... altrimenti ci arrabbiamo! - Kid (Terence Hill) e Ben (Bud Spencer)
Occhio a non pestare i piedi ai "miti" Bud Spencer e Terence Hill, specie se c'è in palio la loro amata dune buggy. Altrimenti? ...altrimenti ci arrabbiamo! (1974, di Marcello Fondato).
Ah non l'ha fatto apposta, dice un insolitamente cauto Bud Spencer dopo aver ricevuto un sacco da boxer addosso. Invece l'ho fatto apposta, la replica dell'intransigente e impavido provocatore. Io pure!, la risposta decisa di Bud con tanto di cazzotto in testa!
Scegliere una scena da condividere da Youtube di ...altrimenti ci arrabbiamo! (1974, di Marcello Fondato) è un'impresa ardua e credo che la maggioranza avrebbe scelto il mitico coro dei pompieri dove il killer Paganini (Manuel de Blas) cerca di fare fuori Ben (Bud Spencere) e Kid (Terence Hill). E che dire dell'altrettanto leggendaria incursione al luna park dove Attila (Deogratias Huerta) viene ridicolizzato a più riprese, dapprima sugli autoscontri? Per non parlare della intramontabile sfida a birra e salsicce dove la posta in palio è il conto e soprattutto la dune buggy rossa con cappottina gialla, "motore" della pellicola.
Ben e Kid sono due meccanici specializzati (anche) in corse automobilistiche. Si conoscono e si sfidano spesso ma quando all'ennesimo gara arrivano entrambi primi, si sfidano all'ultimo sangue per decidere chi si terrà il premio: una dune buggy, per l'appunto. Tutto procede nel rispetto delle regole fino a quando non si ritrovano in mezzo all'ennesima azione malavitosa del boss (John Sharp), che coinvolge la loro amatissima macchinina che viene distrutta. Ben e Kid non ci stanno. La rivogliono. Affrontano a muso duro il capoclam e pretendono che gliene compri una nuova. Manco a dirla, la risposta non sarà gentile ma ancora non sapeva contro chi si stesse mettendo. Specie quando si arrabbiano.
Altrimenti ci arrabbiamo, la scazzottata in palestra
È complicato - Jane (Meryl Streep) e Adam (Steve Martin) infornano i croissant
Soffici e ripieni di cioccolato. Sono i croissant preparati da Meryl Streep e Steve Martin inÈ complicato (2009, di Nancy Meyers). Una brillante commedia tutta da gustare.
Da moglie tradita, a ex-moglie che ripaga con la stessa moneta colei che le soffiò l'amore di una vita. È la storia di Jane Adler (Meryl Streep), donna di mezza età dalla bellezza sfiorente, abbandonata dal rampante marito e avvocato Jake (Alec Baldwin), caduto nelle forme giovanili di Agness (Lake Bell), affamata di nuova maternità. Riprese le redini della propria vita col supporto anche dei tre figli, Jane incontra il timido architetto Adam Schaffer (Steve Martin), anch'esso divorziato. Di rientro da un evento serale, lei, eccellente pasticcera, si mette a preparare dei croissant al cioccolato. Una scena epica che vi faranno venire l'acquolina in bocca.
È complicato - Meryl Streep prepara i croissant
È complicato - Jane (Meryl Streep) e Adam (Steve Martin) preparano i croissant
È complicato - Jane (Meryl Streep) e Adam (Steve Martin)
Il Conte Uguccione (Bebo Storti) e il Maresciallo Rocca (Gigi Proietti)
La travolgente ironia di Bebo Stori nei panni "granducali" toscani del Conte Uguccione, per omaggiare un grande artista della risata e della recitazione: Gigi Proietti (1940-2020).
Un grande della recitazione se n'è andato. Non ne so abbastanza per scrivere qualcosa di serio su Gigi Proietti (2 novembre 1940 - 2 novembre 2020). Ciò che ricorderò per sempre però, è la recensione del Conte Uguccione (Bebo Storti) sulla rivista di settore "TV, Sorrisi e Uguccioni", dove parlando della fiction Il Maresciallo Rocca, così sentenziò dal piccolo schermo di Mai dire gol: "Eravamo riusciti a superare quegli stupidi preconcetti sui carabinieri... Gigi Proietti è riuscito a farceli ritornare!". Questo è il mio piccolo ma semplice tributo, certo che il buon Gigi (Febbre da cavallo, Il premio, Pinocchio) da lassù, si farà una fragorosa risata. RIP.
Fusi di testa – Wayne (Mike Myers) e Garth (Dana Carvey)
Il 31 ottobre 1975 i Queen pubblicarono il singolo "Bohemian Rhapsody". Qualche anno più tardi, Mike Myers e Dana Carvey la headbangiggarono cantandola scatenati in Fusi di tesa.
Ci sono scene cult che definiscono e segnano un film. È il caso di Wayne's World (Fusi di testa, 1992, di Penelope Spheeris) dove a inizio pellicola i giovani Wayne Campbell (Mike Myers) e Garth Algar (Dana Carvey) insieme ad altri amici, si sparano la mitica Bohemian Rhapsody dei Queennell'autoradio di una sgangherata quattro ruote. Lo sketch è memorabile, apoteosi del quale l'headbanging scatenato è il non plus ultra. Quella era l'epoca d'oro di MTV e nulla come un gesto forsennato di capelli e testa al ritmo rock lo sapeva fotografare al meglio. E ora tutti insieme cantiamo Oh mamma mia, mamma mia, mamma mia let me go...
Wayne's World/Fusi di testa, la scena con Bohemian Rhapsody
Fusi di testa - headbanging selvaggio al ritmo di Bohemian Rhapsody
Una settimana da dio - un senzatetto sotto mentite/divine spoglie (Morgan Freeman)
Chi non vorrebbe essere il padrone dell'universo. E che scoperta capire (davvero) che ciò che conta è accanto a noi. Alla riscoperta del cult Una settimana da dio (2003, di Tom Shadyac).
Ho sempre adorato il finale del film Bruce Almighty - Una settimana da dio (2003, di Tom Shadyac) con Jim Carrey, uno strepitoso Steve Carrell, Morgan Freeman e Jennifer Aniston). Genuinamente sincero e intriso di speranza. Dalla clip finale ARMAGEDON OUTA HERE, che liberamente mi sento di tradurre in "fottiti apocalisse", racchiudo in quel sostantivo tutto il peggio dell'essere umano. Un'umanità che è tempo torni a credere e lottare per valori come l'altruismo e il rispetto, le vere fondamenta di una società.
"La vita è un biscotto ma se piove, si scioglie" Bruce Nolan.
Lo chiamavano Trinità... - Bambino (Bud Spencer) e Trinità (Terence Hill)
La prima lezione per i piccolissimi che mercoledì 16 settembre cominceranno l'inserimento alla Scuola Materna? Lo chiamavano Trinità... (1970, di Enzo Barboni).
"Non fidatevi di nessuno, nemmeno degli amici... Capito?" metteva in guardia Faina. "L'esperienza è la migliore maestra. Se non avete forza nelle braccia, potete sempre usare le gambe... Come me!" suggeriva invece Timido. "Visto cosa succede, è questione di riflessi" ammonisce il corpulento Bambino. "Ripeto: blocchi di sinistro, e parti di destro" aggiunge lo scaltro pistolero Trinità. Voi che dite, dovremmo attingere all'epica western bonacciona di Lo chiamavano Trinità... (1970, di Enzo Barboni)" per dare i nostri più saggi consigli a quelle creaturine che oggi, mercoledì 16 settembre 2020, iniziano l'inserimento della scuola materna?
L'avido e spietato Maggiore (Paolo Magalotti) si è alleato con la banda dei messicani di Mezcal (Remo Capitani), mettendo così la comunità degli agricoltori mormoni in serio pericolo. Nessuno li potrebbe salvare se non la più improbabile delle combriccole, pronta a calarsi nelle veste di docenti di sberloni & cazzotti (per legittima difesa). Ve li presentiamo. Uno sceriffo opportunista con tanto di taglia sulla testa, detto la mano sinistra del diavolo: Bambino (Bud Spencer). Insieme a lui, i suoi uomini Faina (Ezio Marano) e Timido (Luciano Rossi). Con loro, la mano destra del diavolo, fratello del primo. Uno che cerca rogne "perché non sa fare altro". Uno dal grilletto facilissimo, schierato però sempre dalla parte dei più deboli: Trinità (Terence Hill).
Una cosa è certa, presto o tardi i nostri pulcini incontreranno dei prepotenti sul loro cammino e la speranza è che nel frattempo qualcuno li abbia preparati a rispondere a dovere, e non si sia girato dall'altra parte sperando che le cose in qualche modo si sistemino (perché tanto non si sistemano). Il bullismo inizia con una merendina rubata e finisce con un gruppetto di vigliacchi che ti picchiano in una calle o vicolo che sia. OK, forse è un po' presto per chiamare in causa Bud Spencer e Terence Hill ma ehi, nulla vieta di imparare fin da piccol(issim)i qualche lezione che tornerà sempre utile, divertendosi insieme e incominciando proprio da Lo chiamavano Trinità... (1970, di Enzo Barboni).
Un ultimo consiglio, figliolo: devi bloccare di sinistro, non di destro!
Lo chiamavano Trinità - l'addestramento dei mormoni
Lo chiamavano Trinità... - da sx Trinità (Terence Hill), Timido (Luciano Rossi), Bambino (Bud Spencer), Faina (Ezio Marano)
Lo chiamavano Trinità... - Trinità (Terence Hill)
Lo chiamavano Trinità... - Bambino (Bud Spencer)
Lo chiamavano Trinità... - Faina (Ezio Marano)
Lo chiamavano Trinità... - Timido (Luciano Rossi),
Lo chiamavano Trinità... - Bambino (Bud Spencer), Faina (Ezio Marano) e Trinità (Terence Hill)
Dalle lacrime di Padrenostro (di Claudio Noce), in Concorso a Venezia77, ad amare riflessioni su un'Italia schiava di passati mai compresi, rivisitazioni storiche ed egoismi ideologici
Non sappiamo nulla del terrorismo di Destra. Non sappiamo nulla del Terrorismo di Sinistra. Troppo impegnati a vedere congiure ovunque. Troppo impegnati a spararci l'un contro l'altro. A Venezia77 Claudio Noce ci riporta negli Anni di Piombo con una storia vis(su)ta con gli occhi di un bambino. Lì, davanti a lui, suo padre, il magistrato Alfonso Noce, interpretato da Pierfrancesco Favino, scampato miracolosamente a un attentato dei Nuclei Armati Proletari (NAP). Una storia umana che mi ha tirato Venomamente fuori amare riflessioni su questo paese.
Oggi non parlo di cinema. Oggi scrivo qualcosa che mi esce da ogni fibra. Oggi parlo di una nazione ammalata di passato, che si guarda le ferite togliendosi lentamente la crosta e versandovi alcol scaduto sopra. Parto dal film Padrenostro, presentato in Concorso alla 77. Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia (2-12 settembre) uscendo dal grande schermo, per testimoniare una nazione che sta ancora brindando per la vittoria della II Guerra Mondiale e allo stesso tempo meditando vendetta contro chi l'ha liberata dal fascismo.
I diciottenni che si avviano all'università sapendo poco o niente del Dopoguerra in poi. Non è da meno la mia generazione. Piccoli flash in Italia e nel mondo: Gandhi, Mandela, il Vietnam, le Torri Gemelle, il Ruanda (forse). I nostri anni di piombo sono in mano alla politica, riscritti e accartocciati a seconda di chi comanda. L'Italia è il paese dove le destre si sono appropriate della memoria delle foibe. L'Italia è il paese dove tutto è il contrario di tutto. L'Italia è il paese dose si onorano Falcone e Borsellino ma sotto sotto in troppi li chiamano infami.
Il cinema, come ogni forma d'arte, ha sempre avuto e ha tutt'ora l'ambizione di ispirare un cambiamento nel mondo. Ora mi chiedo, quante persone andranno a documentarsi davvero sul terrorismo italiani dopo aver visto, anche solo sentito parlare di questo film? L'Italia è il paese dove sappiamo già tutto di tutti. Il paese forgiato da una cultura che non vuole mai mettersi in discussione e dunque impossibilitato a evolversi su larga scala. Non posso rimanere in sala, mi intimano di uscire. Sono fuori e troppo di cui vedo non mi piace. Adesso però è tempo di elezioni e ogni candidato mi ha già promesso che migliorerà ogni cosa.
Sul red carpet blindato di Venezia77 si accendono i riflettori per la consegna del Leone d'oro alla carriera all'attrice Tilda Swinton, accompagnata dal regista Pedro Almodovar.
Il secondo giorno della 77. Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia (2-12 settembre) ha visto risplendere Tilda Swinton (Burn After Reading, Io sono l'amore, Solo gli amanti sopravvivono), premiata con il Leone d'oro alla carriera. L'attrice britannica è sbarcata in laguna anche per l'anteprima del documentario, The Human Voice, scritto e diretto dal regista spagnolo Pedro Almodovar, anch'esso insignito del medesimo e prestigioso riconoscimento nella scorsa edizione del Festival.
Venezia inaugura Venezia. Nella serata di preapertura della 77. Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica (2-12 settembre), è stato presentato in anteprima Molecole di Andrea Segre.
C'è chi l'ha vista in televisione e chi l'ha vissuta durante il lockdown. Venezia solitaria. Venezia senza masse turistiche. Una Venezia così nemmeno i "vecchi" l'avevano mai vis(su)ta. Alla serata di preapertura della 77. Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia (2-12 settembre), è stato presentato in anteprima il documentario Molecole, del regista veneto Andrea Segre (Mare chiuso,La prima neve, Il pianeta in mare). Il ritratto di una città unica al mondo. Un lavoro non previsto, esattamente come tutto ciò che abbiamo visto accadere in questi mesi.
Gli infedeli - Massimiliano Gallo, Valerio Mastandrea e Riccardo Scamarcio
Nel 2020 abbiamo ancora bisogno di raccontare i patetici tradimenti macho-italiani? Gli Infedeli (2020, di Stefano Mordini) è di un'altra, mediocre, opinione.
Maschi spregiudicati e tronfi di testosterone. Intellettuali dell'imbroglio coniugale. Il tradimento? Fa parte della vita, e non c'è nulla di cui vergognarsi, anzi, semmai vantarsi. La donna? Ok, concediamole i diritti ma se alla fine se ne sta a casa magari anche a cucire (volgarmente la calzetta), va anche meglio, e alla fine dovrà essere lei ad adattarsi ai bollori maschili. Remake dell'omonimo francese con strombazzati riferimenti alla commedia di decenni fa, Gli Infedeli (2020, di Stefano Mordini) è un film inutile, ennesimo prodotto di una cultura che ha stancato e i cui esemplari del sesso maschile sono qualcosa di più e meglio di quattro egocentrici e sempre arrapati da qualunque essere femminile respiri.
Un uomo (Riccardo Scamarcio) si vanta di tradire la moglie di fronte agli amici. La moglie dell'altro (Valentina Cervi), prima difende la propria fedeltà coniugale, poi al rientro a casa inizia a stuzzicare il marito (Valerio Mastandrea) convinta che anche lui abbia ceduto almeno una volta all'altro sesso (non suo). Insiste, insiste fino che questi non confessa e quando lo ammette, inizia ad arrabbiarsi. Va in scena così il classico "gioco" dei rancori alla - io non ti ho mai amato - e quando piagnucoloso, l'ometto invoca perdono inginocchiato, che cosa fa lei, gli confessa il medesimo tradimento mettendo così in scena la tipica scenetta macho-italiana più patetica in stile: se ti cornifico io, basta chiedere scusa, se lo fai tu donna, è tutto diverso.
E' questo uno degli episodi di Gli Infedeli (2020, di Stefano Mordini), remake dell'omonimo film francese (2012), diretto quest'ultimo da sette registi diversi. La coppia è un diversivo nell'inevitabile mission impossible di restare a fianco del/la proprio/a consorte o compagno/a che sia. La coppia è solo un impiccio nel desiderio sfrenato di libertà. La coppia è un impegno che bisogna comunque soddisfare, un po' come andare dal dentista, salvo poi ingozzarsi delle peggiori schifezze a qualsiasi ora del giorno. La coppia nella cultura italiana è ancora qualcosa da rispettare e aggirare, ma forse neanche più di tanto in apparenza come si faceva nei decenni addietro. Oggi si è spregiudicati vicini o lontani.
Gli Infedeli (2020, di Stefano Mordini) vorrebbe essere un "simpatico" tributo a una certa commedia italiana degli anni Settanta, ma il risultato è un prodotto noioso (per non dire nauseabondo) fin dalle prima battute. Il peggio, per non dire il ridicolo più assoluto, arriva dopo. Nel siparietto a dir poco squallido dove il maschietto dice che va alla partita alla e al contrario paga per lavoretti di mano, si rasenta il patetico quando va a infilare delle rose nel buco alla "solo tu mi puoi "capire", mancando a quel punto che compaia il direttore del bordello interpretato da Alvaro Vitali. Ma ancor più pateticamente banale, la scenetta che vede un'inferocita moglie presa in giro (Laura Chiatti ), che nell'inseguire il marito porco, sulla strada viene superata da un camion che trasporta, udite udite, cornetti, con la scritta grande in bella vista.
Ma che problema ha l'Italia con la famiglia? Dopo essermi confrontato nei mesi scorsi con Figli (2020, di Giuseppe Bonito con Paola Cortellesi e Valerio Mastandrea) e in ultima A casa tutti bene (2018, di Gabriele Muccino con Favino-Accorsi-Impaciatore, etc.), è ora il turno di Gli Infedeli (2020), disponibile su Netflix. Un concentrato di medioevo culturale che non si comprende come si abbia ancora voglia di raccontare, nonostante le lancette dell'orologio faccia segnare anno 2020. Ma perché sorprendersi di un paese che alla prima occasione se la sghignazza sempre alla grande e di gran gusto con le miserie di Fantozzi?
Gli Infedeli (2020, di Stefano Mordini) non aggiunge nulla a quanto è già stato raccontato. In tempi in cui le donne rivendicano diritti e combattono per una parità che ancora manca nella stragrande maggioranza di apparati e nazioni, l'Italia racconta ancora una volta una storia che sembra strizzare l'occhio ai tempi in cui il delitto d'onore era legge in Italia. Un film che in quelle conversazioni da spacconi smartphonizzati si richiama agli yuppies anni Ottanta. Gli Infedeli (2020, di Stefano Mordini) racconta una storia che poteva fare benissimo a meno di non raccontare, concentrandosi magari su qualcosa di più aggiornato all'epoca che stiamo vivendo, e che chiede qualcosa di più di un superficiale vantarsi di tradire la propria moglie.
Il terrore è lì, sull'ala dell'aereo. Il terrore è lì, implacabile alla mia porta. Lo sento che sta per arrivare, come un'orrida canzone dei Pearl Jam. Jude Law, almeno tu, so che mi potrai capire.
Da Ai confini della realtà alla fabbrica di risate delSaturday Night Live. Un viaggio apparentemente tranquillo si trasforma in un incubo a 20mila piedi senza possibilità di fuga e ciò che è peggio, senza che nessuno ti creda. E' quanto accade al buon Bon Wilson (qui interpretato da uno strepitoso Jude Law), alle prese con un inquietante gormit (Bobby Moynihan) che continua ad apparirgli nelle pose più assurde sull'alettone del velivolo, preparazione barbecue incluso. Invano la fidanzata (Abby Elliott) e le hostess cercano di calmarlo, ma quando insieme alla creatura appaiono degli autentici mostri (del rock), i Pearl Jam al gran completo, il troppo stroppa davvero.
Buona visione allora con Nightmare at 20,000 feet. Una domanda: ma voi il gormit lo vedete?
La versione integrale di Nightmare at 20,000 feet
Nightmare at 20,000 - Abby Elliott e Jude Law
Nightmare at 20,000 - il gremlin Bobby Moynihan
Nightmare at 20,000 - Jude Law
Nightmare at 20,000 - il gremlin Bobby Moynihan e i Pearl Jam
The Last Dance - il pubblico di Detroit sbeffeggia Michael Jordan
The Last Dance (2020, di Jason Hehir), serie di dieci puntate sul più grande cestista di tutti i tempi, Michael Jordan. His Airness, il più grande dei perdenti capace di cambiare il destino
Michael Jordan, il miglior giocatore della NBA, per tre anni consecutivi fu rimandato a casa dai fisici Detroit Pistons di Thomas, Rodman e Laimbeer. Jordan le provò tutte ma non ci fu niente da fare. Poteva anche essere l'erede dei "bravi e belli" Magic Johnson e Larry Bird ma sul campo erano i Bad Boys Detroit Pistons a dettare legge. Su Netflix è sbarcata la serie The Last Dance (2020, di Jason Hehir). Dei tanti episodi narrati, la sfida per superare l'ostacolo Pistons è senza dubbio l'emblema del più grande cestista di tutti i tempi.
Michael Jordan non voleva solo vincere. Michael Jordan non si accontentava di vincere. Per lui era inconcepibile che altri venissero messi al suo stesso livello senza meritarlo. E chi osava tanto, doveva essere spazzato via. Fu il caso di Clyde "The Glide" Drexler, arrivato alla finale NBA 1992 con i suoi Portland Blazers, e schiacciato fin dalla prima partita con un Jordan deciso a dire al mondo che lui era di un livello superiore. Ogni gara, ogni finale fu una motivazione differente. Dall'agognato primo titolo strappato ai Lakers fino all'ultima sfida contro gli Utah Jazz di Stockton e Malone, quest'ultimo "colpevole" di avergli rubato il titolo di MVP nella Regular Season 1996-97, così come accadde anche al vulcanico Charles Barkley nel 1992-93 con i Phoenix Suns, e poi piegati dai Bulls in finale.
Jordan schiacciasassi per se stesso e per il fido compagno Scottie Pippen, cresciuto al suo fianco, e difeso a spada tratta contro il capace manager Jerry Krause, che voleva portare a Chicago il cestista croato Tony Kukoc. Alla prima sfida contro la neonata Croazia alle Olimpiadi di Barcellona '92, tutto il Dream Team e in particolare Jordan-Pippen, non lo fece arrivare a canestro. Jordan e il rapporto con l'amato coach Phil Jackson, il cui destino e permanenza nei Chicago Bulls andarono di pari passo. Ma queste sono storie che tutti conosciamo. Questo è il Jordan dominatore. Ampio spazio nell'avvincente The Last Dance anche per Dennis Rodman. Tanto border line nella vita privata, quanto ligio e decisivo a fianco di His Airness.
Due puntate uscite a scadenza settimanale, ogni lunedì. Un racconto avvincente per chi conosce il campione e chi no. A tenere separato il fuoriclasse dalla leggenda, loro i Detroit Pistons. Dopo la bruciante sconfitta in gara 7 nella finale di Eastern Conference nel 1990, era tempo di cambiare a cominciare da se stesso. Jordan iniziò un allenamento anche muscolare, capace di metterlo nelle condizioni di resistere e soprattutto rispondere ai colpi dei Pistons. Le famose "regole Jordan" fino a ora avevano funzionato ma quando i Bulls si presentarono nella nuova finale con i bi-campioni (consecutivi) di Detroit l'anno successivo, la storia cambiò perché un uomo piegò il destino al proprio volere.
Ecco allora i Pistons uscire dal campo addirittura prima della fine della partita senza nemmeno stringergli la mano sotto lo sguardo "inorridito" di Michael. Ecco, è lì che la storia di Michael Jordan diventa cinema. E' in quella serie che Michael Jordan diventò una star della settima arte (mondo nel quale comunque lasciò il segno nel divertente Space Jam insieme ai Looney Tunes). Molto più del suo incredibile e trionfale ritorno dopo la parentesi "esistenziale" nel baseball, è nella sfida con chi lo aveva sempre battuto che Michael Jordan iniziò davvero a volare.
Checco Zalone è un uomo fortunato. Ha un ottimo lavoro e una fidanzata, Penelope (Azzurra Martina) che lo ama moltissimo, soprattutto per lo stipendio regolare di posto fisso. Fa tutto per lui e sempre col sorriso, incluse quelle "abitudini" poco amate dal gentil sesso: seguirlo con passione alle partite di calcetto, preparandogli borsone e thermos caldo. Ma dopo tanto sudare, la ricompensa è dietro l'angolo. O almeno così dovrebbe essere. Checco segna un gol ed eccolo alzare la propria casacca per mostrare la t-shirt con dedica all'amore della sua vita (come si faceva un tempo prima che s'inventassero delle ridicole regole), e cioè... la sua mamma (Ludovica Modugno). Auguri, mamme!
Quo vado? - la mamma di Checco Zalone, Caterina (Ludovica Modugno)
Il cinema è soprattutto ispirazione e quest'oggi alle sei del mattino ero già fuori a ricominciare a correre, come nello spot narrato in What Women Want (2001, di Nancy Meyers).
Dal cinema alla realtà del mattino. Dalle strade di Chicago alle fondamenta di Venezia. Dalla regia di Nancy Meyers e What Women Wan (2001) ai piccoli gesti quotidiani. In comune, una sana voglia di fare dello sport. Il momento è solenne. Nike Donna è negli uffici dell'agenzia pubblicitaria Sloane Curtis. Nick Marshall (Mel Gibon) espone come meglio non potrebbe fare un uomo, lo spot per la campagna promozionale in presenza dei suoi capi, Darcy Maguire (Helen Hunt) e Dan Wanamaker (Alan Alda).
Una donna corre da sola. Sta facendo jogging il mattino presto, esattamente come il sottoscritto ha fatto quest'oggi di buon'ora nel sestiere di Cannaregio. Mentre correvo, ripensavo proprio a queste parole. "Con la strada potete dialogare, quando vi pare e piace. Perché la strada è un po’ come una vecchia amica: non se la prende se la trascurate un tantino. L’unica cosa che le importa davvero è che il jogging lo facciate sul serio. Niente giochi, solo sport."
cineluk fa jogging in stile What Women Want
What Women Want (2001, di Nancy Meyers)
What Women Want - L'esposizione di Nick Marshall (Mel Gibson)
What Women Want - Darcy (Helen Hunt) e Dan (Alan Alda)