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venerdì 13 aprile 2018

Tonya, l'illusione del riscatto

Tonya - Tonya Harding (Margot Robbie) durante l'esecuzione del triplo axel
Tonya Harding è una grande pattinatrice ma per l’immagine dell'America puritana non potrà mai essere davvero una vincente. Tonya (2017, di Craig Gillerspie).

di Luca Ferrari

Combattiva. Segnata. Risoluta. Tonya Harding ha potenza e talento ma nel mondo del pattinaggio artistico non basta per essere la numero uno. Apparenza e presenza valgono anche di più e lei, Tonya, non ha una bella storia da raccontare alle telecamere. Nel suo curriculum ci sono abbandoni, una madre prepotente e un compagno-marito violento. E questo non va bene. Tratto dalla storia vera della stessa protagonista, Tonya (2017, di Craig Gillerspie).

Tonya Harding è una bambina (Mckenna Grace) di appena quattro anni quando la rigida e insensibile madre LaVona (Allison Janney) la porta sulle piste di pattinaggio per farne una campionessa, affidandola alle cure della mite Diane Rawlinson (Julianne Nicholson), in principio refrattaria ad allenare una dilettante. LaVona fuma sulla pista ed è sboccata. Non gliene frega nulla dell’apparenza. Quando la figlia non fa come dice lei, piovono schiaffi.

Tonya (Margot Robbie) pattina e cresce fino a sfidare l’impossibile, diventando la prima pattinatrice americana a realizzare un triplo axel e così vincendo i campionati nazionali. Sembra l’inizio di una fiaba. Un passato difficile e ora il riscatto. Non è così. Non sarà così. Dopo il classico e iniziale idillio col belloccio Jeff Gillooly (Sebastian Stan), iniziano a fioccare sberle e pugni. Nonostante tutto, Tonya va avanti. I due si lasciano e si rimettono insieme. Si sposano ma la violenza è una costante. Da parte materna non esiste alcuna compassione né sostegno. Questa è la "cazzo" di vita di Tonya Harding.

Tonya però non molla. Cambia allenatrice passando a Dody Teachman (Bojana Novakovic). La carriera di Tonya procede tra alti e bassi fino al fattaccio dell’aggressione alla collega Nancy Kerrigan (Caitlin Carver). In principio nato come una semplice idea di disturbarla psicologicamente con lettere anonime, il compare del marito, Shawn (Paul Walter Hause), un inetto sbruffone e bugiardo, la fa aggredire fisicamente. Puntuale il boomerang torna diritto in faccia a Tonya. Sapeva, non sapeva o ha contribuito al piano? Comunque un episodio che la porterà in tribunale mettendo a rischio tutto ciò per cui ha sudato e faticosamente lavorato.

Formula interessante quella scelta dal regista australiano qui al suo sesto lungometraggio con sceneggiatura di Steve Rogers. Fin dalle prime battute del film, i Tonya, Jeff e LaVona contemporanei raccontano la storia dal proprio punto di vista, dando ovviamente maggior risalto alla protagonista. Craig Gillerspie (Lars e una ragazza tutta suaMillion Dollar Arm, L’ultima tempesta) consacra sul grande schermo una storia che in America fece scalpore e qui nel vecchio continente era pressoché sconosciuta.

Tonya è una donna colpita dal marito ma a nessuno interessa. Tonya Harding non è una di quelle belle faccine con cui svendere i diritti delle donne sulle copertine di riviste alla moda. Tonya Harding viene dal fango e lì deve rimanere. Le botte che prende sono inevitabili per la sua vita ed estrazione sociale. Tonya Harding non sarà mai il volto d’America, semplicemente perché la terra delle opportunità non vale davvero per tutti, e se qualcuno non lo avesse ancora capito, ci penseranno altri a spiegarlo (imporlo).

Pioggia di nomination nelle varie competizioni con Allison Janney trionfatrice come Miglior attrice non protagonista nel terzetto d’oro: Golden Globe, BAFTA e premio Oscar, portandosi a casa anche i prestigiosi Screen Actors Guild Award e Critic’s Choice Award. Niente da fare invece per Margot Robbie, sempre sconfitta ma la cui performance rimarrà nella memoria molto di più della sua tanto decantata Harley Quinn (Suicide Squad, 2016) o per la scena hot di The Wolf of Wall Street (2013, di Martin Scorsese).

Nota al grande pubblico per vestire (tutt'ora) i panni di Bonnie Plunkett, madre della protagonista Anna Faris nella serie Mom (trasmessa anche in Italia con meno successo rispetto agli States), Allison Janney è uno di quei volti visto e stravisto. Era lei la madre catatonica del giovane Fitts in American Beauty e sempre nel medesimo ruolo ma più disinvolta, mamma di Emma Stone nel drammatico The Help. Di tutt'altro genere la sua presenza nel recente Spy (2015, di Paul Feig), a capo della CIA e dei suoi strampalati agenti Jude Law, Jason Statham e Melissa McCharty.

LaVona Harding è una donna dallo scarso spirito materno. Non si piange addosso né punta il dito contro nessuno. A differenza della figlia che cerca di evolversi e sradicarsi da un destino segnato, per lei esistono solo i calli del presente. Lavora in una tavola calda. Non aspira a nulla di più. A LaVona Harding non interessa l'affetto della propria figlia. Non riflette su ciò che le fa notare, anzi, si arrabbia ancora di più. La guarda pattinare fumandosi l'ennesima sigaretta e quando sembra davvero preoccupata per come le stanno andando le cose, forse c'è qualcosa sotto.

Tonya Harding è una vittima ma è una di quelle esistenze che non vanno bene per l’ipocrita facciata puritana delle crociate contro la violenza sulle donne. Nessuno al giorno d’oggi si sbraccerebbe per lei magari con un hashtag personalizzato. Tonya Harding sanguina nella macchina dopo l’ennesimo litigio terminato con un colpo di pistola ma quando la macchina viene fermata dalla Legge, al solerte agente non interessa la sua salute ma solamente ciò che c’è nel portabagagli.

Tonya Harding si cuce i vestiti da sola. Volteggia sul ghiaccio al ritmo degli ZZ Top. S'intossica i polmoni prima di cominciare la sua performance. Tonya Harding è un pugno nell’occhio per un mondo dove i proletari neanche si avvicinano. Ha grinta da vendere e quando vede che la sua storia pregiudicare i risultati, superiori alle colleghe, non le manda proprio a dire. Allo stesso tempo è una donna che piange, e vorrebbe solo vivere un po’ di quella felicità cui sembra preclusa.

Tonya (2017, di Craig Gillerspie) non prende una chiara posizione ma è palpabile che parteggi (un po’) per la giovane Harding. A 23 anni la pattinatrice originaria di Portland, Oregon, si ritrovò con tutti i riflettori d’America puntati addosso e una stampa che si divertiva a dipingerla nel peggiore dei modi. Tonya Harding ne sarebbe potuta uscire diversamente ma non era ciò che la Federazione di pattinaggio artistico e lo sport statunitense volevano, e dunque doveva pagare.

Il trailer di Tonya

Tonya - la madre della ragazza, Lavona Harding (Allison Janney
Tonya - Tonya Harding (Margot Robbie

venerdì 30 marzo 2018

Un sogno (dannato) chiamato Florida

Un sogno chiamato Florida - Halley (Bria Vinaite) e la figlioletta Moonee (Brooklynn Prince)
A due passi dai colori spensierati di Disneyland ci sono i motel, case di sudate esistenze periferiche. Questa è l'America. Questo è Un sogno chiamato Florida (2017, di Sean Baker).

di Luca Ferrari

Oltre quei cancelli, le famiglie si divertono nel magico mondo creato da Walt Disney. Dall’altra parte della barricata, umane esistenze annaspano in camere di motel, facendo di quei pochi metri quadrati l’avamposto della propria vita. Madri single. Genitori in difficoltà. I due volti d’America camminano fianco a fianco separati senza mai potersi raggiungere. Il sogno americano si è spiaccicato sul neon accecante e zuccherino di un lieto fine mai stato così dispo-utopico. Questa è la vera America. Questa è l’America di Un sogno chiamato Florida (2017, di Sean Baker).

Moonee (Brooklynn Prince) e Scooty (Christopher Rivera) sono due bambini che vivono al Magic Castle, un motel color rosa confetto, insieme alle rispettive madri, Halley (Bria Vinaite) e Ashley (Mela Murder). La prima passa le sue giornate davanti al televisore e vendendo profumi nei parcheggi di hotel e golf club. È irascibile e sboccata. La seconda lavora senza sosta in un vicino fast food. Sono grandi amiche fino a quando i marmocchi non ne combinano una di troppo grossa.

Nella struttura poco distante intanto, c’è un nuovo arrivo. Sono la piccola  Jancey (Valeria Cotto) insieme alla nonna, Stacey (Josie Olivo). L’inizio non è dei migliori, poi le due ragazzine diventano inseparabili amiche. Moonee non sta mai ferma. È il periodo delle ferie estive. Insieme alla madre, che non lesina uso di droghe né comportamenti poco "etici" anche davanti la bambina, mangiano il classico cibo-spazzatura. Anche se la madre (sembra più un’anarchica sorella maggiore) è sempre insieme a lei, la piccola di fatto è abbandonata a se stessa.

A gestire il motel, il buon Bobby (Willem Dafoe). Un lavoro a tempo pieno, spesso reso ancor più stressante dalle intemperie di Halley e i bambini, sempre alla ricerca di qualcosa da fare. Bobby è protettivo e difende il motel dai predatori infantili. Bobby guarda oltre l'apparenza però anche lui deve far rispettare regole e pagamenti. Sa alzare la voce quando il caso lo richiede. Sa fare un passo indietro non senza aiutare i propri "condomini" quando il caso lo richiede. Fac totum a metà strada tra paradiso e inferno.

La crisi economica è ormai un ricordo lontano, negli Stati Uniti così come in Europa. Almeno così ci stanno provando a far credere. L’America e il sogno americano, che fine hanno fatto? Narcotizzati davanti a un televisore e l’ennesimo prodotto a base di zucchero. È così che si va avanti. Ci si stordisce e ci si rilassa per non essere lucidi dinnanzi allo squallore delle proprie esistenze che col tempo potranno solo peggiorare. Ed è esattamente ciò che vogliono coloro che detengono la quasi totalità della ricchezza del mondo.

C’è chi come Ashley è un genitore più responsabile, non lesina punizioni al proprio figlio quando si comporta male e si fa in quattro per costruirsi un futuro migliore che forse non raggiungerà mai. E c’è chi come Halley prende tutto come viene. Urla, sbraita e non si preoccupa di (quasi) nulla. Prende la vita per quello che è, fregandosene del giudizio altrui e conscia (inconsciamente) che non potrà mai aspirare a nulla di meglio né per sé né per la sua bambina. Chi sta meglio delle due donne?

Diretto da Sean Baker, e scritto dallo stesso regista insieme a Chris Bergoch, Un sogno chiamato Florida non si presenta né come documentario né come lungometraggio dalla facile morale e/o condanna. I suoi protagonisti sono le persone attorno a noi o magari sono anche qualcuno di noi. L’invito ipnotico dell’intrattenimento è più forte di qualsiasi altro desiderio. In Italia si piangono in (enorme) massa gli uomini di spettacolo come fosse un caro amico o parente, allo stesso tempo si ignorano i morti sul lavoro.

Presentato alla 70° edizione del Festival di Cannes nella sezione "Quinzaine des Réalisateurs", Un sogno chiamato Florida (2017, di Sean Baker) marcia sull’asfalto umido del tanto agognato stato americano, mito a stelle e strisce per avere il sole tutto l’anno. Ma chi si può davvero permettere di goderselo? In pochi, come sempre. Gli altri possono solo comperarsi qualche souvenir plastificato sognando di potersi sedere alla tavola imbandita e ingozzarsi di tutto lo sciroppo d’acero che si vuole. Fino al prossimo affitto settimanale da pagare

Il trailer di Un sogno chiamato Florida

Un sogno chiamato Florida - Scooty (Christopher Rivera), Moonee (Brooklynn Prince) e Jancey (Valeria Cotto) 
Un sogno chiamato Florida - Bobby (Willem Defoe)

lunedì 26 marzo 2018

Ti regalo Il piccolo principe

Il piccolo principe (2015, di Mark Osborne)
Mai smettere di sognare. Crescere non significa dover smettere di essere bambini. Ciao, oggi è un giorno speciale e ti voglio regalare la storia de Il piccolo principe (2015, di Mark Osborne).

di Luca Ferrari

Viaggio animato in quel presente che tutti vorrebbero far brillare nel proprio futuro. Un desiderio troppo spesso fine a se stesso perché qualcosa sempre succede. Già, cosa succede? Si diventa grandi e meno sensibili, senza più voglia di credere al proprio bambino dentro di sé. Si diventa grandi e non si guardano più le stelle. Si diventa grandi e il possesso prende il posto della meraviglia. Tratto dal romanzo omonimo, oggi ti voglio raccontare (regalare) la storia de Il piccolo principe (2017, di Mark Osborne).

Non si può rimanere bambini tutta la vita. Una giovane creatura è pronta al grande passo. Istruita a dovere dalla mamma in carriera, la piccola è pronta per il test d’ingresso alla prestigiosissima Werth Academy. Qualcosa però non va come deve. La classica buccia di banana e arrivederci all’anno prossimo. Per non perdere tempo però, la ragazzina torna subito sui libri con un programma dettagliato al minuto. La fortuna (il caso) vuole che abbiano trovato a casa proprio nel quartiere della scuola. Una casa ancora libera “grazie” al suo strambo e chiassoso vicino.

Lui è un pazzoide anziano aviatore, ben conosciuto dalla polizia locale per i continui reclami da parte del resto degli abitanti dell’isolato. Dopo qualche iniziale e maldestro tentativo di presentarsi e fare amicizia con la ragazza, sola tutto il giorno piegata sui libri mentre la madre lavora, la scintilla della curiosità nella giovinetta inizia a far breccia. Complicate e mute equazioni lasciano spazio al contatto umano e alla storia che il vecchio le racconta, un piccolo principe conosciuto anni or sono nel deserto.

Ha inizio la storia. Uno dopo l’altro, l’aviatore gli parla di questo principino e il suo girovagare nel mondo incontrando svariati personaggi: la rosa, il vanitoso, il re, il serpente, l’uomo d’affari e la volpe. Inevitabile che durante questa fuga nella fantasia, la severa madre se ne accorga imponendo alla figlia studio, rigore e disciplina. Quanto potrà durare? Le avventure del piccolo principe sono più di un semplice racconto. Il finale però la soddisfa (…) molto poco, e complice la salute claudicante dell’aviatore, la ragazza è decisa a scoprire se il piccolo principe esista davvero. O meglio, lei ne è convinta e lo vuole trovare.

Ciò che aspetta la giovane protagonista della storia è un mondo votato all’essenzialità e alla produttività, dove l’infanzia è un male da debellare il prima possibile. Ma chi è quel giovane dalle sembianze allungate così “piccolo-principesche”? Forse a questo mondo tutti scegliamo di arrenderci in un particolare momento della nostra vita e in pochi decidiamo di riprendere il controllo della nostra missione e trasformare l’oscurità in un cielo stellato. Anche solo per pochi attimi. Anche solo per un secondo per cambiare per sempre il corso della nostra vita.

Un tempo bollati come "catoni animati" per bambini, oggi l'animazione è un business che fa gola a quella generazione di 30-40enni cresciuti coi suddetti. Attori e attrici di livello internazionale poi si contendono le voci dei protagonisti. Non fa eccezione Il piccolo principe di Mark Osborne) la cui versione originale propone un cast da paura, a cominciare dai premi Oscar Jeff Bridges (La leggenda del re pescatore, Il grande Lebowski, Crazy Heart) e Marion Cotillard (Un'ottima annata - A good year, Le vie en rose, Allied - Un'ombra nascosta), rispettivamente l'aviatore e la rosa.

Rachel McAdams (Mean Girls, State of Play, Il caso Spotligh) invece è la mamma mentre a James Franco (Milk, Spring Breakers, The Disaster Artist) è toccato l'onore di essere la volpe. Il serpente è stato affidato a Benicio del Toro (21 grammi, Che - Guerriglia, Sicario), il signor Principe è "interpretato" da Paul Rudd (A cena con un cretino, Facciamola finita, Ant-Man) e infine Paul Giamatti (Sideways - In viaggio con Jack, La versione di Barney, Le idi di Marzo) è il gelido esaminatore.

Ancor più imponente il cast dei doppiatori italiani, a cominciare dalle voci della mamma, l'aviatore e la volpe, rispettivamente "vocalizzati" da Paola Cortellesi (Nessuno mi può giudicare, Un boss in salotto, Gli ultimi saranno gli ultimi), Toni Servillo (Il divo, Il gioiellino, La grande bellezza) e Stefano Accorsi (Santa Maradona, Veloce come il vento, Fortunata).

Dopo essere stati marito e moglie nel divertente Il nome del figlio, Micaela Ramazzotti e Alessandro Gassmann si sono ritrovati nel mondo dell'animazione parlando "nel nome" della rosa e il serpente. A chiudere il cast "Principesco": il vanitoso ha la tonalità del simpatico Alessandro Siani (Benvenuti al Sud, Il principe abusivo, Mister Felicità), il re è lo stralunato Pif (La mafia uccide solo d'estate, In guerra per amore) e l'uomo d'affari è l'imponente Giuseppe Battiston (Zoran il mio nipote scemo, Pitza e datteri, Perfetti sconosciuti).

Ci sono lungometraggi animati come L'era glaciale (2002) che basta una visione (e una lacrima) per entrarci in eterna sintonia. Ci sono altri come Il piccolo principe che hanno bisogno di qualcosa di più per carpirne davvero l'anima. Magari il deciso suggerimento (ispirazione) di un'amica lontana e così guadagnarsi la propria immortale fetta di presente. Il piccolo principe era lì, che attendeva senza chiedere. Il piccolo principe mi stava aspettando. Un giorno all'improvviso è sbocciato. Un giorno all'improvviso ho cominciato a guardare la sua storia.

Anch'io come la giovane protagonista sono stato e sono molto impegnato, solo davanti al computer la lavorare tutto il giorno ma ogni volta che mi sedevo a tavola, eccomi rituffarmi per qualche minuto nella fantasia de Il piccolo principe. In effetti a ben guardare non ero proprio solo. In effetti, a ben sentire (dentro) non ero assolutamente solo. Durante la visione un principino venuto da lontanissimo è sempre stato accanto a me. Durante l'intervallata visione de Il piccolo principe una piccola creatura era lì, vicino a me. Fantasia o realtà? La risposta è dentro ciascuno di noi. La risposta per il sottoscritto è qui davanti a me.
...
E qui sarebbe dovuta finire la recensione ma qualcosa di straordinario è accaduto. Qualcosa che va oltre l'inimmaginabile. Un paio d'ore circa prima della pubblicazione, mentre attraversavo la provincia di Lucca, a ridosso dell'incantevole borgo di Barga (non a caso insignito della bandiera arancione) dove ero diretto, in pieno giorno una volpe mi ha attraversato la strada. Fortuna che non ero io al volante e così ho potuto esternare tutta la meraviglia senza rischiare di fare un incidente. Parafrasando le parole del manager Billy Beane in Moneyball - L'arte di vincere, "Come si fa non essere romantici con la Vita quando la magia della realtà supera perfino la fantasia de Il piccolo principe?

Il trailer de Il piccolo principe

A pranzo con Il piccolo principe © Luca Ferrari
Panoramica dal Duomo di Barga (Lu) © Luca Ferrari

mercoledì 21 marzo 2018

Oltre la notte, incubo senza fine

Oltre la notte - La disperazione di Katja Sekerci (Diane Kruger)
Un vile attentato. I pregiudizi. Il desiderio di vendetta. Un incubo senza fine. Un incubo che prosegue inesorabile anche Oltre la notte (2017, di Fatih Akin).

di Luca Ferrari

Un atroce azione criminale. Una famiglia distrutta. La polizia indaga, una donna è alla deriva. Quale futuro può esserci per chi perde i propri affetti più cari per mano razzista? Il sentiero è duro. Il sentiero è una scogliera senza oceano né tramonti. Il sentiero è un vicolo cieco e sordomuto. Ispirato agli attentati di Colonia per mano della falange neonazista Nationalsozialistischer Untergrund (NSU), è uscito sul grande schermo Oltre la notte (2017, di Fatih Akin).

Katja (Diane Kruger) e Nuri Sekerci (Numan Acar) sono una coppia multietnica della Germania contemporanea. Lei tedesca, lui turco di origine curda. Dopo aver scontato una pena in galera per spaccio di droga, l’uomo si è messo in carreggiata e ora ha un proprio studio commercialista dove svolge anche il lavoro di traduttore per molti connazionali. A dargli la forza di cambiare vita, oltre alla moglie anche il figlioletto Rocco (Rafael Santana).

È una giornata come altre quando Katja porta il piccolo dal marito al lavoro per vedersi con la sorella incinta. Prima di andarsene, una giovane ragazza lascia una bicicletta nuova con bauletto posteriore  proprio lì davanti. Katja se ne accorge e la mette in guardia sul fatto che gliela potrebbero rubare. Questa ringrazia, specificandole che sarà di ritorno in pochi istanti. Katja se ne va spensierata, pronta a godersi un pomeriggio di relax. Al suo ritorno però, nulla sarà più come prima. Un’esplosione ha ucciso marito e figlio.

È la fine. È un incubo da cui è impossibile svegliarsi. Un orrore inimmaginabile. La polizia inizia le indagini e manco a dirlo, la prima pista su cui puntano sono fantomatici legami religiosi con chissà quali gruppi terroristici. Nulla potrebbe essere più lontano dalle verità. Katja ha un sospetto, e lo dice chiaramente al proprio avvocato e amico di famiglia, Danilo Fava (Denis Moschitto): “sono stati i neonazisti”, e potrebbe essere stata quella ragazza che abbandonò la bicicletta.

Fatte le indagini, la pista della donna sembra corrispondere al vero. Gli indizi portano proprio ad André (Ulrich Brandhoff) ed Edda Möller (Hanna Hilsdorf). Si va al processo ma ovviamente il passato del marito, ex-spacciatore, emerge trascinando con sé anche la moglie, accusata dalla difesa capitanata dal deciso avvocato Haberbeck (Johannes Krisch), di essere stata poco lucida il giorno dell’attentato e dunque incapace di riconoscere davvero la presunta terrorista.

Sul banco dei testimoni intanto si siede anche il padre del ragazzo, Jürgen Möller (Ulrich Tukur), le cui parole di disprezzo verso il figlio per le idee antisemite sembrano far pensare al più scontato degli verdetti. A sparigliare le carte però, la testimonianza di un albergatore greco dalle idee non troppo distanti di quelle degli imputati. La sentenza viene emessa, quello che accadrà dopo è un viaggio senza una vera meta. O forse è tutto già deciso.

Presentato alla 70° edizione del Festival di Cannes dove Dianek Kruger si è aggiudicata il Prix d'interprétation féminine, nei primi mesi dell’anno Oltre la notte ha conquistato anche il Golden Globe, il Critics’ Choice Award e il Satellite Award (qui bissando anche il successo della Kruger, ndr) come Miglior film straniero, mancando (...) la partecipazione alla cinquina finale degli Oscar,  questi poi andato al film cileno Una donna fantastica (Una mujer fantástica), di Sebastián Lelio.

Diane Kruger (The Hunting Party, Bastardi senza gloria, Padri & figlie) regala un’interpretazione che dire intensa è dire poco. Se è vero che è più facile far piangere che ridere, l’attrice tedesca va oltre la mera disperazione. Le lacrime. Le urla di disperazione. Le sigarette. Il sangue. La forza contro entrambe le famiglie. La risolutezza nel cercare una via d’uscita (vendetta). La rabbiosa reazione inzuppata di odio contro Edda mentre viene letto dal medico il rapporto su come il figlio è stato trovato dopo l'esplosione.

Non c’è solo il bieco razzismo, anche in un dramma mostruoso com'è quello dell'assassinio, l’egoismo umano fa la sua spregevole parte. Se la madre di Katja appare di posizioni poco "multietniche", spingendo la figlia a far ricadere tutte le colpe sul marito (inclusa la droga trovata in casa dalla polizia), i suoceri vorrebbero portare in Turchia i resti del figlio e del nipote, dandole poi il colpo di grazia al funerale dicendole “se fossi stata più attenta, MIO nipote sarebbe ancora vivo”.

Se l'acclamato regista Steve Spielberg in questi giorni ci sta portando nella realtà virtuale di Ready Player One, il collega Fatih Akin (La sposa turca, Soul Kitchen, Il padre - film quest'ultimo sul genocidio armeno) ci mette al muro di una realtà che riguarda tutti noi: il razzismo più ignorante ormai sconfinato in azione terroristiche. Se una grande fetta di mondo inneggia a fantomatiche guerre di civiltà, dimenticando che la stragrande maggioranza del mondo arabo si fa pacificamente gli affari propri, nelle comunità occidentali monta l'odio verso lo straniero (ben alimentato dalle forze politiche) con le più inevitabili conseguenze.

Ciò che colpisce poi di Oltre la notte è la giovanissima età dei terroristi e la domanda dovrebbe emergere impetuosa e spontanea: come possono due ragazzi arrivare a compiere un simile gesto e per di più definirsi seguaci di Adolf Hitler? Se così fosse, è evidente il fallimento di una intera società. Un’ammissione di colpa però che nessuno avrà mai il coraggio di affermare per paura di perdere qualche voto. Meglio chiudere gli occhi e sperare che la patata bollente se la sbologni qualcun altro.

Oggi, nel 2018, la xenofobia equivale a una dichiarazione di guerra. Troppi i precedenti per stare zitti. Troppe le (ignorate) lezioni di storia per credere che siano il delirio di qualche opportunista. In principio si spara/prende a pugni-calci, poi si passa alle piazze e infine ci spaparanza tronfi in Parlamento. L’iter è questo, sul grande schermo così come nella realtà. La gente ci casca perché come diceva l’incazzoso trader Mark Baum (Steve Carell) de La grande scommessa, “è più interessata all’attricetta che va in clinica a disintossicarsi o al risultato della partita di football”.

Oggi nel 2018 un film come Oltre la notte (2017, di Fatih Akin) va ben oltre le riflessioni e le lacrime (tante) che si versano nel corso della proiezione. Oltre la notte (2017, di Fatih Akin) è una pugnalata volontaria ai pregiudizi e all'apparente quiete che ci circonda. Oggi, attraverso la rete della condivisione senza controllo, anche un singolo post può contribuire a far esplodere tutto, semplicemente approfittando dell'ignoranza e l'odio ben veicolato. Bisogna leggere con attenzione il mondo che ci circonda e comprendere chi siamo davvero prima del prossimo e decisivo passo oltre la notte.

Il trailer di Oltre la notte

Oltre la notte - l'avvocato Danilo Fava (Denis Moschitto) in tribunale insieme a Katja (Diane Kruger)
Venezia, al cinema Giorgione a vedere e recensire Oltre la notte © Luca Ferrari

giovedì 15 marzo 2018

Ricomincio da noi, il ballo della vita

Ricomincio da noi - Sandra (Imelda Staunton) e Charlie (Timothy Spall)
Tenera storia di creature non più giovani decise comunque a godersi la vita. Si affrontano i dolori condividendo un sorriso e magari un ballo. Ricomincio da noi (2017, di Richard Loncraine).

di Luca Ferrari

La vita non è dei soli giovani. La vita non finisce con la pensione. La vita può e deve ancora regalare emozioni a dispetto dell’inevitabile avanzare dell’età e degli acciacchi. Non è mai troppo tardi per ricominciare. Non è mai troppo tardi per riallacciare relazioni abbandonate. C’è sempre tempo per imparare a sorridere davvero perché "un conto è aver paura della morte, un conto è aver paura di vivere”. Scritto da Nick Moorcroft e Meg Leonard, sedetevi comodi e godetevi Ricomincio da noi (2017, di Richard Loncraine).

Sandra Abbott (Imelda Staunton) ha una vita felice ed è finalmente pronta per godersi la pensione insieme al marito altolocato Mike (John Sessions). Durante la festa per la celebrazione dell’evento e il riconoscimento di Sir e Lady, succede l’inimmaginabile. Sandra scopre Mike avvinghiato con l’amica Pamela (Josie Lawrence), appurando poi che la relazione prosegue da cinque anni. Sconvolta, la donna si rifugia dalla sorella Bif (Celia Imrie), che non vede da parecchio tempo.

Dall’impeccabile giardinaggio dell’alta borghesia inglese, l’altezzosa Sandra si ritrova in una vita diversa anni luce dalla sua. La sorella è una hippy che fa ancora le marce di protesta. Non è sposata, e si gode la vita senza inibizioni. Sandra è rigida, Bif è solare. Tra le due sorelle i rapporti non sono mai stati facili, adesso però, come dice l’amico Charlie (Timothy Spall), potrebbe essere l’occasione per conoscersi davvero.

Sandra guarda tutti dall’alto in basso, così come faceva nella sua ormai ex-vita, ma è solo questione di tempo. Prima i ricordi d’infanzia, poi la sincerità degli amici di Bif iniziano a fare breccia. Nessuno è esente da drammi o dolori. Ted (David Hayman) soffre ancora terribilmente per la perdita dell’amata moglie. Charlie invece, che insieme a quest’ultimo vivono ciascuno su una propria barca ormeggiata in un canale, si sta confrontando con l’Alzheimer della sua dolce metà che ormai non lo riconosce più.

Sandra inizia un viaggio ma le tentazioni di ritornare alla sua vecchia (e tenore di) vita non cambiano. Dai ristoranti ai pub, dove incontrerà anche l'ormai ex-marito insieme alla nuova fiamma. Dai ricevimenti alle feste tra amici. Dall'assenza totale di musica nella propria casa alla scuola di ballo dove conosce anche Jackie (Joanna Lumley), avvocato. Ognuno ha i propri acciacchi. Ognuno ha il proprio vissuto ma ogni settimana sono sempre tutti lì, insieme. Ad ascoltare e raccontarsi, anche solo con un movimento.

Sorrisi e lacrime. Lacrime di dolore, lacrime di gioia. Questa è la vita. Questo è Ricomincio da noi (2017, di Richard Loncraine), e l’arte è sempre lì, per innalzare l’anima umana o più semplicemente regalarle una pausa e una continuazione nel proprio desiderio di condivisione e desiderio di felicità. Come il canto per il commovente Una canzone per Marion (2012, di Paul Andrew Williams), così il ballo per Ricomincio da noi. Come un concerto con attempati anziani con parrucconi heavy metal, così un flash mob per i senza tetto nel centro di Londra.

La telecamera di Locraine (Wimbledon, I due presidenti, Ruth e Alex - L'amore cerca casa) si adagia nel verde urbano-rurale inglese. Costeggia lo scontro generazionale senza infierire sui linguaggi ormai troppo distanti. Le "creature umane" di Locraine fanno il bagno nei canali e finiscono perfino su Youtube, guadagnandosi così un viaggio in una delle più belle città del mondo. Per chi ha voglia di ricominciare e/o continuare, non esisterà mai la parola fine per le proprie ambizioni del vivere quotidiano.

I protagonisti di Ricomincio da noi non hanno nulla a che spartire con Shall We Dance? (2004, con Richard Gere, Stanley Tucci, Jennifer Lopez e Susan Sarandon). Diverse le età, diverse le motivazioni. Eppure, dinnanzi all'iniziale impaccio, poi ci si libera. Ci si lascia andare, entrando in contatto con tutto ciò che abbiamo nascosto, a noi stessi per primi. Dove ci condurrà questa strada, nessuno lo sa, ma non sembra importare ad alcuno. L'importante è restare in pedana e fermarsi quando si è affaticati senza nessun problema o limite.

Sebbene piuttosto standard lo scontro tra sorelle (borghesia e proletariato), la coppia Imelda Staunton (Calendar Girls, Il diario di Bridget Jones, Ritorno al Marigold Hotel)/ Celia Imrie (Molto rumore per nulla, Il segreto di Vera Drake, Pride) funziona bene. Bif, così chiamata per “proteggere” la sorellina (…) ha vissuto libera senza legami, la sua storia però è tutta da scoprire. Sandra è più arrabbiata di quello che vorrebbe dare a vedere.

Ci sono poi attori talmente bravi da risultare sfuggenti alle masse. Timothy Spall, londinese classe ’57, è uno di questi. Scarno il suo carnet di riconoscimenti, che può annoverare solo il premio per il Miglior attore al Festival di Cannes e agli European Film Awards, entrambi nel 2004 per la sua strepitosa interpretazione in Turner (2014, di Mike Leigh), che venne del tutto ignorata dagli Academy nelle nomination dell’87° edizione dei premi Oscar.

Solo negli ultimi anni è stato Codaliscia nella saga di Harry Potter, passando per una breve ma intensa apparizione nel premiato Il discorso del re (2010, di Tom Hooper) nei panni di Winston Chruchill, quindi prestandosi a incarnare l'odioso negazionista David Irving in La verità negata (2016, di Mick Jackson). Ultime due apparizioni, il politico Ian Paisley ne Il viaggio - The Journey (2016 di Nick Hamm) sullo storico accordo di pace nell'Irlanda del Nord, e la brillante dramacomedy The Party (2017, di Sally Potter).

Il suo Charlie è un uomo dolorante ma vivo. Si è sacrificato per chi ha amato ma non ha smesso di credere nei buoni sentimenti. Con la sua barca sogna un giorno di partire, ma certi viaggi per cominciare davvero, devono prima finire. Timothy Spall infonde rustica dolcezza al suo Charlie. Vederlo a passaggio tra le luci natalizie della City insieme a Sandra ci riporta indietro nel tempo (memoria), quando bastava tenersi mano nella mano per sentirsi in paradiso. Eppure loro non hanno sedici anni. Eppure loro non hanno chissà quanta vita davanti a sé .

Ricomincio da noi (2017, di Richard Loncraine) fa bene al cuore. Ricomincio da noi è un toccasana per le tante imperfezioni che non bisogna mai avere paura di mostrare. Ricomincio da noi è una sinfonia di raggi solari, gocce di pioggia e fango floreale. Inutile ambire a ciò che non esiste. Si gattona, si corre e si zoppica. Questa è la vita e come tale va accettata, cercando di tirare fuori il meglio da sé. Lottando e riposandosi. Sorridendo e piangendo. Ricominciando da sé. Ricomincio da noi.

Il trailer di Ricomincio da noi

Ricomincio da noi - le sorelle Sandra (Imelda Staunton) e Bif (Celia Imrie)
Venezia, al cinema Rossini a vedere e recensire Ricomincio da noi © Luca Ferrari

giovedì 8 marzo 2018

Lady Bird, merletti e ragnatele

Lady Bird - Christine "Lady Bird" McPherson (Saoirse Ronan)
Una giovane ragazza desidera ardentemente abbandonare il nido. Tra lei e la sua vita, una madre molto simile alla sua anima. Questa è la storia di Lady Bird (2017, di Greta Gerwig).

di Luca Ferrari

Un’adolescente combattuta e combattiva. Un’adolescente, un'anima sghemba e innamorata. La scuola. La sua stanza. La strada e le amiche. Christine McPherson si fa chiamare da tutti Lady Bird. La libertà di volare però bisogna conquistarsela, anche se si hanno solo 18 anni. Christine “Lady Bird” ha le idee chiare ma questo non è mai stato abbastanza nella vita di una teenager. Diretto dalla giovane Greta Gerwig (’83), è sbarcato sul grande schermo Lady Bird.

Christine McPherson (Saoirse Ronan) è all’ultimo anno di una High School cattolica alla periferia di Sacramento, città che detesta e da cui sogna di andarsene per approdare nella più stimolante East Coast. Le non troppo larghe finanze della famiglia però, impongono alla ragazza, ostile al proprio nome e per questo fattasi chiamare Lady Bird, a cercare vie alternative quali borse di studio e simili. Di questo progetto di college lontano però, la critica madre Marion (Laurie Metcalf) non è per niente entusiasta.

Insieme all’amica del cuore Julianne “Julie” (Beanie Feldstein), Lady Bird si iscrive a un corso di recitazione, ed è qui che fa la conoscenza dell’affascinante Danny O'Neill (Lucas Hedges). La fine dell’anno intanto si avvicina e così pure il ballo scolastico. La ragazza ha poi un nuovo impiego, in una caffetteria dove incontra il musicista Kyle Scheible (Timothée Chalamet). Lady Bird inizia ad allargare il giro delle amicizie, entrando nelle simpatie della ricca Jenna Walton (Odeya Rush).

I mondi di Lady Bird si sovrappongono e i bivi si accavallano. Le cose in famiglia intanto non funzionano troppo. Col fratello adottivo Miguel (Jordan Rodrigues) e la sua ragazza ci sono spesso scontri, la madre è sempre molto dura e non si apre mai alla dolcezza. L’unico angolo di respiro è rappresentato dal padre Larry (Tracy Letts), in difficoltà lavorative. Lady Bird prova a farsi scivolare tutto sopra pensando al suo domani, ma per quello c’è ancora tempo. E ciò che al momento è una gravosa spina nel fianco (cuore), un giorno chissà, potrebbe diventare una sua indistruttibile risorsa.

Segnatevi il nome di Greta Gerwig. Vista davanti alla telecamera in To Rome with Love e Jackie, la giovane regista classe '84 originaria proprio di Sacramento, si è fatta le ossa nel cinema indipendente americano collaborando sia come attrice che come sceneggiatrice con Noah Baumbach (Lo stravagante mondo di Greenberg, Frances Ha, Mistress America). Non sono tante le registe donne a emergere così presto, e ancor meno quelle in grado di cimentarsi anche con il testo di un lungometraggio.

Lady Bird cammina nel deserto metropolitano. Lady Bird è una storia realizzata a matita. Non cerca facili consensi né vuole sorprendere. La trama è un caleidoscopio di merletti e ragnatele. I protagonisti si spintonano rischiando di buttarsi fuori strada. Il lieto fine è un indovinello in apparenza di facile approdo. Non è così. Greta Gerwig ci tramanda una storia di consapevolezza ed errori. Greta Gerwig attraversa una palude trovando la strada per l'oceano. Se Lady Bird la seguirà, è tutto da vedere.

Prima donna indiscussa del film, Saoirse Ronan. A oggi deve ancora compiere 24 anni eppure la sua presenza sul grande schermo, e in Lady Bird in particolare, la fanno sembrare molto più matura e navigata. Lasciato il segno in Espiazione (2007, di Joe Wright), la giovane Saoirse è una delle creature Andersoniane del Grand Budapest Hotel, diventata poi la protagonista dell'ottimo Brooklyn (2015, di John Crowley), basato sull'omonimo romanzo di Colm Toibin.

Figura sempre più presente sul grande schermo, Tracy Letts. Dopo essere stato il cinico Lawrence Fields, capo di Christian Bale nel potente La grande scommessa (2015, di Adam McKay), film che andrebbe rivisto almeno una volta al mese, è “apparso” anche nell'intrigante Elvis & Nixon (2016, di Liza Johnson) con Kevin Spacey e Michael Shannon, e ha assunto le sembianze del comprensivo consulente finanziario di Meryl Streep nel politico-giornalistico The Post (2017, di Steve Spielberg).

Aldilà di qualche presenza di noti film (JFK, Se scappi ti sposo), a Laurie Metcalf è stato il piccolo schermo a regalare fama imperitura, prima nella serie Pappa & Ciccia nei panni della sorella della protagonista al fianco di Roseanne Barr e John Goodman, poi (ancor di più) nel cult Big Bang Theory dove interpreta la madre creazionista dell’insopportabile scienziato Sheldon Cooper (Jim Parsons).

Lady Bird dovrebbe essere un film adolescenziale. Non lo è. Lady Bird dovrebbe avere facile appeal tra i 16-20enni. Dopo tutto la protagonista sta vivendo una fase importante della propria vita, quella della scelta di abbandonare il nido e per di più non senza qualche scontro. Lady Bird sa arrivare al cuore di tutti. Mai banale nella sua semplicità. Mai desideroso di strafare o dare giudizi e condannare alcuno. La vita ha una sua trama e la maggior parte di noi ci metterà molto a capirla, anche se siamo certi di sapere cosa vogliamo fare.

Capitolo premi. Iniziata la stagione alla grande conquistando due Golden Globe come Miglior film o commedia musicale e Miglior attrice in un film o commedia musicale (a Saoirse Ronan), curiosamente Lady Bird è rimasto a bocca asciutta ai BAFTA (0/3) e ai premi Oscar dov’era in lizza per cinque statuette di primissimo livello: Miglior film, regia e sceneggiatura originale, entrambe a Greta Gerwig; miglior attrice non protagonista a Laurie Metcalf e ovviamente Miglior attrice a Saoirse Ronan, quest’ultima già alla terza nomination dopo Espiazione (2007) e Brooklyn (2015).

Lady Bird (2017, di Greta Gerwig) scorre dolcemente intenso, seguendo il ritmo della vita e delle incomprensioni familiari. Le convinzioni fanno capolinea a moli intasati e parcheggi dialettici. I dubbi aprono squarci dove il sole sosta perplesso in qualche sedile posteriore in attesa di abbandonare la tempesta. Lady Bird ci accompagna fino al nostro gate, non senza lacrime, e dove il domani spaventa più di quello che vorremmo ammettere a noi stessi. Lady Bird ci sussurra vicino qualcosa di unico e personale. Forse è solo un arrivederci. Forse una verità di cui un giorno parleremo insieme.

Il trailer di Lady Bird

Lady Bird - Julie (Beanie Feldstein) e Christine "Lady Bird" (Saoirse Ronan)
Lady Bird - figlia e madre, Christine "Lady Bird" (Saoirse Ronan) e Marion (Laurie Metcalf)
Venezia, al cinema Rossini a vedere e recensire Lady Bird © Luca Ferrari

venerdì 2 marzo 2018

Dunkirk non ispira

Dunkirk - il comandante Bolton (Kenneth Branagh
Ha fallito ai BAFTA e ai Golden Globe. Il tanto decantato Dunkirk di Christopher Nolan non è l'incredibile meraviglia che in troppi hanno descritto. E ora tocca agli Oscar.

di Luca Ferrari

Opera incompleta. Superficiale. Troppo tecnica e poco "umana". Fin dalle sue prime indiscrezioni e successiva anteprima veneziana, il nuovo film di Christiopher Nolan, Dunkirk, venne presentato come fosse l'ottava meraviglia e pompato da una certa stampa commerciale in modo fin troppo smaccato. Ma più che raccontare una epica pagina di storia della II Guerra Mondiale, il regista londinese si è più che altro preoccupato di fare sfoggio di ciò che sa fare da dietro la telecamera, lasciando alla storia il tempo che trova.

I premi si sa, se vengono assegnati a chi riteniamo degni, è giusto. In caso contrario la giuria è corrotta o non capisce nulla. Il pensiero degli addetti ai lavori nel mondo del cinema non è diverso da quello del "semplice popolo". E così, una volta arrivata la prova del nove dei riconoscimenti, Dunkirk ha fin'ora miseramente fallito raccogliendone un solo premio su 11 candidature complessive.

In ordine cronologico, ai Golden Globe ha ricevuto tre nomination per il Miglior film drammatico, regista (Christopher Nolan) e colonna sonora originale (Hans Zimmer), restando a mani vuote. Non è andata meglio, anzi decisamente peggio, ai BAFTA - British Acamdey Film Awards dove su otto candidature la pellicola si è portata a casa solo il Miglior sonoro (a Richard King, Gregg Landaker, Gary A. Rizzo e Mark Weingarten).

Domenica 4 marzo intanto è il tanto atteso momento dei premi Oscar. Dunkirk si contenderà la statuetta di:
  • Miglior film a Emma Thomas e Christopher Nolan
  • Miglior regista a Christopher Nolan
  • Migliore fotografia a Hoyte Van Hoytema
  • Miglior montaggio a Lee Smith
  • Migliore scenografia a Nathan Crowley e Gary Fettis
  • Migliore colonna sonora a Hans Zimmer
  • Miglior sonoro a Mark Weingarten, Gregg Landaker e Gary A. Rizzo
  • Miglior montaggio sonoro a Richard King e Alex Gibson
Aldilà dei premi tecnici dove non ho le competenze per poter affermare che sia più o meno meritevole rispetto ad altri, come sostenni su queste pagine digitali prima della notte dei Globe e dei BAFTA, anche questa volta Dunkirk andrà incontro all'insuccesso nelle sezioni principali: film e regista. Una previsione (augurio) non solo dettata dalla presenza di rivali di razza (La forma dell'acqua, Tre manifesti a Ebbing Missouri, Lady Bird, The Post) ma perché la resa della vicenda è poco efficace. Molto prospettica e poco incentrata sugli uomini, questi ultimi i veri protagonisti della Storia.

Inevitabile poi lo scontro/confronto con L'ora più buia (di Joe Wright), anch'esso candidato come Miglior film e dove finalmente Gary Oldman, dopo essersi portato a casa il Globe e BAFTA, verrà di sicuro incoronato Miglior attore protagonista anche dagli Academy. Il film incentrato su Winston Churchill finisce esattamente con la vicenda messa in scenda da Nolan, ma le differenze sono gigantesche. Wright mette a fuoco il personaggio, Nolan il proprio ego.

Francia, 1940. La II Guerra Mondiale è appena agli inizi. La forza nazista è al massimo della sua potenza. Il patto Moltov-Ribbentrop tra Hitler e Stalin è solido. La nazione transalpina è stata aggredita. La sola nazione al momento ancora libera dal giogo nazi-fascista è la Gran Bretagna, una cui grossa fetta dell'esercito adesso si trova a Dunkerque (in inglese, Dunkirk). L'esercito tedesco pattuglia ogni via di fuga. Quale sarà il destino per l'esercito di Sua Maestà e l'intero continente europeo?

Churchill ha l'idea geniale. Sacrificando una guarnigione, sprona il popolo inglese a salpare con i propri mezzi acquei e imbarcare ciascuno il maggior numero di soldati possibili riportandoli a casa, e dunque riorganizzando la difesa. Sembra un'impresa folle ma la Storia non è fatta per chi non sa osare. Tra le tante imbarcazioni che rispondono presente, c'è anche quella di Mr. Dawson (Mark Rylance), uno dei primi a recuperare un soldato ancora sotto shock (Cillian Murphy) dopo essere finito sott'acqua a causa di un sommergibile tedesco.

Nei cieli intanto i piloti Farrier (Tom Hardy) e Collins (Jack Lowden), a bordo dei loro Spitfire, ingaggiano duelli contro la Lutwaffe. A terra invece, la telecamera segue le (dis)avventure del soldato semplice Alex (Harry Styles) e la fanteria alla disperata ricerca di un rifugio/salvezza, facile preda dei canini nazisti. La guerra potrebbe finire già lì, su quella fetta di costa francese, ma così non sarà. Un errore di valutazione che cinque anni dopo si trasformerà nel tramonto definitivo del Terzo Reich.

Inutile negarlo, la vicenda di Dunkirk non era così nota. Christopher Nolan (Memento, Inception, Interstellar) l'ha consegnata alla memoria collettiva attraverso il grande schermo. Se la resa puramente cinematografica è notevole, non si può dire lo stesso della narrazione. Poche didascalie esplicative all'inizio e alla fine del film, cosa che al contrario sarebbe stato molto opportuno. D'accordo, Dunkirk non è un documentario di storia ma la vicenda avrebbe meritato qualche spiegazione più dettagliata.

Curiosa poi la scelta di uno dei protagonisti, il cantante della boyband One Direction, il sopracitato Styles, alla sua prima incursione sul grande schermo. Forse troppo influenzato dalla propria trilogia di Batman, Nolan punta più sui supereroi o presunti tali. C'è l'aviatore, il fante, il marinaio. Ci sono i singoli, c'è molto meno l'unione. Dunkirk è cinema ad alto contenuto spettacolare e scarso sul fronte storico. I suoi protagonisti si perdono nella coltre di sensazionalismo.

La vicenda di Dunkirk rappresentò uno snodo cruciale per la storia europea. Forse senza quella ritirata strategica, oggi la libertà non esisterebbe e la svastica troneggerebbe ancora nella vita di chiunque. Quell'impresa gridò al mondo, e alla cancelleria Hitleriana, che un popolo era pronto a battersi ben oltre l'inimmaginabile. E oggi, in un'epoca di nazionalismi murati e ignobili ignoranze xenofobe, ciò che successe sulla costa francese dovrebbe farci agire subito, decisi e uniti. Questo purtroppo non succederà e comunque non sarà Dunkirk di Christopher Nolan a ispirarlo.

Il trailer di Dunkirk

Dunkirk - imbarcazione inglese in soccorso dei propri connazionali

martedì 27 febbraio 2018

Elle Fanning, l'Oscar ti aspetta

Elle Fanning protagonista di 20th Century Women (di Mike Mills)
Versatile. Intensa. Piena di talento e grazia. Elle Fanning (Conyers, '98) è una predestinata e presto i riflettori degli Academy saranno tutti per lei.

di Luca Ferrari

Profilo europeo. Musa predestinata. Giovane ma allo stesso tempo col phisique da stella navigata. Il suo nome è Elle Fanning. Il prossimo 9 aprile compirà i fatidici 20 anni ma fino a oggi non è ancora arrivata nessuna nomination ai Golden Globe, né ai BAFTA e meno che meno agli Oscar. Fidatevi, è solo questione di tempo. Il suo nome presto splenderà sempre più alto.

Dopo i classici ruoli da bambina (Mi chiamo Sam, Il mio amico a quattro zampe) e presenze in film di spessore, curiosamente entrambi con Brad Pitt (Babel, Il curioso caso di Benjamin Button), la sorella minore (ma decisamente più brava) di Dakota inizia a catturare l'attenzione del grande pubblico prima con Somewhere (2010, di Sofia Coppola), film vincitore della 67° edizione della Mostra del Cinema, poi con Lo schiaccianoci in 3D (2010, di Andrej Končalovskij) e infine nel teen cult Super 8 (2011, di J.J. Abrams).

Elle non è la classica giovanissima attrice americana. Ha movenze europee e uno sguardo innocente che sa conquistare. Ne fa le spese anche Cameron Crowe, che la sceglie e sistema vicino a Scarlett Johansson e Matt Damon per la sua tenera fiaba (basata su di una storia vera, ndr) La mia vita è uno zoo (2011). Elle è ancora piccolina, e allora ecco passare qualche anno e il suo dolce sorriso torna a sedurre il grande schermo, questa volta nelle vesti della figlia di una "demoniaca" Angelina Jolie nel classico disneyano Maleficient (2014).

Elle Fanning potrebbe avere vita facile con popcorn movie o roba simile, ma lei fa scelte differenti. Il 2015 la vede scendere in campo nel politico L'ultima parola - La vera storia di Dalton Trumbo, storia da conoscere sulla libertà di parola, e soprattutto eccola protagonista di 3 Generations - Una famiglia quasi perfetta (di Gaby Dellal), al fianco di Naomi Watts e Susan Sarandon. Con non poca bravura interpreta Ramona, giovane adolescente maschio nato nel corpo di una ragazza. Non è un'emarginata, vuole semplicemente essere se stesso senza compromessi.

Il 2016 è l'anno del controverso The Neon Demon, diretto dal regista danese Nicolas Winding Refn, film presentato in anteprima alla 69° edizione del Festival di Cannes. Questa volta Elle è una modella decisa a tutto pur di conquistare le passerelle. Ciò che viene mostrato sul grande schermo è tutto fuorché una storia a lieto fine ma una critica spietata a un mondo cannibale. Elle è algida, eterea. Cucciola timida e fiera felina.

Ultime prove cinematografiche: La legge della notte (di e con Ben Affleck), 20th Century Women (di Mike Mills) con Annette Bening e infine il deludente (non per la performance di Elle) L'inganno, di Sofia Coppola con Nicole Kidman, Kirsten Dunst e Colin Farrell. Una storia questa ambientata durante la Guerra d'Indipendenza americana, e che vede protagoniste varie generazioni femminili di un prestigioso istituto alle prese con un ferito dello schieramento opposto.

Tra le svariate pellicole in arrivo con l'attrice originaria di Conyers, Georgia, uno dei più attesi è di sicuro How to Talk to Girls at Parties (di John Cameron Mitchell), dove tornerà a recitare a fianco della premio Oscar Nicole Kidman, quest'ultima pronta per la 2° stagione dell'ottima serie televisiva Big Little Lies. Altro film in procinto di sbarcare sul grande schermo, Mary Shelley (di Haifaa Al-Mansour), storia di come il poeta Percy Bysshe Shelley venne ispirato per scrivere "Frankenstein".

Quale sarà dunque il ruolo che consacrerà Elle Fanning nel firmamento della settima arte? Il prossimo quinquennio sarà di sicuro un periodo cruciale per la carriera dell'attrice americana e per quanto visto fin qui sul grande schermo, se dovessi azzardare un pronostico, la immagino protagonista di un lungometraggio americano, basato su una storia vera, e diretta da un regista con feeling europeo. La parola ora al cinema.

Elle Fanning protagonista di Mary Shelley (di Haifaa Al-Mansour)
Elle Fanning protagonista di The Neon Demon (di Nicolas Winding Refn)
 Elle Fanning protagonista di How to Talk to Girls at Parties (di John Cameron Mitchell)
Elle Fanning protagonista di 3 Generations - Una famiglia quasi perfetta (di Gaby Dellal)

sabato 24 febbraio 2018

Le calde lacrime di Qui dove batte il cuore (2000)

Qui dove batte il cuore - la giovane Novalee (Natalie Portman) e la sua bambina
Il cinema sussurra ai battiti dell'anima, la poesia si ferma e piange. Si rialza e lotta per la felicità, come i protagonisti di Qui dove batte il cuore (2000, di Matt Williams).

di Luca Ferrari

Storia di provincia americana. Novalee Nation (Natalie Portman) è una giovane ragazza incinta, abbandonata in un wallmart dal suo egoista fidanzato, Willy Jack Pickens (Dylan Bruno). Nnello sprofondo dell'abbandono più totale, la sua vita inizia a cambiare grazie all'incontro di tante persone buone: l'amica Lexie (Ashley Judd), il fotografo Moses (Keith David), la saggia e ospitale Thelma "Sister" Husband (Stockard Channing) e il probo Forney (James Frain).

All'epoca neanche ventenne, l'ex-Jackie Kennedy Natalie Portman (LéomV per Vendetta, Sognare è vivere) è un cerbiatto ferito. Sembra una delle tante persone destinate a finire nel tritacarne dell'indifferenza ma non è così. Le relazioni umane possono davvero fare la differenza e così, giorno dopo giorno, toccherà poi a lei diventare espressione della forza non solo per se stessa, ma anche per la figlioletta Americus (Mackenzie Fitzegerald) e i suoi affetti più cari.

Qui dove batte il cuore è un film che arriva diritto dove vorremmo vivere ogni giorno della nostra vita. Il cinema ispira, la poesia risponde con eterna sincerità:


LÌ DOVE IL CUORE È SOLO UN BATTITO A 125 ASA

Lavoro sui fianchi,
la sfiducia dei miei compaesani
ha contribuito
alla mia dichiarazione d’indipendenza,
adesso potrei mandare loro
il mio esteso curriculum…anche oggi,
che i miei sentimenti sono lontani

Getto parole
ma lei non vuole scrivere
con una penna rossa... è 
esattamente come me,
ci facciamo pagare
per la cosa che più odiamo fare,
... e loro sono orgogliosi di me
così questa notte
assomiglierà anche a una preghiera
consacrata per voi…

la corsia destra è libera
e se voglio davvero crescere
sotto il tuo respiro,
dì pure ai fulmini
che mi sono tatuato bersagli
su ogni parte del corpo
e che non passerò la mia vita
a rubare coperte ai senzatetto

Quattro rose marroni
mi fanno da cuscino,
un ippocastano 
è il diventato il mio migliore amico

Ho perso le scarpe,
per questo ho pensato
di regalarti
un paio di pantofole,
ho partorito nove volte
saltando all’indietro
da un presepe cittadino…non
è stato abbastanza
per impedire ai sentimenti
che mi abbandonassero,
così la spiaggia
si è sistemata da sola la messa in piega,
ha pettinato le onde
e la domenica le fa giocare
coi miei ricordi…ma
cosa potrebbero ancora dire
tutte quelle Nazioni là fuori?

A undici anni pensavo
me ne starei stato da solo
solo per un paio di giorni, 
invece tredici anni dopo
sono ancora un po’ assorto

... l’uomo del porto dopo tutto
non è altro
che un modo originale
per condividere la parola Natale
(Lido di Venezia [VE], 31 Dicembre 2000)    

Una scena toccante di Qui dove batte il cuore


Qui dove batte il cuore - Novalee (Natalie Portman) e Forney (James Frain)