in questo modo. Nonostante il parere del tutto contrario dell’oceanografo esperto di squali Matt Hooper (Richard Dreyfuss), la spiaggia apre secondo copione ed è a disposizione di tutti. Nessuno però si tuffa ancora in acqua. È allora lo stesso Vaughn a spingere i bagnanti in questa direzione. Un banchetto davvero invitante per lo squalo che infatti nel canale limitrofo attacca, uccidendo questa volta due persone, tra cui un bambino e rischiando di far fare la stesa fine al figlio di Brody.

Il dio denaro/potere è più forte della morte. Che speranze avrebbe un sindaco di essere rieletto nel caso decidesse di chiudere le spiagge di una località balneare sebbene la scelta fosse dettata per il bene della comunità? Forse nessuna certo, ma intanto più di un padre e una madre non si ritroverebbero a piangere disperati la perdita del loro unico figlioletto.

Neanche dinnanzi a questo spettacolo di morte la logica ha la meglio sull’interesse ed è solo grazie alla spinta decisa di Brody che il sindaco acconsente a stanziare la somma richiesta (10.000 dollari) dall’esperto e solitario cacciatore di squali Quint (Robert Shaw) per mettersi sulle tracce del killer marino e abbatterlo. Una missione pericolosa nella quale sarà accompagnato da Hooper e lo stesso capo della polizia. Ha inizio così una grandiosa caccia in mare aperto.

Basato sull'omonimo romanzo di Peter Benchley, Lo squalo fu il film che consacrò Steven Spielberg, portandolo in seguito a firmare altri epici cult tra cui I predatori dell'arca perduta (1981), E.T. L'extra-terrestre (1982), Jurassik park (1993) e Schindler’s List (1993). Oggi però, dinnanzi al costante sfruttamento umano, non riesco neanche più a godermi Lo squalo per quello che è. A fare da padrona nel corso della visione è la metafora di una realtà senza happy end e decisa a ripetere sempre gli stessi errori nel nome del proprio opportunistico tornaconto, lasciando che le carcasse umane senza più vita si ammassino sulla sabbia sporca di sangue.

Il trailer de Lo squalo

Lo squalo - Hooper (Richard Dreyfuss), Brody (Roy Scheider) e Quint (Robert Shaw)
Lo squalo - bagnanti in fuga dall'acqua

venerdì 17 luglio 2015

Ted 2, un milione di modi per morire di noia

Ted 2 - John (Mark Whalberg), Ted e l'avvocato Jackson (Amanda Seyfried)
Gag e scorrettezze già viste. Mark Whalberg sotto tono. Seth MacFarlane non va oltre il compitino in Ted 2 con la sola eccezione di una grandiosa Amanda Seyfried.

di Luca Ferrari

Scialbo e con poca voglia di osare. Avete presente quei film tanto incensati che ti promettono grasse risate e poi in fin dei conti te ne esci dicendo: si ok, vabbeh, bella quell'intuizione e poi? Ted 2 (di Seth MacFarlane) è esattamente questo. Politicamente scorretto ma senza chissà quali gag da strapparsi i capelli e tutto basato sul carisma stralunato di Amanda Seyfried, già diretta dal regista nel mediocre Un milione di modi per morire nel West (2014).

Film nuovo, vita nuova. Se nel primo Ted (2012, sempre diretto da MacFarlane) la telecamera era maggiormente incentrata sull'anomala (e sboccata) amicizia tra un orsacchiotto e l'amico John Bennet (Mark Whalberg) che in virtù di un desiderio espresso da bambino vide prendere vita il proprio peluche, in questo sequel la vicenda affronta tempi più maturi seppur non rinunciando alla goliardia.

Ted ora è sposato con la bionda Tami-Lynn (Jessica Barth) e dopo le gioie dei primi tempi, la coppia scivola nei classici e banali litigi fino a che per risolvere i loro problemi decidono di avere un figlio (opinabile, ndr). Ovviamente c'è il piccolo problema che un peluche non può certo ingravidare una donna, così pensano a un donatore. Tutto sembra volgere al meglio fino a quando Ted si vede negare il diritto di essere umano, ribattezzato “oggetto”.

Ha inizio così una battaglia legale per dare a Ted ciò che gli spetta, il diritto a venir considerato una persona. E per farlo, non avendo troppi mezzi, i due amici si affidando all'inesperta ma determinata Samantha Leslie Jackson (Amanda Seyfried). In principio scartata senza mezze parole, sarà un suo particolare vizio curativo a farla salire vertiginosamente nei gusti dei due querelanti.

Tra camei di Morgan Freeman, Sam Jones (lo storico Flash Gordon) e soprattutto Liam Neeson (anch'esso nel cast di Un milione di modi per morire nel West), la pellicola fa il suo dovere senza chissà quale picchi comici. Amanda Seyfried (Mamma mia, Cappuccetto rosso sangue, Les Miserables) è la grande novità, mentre le scurrilità di Ted non aggiungono nulla di nuovo a quanto visto nel primo film o nelle serie televisive animate realizzate dal regista (I Griffin, American Dad). Il punto è che da uno come MacFarlane ti aspetteresti qualcosa di più.

Gradito ritorno infine con tanto di orrendo parrucchino, quello del viscido e frustrato bidello Donny (Giovanni Ribisi), deciso questa volta a scoprire il segreto della vita di Ted per produrlo in serie e farne avere uno a tutti i bambini del mondo. Altra presenza ben riuscita, il gay Guy (Patrick Warburton) che insieme al suo compagno si divertono a umiliare i nerd durante una convention in stile Comic-Con.

Il trailer di Ted 2

Ted 2 - Ted alla banca del seme
Ted 2 - la voce originale dell'orsacchiotto di peluche nonché regista Seth MacFarlane
Ted 2 - Tami-Lynn (Jessica Barth) e il marito Ted

giovedì 16 luglio 2015

Premio Mattador, gli sceneggiatori del domani

Premio Internazionale per la Sceneggiatura Mattador
Venerdì 17 luglio nelle Sale Apollinee del Teatro La Fenice a Venezia saranno premiati i vincitori del 6° Premio Internazionale per la Sceneggiatura Mattador.

by Luca Ferrari

Aprire ai giovani le porte del cinema, questa la missione del Premio Mattador, dedicato al giovane studente di cinema Matteo Caenazzo, giunto oggi alla sua 6° edizione e pronto a premiare i talenti dai 16 ai 30 anni. Il Premio ha proposto quest’anno una novità: accanto alle sezioni già esistenti, sceneggiatura, soggetto, sceneggiatura per cortometraggio CORTO86, si è aggiunta DOLLY “Illustrare storie per il cinema”.

La Giuria 2015 composta da Stefano Mordini (regista, presidente di giuria), Monica Mariani (sceneggiatrice), Alessandro Corsetti (script editor Rai Cinema), Davide Toffolo (disegnatore e illustratore) e Giampaolo Smiraglia (produttore), si è riunita lo scorso 3 luglio a Trieste e ha reso noti i nomi dei vincitori della Borsa di formazione del Premio al miglior soggetto, uno dei percorsi formativi che qualifica Mattador:

  • Claudia De Angelis (23 anni, Caserta) con King of the road 
  • Camilla Buizza (25 anni, Montichiari), con Parla in silenzio 
  • Sara Cavosi (25 anni, Roma) e Fabio Marson (29 anni, Trieste) con L’amor fu
Alla fine del percorso formativo, il migliore soggetto riceverà il premio di 1.500 eur Domani invece, al Teatro la Fenice di Venezia, saranno resi noti  i nomi dei vincitori delle altre sezioni:
  • Migliore sceneggiatura: premio di 5.000 euro
  • Migliore sceneggiatura per cortometraggio CORTO86: il premio consiste nella realizzazione del film tratto dalla sua sceneggiatura, di cui potrà firmare anche la regia, e infine, per Dolly
  • Migliore storia raccontata per immagini: il premio consiste nella Borsa di formazione sullo sviluppo della storia
I tre autori premiati inoltre avranno inoltre la possibilità di vedere pubblicati i loro lavori nei volumi della collana Scrivere le immagini. Quaderni di sceneggiatura. A tutti i vincitori poi, sarà consegnato il Premio d’Artista 2015, originale e prezioso elemento che fin dalla prima edizione viene offerto ai premiati come simbolo di Mattador.

Ogni artista invitato, con la sua tecnica e la sua poetica, realizza un lavoro originale ispirato al percorso creativo di Matteo. Per la sesta edizione si tratta di una fotoincisione e acquatinta tirata in più esemplari dall’opera intitolata Mattador, realizzata con la tecnica dell’acrilico e olio su carta e tela, da Luigi Carboni, noto artista contemporaneo, docente di pittura all’Accademia di Belle Arti di Urbino, che ha esposto in numerose gallerie private e musei in Italia e all'estero.

martedì 14 luglio 2015

Cinecomics, la dittatura dei supereroi

Batman v Superman: Dawn of Justice (2015, di Zack Snyder)
Più delle zanzare, l'estate 2015 è stata presa d'assalto dai cinecomics e i loro supereroi, neo-dittatura imperante sul grande schermo.

di Luca Ferrari

Virtuosi superattrezzati. Fenomenali attaccabrighe. Sono forti e dall’appeal hollywoodiano. Li vogliono sfidare tutti, extraterrestri inclusi. Sono i supereroi dei fumetti (buoni e/o cattivi). Uomini e donne votati a un qualche grandioso disegno. Sono ormai ovunque. È impossibile non sentirne parlare. Una vera dittatura imposta dai media. Due giorni fa si è concluso il Comic-Con di San Diego e via tutti a parlare e scrivere di supereroi, ormai più fastidiosi delle zanzare che letali ti pungono a ogni ora del giorno di questa afosa estate 2015.

Ti compri tutte queste magliette da supereroe ma quando si tratta di rimboccarti le maniche e fare la cosa giusta, ti nascondi in lavanderia, rimproverava Penny (Kaley Cuoco) all’egoista e viziato Sheldon (Jim Parson) quando per paura dei germi si rifiutava di andare all'ospedale dove era stata ricoverata la madre del suo amico Howard (IV serie, puntata n. 23 La reazione al fidanzamento - The Big Bang Theory).

Come spesso accade, il passaggio alla realtà non sembra  essere così diverso. Tutti a fare la fila per vedere questi esseri dotati di superpoteri eppure così scarsi nell’utilizzare le proprie risorse nella vita quotidiana, lasciando alla dimensione onirica il momento delle grandi imprese.

Non che prima di questo boom non ci fossero film del genere, c’erano si ma non con l’esagerata attenzione che gli viene conferita di questi tempi. L’anno di svolta fu il 2008, curiosamente lo stesso dell’esplosione della crisi economica mondiale, quando uscì il primo film della saga Iron Man con il ritrovato Robert Downey Jr. A questi, restando solamente in casa Marvel Comics e citando i più famosi, fecero seguito due sequel, due film su Thor, altrettanti su Captain America, il corale The Avengers e l’anemico sequel di quest'ultimo.

Nel frattempo si erano già ritagliati il loro spazio i mutanti X-Men con prequel vari, la trilogia di Batman si andava affermando senza precedenti, quindi è arrivato il turno di Superman e nel frattempo l’Uomo Ragno, dopo la trilogia di Sam Raimi con Tobie Maguire protagonista, era già approdato a una seconda serie di film con Andrew Garfield, decisamente sotto tono (ora ne è in arrivo una terza con la premio Osca Marisa Tomei nelle vesti di zia Mei). Non entro nemmeno nel merito del piccolo schermo altrimenti rischiamo di fare notta fonda.

Ma perché d’improvviso questo filone è stato letteralmente preso d’assalto dalla settima arte trasformando Stan Lee in un guro non più di soli nerd ma per chiunque? E perché tutto questo successo di personaggi inesistenti? Senza scomodare esperti psicologi la risposta è molto semplice. A seconda del continente nel mondo di oggi vige un’anarchica dittatura politica, economica e/o militare. L'essere umano non sembra essere in grado venirne fuori in nessuno modo, o qualcuno gli vuol far credere tutto ciò. L'unica salvezza è un supereroe. Una sorta di immaginifico dittatore illuminato che non pretende nessun tributo in cambio. Agisce per il bene supremo caricandosi sulle spalle tutte le conseguenze delle sue azioni.

Un mondo dunque dove l’essere umano normale viene ridotto a una macchietta. A una comparsa. Un mondo che finirebbe facilmente nelle mani spietate dei vari Loki o chicchessia se non intervenissero questi esseri eccezionali. Ma siamo davvero sicuri che nel mondo effettivo non ce ne siano di eroi? Ce ne sono, ce ne sono. Ma vuoi mettere il fascino di un palestrato dai bicipiti scolpiti e resi evidenti dal lattex della propria tuta rispetto a un comune mortale?

C’è un cinema, un altro cinema, capace anch’esso di celebrare i propri eroi. Quello che avrebbero davvero le carte in regola per ispirare l’umanità a compiere grandi azioni. Film recenti come The Search (di Michael Hazanavicious), Il padre (di Fatih Akin) o La regola del gioco (di Michael Cuesta) sono stati praticamente ignorati. Scarso pubblico e ancor meno attenzione da parte di quei giornali che leggono tutti. Chi sono i loro eroi? Un bambino che fugge con la sorellina nell'inferno della guerra cecena, un uomo che sopravvive al genocidio armeno e un giornalista che smaschera un traffico governativo ai massimi livelli.

Nessuno dei tre ha alcun super potere. I primi due lungometraggi sono ambientati durante tragedie realmente accadute che furono ignorate dalla Comunità Internazionale. Non sorprende dunque nemmeno un po’ che i magazine di settore gli abbiano riservato lo stesso trattamento. Il terzo invece è tratto dalla storia vera del giornalista Gary Webb, premio Pulitzer e così bravo da non riuscire più a scrivere per alcun giornale in virtù dei suoi scoop.

Perché il grande pubblico non può essere educato a prendere ispirazione da persone come loro? Persone normali e reali. Anche in questo caso la risposta è molto semplice. Perché così acquisirebbero forza e userebbero il cervello, mentre lasciare la massa a sognare con poteri che non avrà mai ha lo stesso effetto della droga. Prima ti eccita e poi di fa sbattere contro il muro della penosa realtà ma a quel punto la frittata è fatta e non si può più tornare indietro.

Viviamo in un mondo “libero” e se la stampa specializzata vuole consumare ettolitri d'inchiostro e km di web per incensare un certo genere di film, ha tutto il diritto di farlo. Ma parafrasando un “certo insegnamento”, potrei argomentare che: da una simile azione deriva una grande responsabilità, anzi una larga conseguenza di cui si cura molto poco. La stampa cinematografica sta ormai sempre più “privilesaltando” l’analisi tecnica (effetti speciali) dimenticandosi che è la storia a fare grande una pellicola.

Il filone cine-fumettistico è interessante e si merita spazio ma è indubbio che ormai stia diventando invadente a livelli pericolosi. Di film come gli ancora inediti Batman v Superman: Dawn of Justice (2015, di Zack Snyder) e Suicide Squad (2015, di David Ayer) si sta parlando in modo bulimico e da tempo immemore. Se i risultati poi doveesero essere anche solo simili agli ultimi prodotti della Marvel, c’è ben poco di che stare allegri.

E se poi un film come Birdman, spacciatosi per essere l’anti-superhero movie (molto discutibile), si guadagna 4 dei principali premi Oscar a discapito di pellicole come The Imitation Game (2014, di Morten Tyldum) o La teoria del tutto (2014, di James Marsh), allora Houston, abbiamo davvero un grosso problema. Un problema di eroica super-dittatura ma questo è ciò che il grande pubblico vuole. La massa di pecore amerà i supereroi proprio per questo.

(da sx) Il padre, The Search e La regola del gioco
Suicide Squad (2015, di David Ayer

venerdì 10 luglio 2015

Wimbledon, il tennis alla Notting Hill

Wimbledon - Lizzie Bradbury (Kirsten Dunst) e Peter Colt (Paul Bettany)
Colpi improbabili e una storiellina alla Notting Hill con Paul Bettany e Kirsten Dunst sullo “sfondo” del torneo di tennis più importante del mondo, Wimbledon.

di Luca Ferrari

Il tennis non è mai stato (fin'ora) uno sport troppo valorizzato dalla settima arte. Giusto minimi scampoli ma mai veri e propri lungometraggi dedicati. Non è da meno il più che modesto Wimbledon (2004), del regista inglese Richard Loncraine. A dispetto del titolo, sembra più un Notting Hill in salsa tennistica con solo di sfondo la disciplina, mostrata sui veri campi verdi a tratti in modo alquanto inverosimile.

Peter Colt (Paul Bettany) è un modesto tennisa sul viale del tramonto. Un tempo a ridosso della top ten, oggi langue oltre la 100° posizione. Ma prima di appendere la racchetta al chiodo e diventare il presidente di un circolo tennistico, è pronto a giocare il suo ultimo torneo in casa. Sul verde di Wimbledon, entrando direttamente nel tabellone principale grazie a una wild card.

È lì che incontra la rabbiosa americana Lizzie Bradbury (Kirsten Dunst), campionessa spaccona e dal carattere difficile ma in segreto innamorata proprio di lui. Un film che più scontato non si può, dall'esito prevedibile su tutti i fronti fino all'esagerazione all'acqua di rose dell'amicizia sul campo tra Colt e raccattapalle bambino che addirittura viene colpito in faccia da un servizio dall'odiato rivale, ex (pure) di Lizzie.

Non voglio entrare troppo nel merito del tennis vero e proprio. Basterebbe vedere il match point per capire che mai nella storia del tennis si è assistito a un punto simile di questa importanza. Gli "atleti" spesso sono fuori posizione e neanche colpiscono la palla facendo cadute alquanto plateali.

Più divertenti senza dubbio la ruspante famiglia di Colt, a cominciare dai genitori in crisi: mamma Augusta (Eleanor Bron) e papà Edward (Bernard Hill) ma ancor di più il fratello minore Carl, che scommette sempre contro di lui, e interpretato da un giovane James McAvoy (L'ultimo re di Scozia, Wanted, X-Men – L'inizio) .

Il film, dedicato alla memoria di Mark McCormack (1930-2003), stimato avvocato e procuratore sportivo di grandissimi campioni tra cui Björn Borg, Chris Evert e Pete Sampras, vede nel cast nel ruolo di se stessi come commentatori televisivi, due autentiche leggende del tennis maschile e femminile: gli americani John McEnroe e la già citata Evert, entrambi vincitori del torneo di Wimbledon in tre edizioni ciascuno: '74, '76 e '81 lei, '81, '83-'84 lui.

Se la storia d'amore tra i due protagonisti sembra a tratti ricordare quella tra i due tennisti Andre Agassi e Steffi Graf, sembra alquanto palese l'ispirazione  dalla carriera di Goran Ivanisevic per l'impresa di Colt. Dopo anni di promesse disattese e tre finali a Wimbledon perdute, il mancino croato riuscì a vincere il torneo ormai prossimo al ritiro e non di meno entrando nel tabellone principale solo grazie a una wild card.

Wimbledon (2004, di Richard Loncraine) è un film che può giusto venir voglia di vedere nel corso del torneo (come ora). Per il resto dell'anno, ci sono film romantici decisamente più adorabili e allo stesso tempo film sportivi degni di questo nome. Tra gli ultimi sbarcati sul grande schermo: L'arte di vincere (football) di Benneth Miller e Di nuovo in gioco (baseball) di Clint Eastwood.

Il trailer di Wimbledon

Wimbledon - Peter Colt (Paul Bettany)
Wimbledon - Lizzie Bradbury (Kirsten Dunst)
Wimbledon - le fan di Peter Colt (Paul Bettany)
Wimbledon - Carl (James McAvoy, a dx) insieme alla sua ragazza e amici guarda la partita del fratello

Il segreto di un cinema non voluto

Sabato 11 luglio al MAAV di Abano Terme si terrà la presentazione dell'opera Il “Mio” Segreto di Italia – Testimonianza di un cinema non voluto, di Antonello Belluco.

by Luca Ferrari

Il cinema divide. Il cinema rivela. Il cinema fa riflettere. Per il suo quinto lungometraggio Il segreto di Italia il regista padovano Antonello Belluco ha scelto un tema molto difficile, il cosiddetto eccidio di Codevigo, ossia le varie  esecuzioni compiute nella cittadina padovana dai partigiani della Brigata Garibaldi ai danni di iscritti al partito fascista o meri aderenti. Quel film oggi è diventato un libro.

Sabato 11 luglio a partire dalle h. 18 presso la MAAV – Museo Abano Terme Arte Vetro Galleria al Montirone (Via Pietro D’Abano, 20 Abano Terme) sarà presentato l'opera Il “Mio” Segreto di Italia – Testimonianza di un cinema non voluto, di Antonello Belluco.

In questo volume Antonello Belluco (Antonio guerriero di Dio, Il Giorgione) racconta in forma diaristico-autobiografica i quattro anni durante i quali è stato impegnato nella produzione del film “Il segreto di Italia”, uscito a novembre del 2014 e ancor oggi in programmazione in alcune città italiane, con protagonisti Romina Power e Gloria Rizzato.

Il libro consta di diciassette capitoli nei quali l’autore-regista narra aneddoti relativi alla sua vita e alla realizzazione della pellicola. Parla della sua famiglia, rievocando con tenerezza e ammirazione la figura del nonno, che definisce “un grande esempio”; racconta gli anni della sua formazione e l’inizio della sua carriera. Si sofferma poi sulla descrizione dell’incontro con Gerardo Fontana, cugino di Farinacci Fontana (assassinato dalla Brigata Garibaldi), tramite il quale Belluco ha conosciuto la tragedia di Codevigo.

Centrale è la volontà di svelare una verità storica in nome della libertà di pensiero, contro il silenzio imposto da pregiudizi ideologici. “Ho semplicemente cercato di aprire un piccolo spiraglio, un’infinitesima fessura densa di speranza” ha sottolineato Bellucco, “il grande sogno di vedere la storia non utilizzata per sostenere un regime di pensiero o un’ideologia, ma come chiaro esempio e monito per un popolo in grado di ragionare liberamente in modo autonomo, senza lasciarsi coartare né fuorviare”.

L'orrore del Fascismo così come di tutte le più spregevoli dittature è stato naturale fonte di vendette spietate. E ciò che fecero i Partigiani nel fatto in sé, non fu tanto diverso dalla strage delle foibe con protagonista la Jugoslavia di Tito ai danni degli italiani. E mentre i moralisti già si sprecano, verrebbe da chiedersi come dovremmo considerare le due bombe atomiche scagliate contro il Giappone dagli Stati Uniti a guerra ormai finita. Ecco appunto.

Il trailer di Il segreto di Italia