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martedì 3 settembre 2013

Topolino gondoliere, ‘O sole Minnie

'O sole Minnie - il gondoliere latin lover Topolino in azione 
Nel vogare per Venezia, il gondoliere Topolino s'innamora della bella cameriera Minnie. Inizia uno sfrenato corteggiamento tra folli acrobazie fisiche e canore. 

Animazione quasi preistorica in confronto alle normali esaltazioni digitali del presente. È ‘O Sole Minnie, il nuovo cortometraggio in 2D diretto da Paul Rudish (Il laboratorio di Dexter, Samurai Jack e Le Superchicche) e prodotto da Disney Television Animation, presentato in anteprima alla 70° Mostra del Cinema di Venezia nella sez. Fuori Concorso.

‘O Sole Minnie (Disney Mickey Mouse ‘O Sole Minnie) è uno dei 19 cortometraggi animati della serie Mickey Mouse, con protagonisti Topolino, Minnie, Paperino, Paperina, Pippo e Pluto in giro per il mondo: da Santa Monica a New York, Parigi, Pechino, Tokyo, Venezia e persino sulle Alpi, tra gag fisiche e visive.

“Volevo che il pubblico si divertisse nel vedere Topolino e Minnie in fase di innamoramento” ha spiegato il regista, “e comprendessero il modo in cui le persone s'innamorano di Venezia, una delle città più belle del mondo”.

Dopo un doppio scontro con Gambadilegno, epilogo nel segno del più dolce degli happy end. Quando Topolino se ne torna alla gondola con il cuore spezzato alla vista "closed" dell'albergo dove lavorava Minnie, lei d'improvviso appare sul molo con il cestino della merenda per una romantica gita d’amore sulla laguna. E vissero felici e contenti.

O sole Minnie

'O sole Minnie 
il regista Paul Riddish
O sole Minnie 
O sole Minnie 
'O Sole Minnie (2013)

Dakota Fanning, più stella che mai

70° Mostra del Cinema – l'attrice Dakota Fanning tra i fan © Biennale foto Asac
Ha solo 19 anni eppure se ne sente parlare da così tanto che pare una veterana. Lei è la giovane attrice Dakota Fanning.

di Luca Ferrari

Ha recitato con Sean Penn (Mi chiamo Sam), Tom Cruise (La guerra dei mondi) e fatto parte della saga di Twilight nella parte di un sanguinolenta vampira. Dakota Fanning è sbarcata alla 70° Mostra del Cinema con il film in concorso Night Moves (di Kelly Reichardt), al fianco di Jesse Eisenberg. Si è presentata sul red carpet radiosa come non mai e disponibile per foto ricordo con i fan.  

70° Mostra del Cinema – Dakota Fanning tra i fan © Biennale foto Asac
70° Mostra del Cinema – Dakota Fanning sul red carpet © Biennale foto Asac

lunedì 2 settembre 2013

The Gilliam Theorem

The Zero Theorem - Bainsley (Mélanie Thierry)
 Realtà così impensabile. Vuoto così onnivoro. Qualcuno attende, sa o finge di sapere. The Zero Theorem, del visionario Terry Gilliam

Visionario. Forse anche troppo. Per un uomo che si risveglia o almeno tenta (Christoph Waltz), un esercito silenzioso annuisce pedalando. Ingranaggio sostituibile di un meccanismo che avanza comunque. Dopo le recenti sfide diaboliche di Parnassus, ci sono ancora specchi magici nella sceneggiatura di Terry Gilliam.

Ma come un fulmine a ciel sereno, se le telecamere sparse ovunque fingono di rappresentare una prigione, a ben guardare, sono le nostre costanti paure ad appesantire la nostra andatura onirica. Tutto il resto, dalle comunicazioni artificiali ai deus ex machina padronali (fantastico Matt Damon), sono solo condizioni passeggere.

Il vuoto cromatico capace di crescere e avvolgerci in reti inestricabili è l’insieme di quelle risposte che non vogliamo darci, e che vorremmo fossero altri a fornirci in modo da avere un destino su misura da incolpare o decantare a seconda delle aspettative sopraggiunte. Teoria Zero come Punto di partenza o del Non ritorno? La facile filosofia da rivista popolare direbbe che sono entrambe lo stesso elemento. Ecco perché alla fine anche il più subnormale dei giochi illusori può essere rotto con la fragilità della materia più blanda.

Il suicidio dei plurali ci riguarda tutti ma sono in pochi quelli in grado di non farsi trascinare in inconcludenti trenini con binari fatti di cuscini e qualche poster multimediale dove far passare tutti i nostri inconfessati bisogni di vicinanza ed effusione. Facendo un rapido controllo e connessione, è già ora che si spalanchi un’altra porta. 

Esco dal mondo per impartire una lezione all’ignoto ma scopro che altro non è che l’anticamera di un posto che mi ha accolto ma non ho mai visitato. Sono contrito nel visualizzare l’acqua gelida che insegue la mia maschera da giullare rosso. A qualcuno tutto ciò potrebbe risultare infondato e poco in linea con le curve diritte al quale ci si è affidati. E da questo deduco che laggiù noi di certo noi non c’incontreremo. 

The Zero Theorem (2013), di Terry Gilliam

Giuliano Gemma, 75 candeline per Ringo

Anche gli angeli mangiano fagioli - Sonny (Giuliano Gemma)
"Pronto Giuliano? Buon compleanno!". Passano gli anni ma l’attore romano resta sempre e comunque Faccia d’angelo, il pistolero buono Ringo.

Luca Ferrari, ferrariluca@hotmail.it
giornalista/fotoreporter – web writer

Da stuntman ai kolossal passando per i film western fino a ruoli seri come il celeberrimo Il Gattopardo (1963, di Luchino Visconti) e Speriamo che sia femmina (1986, di Mario Monicelli). Tutto questo e molto di più è l'attore romano Giuliano Gemma. Per il sottoscritto però, la sua faccia sarà sempre immortale sinonimo dello scanzonato finto duro Sonny di Anche gli angeli mangiano fagioli (1973, di Enzo Barboni – E. B. Clutcher), in coppia con Bud Spencer.

Ci siamo incontrati in occasione delle tue settanta candeline, e oggi che sono passati altri cinque anni, dalla mia postazione alla 70. Mostra del Cinema di Venezia, ti rinnovo l’augurio, anche se mi rendo conto di rischiare molto. Dopo tutto te l’ho già detto e tu potresti non gradire e consigliarmi “...di tenere le zampe a posto se non voglio andare in giro con tutte e due le maniche vuote appuntate sulle spalle!”.

Una divertente scena di Anche gli angeli mangiano fagioli

Anche gli angeli mangiano fagioli - Charlie (Bud Spencer) e Sonny (Giuliano Gemma)
Anche gli angeli mangiano fagioli - Charlie (Bud Spencer) e Sonny (Giuliano Gemma)
Mostra del Cinema 2008 - Natalie Portman e Giuliano Gemma © Federico Roiter
Mostra del Cinema 2008 - Giuliano Gemma festeggia i 70 anni al Lido © Federico Roiter

domenica 1 settembre 2013

Parkland (2013), in Memory of JFK

Parkland - Abrahm Zapruder (Paul Giamatti)
Il disperato tentativo di salvare la vita di John Kennedy a Dallas. Parkland (di Peter Landesman), presentato in anteprima alla 70° Mostra del Cinema di Venezia.

L’assassinio del presidente americano più amato. Il filmato di Abraham Zapruder. L’arresto e l’uccisione (esecuzione) del sospettato Lee Harvey Oswald. Nel 1991 Oliver Stone portò sul grande schermo la storia del procuratore Jim Garrison (Kevin Costner), l’uomo che riaprì il caso dell’omicidio di Kennedy parlando apertamente di complotto in JFK. Oggi, nel 2013, Peter Landesman con Parkland parla di storie di vite. Spezzate. Cambiate per sempre. Senza ritorno.

Volti. Facce. Pensieri. Gli uomini attorno alla storia. Le mani imbrattate di sangue della moglie Jacqueline. L’imbarazzo per l’assenza di posto sull’Air Force One per la bara presidenziale (non possiamo mica metterla in stiva come un bagaglio, dice inorridito uno degli agenti federali). Il rifiuto di qualsiasi chiesa a celebrare la messa funebre per Lee Harvey Oswald (Jeremy Strong), il sospettato dell’assassinio.

Lo scontro dinnanzi al cadavere del presidente già chiuso in bara tra chi non autorizzava l’uscita dall’ospedale per fare l’autopsia e l’intransigenza federale di riportare la salma subito a Washington. Il dramma del sarto Abraham Zapruder (Paul Giamatti) nell’aver ripreso l’esecuzione di JFK. La compostezza e costante presenza dell’agente dei Servizi Segreti, Forrest Sorrels (Billy Bob Thornton). Lo sgomento del medico specializzando Jim Carrico (Zac Efron).

Landesman guarda anche i familiari di Oswald. La sprezzante madre Marguerite (Jacki Weaver) e il fratello Robert Edward (James Badge Dale). La compostezza di quest’ultimo è incredibile. Ma quello che colpisce è la decisione, a dispetto di quanto suggeritogli, di non cambiare nome né di abbandonare Dallas.

Dopo Pearl Harbor, gli Stati Uniti vivono un nuovo mortale spartiacque. Da quel giorno in poi cambiò tutto. Ancora una volta. Da quel 22 novembre 1963 a Dallas all’11 settembre 2011, l’America ha ricominciato la sua storia nel segno del sangue e di un conflitto. II Guerra Mondiale, Vietnam e Afghanistan.

Tutto sempre in un giorno. Troppo.

Il trailer di Parkland

Parkland - l'infermiera Doris Nelson (Marcia Gay Harden)
Parkland - l'agente Forrest Sorrels (Billy Bob Thornton)

sabato 31 agosto 2013

Green America, Nicolas Joe

Joe - Joe Ranson (Nicolas Cage)
Antieroe solitario e rassegnato. Nell'America di provincia Joe Ransom (Nicolas Cage) può ancora insegnare o sacrificarsi per qualcuno.

di Luca Ferrari

Solitario. Tatuato. Di poche parole. Fumatore incallito. Frequentatore di squillo. Con l’alcol sempre dietro. Un passato da galeotto. Poco tollerante alle prepotenze. Nella sua infinita serie di personaggi, Nicolas Cage riassume tutto questo in Joe, di David Gordon Green, basato sull’omonimo romanzo di Larry Brown (1951-2004), film in concorso alla 70° Mostra del Cinema di Venezia.

Era ora. Era da un pezzo che il premio Oscar Nicolas Cage non si cimentava con un personaggio di spessore.Era dallo spietato/malinconico mercante d’armi Yuri Orlov in Lord of War (2004, di Andrew Niccol) che il nipote di Francis Ford Coppola non accettava d’incarnare un uomo dalle sfumature buono-disperate come Joe Ransom.

Più robusto del solito. Barbuto. Volenteroso di riscatto ma frenato dalla propria riluttanza emozionale. Fanculo, anche oggi dice stanco con al fianco l’amica Connie (Adriene Mishler), appartatasi da lui per evitare le molestie del compagno del padre. Decisamente convincente la prova di Cage.

Molto di più rispetto all’ultima incursione veneziana, quando nel 2009 fu il protagonista insieme a Eva Mendes di Il cattivo tenente – Ultima chiamata New Orleans (2009, di Werner Herzog). Al suo fianco in questa molto sconfortante pagina di provincia americana, il giovane Tye Sheridan, di nuovo alle prese con un padre violento dopo aver saggiato la collera di Brad Pitt in The Tree of Life (2011) di Terrence Malick.

In una piccola cittadina del Texas arriva una nuova famiglia. Gary è il solo che ci prova. Si cerca un lavoro e viene aggregato da Joe nella sua squadra per disboscare un’area privata. L’indomani porta anche il padre che al contrario non fa nulla di nulla se non fumare e guardare il panorama.

La sua miserevole autorità familiare vacilla nel vedere che il più giovane porta soldi a casa, scatenando così la sua violenta reazione. Joe si prende a cuore il ragazzo. Sa bene che finché ci sarà in giro feccia come il padre, per lui non ci sarà un futuro. E presto o tardi Gary ucciderà il vecchio con l’inevitabile carcere. Un uomo, questi che pur di far fuori Joe e togliere tutti i soldi a Gary, non si fa problemi a far prostituire la figlia più giovane.

Novello Walt Kovalski (Clint Eastwood) di Gran Torino, Joe sacrifica la propria vita e affronta il suo destino. Non gl’importa del prezzo da pagare. Vuole regalare un futuro a Gary. Gli vuole dare quella chance che forse lui non ha mai voluto accettare a suo tempo.

L’America di Gordon Green non è che un flash. È la redenzione di un uomo che non può guardarsi indietro perché starebbe ancora peggio. È un mondo dove almeno c’è una paga settimanale e dove una gentilezza per uno straniero possono regalare una nuova prospettiva. Eppure ci sono uomini condannati dalla loro stessa natura e presto o tardi qualcuno che non ha di meglio da fare, lo provocherà. Stuzzicando il suo fragile equilibrio. E le conseguenze saranno imprevedibili e fatali. Nella migliore delle ipotesi, qualcuno si salverà. Nella peggiore delle continuazioni, fanculo anche domani. 

Il trailer di Joe

Joe - Joe Ransom (Nicolas Cage
Joe - Joe Ransom (Nicolas Cage) e Gary (Tye Sheridan)

Canyons of men and women

70° Mostra del Cinema – Tenille Houston © Biennale foto Asac
Smaltita la delusione (…) per il forfait della capricciosa Lindsay Lohan, gli spettatori di The Canyons si sono potuti “accontentare” della presenza del regista Paul Schrader, la bella Tenille Houston e la pornostar James Deen.

di Luca Ferrari

Dopo i recenti problemi finanziari e qualche flop di troppo, Nicolas Cage è tornato sul grande schermo con una prova di qualità, nel drammatico Joe di David Gordon Green. Insieme a lui a Venezia c’erano il regista, Ronie Gene Blevins e il giovane Tye Sheridan.

70° Mostra del Cinema – (da sx) Ronie Gene Blevins, David Gordon Green
Nicolas Cage e Tye Sheridan © Biennale foto Asac

70° Mostra del Cinema – David Gordon Green © Federico Roiter
70° Mostra del Cinema – Nicolas Cage © Federico Roiter
70° Mostra del Cinema – James Deen © Federico Roiter
70° Mostra del Cinema – Paul Schrader © Federico Roiter

venerdì 30 agosto 2013

Tracks (2013), The Camel Lady

Tracks - Robyn (Mia Wasikowska)
Tratto dall’omonimo romanzo autobiografico di Robyn Davidson, è sbarcato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia, Tracks di John Curran.

di Luca Ferrari

Nessuna bandiera da piantare. Un vuoto interiore da comprendere. Il deserto australiano da attraversare a piedi. Non c’è il desiderio di rottura con la società di Christoper McCandless. Non c’è l’enigmatica inquietudine della "jasminetrincana" Augusta di Un giorno devi andare. Robyn (Mia Wasikowska) vuole attraversare il deserto a piedi (2.700 km). Da Alice Springs a Uluru, fino all’Oceano Indiano. È stufa della negatività auto-compiaciuta della propria generazione. 

Qualunque cosa tu stia cercando, trovala e torna a casa, le dice affettuosa l’amica. A dispetto di qualche imprevisto (un proprietario scorretto), riesce comunque ad avere la materia prima, ossia i cammelli. Quello che ancora le manca sono i soldi per le provviste.

In suo soccorso arriva un fotografo del National Geographic, Rick Smolan (Adam Driver), che interessato al suo viaggio, ne parla al giornale facendo sì che la ragazza abbia quanto le serva, in cambio di qualche sessione di scatti on the road. Sebbene poco incline, alla fine accetta e ha inizio il suo lungo cammino. Oltre a lei e i quadrupedi, il suo amato cane Diggity.

Il viaggio è lungo e ci sono zone dove una donna non può entrare se non accompagnata da un anziano. A dispetto del comportamento scorretto del fotografo che non visto, raccoglie materiale durante una cerimonia sacra, il buon aborigeno Mister Eddy (Rolley Mintuma) le evita un copioso allungo di tragitto, e si unisce alla ragazza.

Mi piace pensare che una persona qualunque possa fare qualsiasi cosa, dice sincera la giovane. Robyn non sorride spesso. Quasi mai. Taccia di falso giornalismo Rick quando le chiede di sorridere per i suoi scatti. Avanza. Sotto il sole. Senza lasciare filosofie al prossimo. Senza inzuppare un diario di facili espressioni.

Tracks va vis(su)to sul grande schermo. Il problema è uscire. Il problema è quando si arriva all’oceano. I viaggi coi cammelli non finiscono né iniziano. Semplicemente cambiano forma, disse l’autrice.

C’è un viaggio che aspetta ciascuno di noi. C’è un viaggio dove ogni piccola sofferenza deve trovare la propria casella. C’è un viaggio solitario che solo in pochi fortunati avranno la fortuna d’intraprendere. Qualcuno si fermerà sicuramente prima. Qualcuno non incontrerà nessuno da ricordare. Qualcuno arriverà fino alla fine e ne ricomincerà un altro. Qualcuno verrà risucchiato nell’essere stanziale del mondo. Il viaggio di Robyn Davidson è stato il suo.

 Guarda il trailer di Tracks

Tracks - Robyn (Mia Wasikowska)

giovedì 29 agosto 2013

La voce morale di Enrico Berlinguer

il segretario del  Partito Comunista, Enrico Berlinguer (1922-1984)
I registi Mario Sesti e Teho Teardo ci riportano indietro nel tempo. Quando la politica era vissuta anche da alcuni grandi uomini, come Enrico Berliguer.

di Luca Ferrari

Dopo Enrico Bérlinguer non c’è più stato alcun Partito Comunista, suole ripetere il veneziano Gino Rosa. Inizio così. Prima ancora di sapere cosa vedrò nel documentario La voce di Berlinguer (2013, di Mario Sesti e Teho Teardo), presentato in anteprima nella sez. Fuori Concorso/Proiezioni Speciali della 70° edizione della Mostra del Cinema di Venezia.

La politica è cambiata dai tempi di Berlinguer. La Sinistra è cambiata. Salvo qualche corrente minimalista incapace comunque di comprendere la reltà odierna, si è centralizzata. Nel terzo millennio, giorno dopo giorno, si vive un’epoca governata dal più squallido disfacimento politico. Una realtà dove non esiste il benché minimo frammento di ideologia-stella polare, e ora veleggia su fantomatiche isole Tortuga per avvinazzare una società sempre più fatalmente malata di decadenza precoce.

Padova, piazza della Frutta. 7 giugno 1984. Comizio del Partito Comunista. Sul palco c'è il segretario e leader indiscusso, Enrico Berlinguer. Parla di donne che vogliono cambiare la società dopo secoli di oppressione e marginalizzazione. Incita i presenti a ridosso delle elezioni politiche: Andate casa per casa, a parlare con la gente. Di lì a poco sarà colpito da ictus e morirà quattro giorno dopo.

La voce di Berlinguer. Venti minuti di documentario scanditi nelle parole dell’Uomo Politico. Immortalate sulle facce di un’Italia che credeva nel cambiamento. Un’Italia che voleva ribellarsi alle tenaglie del terrorismo e delle logge massoniche. Un insieme di cittadini che credeva nella Questione Morale. Non è più immaginabile uno sviluppo che non migliori la qualità della vita, diceva Enrico dal palco di Torino nel 1981.

Enrico Berlinguer parlava di morale. Oggi invece in Parlamento si discute per dare la grazia a un uomo che è l’antitesi stessa di qualsiasi principio di moralità. Enrico Berlinguer si diceva fiero di aver mantenuto intatti i propri ideali di gioventù. Quelli che non si vendono ad alcuno. Quelli che ci fanno etichettare come ribelli. Quei valori che non trovano più posto quando il conto in banca e la sete di potere diventano i motori della propria esistenza.

Non Enrico. Enrico Berlinguer credeva in qualcosa di più. A noi ci resta la sua voce. La sua ispirazione. Se saremo fieri, inamovibili, lottatori e carismatici, anche la sua eredità.

 L'ultimo comizio di Enrico Berlinguer (1922-1984)

La voce di Berlinguer - i sostenitori applaudono Belrlinguer
La voce di Berlinguer - i sostenitori commossi a un comizio di Belrlinguer

Eva & Sandra, George & Bernardo

70° Mostra del Cinema – Sandra Bullock e George Clooney © Federico Roiter
George era il più atteso ma nell’intenso Gravity (di Alfonso Cuartón), film di apertura della 70. Mostra del Cinema, la grande protagonista è Sandra Bullock.

di Luca Ferrari

Donna a un passo dall’abisso ma capace di rialzarsi, affrontare una vera e propria tempesta di avversità (interiori e spaziali), e tornare sana e salva sul pianeta terra. Nella prima serata di red carpet, i flash si sono scatenati anche per la madrina del festival, la siciliana Eva Riccobono.

E poi lui, il Presidente di giuria Venezia 70. L’uomo di tutti i mondi. Il regista Bernardo Bertolucci. Una delle sue opere più celebri, L’ultimo imperatore (1987), vincitore di 9 premi Oscar e, 9 David di Donatello e 4 Golden Globe, tornerà sul grande schermo martedì 10 e mercoledì 11 settembre.

70° Mostra del Cinema – George Clooney firma autografi © Federico Roiter
70° Mostra del Cinema – George Clooney firma autografi © Federico Roiter
70° Mostra del Cinema – il regista/presidente di giuria Bernardo Bertolucci © Federico Roiter
70° Mostra del Cinema – la madrina del festival, Eva Riccobono © Federico Roiter

Cineluk alla Mostra del Cinema 2013

James Franco in cabina di regia di Child of God
Viaggio nella 70° Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia. Dagli articoli di presentazione alle recensioni in anteprima del festival.

di Luca Ferrari


Le avventure tridimensionali nello spazio animato di Capitan Harlock. Il viaggio nel deserto australiano di Mia Wasikowska. L'omicidio di JFK. Il documentario del movimento Femen. La storia della rivoluzione polacca durante la Guerra Fredda capeggiata da Lech Walesa. La coppia hollywoodiana Clooney/Bullock. Questo e molto altro nel nuovo e intenso viaggio cinematografico veneziano.

l'accredito stampa per la 70. Mostra del Cinema per il magazine Cineluk

Gravity, un amico per vincere l’oscurità

Gravity - Ryan (Sandra Bullock) e Matt (George Clooney) © Warner Bros. Pictures
Gravity (2013, di Alfonso Cuarón), film di apertura della 70° edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia (28 settembre – 7 agosto).

di Luca Ferrari

Oh my god, dovresti vedere il sole sorgere sul Gange, dice il veterano dello spazio Matt Kowalski (George Clooney) mentre è alla deriva nel Cosmo, parlando alla collega, dott. Ryan Stone (Sandra Bullock). Solitudine esistenziale. Rinascita. Una nuova conoscenza di sé dopo un’esperienza estrema. Il tutto da vivere e reagire mentre si è persi nello spazio, "la situazione più terrificante che esista".

Una missione spaziale come tante per il navigato Kowalski. Logorroico. Con sempre nuove storie da condividere con la base americana a Houston (la cui voce nell’originale è di Ed Harris). Un’ultima passeggiata nello spazio infinito per lui, e la prima per la Stone, madre single segnata dalla perdita della figlia di 4 anni per una banale caduta a scuola.

Un incidente ai sistemi satellitari russi causa una pioggia di meteoriti e le cose volgono al peggio. Dalle prove nel simulatore si passa alla cruda realtà dove non c’è tempo per il dolore del passato, e per sopravvivere è necessario andare avanti. Magari con una piccola spintarella di un amico capace di far focalizzare ciò che ormai sembra un’inevitabile bandiera bianca. Lanciandosi  verso l’amore per la propria vita. Con una promessa di un futuro “angelico” re-incontro.

“Ci sono molte metafore in questo film” ha spiegato il regista Alfonso Cuarón durante la conferenza stampa al Festival veneziano, “La protagonista vive all’interno di una bolla. Ha bisogno di cambiare pelle. Di uscire dalla bolla e ripartire. La scena finale indica l’evoluzione dell’essere umano. Esce da un lago torbido strisciando come un rettile, fino al rialzarsi. In piedi. Rimettere i piedi per terra metaforicamente significa continuare a camminare.

“Chi subisce una perdita, cambia fisicamente” ha sottolineato Sandra Bullock, “Volevo rimuovere ciò che era materno e femminile. Volevo raggiungere un corpo-macchina in modo che il personaggio agisse come macchina”. L’attrice premio Oscar ha poi raccontato di come si sia preparata al ruolo, approfondendo in particolare il tema della fisicità direttamente con astronauti (persone normali che fanno cose straordinarie, li ha definiti) parlando con loro per telefono mentre erano nello Spazio”.

Non guiderò più senza meta, dice la combattiva Ryan, finalmente arrivata alla stazione spaziale cinese, ultima speranza per far ritorno sul Pianeta Terra. Le sue orme sulla sabbia bagnata sanno di conquista. La lunga inquadratura sulla sua figura in piedi è la Dichiarazione di Esistenza. Di chi ha lottato. Di chi si prima si è abbandonata alle paludi della tristezza, assaporando già la fine sulla voce di una ninnananna captata via radio, ma poi rigenerata dal sogno dell’amico che si è sacrificato per lei. Infondendole quella forza necessaria per vincere le peggiori paure del mondo.

Gravity - Ryan Stone (Sandra Bullock) © Warner Bros. Pictures

mercoledì 28 agosto 2013

Tutti vogliono George Clooney

Lido di Venezia (Ve), Mostra del Cinema 2013 © Luca Ferrari
È tornato in laguna. Ancora una volta. Lui, il solo e unico George Clooney. Gigione e disponibile come non mai. Co-protagonista di un film da vedere assolutamente. Gravity, di Alfonso Cuarón con una straordinaria Sandra Bullock (domani l’articolo-recensione). Intanto però, fin da stamane in molti lo stavano già aspettando.

di Luca Ferrari

Lido di Venezia (Ve), Mostra del Cinema 2013 © Luca Ferrari

Cinema, dolce-amara finzione

cineluk - il cinema come non lo avete mai letto
Per il sesto anno consecutivo sono inviato alla Mostra del Cinema. Un amore sincero per la scrittura al servizio della magia del grande schermo


Sono in battello. All’altezza quasi della chiesa di S. Pietro di Castello. Direzione Lido di Venezia. Per il 6° anno consecutivo sono in prima linea alla Mostra del Cinema di Venezia insieme al mio collega fotografo Federico Roiter. Dopo passate esperienze, il nome della rivista immortalato sul mio accredito stampa è la mia creatura, Cineluk il cinema come non lo avete mai letto

Prologo prima di entrare in sala per l’anteprima di Gravity, dove mi perderò nelle avventure spaziali dei premi Oscar, George Clooney e Sandra Bullock. Lo voglio dire. Sono sempre arrivato all’appuntamento cinematografico veneziano più che carico. Quest’anno è diverso. L’editoria e il giornalismo mi deludono ogni giorno di più. O forse è il mondo, dal quale mi aspetto sempre meno.

Stiamo vivendo la più grande era mondiale di menzogne. Dico la più grande perché almeno una volta erano taciute. Adesso sono sotto gli occhi di tutti, eppure non cambia nulla comunque. Forse è per questo che una parte di me adora il cinema. A dispetto dell’ancora fortissima immedesimazione e ispirazione reale alla base di ogni sceneggiatura, so che è finzione. E sono io e solo io l’artefice di cosa accettare e cosa no. Perché almeno so che quando si riaccendono le luci, il mistero del grande schermo finisce e riprendo la mia vita.

Qui, nella vita di tutti i giorni invece è l’oscurità a divorarci tutti. Sempre di più. Inesorabilmente.

martedì 20 agosto 2013

Ettore Scola vince il premio Jaeger-LeCoultre Glory

il regista Ettore Scola
Il regista Ettore Scola ha vinto il  premio Jaeger-LeCoultre Glory to the Filmmaker 2013 della Mostra del Cinema di Venezia (28 agosto - 7 settembre).

di Luca Ferrari, ferrariluca@hotmail.it
giornalista/fotoreporter – web writer 

La consegna del premio avrà luogo venerdì 6 settembre alle h. 16.45 in Sala Grande (Palazzo del Cinema). A seguire la consegna del premio, la 70. Mostra presenterà in prima mondiale, fuori concorso, il nuovo film di Ettore Scola, Che strano chiamarsi Federico! dove il regista campano omaggia il collega Federico Fellini in occasione del 20° anniversario della scomparsa.

“Dagli esordi in qualità di scrittore satirico per il Marc’Aurelio, sino all’ultimo, bellissimo omaggio all’amico Federico Fellini, Scola si è imposto come uno degli autori più importanti del cinema italiano” ha sottolineato il Direttore della Mostra, Alberto Barbera ha dichiarato, “Ha contribuito in maniera decisiva a renderlo grande e a farlo apprezzare in tutto il mondo, prima come sceneggiatore e poi come regista. Il premio è un modo per riconoscere il debito per i tanti regali che ci ha fatto nel corso di una lunghissima, esemplare carriera artistica”.

Primo regista italiano a ottenere suddetto premio, Ettore Scola si aggiunge a Takeshi Kitano (2007), Abbas Kiarostami (2008), Agnès Varda (2008), Sylvester Stallone (2009), Mani Ratnam (2010), Al Pacino (2011) e Spike Lee (2012).

mercoledì 14 agosto 2013

Io ballo da sola (1996)... For a Destination

Io ballo da sola -  Lucy (Liv Tyler)
Storia di un tempo dove ci s'innamorava tra segreti confidati in un parco giochi. Questa è la storia di Io ballo da sola (1996, di Bernardo Bertolucci).


Storia di un tempo stritolato tra rosei crepuscoli e la promessa di fiumi raccolti nel fango più rabbiosamente urlante. Io ballo da sola, storie di tempeste in costante attesa della propria caduta purificatrice.
...
Io ballo da sola, storie dove un essenziale colore corvino nascondeva singole parti di un passo teneramente condiviso, anche se mai fattosi raggiungere. Io ballo da sola, storie di un tempo dove un semplice e scomodo guardare l’orologio indicava l’inconsapevole sfiorarsi nel nome di una tacita intimità. Io ballo da sola, storie di un panorama solitario e continuo nel suo movimento senza che alcuna indicazione volgesse a una strada di ritorno compiendone la missione.

C'era un tempo dove ci si confidava i segreti in un parco giochi di montagna. Quello era il tempo di Io ballo da sola (1996, di Bernardo Bertolucci). Lo scenario incantato del Chianti senese entra nella telecamera del regista premio Oscar. In una comunità di artisti irrompe la giovane Lucy (Liv Tyler). Un viaggio lontano miglia e miglia da casa. Un viaggio di scoperta e maturazione.

Io ballo da sola. Film generazionale. Tra i protagonisti c’è l'autore teatrale morente Alex Parrish (Jeremy Irons). L’artista del legno Ian Grayson (Donald McCann) poco amante della vita pubblica, marito di Diana (Sinead Cusack). Ci sono persone che hanno troppa voglia d’insegnare e poca attenzione nel volere capire. Una pellicola questa capace di unire il meglio della vita bucolica con le sbucciature del crescere. Le tinte umane inondano il sole delle fertili colline toscane. Muse invisibili sussurrano da ogni poggio il prossimo ciak. 

Ascoltata col walkman, il canto liberatorio della canzone Rock Star (Hole) della protagonista accende il proprio cammino per la sua prima volta in mezzo alla natura con Osvaldo (Ignazio Oliva). Uno scenario incantato nei pressi di S. Regolo, piccola frazione di Gaiole in Chianti (Si). Lucy perde la verginità sotto due grandi querce ancora lì, che paiono piantante per scambiarsi promesse eterne o anche un solo ricordo imperituro.

Twenty-five years I'm alive here still/ Trying to get up that great big hill of hope/ For a destination - 25 anni e la mia piccola vita sta ancora cercando di tirare su quel grande monte di speranze per una destinazione” cantava in quegli anni il gruppo delle Four Non Blondes.

Io ballo da sola è una piccola poesia capace di sbocciare in un mondo che stava cambiando, dove i giovani si battono per mantenere unici i propri sentimenti e i non più adolescenti parlano già di treni senza più dormiveglia. Dove il bosco limitrofo è una notte senza nulla di appeso alle stelle e la comunicazione è un tampone per quei pennarelli segreti capaci comunque d’impugnare, non importa dove, colline, montagne o mari per sempre.

Guarda il trailer del film in Io ballo da sola

Io ballo da sola -  Lucy (Liv Tyler) e  Niccolò Donati (Roberto Zibetti)
Io ballo da sola -  Alex (Jeremy Irons) e Lucy (Liv Tyler)
S. Regolo (Si) - la scenografia naturale del film Io ballo da sola © Luca Ferrari