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venerdì 22 giugno 2018

Creed II, molto più di un combattimento

Creed II - Adonis Johnson (Michael B. Jordan)
La resa dei conti è arrivata. L'incontro più atteso. Il sangue brucia ancora. Adonis Johnson, figlio di Apollo, è pronto ad affrontare il figlio di Ivan Drago. Il 29 novembre è il giorno di Creed II.

di Luca Ferrari

Sono nato con Rocky Balboa. Inutile girarci intorno. Sono nato lo stesso anno che Rocky (1976, di John G. Avildsen) sbarcò sul grande schermo. La mia prima volta al cinema è probabilmente avvenuta col terzo capitolo e di sicuro ho visto il IV (1985), piangendo per Apollo e tifando contro il colosso sovietico Ivan Drago. Adesso quei giorni stanno per tornare. Adesso il figlio dell’ex-campione è pronto a sfidare il coetaneo russo. Il 29 novembre è il giorno di Creed II (di Steven Caple Jr.).

Sono passati parecchi anni da quando Apollo Creed (Carl Weathers) perse la vita sul ring contro il troppo sbeffeggiato Ivan Drago (Dolph Lundgren). Tempo dopo Rocky Balboa (Sylvester Stallone) si era ormai defilato dal mondo del pugilato fino a quando nel suo ristorante, dedicato all’amata moglie Adriana, non entrò Adonis Johnson (Michael B. Jordan), figlio della prima compagna del campione ormai scomparso.

Quelli erano i tempi di Creed – Nato per combattere (2015, di Ryan Coogler) e da allora il “ragazzo” ha fatto strada. Ha dovuto dire al mondo chi fosse il proprio padre e subito dopo si è trovato di fronte il campione Ricky Conlan (Tony Bellew), tronfio e deciso a smontare il figlioletto, a suo dire, lì solo per un nome che ha ereditato. Come succede ai veri uomini, Adonis il rispetto lo ha guadagnato combattendo e dimostrando il suo valore. Adesso però c’è un’altra storia. La storia.

Nessuno ha mai dimenticato quel leggendario “Io ti spiezzo in due” rivolto da Ivan Drago a Rocky Balboa. Quell’incontro è leggenda per una ragione. Rocky non era lì per difendere nessun titolo. Troppo facile parlare solo di mera vendetta. Rocky era lì per sfidare qualcuno che gli aveva portato via per sempre il suo migliore amico. Era una sfida impossibile ma per Rocky non c’era altra via d’uscita. Affrontare, combattere e sconfiggere Ivan Drago.

Qualcuno dice che i peccati dei padri ricadono sui figli. Era questione di tempo allora. Forse ci è voluto il progetto giusto spostando la telecamera da Rocky ad Apollo. Ora il momento è giunto. Il 29 novembre prossimo uscirà sul grande schermo Creed II (di Steven Caple Jr.) e vedrà (anche) sfidarsi Adonis Johnson, il figlio di Apollo Creed, e Viktor Drago (Florian Munteanu), il figlio del possente Ivan.

Il terzo millennio è l’epoca dei sequel, prequel, reboot, retutto. Ma com’è possibile allora che una saga così lontana come quella legata a Rocky Balboa abbia trovato posto in mezzo ai modaioli cinecomic? La risposta è semplice. Ancora oggi Rocky è l’espressione di un mondo sincero e mai svenduto. Un mondo dove i legami umani non cedono all’odio cieco né alle facili banconote. Rocky Balboa era ed è tutto questo, così come Adonis. E forse siamo in molti a sentirci più simili a loro di quanto amiamo mostrare al mondo.

Ho iniziato con un frammento personale di vita e concludo allo stesso modo. Adoro fare jogging. Solo con me stesso e la musica. Non lo faccio per fini agonistici né per avere un fisico scolpito. Lo faccio perché mi garba e quelle musiche, di Rocky intendo, non mancano mai. Oltre alla colonna sonora di Rocky IV, in assoluto la migliore, il pezzo migliore è l’immortale "Gonna Fly Now" in versione allenamenti Rocky-Apollo nel terzo capitolo. Lì c’è tutto. Paura, reazione e coraggio di affrontare la vita.

Ve lo chiedo ancora una volta: perché il mondo di Rocky Balboa riesce ancora a entrare nel cuore delle persone? Vi rispondo in maniera diversa. Perché non si è mai atteggiato a vincente. Rocky è sempre stato “umano”. Fragile, sconfitto ma mai davvero pronto a gettare la spugna. Lui prima e Adonis oggi affrontano l’ora del KO con un solo pensiero in testa. Rialzarsi e vincere. Non subito. Ci arriveranno. Lottando comunque. Non importa quello che dirà un verdetto. È quello che hai dentro che conta davvero ed è in grado di cambiare la tua vita per sempre.


Il trailer di Creed II

Creed II - Rocky Balboa (Sylvester Stallone) e Adonis Johnson (Michael B. Jordan)

martedì 19 giugno 2018

Jurassic World - Il regno distrutto

Jurassic World - Il regno distrutto (2018, di Juan Antonio Bayona)
Vince facile al botteghino Jurassic World - Il regno distrutto ma la realtà è ben diversa. Un film scontato e per nulla horror, come si è scritto. L'emblema del cinema moderno ad alto budget.

di Luca Ferrari

Jurassic World - Il regno distrutto (2018, di Juan Antonio Bayona) è un film modesto che non aggiunge nulla alla vera meraviglia creata nell'ormai lontano 1993 con il solo e unico Jurassic Park, di Steven Spielberg. Trama trita e ritrita. Fin troppo "cool" Owen Grady, interpretato dal bravo Chris Pratt. Il finale poi, come ormai impone la legge del cine-business vedi il recente (e patetico) remake di Assassinio sull'Orient Express, viene creato ad hoc per far intendere al pubblico che l'avventura del filone non si è certo esaurita qui.

Il trailer di Jurassic World - Il regno distrutto

mercoledì 6 giugno 2018

Hotel Gagarin, il privilegio di sognare insieme

Hotel Gagarin - la prima attrice (Silvia D'Amico)
La vita, gl’imprevisti e la magia della settima arte. “È stato un privilegio sognare con tutti voi”, e allora perché non continuare? Hotel Gagarin (2018, di Simone Spada).

di Luca Ferrari

Un gruppetto di italiani in un albergo in piena Armenia coperta di neve. Sono arrivati per girare un film. Chi per lavoro, chi per caso, chi cambiare vita  chi per realizzare il sogno di intera un’esistenza. C’è un gruppetto di italiani immerso nel bianco dell’Armenia. Per alcuni sono dei professionisti, ad altri paiono dei pazzoidi in un luogo sperduto. Quale che sia la verità, il senso o il domani che li attende, questa è la storia di Hotel Gagarin (2018, di Simone Spada).

I fondi europei sono una risorsa. C’è chi li spende bene per la propria gente e il territorio amministrato, e chi ne approfitta in modo spudorato per intascare lauti dividendi. Con l'inganno, viene così assemblata una squadra formata da un professore di Storia col sogno di dirigere il proprio manoscritto (Giuseppe Battiston), un tecnico delle luci (Claudio Amendola), un fotografo (Luca Argentero) e la prima attrice (Silvia D’Amico), quest’ultima proveniente, diciamo così, non propriamente dal mondo della recitazione.

Capitanati da una scaltra donna dell’est (Barbora Bobulova), la truppa sbarca a Yerevan per poi proseguire su quattro ruote, guidate dalla una giovane ragazza locale (Caterina Shulha), tutta piercing e pancione. Dopo un bel po’ di strada tra città, paeselli e il nulla innevato, eccoli arrivare all’Hotel Gagarin. Un albergo solitamente chiuso l’inverno e aperto appositamente per gli ospiti italiani che qui avranno il loro “campo base” per partire a fare i sopralluoghi, incontrare le comparse, etc.

Tutto fila, non proprio liscio ma la farsa regge salvo poi accadere l’imprevedibile. Nelle ennesime scaramucce territoriali tra Armenia e Azerbaigian, scatta il coprifuoco. Interviene l’esercito e nessuno può più uscire dall’albergo. La copertura dal Bel paese intanto fa la sua inevitabile fine. Tutto allora deve ripartire e ricominciare. I segreti vengono a galla. Le ambizioni si spengono. La coralità del cuore prende il sopravvento. Le individualità delle singole anime si riappropriano della meraviglia dimenticata.

Se l’albergo più famoso della storia del cinema è (presumibilmente) l’Overlook Hotel dove aveva sede l’incubo Kubrickiano di Shining (1980), in tempi più recenti divenne un vero e proprio nascondiglio per i Tutsi in fuga dalla follia omicida Hutu durante il genocidio narrato in Hotel Rwanda (2004, di Terry George con Don Cheadle). A farne il centro di una più strampalata vicenda, Wes Anderson e i suoi colorati protagonisti del Grand Budapest Hotel (2014).

2018, questa volta tocca a una location isolata e allo stesso tempo molto accogliente. Il suo nome si richiama al primo astronauta dell’Unione Sovietica (e del mondo) capace di volare attorno al Pianeta Terra. Giorno dopo giorno, l’immobilità dei protagonisti si ribella. La notizia circola. Dalla vallata in tanti vogliono vedere. Dall’ampio e invisibile vicinato si presentano donne, anziani, uomini e bambini. Come tanti fanciulli che scrivono a Babbo Natale, anche loro hanno qualcosa da chiedere e sperare di veder realizzare davanti alla telecamera.

Il primo a presentarsi è un vecchio desideroso di raggiungere lo spazio come il suo eroe, per l'appunto Yuri Gagarin. Ecco poi i pistoleri, la piccola ballerina, gli innamorati. Un piccolo mondo a parte si colora di fantasia e una magia incredibile. Si crea, si monta, si cuce. Ma soprattutto, si sorride ed è contagioso. I premi non sono che pezzi di metallo. I riconoscimenti delle pergamene antiche. Gli sguardi meravigliati e festanti della gente, quelli sono diversi. Quelli sono il trionfo del cuore.

Fattosi le ossa come aiuto regista dei primi film di Checco ZaloneNoi e la GiuliaNon essere cattivo di Claudio Caligari e Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti, Simone Spada (Torino ’73) è qui al suo secondo lungometraggio dopo Maìn - La casa della felicità (2012), firmando in questo suo nuovo lavoro anche la sceneggiatura insieme a Lorenzo Rossi Espagnet.

Friulano di Udine classe ’68 , Giuseppe Battiston (Zoran il mio nipote scemo, Pitza e datteri, Perfetti sconosciuti) è un attore di razza. Professore ignorato dal malinconico sapore “PaulGiamattiano” (In viaggio con Jack, ndr), dei vari personaggi alloggiati all’Hotel Gagarin è il più ingenuo e idealista. Il classico candidato a rimanere scottato dai propri sogni e ancor di più dai sotterfugi dei furbi, o meglio truffatori. Ma coma avrebbe detto il giovane protagonista di un film di Martin Scorsese, “questa avventura deve ancora finire!”.

Curiosi incroci tra gli attori protagonisti. Amendola e Argentero si ritrovano insieme dopo la travolgente commedia Noi e la Giulia (2016, di Edoardo Leo). Barbora Bobulova ritrova Battiston dopo aver diviso il set del recente Dopo la guerra (2017, di Annarita Zambrano) e sempre l’attrice slovacca è di nuovo davanti alla telecamera insieme a Silvia D’Amico, dirette da Francesco Patierno in Diva!, film presentato Fuori concorso alla 74° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica. Bobuolova che ritrova Caterina Shulha, l'indimenticabile escort incazzata Paprika di Smetto quando voglio, dal set di Immaturi - Il viaggio.

Distribuito da Lotus ProductionsHotel Gagarin è un film fa vedere al cinema. A tratti quasi HugoCabrettiano, ha il grande merito di mettere il destino al servizio dell’essere umano, che insolitamente e in modo del tutto anticonformista per i tempi moderni, cerca la felicità e sorride quando la trova. Come nell’immacolato paesaggio armeno, non c’è una strada unica. C’è chi si ferma a un tavolo e chi ha bisogno di una cavalcata. Qualcun altro invece inizia una partita a scacchi. Nulla di lugubre né di Bergmaniano, solo un mettere a (dolce) fuoco i propri sogni.

Hotel Gagarin (2018, di Simone Spada) non è una storia di disperati alla ricerca di una terra promessa che non c’è. Questa è una storia di uomini e donne che s’incontrano e diventano compagni di anima.. Non saranno solo le loro vite a cambiare, ma anche quelle di tante altre persone. O forse non cambierà nulla, ma da adesso tra loro e i propri sogni è scattato qualcosa. La consapevolezza di volerli davvero realizzare ed essere felici.

È stato un privilegio vedere Hotel Gagarin. È stato un privilegio potervelo raccontare.

Il trailer di Hotel Gagarin

Hotel Gagarin - la guida locale (Caterina Shulha)
Hotel Gagarin - l'organizzatrice (Borbora Bobulova) e il fotografo-cameraman (Luca Argentero)
Hotel Gagarin - il docente aspirante regista (Giuseppe Battiston)
Venezia, cinema Rossini - Tutto pronto per la visione di Hotel Gagarin © Luca Ferrari

giovedì 24 maggio 2018

Deadpool 2, lo stagista X-Men

Deadpool 2 - Domino (Zazie Beets), Wade (Ryan Reynolds) e Cable (Josh Brolin)
Un giovane mutante è inseguito da un colosso venuto dal futuro. Lo stagista Wade Wilson e la sua X-Force sono pronti alla "logorroica" azione. Deadpool 2 (di David Leitch), al cinema.

di Luca Ferrari

Ironico. Deciso. Smaliziato. Il supereroe più irriverente del circondario e oltre è tornato. Al suo fianco, vecchi e nuovi amici. Dentro i suoi fianchi, la consueta cascata logorroica di parole e colpi letali. C’è spazio anche per la malinconia, coraggio e l’amicizia ma comunque sopra le righe. Deadpool 2 (2018, di David Leitch) è arrivato al cinema con la volontà decisa di prendere a calci, lì dove non batte il sole, qualsiasi valoroso soldato Marvelliano. E lo fa, eccome se lo fa. Anche se per caso dovesse ritrovarsi senza gambe e attendere che gli ricrescano.

Wade Wilson (Ryan Reynolds) è ormai lanciato nella fama. Uno dopo l’altro, i cattivi cadono sotto i suoi proiettili. Non tutto va come dovrebbe però, e a rimetterci è l’amata Vanessa (Morena Baccarin). Abbattuto e sconsolato, dopo un maldestro tentativo di suicidio, ci pensa il possente amico mutante Rasputin (Andre Tricoteux) a salvarlo e portarlo all’Accademia degli X-Men, dove ad aspettarlo c’è anche Testata Mutante Negasonica (Brianna Hildebrand) insieme alla sua fidanzata, la simpatica Yukio (Shioli Kutsuna).

Arruolato come stagista, la sua prima missione è risolvere un’intricata situazione che vede protagonista e fuori controllo il giovane Russell/Firefist (Julian Dennison), deciso a scatenare la potenza del suo fuoco manuale contro il preside (Eddie Marsan) e tutto lo staff di sadici e pedofili. Deadpool come ogni buon X-Men non dovrebbe uccidere nessuno ma la situazione sfugge di mano (grilletto) e per questo entrambi vengono portati nella terribile prigione di ghiaccio dove vengono rinchiusi i mutanti pericolosi con tanto di collare che impedisce di usare i loro poteri.

Prima della trasformazione, Wade Wilson era malato di più cancri. Situazione che ora ritorna puntuale. Quello che non può immaginare è che di lì a qualche inevitabile rissa da prigione, la suddetta verrà attaccata da un forzuto venuto dal futuro, il possente Cable-Nathan Summers (Josh Brolin), giunto fin qui per fare fuori proprio quel ragazzotto che Wade aveva cercato di placare. Ma quale mai sarà la ragione? Poco importa. Wade lo difende ma da solo non basta. Insieme al compare Weasel (T. J. Miller), danno luogo a un esilarante recruting day per mutanti e così formare la X-Force.

Vengono scelti Bedlam (Terry Crews), Shatterstar (Lewis Tan), Zeitgeist (Bill Skarsgård), lo Svanitore (Brad Pitt), l’umano baffuto Peter (Rob Delaney) e infine Domino (Zazie Beetz), una che a suo stesso dire ha un solo super potere: è fortunata, cosa che ovviamente la porterà a un estenuante ping-pong vocale con Wade. Al casting partecipa anche l’amico Dopinder (Karan Soni), che puntuale viene rifiutato e utilizzato come sempre come autista. La squadra è pronta. Cable avrà pane per i suoi denti ma sono molti i dettagli che Deadpool deve ancora capire di questo anomalo nemico e del ragazzo al centro delle sue mire.

Davvero particolare questo regista, David Leitch, noto anche come stuntman e attore. Dietro la telecamera, un esordio da urlo con il cult John Wick (2014), action oscuro con protagonista Keanu Reeves, per poi passare al mondo dello spionaggio in epoca di Guerra Fredda con Atomica Bionda (2017) con una donna al centro della scena, la premio Oscar Charlize Theron, al fianco di James MacAvoy e John Goodman. E ora il personaggio più folle dell’armada supereroica, salendo nettamente di livello rispetto al primo Deadpool (2016) di Tim Miller.

Sceneggiato dallo stesso Reynolds insieme a Rhett Reese e Paul Wernick, Deadpool 2 è un film che conquista. Non è solo la linguaccia di Wade Wilson a raccogliere proseliti, ma autentiche scene diventate subito memorabili, finale incluso. Apocalypse Now potrà anche avere la sua "Cavalcata delle Valchirie", Deadpool 2 sarà per sempre legato a "Thunderstruck" degli AC/DC, accompagnamento a dir poco strepitoso nell’assalto volante al convoglio carcerario. Dimenticatevi poi di Basic Instinct. Dopo aver visto Deadpool 2, nulla sarà più come prima.

Cast molto bene assortito. Citazioni su citazioni di film da parte del protagonista, a tratti quasi TonyStarkiano. Su tutte, il Willy l'Orbo dei Goonies riferito a Cable (chissà come mai! ndr), il cui interprete Josh Brolin è appena reduce da un altro cinecomic, vestendo i panni sovrumani di Thanos nello scontro totale di Avengers: Infinity War (2018, di Anthony e Joe Russo). Sarebbe divertente vedere Deadpool alle prese con i più ligi Vendicatori ma salvare il Pianeta forse non è nelle sue corde (vocali), per cui godiamoci questa sua nuova avventura con la speranza di vederlo ancora sul grande schermo, sempre diretto da David Leitch.

Il trailer di Deadpool 2

Deadpool 2 - Yukio (Shioli Kutsuna)
Venezia, cinema Rossini - Tutto pronto per la visione di Deadpool 2 © Luca Ferrari

giovedì 10 maggio 2018

"Loro" di Paolo Sorrentino, no grazie

Loro - Silvio Berlusconi (Toni Servillo)
Loro (1 & 2), il nuovo doppio film di Paolo Sorrentino non l’ho visto e non lo vedrò al cinema. Senza fretta aspetterò che sbarchi sul piccolo schermo e vi spiego il perché.

di Luca Ferrari

L’ho detto e lo voglio ribadire. Non sono andato al cinema a vedere Loro (1 & 2) di Paolo Sorrentino né ho intenzione di farlo. Con estrema franchezza posso dire che non spenderò neanche un euro per i suddetti lungometraggi e spetterò che siano trasmessi sul piccolo schermo. Il perché di questa decisione ve lo spiego in pochi semplici punti. Non sono verità assolute, sono considerazioni basati sulla visione di trailer, interviste, lettura di articoli e ragionamenti personali.

  • Giorno dopo giorno, in Italia si sta dimenticando chi sia stato e chi sia tutt’ora Silvio Berlusconi. Andare a vedere un doppio film che tratta in modo poco approfondito la questione politica è quasi offensivo per un uomo che dovrebbe chiedere scusa a milioni di italiani. Non voglio assolutamente dire che Sorrentino stia contribuendo al revisionismo dell’ex-Presidente del Consiglio, ma con un uomo così si poteva (doveva) osare di più
  • Paolo Sorrentino (Le conseguenze dell'amore, Il divo, This Must Be the Place) è un bravo regista ma troppo innamorato della sua intelligenza e arte. Non è ancora agli ego-livelli di David Lynch ma troppo spesso la storia cede il passo allo stile. È una scelta e va rispettata. Il risultato ovviamente può dividere. Che un film come Youth – La giovinezza, a dispetto dell’ottimo cast (Michael Caine, Jane Fonda e Harvey Keitel), non abbia minimamente lasciato il segno, qualcosa vorrà pur dire
  • Toni Servillo (Gomorra, Il gioiellino, Bella addormentata) sta rischiando di diventare per Sorrentino ciò che Roberto Benigni & la moglie Nicoletta Braschi sono per lo stesso regista toscano, talvolta fuori posto e ripetitivi. Volente o nolente, il Berlusca “Sorrentiniano” ricorda il Jep Gambardella del pluri-premiato La grande bellezza. Servillo è un mostro di bravura ma si poteva pensare a una storia e/o a un interprete differente ma questo si sa, non è la maniera del regista napoletano
  • A dispetto dell’ottima interpretazione di Elena Sofia Ricci (Ex, Mine vaganti, Ho ucciso Napoleone) nei panni dell’ex-moglie Veronica Lario, ci sono fatti che paiono creati ad hoc per sfruttare la "curiosità" morbosa del pubblico. La storia e la rottura tra Silvio e Veronica assunse nel corso degli anni le sembianze di una (squallida) telenovella così abilmente (s)venduta sui giornali e su pseudo trasmissioni televisive. Di vederla anche al cinema l'interesse è pari allo zero assoluto
  • L’Italia di Berlusconi e dunque raccontata da Sorrentino è un mondo che potrà tanto “divertire” chi non vi abita, ma qui la situazione è diversa. Basta un po’ di populismo, uno sbarco di persone disperate di troppo ed ecco tornare subito di moda, invocato come salvatore della patria. L’Italia è notoriamente un paese che legge e si documenta poco. Qualunque sia il messaggio contenuto in Loro (di Paolo Sorrentino), saranno in pochi a capirlo e temo che la massa vedrà solo il marcio luccicante. Quel marcio "truffaldino" da cui è sempre e tragicamente attratta 
L'Italia è uno Stato con la memoria corta. Come ha dimenticato i crimini del Fascismo così ha già fatto tabula rasa di tutto ciò che Silvio Berlusconi ha fatto (e non fatto). Basterebbe solo citare il macello della scuola Diaz avvenuto sotto il suo secondo Governo, fatto definito da Amnesty International la più grave sospensione dei diritti umani nell'Europa dopo la II Guerra Mondiale, per porsi qualche interrogativo. In conclusione, di vedere al cinema un doppio film che non ha il coraggio di prendere una posizione contro un uomo simile, la mia risposta è al contrario decisa: no!

Il trailer di Loro 2

Loro - lo spregiudicato affarista Sergio Morra (Riccardo Scamarcio)

mercoledì 9 maggio 2018

Bordertown, il massacro (vero) di donne

Bordertown - Eva Jimenez (Maja Zapata) è sola in autobus
Donne massacrate e uccise. È avvenuto a Ciudad Juarez. Una giornalista indaga a rischio della sua vita. Tratto dalla cronaca più atroce, Bordertown (2007, di Gregory Nava).

di Luca Ferrari

Una violenza costante, brutale e taciuta. Un inferno sepolto. Agli inizi del terzo millennio la cittadina messicana di Ciudad Juarez balzò alle cronache (poche) per una continua serie di violenti omicidi ai danni di donne. Amnesty International lanciò un fragoroso grido di allarme e denuncia. Nel 2007 il regista-sceneggiatore Gregory Nava portò quell’orribile fatto di cronaca sul grande schermo, Bordertown (2007), con Jennifer Lopez, Charlie Sheen e Antonio Banderas.

Il film è un autentico viaggio nell’inferno senza ritorno. Forte della fama degli attori principali,il film  provò a far conoscere il dramma delle donne massacrate di Ciudad al mondo intero. Lauren Adrian (Jennifer Lopez) è una giornalista che inizia a occuparsi di queste donne, umili lavoratrici, che spariscono nel nulla. Il suo coraggio la porterà a rischiare la propria vista fino a ritrovarsi nel buio più totale della paura. La stessa delle vittime.

Sono passati 11 anni da quando mi accomodai al cinema Astra del Lido di Venezia a vedere Bordertown (2007, di Gregory Nava). Da allora la parola “femminicidio” è entrata nel vocabolario italiano ma quanto è cambiato davvero? La cronaca viene abilmente manipolata a seconda dell’etnia dell’aggressore. Finché anche una sola donna non denuncerà chi la brutalizza o minaccia, l’azione umana non sarà stata adeguata e noi avremo miseramente fallito.

Il 2018 è stato l’anno dello scandalo legato agli abusi di Harvey Weinstein ed è curioso e tragico che in questo periodo di grandi movimenti femminili e lotta contro la violenza sulle donne, nessuno abbia osato criticare la scelta di riproporre sul grande schermo Ultimo tango a Parigi. Un film questo durante il quale lo stesso (intoccabile) regista Bernardo Bertolucci, ha dichiarato tronfio di aver sodomizzato la protagonista Maria Schneider.

Troppo spesso snobbata per la sua sfavillante vena glamour, Jennifer Lopez è un'attrice che meriterebbe più considerazione, avendo (tra l'altro) scelto spesso cine-strade poco commerciali. Più volte si è cimentata con la violenza, a cominciare dal drammatico Via dall’incubo (2002, di Michael Apted), proseguendo con Il vento del perdono (2005, di Lasse Hallström) e poi approdando sul piccolo schermo con la serie televisiva Shades of Blue al fianco di Ray Liotta, di cui a breve comincerà la terza stagione.

Che cosa sta succedendo a Ciudad Juarez in questo momento? Non lo so davvero e non lo sapete nemmeno voi. Che cosa sta succedendo a centinaia di migliaia di donne in tutto il mondo? Non lo sappiamo e con tragica probabilità ne verremo a conoscenza solo dopo il loro necrologio.  Bordertown (2007, di Gregory Nava) parla di una strage contemporaneo le cui radici piangono soffocate nei secoli e nei decenni passati. Che questa piena di sangue s'interrompa dipende da ciascuno di noi. Come giornalista e scrittore, questo è il mio contributo:

CI POTREI ESSERE IO IN UNA DI QUELLE FOSSE

è uscita dalla sua tomba
…la tragedia della sua storia
è tutta nel sangue
che continuerà ad essere versato
anche dopo di lei

e anche se il corpo carbonizzato
del suo assassino
non verrà mai richiesto da nessuno,
la globalizzzazione di sangue
è immune ai ricorsi
e a qualsiasi polverosa protesta
su scala cittadina-mondiale

Pensi davvero che non potresti essere
anche tu uno di quella fossa?
Pensi davvero che non potresti essere
anche tu uno di quella fossa?

...Non Armare Fratricidi Traffici Anti-umani…

ormai è giorno
e NON VOGLIO ARCHIVIARE
…è ancora notte
e NON HO ALCUNA INTENZIONE DI ARCHIVIARE
l’ennesimo atto di ferocia umano
solo perché giudicato insignificante
agli occhi di qualche colpo di pistola
sparato alle spalle

tutte le volte che ho sentito dire
che non sarebbe successo niente di male
mi sono trovato a fare i conti
con il rifiuto di pubblicare la storia
e l’auspicio a non far più ritorno
…è la differenza fra me e chiunque
non sia in disaccordo con quello che succede

Il turno è terminato, dirigersi
verso l’uscita…ormai è giorno,
ma la notte farà ancora ritorno
per qualcuno di noi…
(cinema Astra, Lido di Venezia [VE], 27 Marzo ‘07)


Bordertown, il film completo

Bordertown (2007, di MGregory Navas

martedì 8 maggio 2018

Infinity War, gli Avengers contro la dittatura

Avengers: Infinity War - il possente e spietato Thanos (Josh Brolin
Ogni dittatura subita è una forma di estinzione. La minaccia aliena è più forte che mai. Chiunque si schieri contro l’invincibile Thanos è il benvenuto a unirsi insieme agli Avengers in Infinity War.

di Luca Ferrari

Un tiranno spietato è deciso a prendersi le sei Gemme dell'Infinito e così sterminare metà dell'intero universo. Lui si vede come un benefattore. Nella sua folle visione l’intero mondo è sovraffollato ed è per questo che le risorse in ogni pianeta si stanno esaurendo. Qualcuno per fortuna non è d’accordo ma il semplice unire le forze non sarà sufficiente. Questa volta nemmeno il coraggio più audace potrà bastare per spegnere il progetto allucinante di questo alieno. Sarà una dura battaglia, sulla Terra e altrove. Questo è il tempo di Avengers: Infinity War (2018, di Anthony e Joe Russo).

Cinque anni or sono il possente Thanos (Josh Brolin) mandò Loki (Tom Hiddleston) a preparargli il campo sulla Terra. Dopo che l’Asgardiano ha rimediato una sonora sconfitta, adesso è arrivato il momento di fare da sé. Un pianeta dopo l’altro, cadono tutti e la situazione è sempre la stessa. Metà popolazione vive, metà muore. Una dopo l’altra, Thanos punta alle Gemme dell’Infinito. Adesso è il turno della Terra, due delle quali sono custodite da Doctor Strange (Benedict Cumberbatch) e Visione (Paul Bettany).

Anche il possente Thor (Chris Hemsworth) subisce l’atroce punizione distruttiva di Thanos e i suoi spietati sgherri, e a dispetto della strenua resistenza opposta insieme al sempre ambiguo fratellastro, il leale Heimdall (Idris Elba) e Hulk (Mark Ruffalo), finisce in una letale disfatta. Divisi e mal ridotti, il gigante verde, una volta rientrato sulla Terra, riesce a mettere in allarme i non più amici Tony Stark-Iron Man (Robert Downey Jr.) e Steve Rogers-Captain America (Chris Evans), sebbene in modi non del tutto classici e dopo le prime scaramucce spaziali con questi nuovi e atroci nemici.

Malridotto e mezzo morto intanto, il dio del tuono s’imbatte per puro caso nella salvifica astronave dei guardiani della galassia al gran completo: Peter Quill-Star Lord (Chris Pratt), Drax il Distruttore (Dave Bautista), il procione Rocket (voce originale di Bradley Cooper), il mix arboreo-umano Groot (voce originale di Vin Diesel), ora adolescente e sempre con un videogioco tra le mani-radici, Mantis (Pom Klementieff) e Gamora (Zoe Saldana), figliastra di Thanos e attesa da un doloroso incontro con Nebula (Karen Gillian). La coalizione è necessaria.

Di fronte a un nemico tanto potente, tornano tutti in campo: Natasha Romanoff-Vedova Nera (Scarlett Johansson), il giovane Peter Parker alias Spider-Man (Tom Holland) che presto si pentirà di aver disertato la gita scolastica per aiutare il suo padrino supereroico. A difendere la gemma custodita nella testa di Visione si uniranno anche la sua amata Wanda Maximoff-Scarlet (Elizabeth Olsen), il "Soldato d'Inverno" Bucky (Sebastian Stan), Sam Wilson-Falcon (Anthony Mackie), James Rhodes-War Machine (Don Cheadle) e T'Challa-Pantera Nera (Chadwick Boseman) insieme a tutti i guerrieri di Wakanda.

Tutti sfidano Thanos. Una battaglia per riequilibrare l’universo. Una battaglia dove i sentimenti dimostrano di avere ancora qualcosa da dire. La domanda è: ci saranno anche domani? La sfida è impari ma l’umanità la affronta comunque e quando Captain America blocca il pugno di Thanos, già forte di 5 gemme su 6, non si può non riflettere su cosa rappresenti questa azione. È il coraggio di affrontare qualcuno più forte di te. È il coraggio del singolo capace di non abbassare lo sguardo dinnanzi alla prepotenza. La volontà di Steve Rogers è il seme che ciascuno dovrebbe far piantare dentro di sé per non lasciare questo mondo in mano agli spietati.

Dopo essersi concentrati su Captain America (The Winter Soldier, 2014), testando il film corale nel non troppo convincente scontro fra amici-supereroi, Captain America – Civil War (2016), questa volta i fratelli Anthony e Joe Russo li hanno chiamati tutti a raccolta. Vendicatori, Guardiani della Galassia, Black Panther e il regno di Wakanda, nessuno escluso. Il risultato è un film intelligente, capace di spaziare con abilità tra azione, dramma e ironia. Attingendo alla tavolozza di emozioni umane lasciando al proprio vissuto, identità o valori che si preferisca, qualche ulteriore valutazione.

Se l’inarrivabile The Avengers (2012, di Joss Whedon) sorprese chiunque riuscendo a gestire alla perfezione la presenza di almeno 7 indiscussi protagonisti, qui la sfida era ancora più massiccia. Ammirevole l’operato dei due sceneggiatori, Christopher Markus & Stephen McFeely, che hanno saputo mantenere più segmenti narrativi senza mai scivolare nella confusione o il pressapochismo. Thanos, ottimo villain ma il primo Loki è di un’altra razza. È proprio la sua infida umanità a renderlo così dannatamente superiore a chiunque.

Chi è Thanos? Un bullo. Un mafioso. Un potente ignorante che ritiene di aver capito tutto e che, sfortuna per l’universo, è in grado di poter sacrificare miliardi di creature viventi. Chi è Thanos? È la scelta sicura. Thanos è il lasciar fare le cose sporche a qualcun altro, sperando di essere dalla parte giusta (viva) al momento delle sue inattaccabili decisioni. Chi è Thanos? È l’ennesimo megalomane che si erge a divinità e tutti devono fare come vuole lui. In alternativa, c’è sempre la valida morte.

Chi sono gli Avengers o comunque tutti coloro che combattono Thanos? Sono i partigiani. È la ribellione che insorge. Chi sono i rivali di Thanos. Sono persone che occupano un posto molto particolare nella società o non ce l’hanno ancora così definito, fatta eccezione per il regno di Wakanda, comunque un piccolo mondo a parte. Sono l’ispirazione per un mondo che crede ancora nell’unità delle genti e che insieme si possa guardare a una nuova alba dell’umanità.

Con la complicità della rete e l’ignoranza sempre più dilagante, menti acute e studiose, o più semplicemente esperte manipolatrici, si ergono a guide integerrime delle genti con fin troppa facilità. Gonfiano il petto e lanciano slogan. Fanno del proprio fine una strada a senso unico oscurando un valore universale ormai sempre più sbiadito, l’umanità. Impongono la propria legge schiacciando la testa di chiunque non sia un riflesso esecutivo del proprio sé .

L'altro schieramento al contrario sono amici. Sono ex-colleghi. Sono instabili ma con un alto senso del rispetto reciproco e cosa più nobile, non si colpiscono alle spalle. A parole sono degli anarchici, nei fatti sono una squadra. Bella parola questa, squadra. Al giorno d’oggi nessuno sa più cosa significhi davvero. Tragicamente sostituita dalle sorellastre come gang, banda, branco, etc. Una vera squadra è in primo luogo un gruppo di persone capace di sacrificare la propria vita per un compagno o qualcuno più debole.

A seconda della propria ideologia (…), oggi i modelli che vanno sono ancora i Putin, i Berlusconi, i Trump. Perché sorprendersi dunque se in Italia sono stati dimenticati gli atroci orrori del Fascismo, ben esportati per altro in terra etiope, spagnola, slava e greca? Al 2018 per la maggior parte della gente, la soluzione è il dittatore dell’universo. Che poi questo uccida senza pietà non fa nessuna differenza. Thanos è vivo e vegeto, ma dei guardiani della libertà e soprattutto dell’umanità, si sono perse le tracce ormai da un pezzo.

Avengers: Infinity War (di Anthony e Joe Russo) si è ampiamente guadagnato il diritto di riportarci al cinema per la seconda e ultima parte della battaglia. Bisognerà aspettare la primavera 2019 per conoscerne l'esito. Nel frattempo si potrà ingannare l’attesa con Ant-Man and the Wasp e Captain Marvel, rispettivamente in uscita nell'agosto di quest’anno e il marzo prossimo. E noi qui, alle prese con mille dittatori e dittature, cosa facciamo? Guardiani dell’umanità e della libertà, uscite allo scoperto e uniamoci.

Il trailer di Avengers: Infinity War

Avengers: Infinity War - Steve Rogers Captain America (Chris Evans) blocca la mano di Thanos

venerdì 13 aprile 2018

Tonya, l'illusione del riscatto

Tonya - Tonya Harding (Margot Robbie) durante l'esecuzione del triplo axel
Tonya Harding è una grande pattinatrice ma per l’immagine dell'America puritana non potrà mai essere davvero una vincente. Tonya (2017, di Craig Gillerspie).

di Luca Ferrari

Combattiva. Segnata. Risoluta. Tonya Harding ha potenza e talento ma nel mondo del pattinaggio artistico non basta per essere la numero uno. Apparenza e presenza valgono anche di più e lei, Tonya, non ha una bella storia da raccontare alle telecamere. Nel suo curriculum ci sono abbandoni, una madre prepotente e un compagno-marito violento. E questo non va bene. Tratto dalla storia vera della stessa protagonista, Tonya (2017, di Craig Gillerspie).

Tonya Harding è una bambina (Mckenna Grace) di appena quattro anni quando la rigida e insensibile madre LaVona (Allison Janney) la porta sulle piste di pattinaggio per farne una campionessa, affidandola alle cure della mite Diane Rawlinson (Julianne Nicholson), in principio refrattaria ad allenare una dilettante. LaVona fuma sulla pista ed è sboccata. Non gliene frega nulla dell’apparenza. Quando la figlia non fa come dice lei, piovono schiaffi.

Tonya (Margot Robbie) pattina e cresce fino a sfidare l’impossibile, diventando la prima pattinatrice americana a realizzare un triplo axel e così vincendo i campionati nazionali. Sembra l’inizio di una fiaba. Un passato difficile e ora il riscatto. Non è così. Non sarà così. Dopo il classico e iniziale idillio col belloccio Jeff Gillooly (Sebastian Stan), iniziano a fioccare sberle e pugni. Nonostante tutto, Tonya va avanti. I due si lasciano e si rimettono insieme. Si sposano ma la violenza è una costante. Da parte materna non esiste alcuna compassione né sostegno. Questa è la "cazzo" di vita di Tonya Harding.

Tonya però non molla. Cambia allenatrice passando a Dody Teachman (Bojana Novakovic). La carriera di Tonya procede tra alti e bassi fino al fattaccio dell’aggressione alla collega Nancy Kerrigan (Caitlin Carver). In principio nato come una semplice idea di disturbarla psicologicamente con lettere anonime, il compare del marito, Shawn (Paul Walter Hause), un inetto sbruffone e bugiardo, la fa aggredire fisicamente. Puntuale il boomerang torna diritto in faccia a Tonya. Sapeva, non sapeva o ha contribuito al piano? Comunque un episodio che la porterà in tribunale mettendo a rischio tutto ciò per cui ha sudato e faticosamente lavorato.

Formula interessante quella scelta dal regista australiano qui al suo sesto lungometraggio con sceneggiatura di Steve Rogers. Fin dalle prime battute del film, i Tonya, Jeff e LaVona contemporanei raccontano la storia dal proprio punto di vista, dando ovviamente maggior risalto alla protagonista. Craig Gillerspie (Lars e una ragazza tutta suaMillion Dollar Arm, L’ultima tempesta) consacra sul grande schermo una storia che in America fece scalpore e qui nel vecchio continente era pressoché sconosciuta.

Tonya è una donna colpita dal marito ma a nessuno interessa. Tonya Harding non è una di quelle belle faccine con cui svendere i diritti delle donne sulle copertine di riviste alla moda. Tonya Harding viene dal fango e lì deve rimanere. Le botte che prende sono inevitabili per la sua vita ed estrazione sociale. Tonya Harding non sarà mai il volto d’America, semplicemente perché la terra delle opportunità non vale davvero per tutti, e se qualcuno non lo avesse ancora capito, ci penseranno altri a spiegarlo (imporlo).

Pioggia di nomination nelle varie competizioni con Allison Janney trionfatrice come Miglior attrice non protagonista nel terzetto d’oro: Golden Globe, BAFTA e premio Oscar, portandosi a casa anche i prestigiosi Screen Actors Guild Award e Critic’s Choice Award. Niente da fare invece per Margot Robbie, sempre sconfitta ma la cui performance rimarrà nella memoria molto di più della sua tanto decantata Harley Quinn (Suicide Squad, 2016) o per la scena hot di The Wolf of Wall Street (2013, di Martin Scorsese).

Nota al grande pubblico per vestire (tutt'ora) i panni di Bonnie Plunkett, madre della protagonista Anna Faris nella serie Mom (trasmessa anche in Italia con meno successo rispetto agli States), Allison Janney è uno di quei volti visto e stravisto. Era lei la madre catatonica del giovane Fitts in American Beauty e sempre nel medesimo ruolo ma più disinvolta, mamma di Emma Stone nel drammatico The Help. Di tutt'altro genere la sua presenza nel recente Spy (2015, di Paul Feig), a capo della CIA e dei suoi strampalati agenti Jude Law, Jason Statham e Melissa McCharty.

LaVona Harding è una donna dallo scarso spirito materno. Non si piange addosso né punta il dito contro nessuno. A differenza della figlia che cerca di evolversi e sradicarsi da un destino segnato, per lei esistono solo i calli del presente. Lavora in una tavola calda. Non aspira a nulla di più. A LaVona Harding non interessa l'affetto della propria figlia. Non riflette su ciò che le fa notare, anzi, si arrabbia ancora di più. La guarda pattinare fumandosi l'ennesima sigaretta e quando sembra davvero preoccupata per come le stanno andando le cose, forse c'è qualcosa sotto.

Tonya Harding è una vittima ma è una di quelle esistenze che non vanno bene per l’ipocrita facciata puritana delle crociate contro la violenza sulle donne. Nessuno al giorno d’oggi si sbraccerebbe per lei magari con un hashtag personalizzato. Tonya Harding sanguina nella macchina dopo l’ennesimo litigio terminato con un colpo di pistola ma quando la macchina viene fermata dalla Legge, al solerte agente non interessa la sua salute ma solamente ciò che c’è nel portabagagli.

Tonya Harding si cuce i vestiti da sola. Volteggia sul ghiaccio al ritmo degli ZZ Top. S'intossica i polmoni prima di cominciare la sua performance. Tonya Harding è un pugno nell’occhio per un mondo dove i proletari neanche si avvicinano. Ha grinta da vendere e quando vede che la sua storia pregiudicare i risultati, superiori alle colleghe, non le manda proprio a dire. Allo stesso tempo è una donna che piange, e vorrebbe solo vivere un po’ di quella felicità cui sembra preclusa.

Tonya (2017, di Craig Gillerspie) non prende una chiara posizione ma è palpabile che parteggi (un po’) per la giovane Harding. A 23 anni la pattinatrice originaria di Portland, Oregon, si ritrovò con tutti i riflettori d’America puntati addosso e una stampa che si divertiva a dipingerla nel peggiore dei modi. Tonya Harding ne sarebbe potuta uscire diversamente ma non era ciò che la Federazione di pattinaggio artistico e lo sport statunitense volevano, e dunque doveva pagare.

Il trailer di Tonya

Tonya - la madre della ragazza, Lavona Harding (Allison Janney
Tonya - Tonya Harding (Margot Robbie

venerdì 30 marzo 2018

Un sogno (dannato) chiamato Florida

Un sogno chiamato Florida - Halley (Bria Vinaite) e la figlioletta Moonee (Brooklynn Prince)
A due passi dai colori spensierati di Disneyland ci sono i motel, case di sudate esistenze periferiche. Questa è l'America. Questo è Un sogno chiamato Florida (2017, di Sean Baker).

di Luca Ferrari

Oltre quei cancelli, le famiglie si divertono nel magico mondo creato da Walt Disney. Dall’altra parte della barricata, umane esistenze annaspano in camere di motel, facendo di quei pochi metri quadrati l’avamposto della propria vita. Madri single. Genitori in difficoltà. I due volti d’America camminano fianco a fianco separati senza mai potersi raggiungere. Il sogno americano si è spiaccicato sul neon accecante e zuccherino di un lieto fine mai stato così dispo-utopico. Questa è la vera America. Questa è l’America di Un sogno chiamato Florida (2017, di Sean Baker).

Moonee (Brooklynn Prince) e Scooty (Christopher Rivera) sono due bambini che vivono al Magic Castle, un motel color rosa confetto, insieme alle rispettive madri, Halley (Bria Vinaite) e Ashley (Mela Murder). La prima passa le sue giornate davanti al televisore e vendendo profumi nei parcheggi di hotel e golf club. È irascibile e sboccata. La seconda lavora senza sosta in un vicino fast food. Sono grandi amiche fino a quando i marmocchi non ne combinano una di troppo grossa.

Nella struttura poco distante intanto, c’è un nuovo arrivo. Sono la piccola  Jancey (Valeria Cotto) insieme alla nonna, Stacey (Josie Olivo). L’inizio non è dei migliori, poi le due ragazzine diventano inseparabili amiche. Moonee non sta mai ferma. È il periodo delle ferie estive. Insieme alla madre, che non lesina uso di droghe né comportamenti poco "etici" anche davanti la bambina, mangiano il classico cibo-spazzatura. Anche se la madre (sembra più un’anarchica sorella maggiore) è sempre insieme a lei, la piccola di fatto è abbandonata a se stessa.

A gestire il motel, il buon Bobby (Willem Dafoe). Un lavoro a tempo pieno, spesso reso ancor più stressante dalle intemperie di Halley e i bambini, sempre alla ricerca di qualcosa da fare. Bobby è protettivo e difende il motel dai predatori infantili. Bobby guarda oltre l'apparenza però anche lui deve far rispettare regole e pagamenti. Sa alzare la voce quando il caso lo richiede. Sa fare un passo indietro non senza aiutare i propri "condomini" quando il caso lo richiede. Fac totum a metà strada tra paradiso e inferno.

La crisi economica è ormai un ricordo lontano, negli Stati Uniti così come in Europa. Almeno così ci stanno provando a far credere. L’America e il sogno americano, che fine hanno fatto? Narcotizzati davanti a un televisore e l’ennesimo prodotto a base di zucchero. È così che si va avanti. Ci si stordisce e ci si rilassa per non essere lucidi dinnanzi allo squallore delle proprie esistenze che col tempo potranno solo peggiorare. Ed è esattamente ciò che vogliono coloro che detengono la quasi totalità della ricchezza del mondo.

C’è chi come Ashley è un genitore più responsabile, non lesina punizioni al proprio figlio quando si comporta male e si fa in quattro per costruirsi un futuro migliore che forse non raggiungerà mai. E c’è chi come Halley prende tutto come viene. Urla, sbraita e non si preoccupa di (quasi) nulla. Prende la vita per quello che è, fregandosene del giudizio altrui e conscia (inconsciamente) che non potrà mai aspirare a nulla di meglio né per sé né per la sua bambina. Chi sta meglio delle due donne?

Diretto da Sean Baker, e scritto dallo stesso regista insieme a Chris Bergoch, Un sogno chiamato Florida non si presenta né come documentario né come lungometraggio dalla facile morale e/o condanna. I suoi protagonisti sono le persone attorno a noi o magari sono anche qualcuno di noi. L’invito ipnotico dell’intrattenimento è più forte di qualsiasi altro desiderio. In Italia si piangono in (enorme) massa gli uomini di spettacolo come fosse un caro amico o parente, allo stesso tempo si ignorano i morti sul lavoro.

Presentato alla 70° edizione del Festival di Cannes nella sezione "Quinzaine des Réalisateurs", Un sogno chiamato Florida (2017, di Sean Baker) marcia sull’asfalto umido del tanto agognato stato americano, mito a stelle e strisce per avere il sole tutto l’anno. Ma chi si può davvero permettere di goderselo? In pochi, come sempre. Gli altri possono solo comperarsi qualche souvenir plastificato sognando di potersi sedere alla tavola imbandita e ingozzarsi di tutto lo sciroppo d’acero che si vuole. Fino al prossimo affitto settimanale da pagare

Il trailer di Un sogno chiamato Florida

Un sogno chiamato Florida - Scooty (Christopher Rivera), Moonee (Brooklynn Prince) e Jancey (Valeria Cotto) 
Un sogno chiamato Florida - Bobby (Willem Defoe)

lunedì 26 marzo 2018

Ti regalo Il piccolo principe

Il piccolo principe (2015, di Mark Osborne)
Mai smettere di sognare. Crescere non significa dover smettere di essere bambini. Ciao, oggi è un giorno speciale e ti voglio regalare la storia de Il piccolo principe (2015, di Mark Osborne).

di Luca Ferrari

Viaggio animato in quel presente che tutti vorrebbero far brillare nel proprio futuro. Un desiderio troppo spesso fine a se stesso perché qualcosa sempre succede. Già, cosa succede? Si diventa grandi e meno sensibili, senza più voglia di credere al proprio bambino dentro di sé. Si diventa grandi e non si guardano più le stelle. Si diventa grandi e il possesso prende il posto della meraviglia. Tratto dal romanzo omonimo, oggi ti voglio raccontare (regalare) la storia de Il piccolo principe (2017, di Mark Osborne).

Non si può rimanere bambini tutta la vita. Una giovane creatura è pronta al grande passo. Istruita a dovere dalla mamma in carriera, la piccola è pronta per il test d’ingresso alla prestigiosissima Werth Academy. Qualcosa però non va come deve. La classica buccia di banana e arrivederci all’anno prossimo. Per non perdere tempo però, la ragazzina torna subito sui libri con un programma dettagliato al minuto. La fortuna (il caso) vuole che abbiano trovato a casa proprio nel quartiere della scuola. Una casa ancora libera “grazie” al suo strambo e chiassoso vicino.

Lui è un pazzoide anziano aviatore, ben conosciuto dalla polizia locale per i continui reclami da parte del resto degli abitanti dell’isolato. Dopo qualche iniziale e maldestro tentativo di presentarsi e fare amicizia con la ragazza, sola tutto il giorno piegata sui libri mentre la madre lavora, la scintilla della curiosità nella giovinetta inizia a far breccia. Complicate e mute equazioni lasciano spazio al contatto umano e alla storia che il vecchio le racconta, un piccolo principe conosciuto anni or sono nel deserto.

Ha inizio la storia. Uno dopo l’altro, l’aviatore gli parla di questo principino e il suo girovagare nel mondo incontrando svariati personaggi: la rosa, il vanitoso, il re, il serpente, l’uomo d’affari e la volpe. Inevitabile che durante questa fuga nella fantasia, la severa madre se ne accorga imponendo alla figlia studio, rigore e disciplina. Quanto potrà durare? Le avventure del piccolo principe sono più di un semplice racconto. Il finale però la soddisfa (…) molto poco, e complice la salute claudicante dell’aviatore, la ragazza è decisa a scoprire se il piccolo principe esista davvero. O meglio, lei ne è convinta e lo vuole trovare.

Ciò che aspetta la giovane protagonista della storia è un mondo votato all’essenzialità e alla produttività, dove l’infanzia è un male da debellare il prima possibile. Ma chi è quel giovane dalle sembianze allungate così “piccolo-principesche”? Forse a questo mondo tutti scegliamo di arrenderci in un particolare momento della nostra vita e in pochi decidiamo di riprendere il controllo della nostra missione e trasformare l’oscurità in un cielo stellato. Anche solo per pochi attimi. Anche solo per un secondo per cambiare per sempre il corso della nostra vita.

Un tempo bollati come "catoni animati" per bambini, oggi l'animazione è un business che fa gola a quella generazione di 30-40enni cresciuti coi suddetti. Attori e attrici di livello internazionale poi si contendono le voci dei protagonisti. Non fa eccezione Il piccolo principe di Mark Osborne) la cui versione originale propone un cast da paura, a cominciare dai premi Oscar Jeff Bridges (La leggenda del re pescatore, Il grande Lebowski, Crazy Heart) e Marion Cotillard (Un'ottima annata - A good year, Le vie en rose, Allied - Un'ombra nascosta), rispettivamente l'aviatore e la rosa.

Rachel McAdams (Mean Girls, State of Play, Il caso Spotligh) invece è la mamma mentre a James Franco (Milk, Spring Breakers, The Disaster Artist) è toccato l'onore di essere la volpe. Il serpente è stato affidato a Benicio del Toro (21 grammi, Che - Guerriglia, Sicario), il signor Principe è "interpretato" da Paul Rudd (A cena con un cretino, Facciamola finita, Ant-Man) e infine Paul Giamatti (Sideways - In viaggio con Jack, La versione di Barney, Le idi di Marzo) è il gelido esaminatore.

Ancor più imponente il cast dei doppiatori italiani, a cominciare dalle voci della mamma, l'aviatore e la volpe, rispettivamente "vocalizzati" da Paola Cortellesi (Nessuno mi può giudicare, Un boss in salotto, Gli ultimi saranno gli ultimi), Toni Servillo (Il divo, Il gioiellino, La grande bellezza) e Stefano Accorsi (Santa Maradona, Veloce come il vento, Fortunata).

Dopo essere stati marito e moglie nel divertente Il nome del figlio, Micaela Ramazzotti e Alessandro Gassmann si sono ritrovati nel mondo dell'animazione parlando "nel nome" della rosa e il serpente. A chiudere il cast "Principesco": il vanitoso ha la tonalità del simpatico Alessandro Siani (Benvenuti al Sud, Il principe abusivo, Mister Felicità), il re è lo stralunato Pif (La mafia uccide solo d'estate, In guerra per amore) e l'uomo d'affari è l'imponente Giuseppe Battiston (Zoran il mio nipote scemo, Pitza e datteri, Perfetti sconosciuti).

Ci sono lungometraggi animati come L'era glaciale (2002) che basta una visione (e una lacrima) per entrarci in eterna sintonia. Ci sono altri come Il piccolo principe che hanno bisogno di qualcosa di più per carpirne davvero l'anima. Magari il deciso suggerimento (ispirazione) di un'amica lontana e così guadagnarsi la propria immortale fetta di presente. Il piccolo principe era lì, che attendeva senza chiedere. Il piccolo principe mi stava aspettando. Un giorno all'improvviso è sbocciato. Un giorno all'improvviso ho cominciato a guardare la sua storia.

Anch'io come la giovane protagonista sono stato e sono molto impegnato, solo davanti al computer la lavorare tutto il giorno ma ogni volta che mi sedevo a tavola, eccomi rituffarmi per qualche minuto nella fantasia de Il piccolo principe. In effetti a ben guardare non ero proprio solo. In effetti, a ben sentire (dentro) non ero assolutamente solo. Durante la visione un principino venuto da lontanissimo è sempre stato accanto a me. Durante l'intervallata visione de Il piccolo principe una piccola creatura era lì, vicino a me. Fantasia o realtà? La risposta è dentro ciascuno di noi. La risposta per il sottoscritto è qui davanti a me.
...
E qui sarebbe dovuta finire la recensione ma qualcosa di straordinario è accaduto. Qualcosa che va oltre l'inimmaginabile. Un paio d'ore circa prima della pubblicazione, mentre attraversavo la provincia di Lucca, a ridosso dell'incantevole borgo di Barga (non a caso insignito della bandiera arancione) dove ero diretto, in pieno giorno una volpe mi ha attraversato la strada. Fortuna che non ero io al volante e così ho potuto esternare tutta la meraviglia senza rischiare di fare un incidente. Parafrasando le parole del manager Billy Beane in Moneyball - L'arte di vincere, "Come si fa non essere romantici con la Vita quando la magia della realtà supera perfino la fantasia de Il piccolo principe?

Il trailer de Il piccolo principe

A pranzo con Il piccolo principe © Luca Ferrari
Panoramica dal Duomo di Barga (Lu) © Luca Ferrari

mercoledì 21 marzo 2018

Oltre la notte, incubo senza fine

Oltre la notte - La disperazione di Katja Sekerci (Diane Kruger)
Un vile attentato. I pregiudizi. Il desiderio di vendetta. Un incubo senza fine. Un incubo che prosegue inesorabile anche Oltre la notte (2017, di Fatih Akin).

di Luca Ferrari

Un atroce azione criminale. Una famiglia distrutta. La polizia indaga, una donna è alla deriva. Quale futuro può esserci per chi perde i propri affetti più cari per mano razzista? Il sentiero è duro. Il sentiero è una scogliera senza oceano né tramonti. Il sentiero è un vicolo cieco e sordomuto. Ispirato agli attentati di Colonia per mano della falange neonazista Nationalsozialistischer Untergrund (NSU), è uscito sul grande schermo Oltre la notte (2017, di Fatih Akin).

Katja (Diane Kruger) e Nuri Sekerci (Numan Acar) sono una coppia multietnica della Germania contemporanea. Lei tedesca, lui turco di origine curda. Dopo aver scontato una pena in galera per spaccio di droga, l’uomo si è messo in carreggiata e ora ha un proprio studio commercialista dove svolge anche il lavoro di traduttore per molti connazionali. A dargli la forza di cambiare vita, oltre alla moglie anche il figlioletto Rocco (Rafael Santana).

È una giornata come altre quando Katja porta il piccolo dal marito al lavoro per vedersi con la sorella incinta. Prima di andarsene, una giovane ragazza lascia una bicicletta nuova con bauletto posteriore  proprio lì davanti. Katja se ne accorge e la mette in guardia sul fatto che gliela potrebbero rubare. Questa ringrazia, specificandole che sarà di ritorno in pochi istanti. Katja se ne va spensierata, pronta a godersi un pomeriggio di relax. Al suo ritorno però, nulla sarà più come prima. Un’esplosione ha ucciso marito e figlio.

È la fine. È un incubo da cui è impossibile svegliarsi. Un orrore inimmaginabile. La polizia inizia le indagini e manco a dirlo, la prima pista su cui puntano sono fantomatici legami religiosi con chissà quali gruppi terroristici. Nulla potrebbe essere più lontano dalle verità. Katja ha un sospetto, e lo dice chiaramente al proprio avvocato e amico di famiglia, Danilo Fava (Denis Moschitto): “sono stati i neonazisti”, e potrebbe essere stata quella ragazza che abbandonò la bicicletta.

Fatte le indagini, la pista della donna sembra corrispondere al vero. Gli indizi portano proprio ad André (Ulrich Brandhoff) ed Edda Möller (Hanna Hilsdorf). Si va al processo ma ovviamente il passato del marito, ex-spacciatore, emerge trascinando con sé anche la moglie, accusata dalla difesa capitanata dal deciso avvocato Haberbeck (Johannes Krisch), di essere stata poco lucida il giorno dell’attentato e dunque incapace di riconoscere davvero la presunta terrorista.

Sul banco dei testimoni intanto si siede anche il padre del ragazzo, Jürgen Möller (Ulrich Tukur), le cui parole di disprezzo verso il figlio per le idee antisemite sembrano far pensare al più scontato degli verdetti. A sparigliare le carte però, la testimonianza di un albergatore greco dalle idee non troppo distanti di quelle degli imputati. La sentenza viene emessa, quello che accadrà dopo è un viaggio senza una vera meta. O forse è tutto già deciso.

Presentato alla 70° edizione del Festival di Cannes dove Dianek Kruger si è aggiudicata il Prix d'interprétation féminine, nei primi mesi dell’anno Oltre la notte ha conquistato anche il Golden Globe, il Critics’ Choice Award e il Satellite Award (qui bissando anche il successo della Kruger, ndr) come Miglior film straniero, mancando (...) la partecipazione alla cinquina finale degli Oscar,  questi poi andato al film cileno Una donna fantastica (Una mujer fantástica), di Sebastián Lelio.

Diane Kruger (The Hunting Party, Bastardi senza gloria, Padri & figlie) regala un’interpretazione che dire intensa è dire poco. Se è vero che è più facile far piangere che ridere, l’attrice tedesca va oltre la mera disperazione. Le lacrime. Le urla di disperazione. Le sigarette. Il sangue. La forza contro entrambe le famiglie. La risolutezza nel cercare una via d’uscita (vendetta). La rabbiosa reazione inzuppata di odio contro Edda mentre viene letto dal medico il rapporto su come il figlio è stato trovato dopo l'esplosione.

Non c’è solo il bieco razzismo, anche in un dramma mostruoso com'è quello dell'assassinio, l’egoismo umano fa la sua spregevole parte. Se la madre di Katja appare di posizioni poco "multietniche", spingendo la figlia a far ricadere tutte le colpe sul marito (inclusa la droga trovata in casa dalla polizia), i suoceri vorrebbero portare in Turchia i resti del figlio e del nipote, dandole poi il colpo di grazia al funerale dicendole “se fossi stata più attenta, MIO nipote sarebbe ancora vivo”.

Se l'acclamato regista Steve Spielberg in questi giorni ci sta portando nella realtà virtuale di Ready Player One, il collega Fatih Akin (La sposa turca, Soul Kitchen, Il padre - film quest'ultimo sul genocidio armeno) ci mette al muro di una realtà che riguarda tutti noi: il razzismo più ignorante ormai sconfinato in azione terroristiche. Se una grande fetta di mondo inneggia a fantomatiche guerre di civiltà, dimenticando che la stragrande maggioranza del mondo arabo si fa pacificamente gli affari propri, nelle comunità occidentali monta l'odio verso lo straniero (ben alimentato dalle forze politiche) con le più inevitabili conseguenze.

Ciò che colpisce poi di Oltre la notte è la giovanissima età dei terroristi e la domanda dovrebbe emergere impetuosa e spontanea: come possono due ragazzi arrivare a compiere un simile gesto e per di più definirsi seguaci di Adolf Hitler? Se così fosse, è evidente il fallimento di una intera società. Un’ammissione di colpa però che nessuno avrà mai il coraggio di affermare per paura di perdere qualche voto. Meglio chiudere gli occhi e sperare che la patata bollente se la sbologni qualcun altro.

Oggi, nel 2018, la xenofobia equivale a una dichiarazione di guerra. Troppi i precedenti per stare zitti. Troppe le (ignorate) lezioni di storia per credere che siano il delirio di qualche opportunista. In principio si spara/prende a pugni-calci, poi si passa alle piazze e infine ci spaparanza tronfi in Parlamento. L’iter è questo, sul grande schermo così come nella realtà. La gente ci casca perché come diceva l’incazzoso trader Mark Baum (Steve Carell) de La grande scommessa, “è più interessata all’attricetta che va in clinica a disintossicarsi o al risultato della partita di football”.

Oggi nel 2018 un film come Oltre la notte (2017, di Fatih Akin) va ben oltre le riflessioni e le lacrime (tante) che si versano nel corso della proiezione. Oltre la notte (2017, di Fatih Akin) è una pugnalata volontaria ai pregiudizi e all'apparente quiete che ci circonda. Oggi, attraverso la rete della condivisione senza controllo, anche un singolo post può contribuire a far esplodere tutto, semplicemente approfittando dell'ignoranza e l'odio ben veicolato. Bisogna leggere con attenzione il mondo che ci circonda e comprendere chi siamo davvero prima del prossimo e decisivo passo oltre la notte.

Il trailer di Oltre la notte

Oltre la notte - l'avvocato Danilo Fava (Denis Moschitto) in tribunale insieme a Katja (Diane Kruger)
Venezia, al cinema Giorgione a vedere e recensire Oltre la notte © Luca Ferrari

giovedì 15 marzo 2018

Ricomincio da noi, il ballo della vita

Ricomincio da noi - Sandra (Imelda Staunton) e Charlie (Timothy Spall)
Tenera storia di creature non più giovani decise comunque a godersi la vita. Si affrontano i dolori condividendo un sorriso e magari un ballo. Ricomincio da noi (2017, di Richard Loncraine).

di Luca Ferrari

La vita non è dei soli giovani. La vita non finisce con la pensione. La vita può e deve ancora regalare emozioni a dispetto dell’inevitabile avanzare dell’età e degli acciacchi. Non è mai troppo tardi per ricominciare. Non è mai troppo tardi per riallacciare relazioni abbandonate. C’è sempre tempo per imparare a sorridere davvero perché "un conto è aver paura della morte, un conto è aver paura di vivere”. Scritto da Nick Moorcroft e Meg Leonard, sedetevi comodi e godetevi Ricomincio da noi (2017, di Richard Loncraine).

Sandra Abbott (Imelda Staunton) ha una vita felice ed è finalmente pronta per godersi la pensione insieme al marito altolocato Mike (John Sessions). Durante la festa per la celebrazione dell’evento e il riconoscimento di Sir e Lady, succede l’inimmaginabile. Sandra scopre Mike avvinghiato con l’amica Pamela (Josie Lawrence), appurando poi che la relazione prosegue da cinque anni. Sconvolta, la donna si rifugia dalla sorella Bif (Celia Imrie), che non vede da parecchio tempo.

Dall’impeccabile giardinaggio dell’alta borghesia inglese, l’altezzosa Sandra si ritrova in una vita diversa anni luce dalla sua. La sorella è una hippy che fa ancora le marce di protesta. Non è sposata, e si gode la vita senza inibizioni. Sandra è rigida, Bif è solare. Tra le due sorelle i rapporti non sono mai stati facili, adesso però, come dice l’amico Charlie (Timothy Spall), potrebbe essere l’occasione per conoscersi davvero.

Sandra guarda tutti dall’alto in basso, così come faceva nella sua ormai ex-vita, ma è solo questione di tempo. Prima i ricordi d’infanzia, poi la sincerità degli amici di Bif iniziano a fare breccia. Nessuno è esente da drammi o dolori. Ted (David Hayman) soffre ancora terribilmente per la perdita dell’amata moglie. Charlie invece, che insieme a quest’ultimo vivono ciascuno su una propria barca ormeggiata in un canale, si sta confrontando con l’Alzheimer della sua dolce metà che ormai non lo riconosce più.

Sandra inizia un viaggio ma le tentazioni di ritornare alla sua vecchia (e tenore di) vita non cambiano. Dai ristoranti ai pub, dove incontrerà anche l'ormai ex-marito insieme alla nuova fiamma. Dai ricevimenti alle feste tra amici. Dall'assenza totale di musica nella propria casa alla scuola di ballo dove conosce anche Jackie (Joanna Lumley), avvocato. Ognuno ha i propri acciacchi. Ognuno ha il proprio vissuto ma ogni settimana sono sempre tutti lì, insieme. Ad ascoltare e raccontarsi, anche solo con un movimento.

Sorrisi e lacrime. Lacrime di dolore, lacrime di gioia. Questa è la vita. Questo è Ricomincio da noi (2017, di Richard Loncraine), e l’arte è sempre lì, per innalzare l’anima umana o più semplicemente regalarle una pausa e una continuazione nel proprio desiderio di condivisione e desiderio di felicità. Come il canto per il commovente Una canzone per Marion (2012, di Paul Andrew Williams), così il ballo per Ricomincio da noi. Come un concerto con attempati anziani con parrucconi heavy metal, così un flash mob per i senza tetto nel centro di Londra.

La telecamera di Locraine (Wimbledon, I due presidenti, Ruth e Alex - L'amore cerca casa) si adagia nel verde urbano-rurale inglese. Costeggia lo scontro generazionale senza infierire sui linguaggi ormai troppo distanti. Le "creature umane" di Locraine fanno il bagno nei canali e finiscono perfino su Youtube, guadagnandosi così un viaggio in una delle più belle città del mondo. Per chi ha voglia di ricominciare e/o continuare, non esisterà mai la parola fine per le proprie ambizioni del vivere quotidiano.

I protagonisti di Ricomincio da noi non hanno nulla a che spartire con Shall We Dance? (2004, con Richard Gere, Stanley Tucci, Jennifer Lopez e Susan Sarandon). Diverse le età, diverse le motivazioni. Eppure, dinnanzi all'iniziale impaccio, poi ci si libera. Ci si lascia andare, entrando in contatto con tutto ciò che abbiamo nascosto, a noi stessi per primi. Dove ci condurrà questa strada, nessuno lo sa, ma non sembra importare ad alcuno. L'importante è restare in pedana e fermarsi quando si è affaticati senza nessun problema o limite.

Sebbene piuttosto standard lo scontro tra sorelle (borghesia e proletariato), la coppia Imelda Staunton (Calendar Girls, Il diario di Bridget Jones, Ritorno al Marigold Hotel)/ Celia Imrie (Molto rumore per nulla, Il segreto di Vera Drake, Pride) funziona bene. Bif, così chiamata per “proteggere” la sorellina (…) ha vissuto libera senza legami, la sua storia però è tutta da scoprire. Sandra è più arrabbiata di quello che vorrebbe dare a vedere.

Ci sono poi attori talmente bravi da risultare sfuggenti alle masse. Timothy Spall, londinese classe ’57, è uno di questi. Scarno il suo carnet di riconoscimenti, che può annoverare solo il premio per il Miglior attore al Festival di Cannes e agli European Film Awards, entrambi nel 2004 per la sua strepitosa interpretazione in Turner (2014, di Mike Leigh), che venne del tutto ignorata dagli Academy nelle nomination dell’87° edizione dei premi Oscar.

Solo negli ultimi anni è stato Codaliscia nella saga di Harry Potter, passando per una breve ma intensa apparizione nel premiato Il discorso del re (2010, di Tom Hooper) nei panni di Winston Chruchill, quindi prestandosi a incarnare l'odioso negazionista David Irving in La verità negata (2016, di Mick Jackson). Ultime due apparizioni, il politico Ian Paisley ne Il viaggio - The Journey (2016 di Nick Hamm) sullo storico accordo di pace nell'Irlanda del Nord, e la brillante dramacomedy The Party (2017, di Sally Potter).

Il suo Charlie è un uomo dolorante ma vivo. Si è sacrificato per chi ha amato ma non ha smesso di credere nei buoni sentimenti. Con la sua barca sogna un giorno di partire, ma certi viaggi per cominciare davvero, devono prima finire. Timothy Spall infonde rustica dolcezza al suo Charlie. Vederlo a passaggio tra le luci natalizie della City insieme a Sandra ci riporta indietro nel tempo (memoria), quando bastava tenersi mano nella mano per sentirsi in paradiso. Eppure loro non hanno sedici anni. Eppure loro non hanno chissà quanta vita davanti a sé .

Ricomincio da noi (2017, di Richard Loncraine) fa bene al cuore. Ricomincio da noi è un toccasana per le tante imperfezioni che non bisogna mai avere paura di mostrare. Ricomincio da noi è una sinfonia di raggi solari, gocce di pioggia e fango floreale. Inutile ambire a ciò che non esiste. Si gattona, si corre e si zoppica. Questa è la vita e come tale va accettata, cercando di tirare fuori il meglio da sé. Lottando e riposandosi. Sorridendo e piangendo. Ricominciando da sé. Ricomincio da noi.

Il trailer di Ricomincio da noi

Ricomincio da noi - le sorelle Sandra (Imelda Staunton) e Bif (Celia Imrie)
Venezia, al cinema Rossini a vedere e recensire Ricomincio da noi © Luca Ferrari