!-- Codice per accettazione cookie - Inizio -->

lunedì 25 marzo 2013

La frode, niente vale più dei soldi

La Frode – Brooke (Brit Marling) e Robert Miller (Richard Gere)
Fino a che punto si è disposti a spingersi nel nome dei soldi? Wall Street non basta mai. La frode dei tempi più moderni prosegue.

di Luca Ferrari

Se io li prendo, quanto valgo come persona?
domanda preoccupato Jimmy (Nate Parker) al magnate Robert Miller (Richard Gere). Svegliato da quest'ultimo nel cuore della notte per toglierlo da un “grave impiccio”, il giovane è il figlio del suo ex-autista. Il ricco finanziere lo ho ha sempre aiutato economicamente. Adesso è il momento di ricambiare il favore. La frode (Arbitrage –2013, di Nicholas Jarecki).

Un uomo (potente) e i suoi segreti. Familiari e finanziari. Un banale colpo di sonno sulla strada notturna di un fine settimana con l’amante Julie (Laetitia Casta) e il castello di bugie inizia a mostrare le prime crepe. Questa volta c’è di mezzo anche la morte della giovane ragazza, e sul luogo del delitto arriva lo scafato detective Michael Bryer (Tim Roth). Un uomo sveglio, e disposto a tutto pur di mandare dietro le sbarre chiunque si creda al di sopra della legge in nome del proprio ampio conto in banca.

Inizia una nuova sfida per Robert. Chiudere un affare da milioni di dollari e nel contempo impedire alla polizia di collegare il cadavere alla sua persona. Il danaro potrà anche vincere, ma l’affetto e la stima non si comprano. È il destino degli uomini che credono di avere tutto. A gettare (inconsapevole) benzina sul fuoco, la figlia Brooke (Brit Marling), intelligente e capace erede dell’azienda di famiglia che scopre un buco nel bilancio di cui è responsabile il padre.

Robert Miller come Yuri Orlov (Nicolas Cage, Lord of War). Uomini di successo segnati da un eguale destino. E nonostante il secondo sia un trafficante d’armi sovvenzionato dai lati oscuri dei tanti buoni governi, il peggio tocca al distinto gentleman abituato a Business Class e serate filantrope. La bella moglie Ellen (una Susan Sarandon sempre più affascinante) arriva al punto di non ritorno.

Il giogo dei soldi si ritorce contro il marito. O la galera o addio al suo patrimonio. E all’ennesima serata di gala all’insegna del successo infine, la giovane Brooke lo presenta come amico, padre e ispirazione. Ma nel suo vero (ultimo?) sguardo che gli lancia, c’è rigidità, disprezzo e quel che è peggio, il vuoto di chi è stata tradita. 

Niente vale più dei soldi, un credo che ha sempre fatto e continuerà fare proseliti. La legge potrà anche fare sconti ai suoi “figli” più benestanti e non appoggiare mosse illecite da parte dei tutori dell’ordine per farli comunque affondare, ma le relazioni della vita vera conoscono una sola giurisdizione.

Il trailer de La frode

La Frode – Jimmy Grant (Nate Parker)

La Frode – il detective Michael Bryer (Tim Roth)
La Frode – Ellen (Susan Sarandon), Brooke (Brit Marling) e Robert Miller (Richard Gere)

venerdì 22 marzo 2013

Sideways, in viaggio con Paul Giamatti

Sideways - Miles (Paul Giamatti) e Jack (Thomas Haden Church)
Viaggio bucolico di vita, amicizia, rimpianti e sapori di vigne. SidewaysIn viaggio con Jack (2004, di Alexander Payne) con Paul Giamatti.

di Luca Ferrari

“Ti faccio vedere come si fa. Per prima cosa alzi il bicchiere ed esamini il vino in controluce. Devi osservare colore e limpidezza, e valutarlo. Infilaci il naso. Posi il bicchiere e gli fai prendere aria. L’ossigenazione lo fa aprire, dischiude gli aromi, i profumi. Annusa di nuovo. Ora si può bere”.

Sono queste le soavi indicazioni di Miles Raymond (Paul Giamatti), frustrato insegnante e aspirante scrittore dall’infinita cultura e passione per il vino, rivolte all’amico Jack (Thomas Haden Church), alla prima tappa del loro tour nelle aziende vinicole californiane.

Poesia, commedia, risate, lacrime e ottimi vini. Sideways - In viaggio con Jack (2004, di Alexander Payne). Film vincitore del Premio Oscar, Premio BAFTA e Golden Globe per la Migliore sceneggiatura non originale (al regista e al sceneggiatore Jim Taylor), più un altro Globe come Miglior film commedia o musicale.  

Un viaggio della vita tra igrappoli. A dispetto delle imminenti nozze di Jack con Victoria (Jessica Hecht), questi ha ben altre intenzioni e si perde nella passione più totale con l'enologa Stephanie (Sandra Oh), mentre Miles approccia timidamente una vecchia conoscenza, Maya (Virginia Madsen), anch’essa amante ed esperta del sacro frutto di Bacco.  

Perché ami il vino? Le domanda Miles. “Il vino è un essere vivente” risponde lei, “Amo pensare alla vita di un vino. Amo immaginare l’anno in cui sono cresciute le uve di un vino. Se c’era un bel sole. Se pioveva. E amo immaginare le persone che hanno curato e vendemmiato quelle uve”.

Sideways, le prime degustazioni di Miles e Jack

Sideways - (da sx) Stepahnie (Sandra Oh), Jack (Thomas Hayden Church),
Maya (Virginia Madsen) e Miles (Paul Giamatti)

mercoledì 20 marzo 2013

Jennifer Lawrence, da Venezia agli Oscar

 Jennifer Lawrence conquista il premio OScar
Dalla sua prima timida presenza alla Mostra del Cinema alla conquista del Golden Globe e Premio Oscar come Miglior Attrice. Lei si chiama Jennifer Lawrence.

di Luca Ferrari

Dalla sua timida presenza a fianco di Charlize Theron e il regista Guillermo Arriaga nel 2008 alla Mostra del Cinema di Venezia per la presentazione di The Burning Plain, alle luci della ribalta del Golden Globe e successivo premio Oscar conquistati entrambi per l’interpretazione della problematica Tiffany nella pellicola Il lato positivo (2012, Silver Linings Playbook) per la regia di David O. Russell a fianco di Bradley Cooper e Robert De Niro

Ladies and gentlemen, miss Jennifer Lawrence.

Allora come oggi, la ventiduenne originaria di Louisville (Kentucky, USA), sembra destinata a far parlare di sé per ruoli tormentati e combattenti, vedi anche Un gelido inverno (2010, di Debra Granik) e l’eroina generazionale Katniss Everdeen (Hunger Games - 2012, di Gary Ross). Una giovane attrice che sembra prediligere ruoli dove i sentimenti si contorcono. Un mondo dove le fragili esistenze umane sono alla costante ricerca di un angolo dove poter sorridere senza dover cadere. 

Nel film presentato in laguna, nella tenera immagine di Mariana (Jennifer Lawrence) stretta in una calda coperta da Santiago (J.D. Pardo), c’è molto della natura umana. Delicatezza. Pensieri. Dubbi. La forza e la paura di vivere un sentimento. Che ci espone. Che disegna una strada di cui nessuna esperienza precedente ci aveva ancora preparato. Un percorso da esplorare. Insieme.

Cerco un angolo appartato. Impossibile. Sento il battito della strada che sobbalza a ogni passo. Aspetto che un gesto mi risvegli dal torpore. Nella nuova sceneggiatura giornaliera c’è la vita che assorbe ogni cosa. Più realtà narranti. Ti lasciano domande. Possibilità. Il linguaggio dei brividi è un grande senso di ritrovarsi.

Raccontami un’altra storia, Jennifer Lawrence.

Il lato positivo (2012) – Tiffany Maxwell (Jennifer Lawrence)
Mostra del Cinema di Venezia 2008 – Jennifer Lawrence © Federico Roiter
The Burning Plain (2008) – Mariana (Jennifer Lawrence) e Santiago (J. D. Pardo)
Charlize Theron, Guillermo Arriaga e Jennifer Lawrence © La Biennale di Venezia Asac

martedì 19 marzo 2013

Million Dollar Words


È la magia di rischiare tutto. Un sogno che nessuno vede tranne te, Eddie Scrap-Iron Dupris (Morgan Freeman) – Million Dollar Baby (2004, di Clint Eastwood).

Eddie Scrap-Iron Dupris (Morgan Freeman)

Oz, la compagnia della bontà

Il grande e potente Oz - Finely, la bambina di porcellana e Oz (James Franco)
Dopo la trilogia di Spider-Man, il regista Sam Raimi torna a dirigere James Franco nei panni de Il grande e potente Oz (2013)

di Luca Ferrari

Una strampalata combriccola in marcia contro il potere oscuro di spietate fattucchiere. La  delicata e commovente bambina di porcellana (voce della tredicenne Joey King). La sensibile scimmietta alata Finley (la sensibile ingenuità dell’ex-dott. Dorian di Scrubs, Zach Braff, presente anche in veste umano-barbuta dell’aiutante circense Frank) e la strega buona del Sud, Glinda (Michelle Williams).

Insieme a loro, per combattere la strega malvagia dell'Est Evanora (Rachel Weisz) e la sorella Theodora (Mila Kunis), la strega malvagia dell'Ovest, lo straniero “prescelto” venuto da chissà dove e qui giunto nel mondo di Oz. Un prestigiatore bugiardo e sciupa femmine dall’insospettabile cuore d’oro, Oscar Diggs (James Franco).

Oscar “Oz” abborda donne con finte storie lacrimevoli di carillon familiari, e s’immagina destinato alla grandezza (ricchezza). Una fuga frettolosa lo scaraventa in mezzo a una tromba d’aria, per poi proseguire in "spielberghiana" discesa dal cielo (Indiana Jones e il Tempio Maledetto) verso la più sicura terra. Denti acuminati delle fatine del fiume permettendo.

E se il ristretto gruppo degli Intoccabili (1987, Brian De Palma) ricambiava Al Capone con la stessa moneta della violenza, anche la valorosa Compagnia di Oz gioca inizierà presto a giocare con le stesse regole dei suoi nemici: le illusioni. Con il prezioso aiuto degli amici proletari,  il maestro Stagnino (Bill Cobbs) e Knuck (Tony Cox), si può fare. Ma non c’è solo la brama di Evanora da piegare. C’è anche la mina vagante Theodora.

Sinceramente innamorata di Oz ma tragicamente manipolata dalla più perfida sorella maggiore, sceglie la strada della cattiveria e della vendetta, a cominciare da se stessa. Volendosi punire per aver creduto nell’amore e lasciandosi nella fisionomia simile in tutto per tutto a una sghignazzante e brutta strega che vola su una scopa. Insieme ai comuni mortali e al presunto mago, c’è invece il candore di Glinda. Uguale nella fisionomia ad Annie, amore perduto di Oscar per la quale non volle cambiare la propria vita preferendo restare un “non-brav’uomo”.

Glinda è splendente (prenda appunti la Biancaneve-Kirsten Stewart di Rupert Sanders). Michelle Williams conferisce al personaggio una dolcezza comprensiva, risultando ancor più delicata della Jen Lindley di Dawson’s Creek (dalla 3° serie in poi). E anche quando è incatenata e senza più la forza della sua bacchetta magica, pronta per essere colpita a morte dal potere nero della coppia Evanora/Theodora e con la mongolfiera del vigliacco Oscar in fuga (presunta) verso chissà dove, il suo sguardo è capace di regalare amorevolezza, coraggio e speranza. Certa che il popolo un giorno reagirà contro la tirannia. 

Ma come per magia, sim sala bin, il meno improbabile degli eroi si materializza e allora i colori della riscossa possono irrompere decisi. Più forti degli stessi (convincenti) effetti 3D. Glinda, Oscar, Finley, la bambina di porcellana. Ognuno appartiene a una “specie” diversa. Adesso sono una famiglia. E con loro tutto il popolo di Oz. È questa la loro straordinaria forza.

"Sono legato ma non ho intenzione di morire, e tu questo non puoi capirlo. Anche nel più impresentabile dei grand’uomini si nasconde una strada dove si può solo tendere la mano a qualcuno. Anche nel più generico dei bagagli perduti ci sono i germogli di una vita che un giorno qualcuno saprà riconoscere. Poche e speciali creature lo sanno comprendere. Mi presento al mondo, ma ho ancora tante lettere da cominciare. E alcune le dovrò raffigurare ricominciando dall’inizio. Vorrei imparare tutto quello che non so" l.f

Il trailer de Il grande e potente Oz

Il grande e potente Oz (2013, di Sam Raimi)
Il grande e potente Oz - Evanora (Rachel Weisz) e Theodora (Mila Kunis)
Il grande e potente Oz - la bambina di porcellana e la scimmia Finely
Il grande e potente Oz - la strega buona Glinda (Michelle Williams)

lunedì 18 marzo 2013

Carnage (2011), il massacro delle relazioni

Carnage - da sx: Michael (J. C. Reilly), Penelope (J. Foster), Alan (C. Waltz) e Nancy (K. Winslet)
C'è un rabbioso "figlio di puttana" dentro ciascuno di noi. Roman Polansk lo sa bene e lo fa emergere in tutti e quattro i (grandiosi) protagonisti di Carnage.

di Luca Ferrari

Una zuffa tra due adolescenti spalanca le porte alle voragini relazionali e personali dei rispettivi genitori che s’incontrano "amichevolmente" per discutere la questione. Basato sull’opera teatrale Il dio del massacro di Yasmina Reza, il regista premio Oscar Roman Polanski dirige Carnage (2011), film presentato alla 68° edizione della Mostra Internazionale d’arte Cinematografica di Venezia

L’intera vicenda si svolge in un’abitazione. I due effettivi protagonisti, i figli, si vedono all’inizio e alla fine della pellicola, sempre nel parco. Prima c’è lo scontro, poi si parlano. Com’è normale tra ragazzi. Senza fantomatici o auspicati interventi pater-materni. In mezzo, un viaggio angosciante nelle vite adulte di coppia per  le quali le nuove generazioni si rivelano un ostacolo insormontabile da educare, consigliare e amare.

Alan Cowan (Christoph Waltz) è il più coerente dei quattro. Padre del ragazzo che ha colpito con un bastone l’altro. Del tutto disinteressato all’incidente dall’inizio alla fine del menage con la famiglia Longstreet. Definisce senza mezzi termini il proprio figlio un “pazzoide” che ignorerà qualsiasi predica gli si farà. A parte pensare ai fatti suoi, sottolinea l’esagerazione della madre del ragazzo picchiato nel giudicare un carnefice il propriom, solo per una scaramuccia tra ragazzi venuti alle mani. Per nulla avvezzo a provare compassione per le cosiddette fasce deboli, è un scaltro avvocato che difende multinazionali pescecane, Pentagono incluso. Costantemente attaccato al suo iPhone, non c’è conversazione che non venga interrotta da una chiamata a cui risponde con incredibile nonchalance.

Nancy Cowan (Kate Winslet) è in apparenza la più fragile dei personaggi. Si sforza di comprendere le ragioni altrui. È repressa emotivamente e poco dedita a dire le cose come sono, presumibilmente per compensazione visto che il marito non si fa alcun problema. Causa stress e una fatale torta di mele e pere, vomita sui preziosi libri d’arte di Penelope Longstreet. 

Un paio di whisky le daranno il coraggio di buttare fuori tutto quello che ha dentro, gettando esausta il prezioso telefono multi-servizi del marito in un vaso pieno d’acqua (e mandandolo così per la prima volta in crisi), sparando poi senza pietà sull’altra coppia e dicendosi alla fine felice di quanto accaduto. Precisando che il piccolo Longstreet altro non è che un frocetto cagasotto e vigliacco e aggiungendo che è fiera che il proprio figlio lo ha picchiato.

Michael Longstreet (John C. Reilly) è un maratoneta dell’esplosione. Parte lento. Posato. Nel nome della mediazione e della conciliazione. Ma più a lungo prosegue il dialogo con i Cowan, più inizia a cedere la barricata mentale richiesta dalla rigida moglie. Michael vende oggetti per la casa. Ha una madre opprimente. Sentitosi svilito di fronte all’importante lavoro del corrispettivo maschile, inizia a scaldarsi e gonfiare il petto. Poi il suo disagio rompe gli argini e viene fuori la sua vera natura, tuonando contro la sua dolce metà. 

Michael è un uomo rude. Scarica addosso alla consorte le incomprensioni e miserie di una vita intera. Ha una bassissima opinione del matrimonio e della famiglia, cosa sottolineata citando episodi di vita personale. Abbandona in piena notte il criceto dei figli, di cui ha terrore, in mezzo alla strada. Sorseggia whisky fumando sigari, cosa che non tutti gradiscono. Parole sue, dice di essersi atteggiato a “buon borghese” quando in realtà è “un figlio di puttana isterico”.

Penelope Longstreet (Jodie Foster) è il personaggio più emblematico del quartetto. La classica madre apprensiva. Suo figlio è stato picchiato e per lei è una vittima. Ignora però che sia il capo di una banda e che aveva cominciato la lite. Usa paroloni come “aggressione” e “sfigurato”. La sua esasperata emotività sull’argomento nasce da una sensibilità rivolta ai più deboli. Ama l’Africa e sta scrivendo un libro sulle vittime del Darfur.

Ci sono però lacune nelle sue tesi. Pur dicendo di parteggiare per il più debole, se ne esce con una filosofia molto Bushiana alla “sono felice e fiera di vivere nell’Occidente evoluto”. Cerca di ribattere alle stoccate del marito, ma le lacrime sono la sua unica arma di difesa. Per una sorta di solidarietà femminile trova saltuariamente un’alleata in Nancy, ma è un fuoco di paglia. È rigida nei giudizi e incapace di far valere le proprie idee come nella cinica lezione sul costante “massacro quotidiano” che Alan gli rifila senza pietà. È un’idealista che non trova alleati. È il personaggio più triste. Sconfitta da tutti. Crede nell’evoluzione dei rapporti umani, ma lei stessa è sinonimo del fallimento di questi.

Perché per qualcuno è tutto così complicato nelle relazioni di coppia? Perché per qualcuno è tutto così semplice nelle relazioni di coppia? Nella maggior parte dei casi basterebbe parlare. Basterebbe iniziare a dialogare anche quando l’idea dell’amore eterno non è ancora un kit di sopravvivenza o è molto lontano dall’essere un facile bersaglio da scorticare. Bisognerebbe parlarsi quando è più facile cedere al dolore e al silenzio. Bisognerebbe comunicare senza ostacoli quando si smette di meravigliarsi della presenza di un cuore che batte vicino al nostro.

Carnage - Penelope (Jodie Foster) e Michael (John C. Reilly)
Carnage - Michael (John C. Reilly) e Alan (Christoph Waltz)
Carnage - da sx: Michael (J. C. Reilly), Nancy (K. Winslet), Penelope (J. Foster), Alan (C. Waltz)
Carnage (2011) di Roman Polanski

venerdì 15 marzo 2013

Le streghe di Rob Zombie

Evocazioni sataniche. Voragini soprannaturali. Evoluzione sacrificale. Storpiamento della lucidità.  Tutto questo è ancora poco. Tutto questo è Le streghe di Salem (2012, di Rob Zombie).

di Luca Ferrari

Siamo sotto attacco. Un'aggressione incessante e perpetrata dalle creature meno appariscenti. Non sono quelle "strane" che leggono libri in disparte a commettere massacri. E se poi certe vittime non prendessero confidenza con il sonno eterno, allora qualcosa potrebbe irrompere dall’oscurità più luciferina. Che nei vecchi vinili e successivamente nei compact disc ci fossero tracce nascoste, è dato accertato. Che ci fossero anche messaggi subliminali, potrebbe anche essere. Ma per arrivare a vere e proprie onde ipnotiche in grado di farci deviare per un’altra realtà o magari a qualcosa di già accaduto secoli prima, beh, per questo ci voleva Mr. Rob Zombie e la sua sesta regia cinematografica, Le streghe di Salem (2012, The Lords of Salem), in uscita in Italia giovedì 18 aprile.

L’ex-leader della metal band alternative White Zombie ha da tempo sposato il grande schermo continuando però a sguazzare  nel suo genere preferito, l'horror, e a oggi ha già diretto La casa dei 1000 corpi (House Of 1000 Corpses, 2003), La casa del diavolo (The Devil's Rejects, 2005), Halloween - The Beginning (Halloween, 2007) e Halloween II (2009), quindi The Haunted World of El Superbeasto (2009). Non va poi dimenticata la sua partecipazione allo splatter Grindhouse (2007) della coppia Quentin Tarantino/Robert Rodriguez.

Protagonista di The Lords of Salem, la dj radiofonica Heidi Hawthorne (la dolce metà del regista, Sheri Moon Zombie), che ricevuto in regalo un disco firmato The Lords, ascolto dopo ascolto, sente la propria mente scivolare in violenti flashback del passato della propria nazione. La pellicola infatti si ricollega all’effettiva città delle streghe, Salem nel Massachusetts, dove nel 1692 si tenne il tristemente noto "processo delle streghe". Adesso però “qualcuno”  è in cerca di vendetta. Adesso il sangue sgorgato dalle passate azioni dell’umanità non è più in grado di attendere.

La musica dunque capace di risvegliare qualcosa di sopito dentro di noi. Potremmo anche dire che trattasi dello spirito del rock, ma forse c’è qualcosa di ancor più profondo nel viaggio oscuro di Rob Zombie. Quanto forte è il potere delle immagini nella nostra era? Quanto rassicurante è il potere depravato di governi assassini? Se le note “stregate” irrompono nella mente di una persona, la civiltà contemporanea invece è scaraventata nella direzione opposta. Vessata da inutili programmi televisivi. Trattata come un bambino che non deve pensare ma solo obbedire. Siamo nell’era della lobotomia legalizzata. Lo siamo sempre stati. Ogni forma possibile e immaginabile di istituzione ha contribuito a dividere, lasciandoci soli a un destino di pavidi angeli contro orde di spettri. Viviamo in una terra di miliardi d’infiniti millimetri macinati sotto l’insostituibile orrore della lucida malvagità, colpevole di aver reso il peggio una quotidiana consuetudine.

Le strege di Salem - Heidi (Sheri Moon)
Le strege di Salem (2012) di Rob Zombie
Le strege di Salem (2012) di Rob Zombie

giovedì 14 marzo 2013

Come farsi lasciare dai Tuoi

A casa con i suoi - Paula (Sara Jessica Parker) e Tripp (Matthew McConaughey)
Ci sono figli che a dispetto di un ottimo stipendio non se ne vogliono proprio andare di casa. Urge a questo punto qualcuno che lo spinga a lasciare il nido.

di Luca Ferrari

Bamboccioni che non ne vogliono sapere di lasciare il nido materno a dispetto di un lavoro e una vita sentimentale (sessuale) attiva? La commedia clonata è servita. A casa con i suoi (Failure to Launch – 2006, di Tom Dey) poteva benissimo essere chiamato "Come lasciare una donna dopo pochi" giorni" o "Come lasciare una donna quando dice – ti amo –".

Troppe le somiglianze con il più originale Come farsi lasciare in 10 giorni (2003, di Donald Petrie), a cominciare dal protagonista Matthew McConaughey. E se nella pellicola più datata risplende una solare Kate Hudson, nella più recente è Sarah Jessica Parker la femmina capace di far perdere la testa al belloccio.

Inganni di cuore sempre e comunque. In principio erano entrambi (uomo e donna) a fare il doppio gioco per motivi di lavoro, in tempi èiù recenti sono i genitori di lui (un buffissimo Terry Bradshaw e una sempre convincente Kathy Bates) a pagare Paula (Parker) per far sì che il trentenne Tripp (McConaughey) abbandoni il tetto familiare.

Le somigliane tra A casa con i suoi e Come farsi lasciare in 10 giorni emergono anche in dettagli. Gli amici di Tripp, l’allergia per le relazioni sentimentali sempre del protagonista maschile e una scena nella macchina con annesso litigio (una volta scoperta la verità) tra McConaughey e la Parker che ricorda terribilmente un analogo battibecco con la Hudson fuori dalla serata di gala, e che in entrambi i casi segna la teorica fine del coinvolgimento affettivo.

Un ulteriore particolare. Sempre nella scena della macchina, McConaughey sborsa 300 dollari alla Parker come pagamento simbolico per la serata nella quale è stata coinvolta, esattamente la stessa cifra che paga alla finta terapista di gruppo Michelle (Kathryn Hahn), in realtà collega di lavoro della Hudson, e che prima dell’inevitabile lieto fine, il buon Ben le ricorda dovergli restituire.

Parker sotto tono e con pellicole nel proprio curriculum decisamente superiori (inclusi i non eccezionali film di Sex and The City). Troppo classico McConaughey nel ruolo del romantico gigolò sempre affiancato da belle donne, per apprezzarlo veramente. Molto convincente e originale invece il personaggio della lunatica Kit, la simpatica e graziosa Zooey Deschanel.

Il trailer di A casa con i suoi

A casa con i suoi - Kit (Zooey Deschanel)
A casa con i suoi - mamm Sue (Kathy Bates) e papà Al (Terry Bradshaw)

mercoledì 13 marzo 2013

The DreamWorks Croodstones

The Croods (2013) © 2012 DreamWorks Animation
The Croods è la prima pellicola della nuova annata per la DreamWorks Animation. Più avanti nel corso dell’anno, sarà invece la volta di Turbo.

A partire dal 2008 (circa), la media del noto studio cinematografico è di due lungometraggi animati l’anno. All’epoca irruppe sul grande schermo l’ingenuità combattiva di Po in Kung Fu Panda, seguito nella medesima stagione dalla seconda avventura dei protagonisti di Madagascar in fuga verso l’Africa. 

Il 2009 venne salutato dal 3D di Mostri contro alieni, e per rimettere le cifre in ordine nel 2010 uscirono tre pellicole: Dragon Trainer, l’ultimo (e deludente) capitolo dell’orco verde, Shrek e vissero felici e contenti, quindi Megamind

Il 2011 vide l’atteso sequel di Kung Fu Panda e lo spin off di Shrek, Il gatto con gli stivali, quest’ultimo ancora più atteso dal pubblico ma non all’altezza delle aspettative. Nella passata stagione la DreamWorks centra il doppio colpo: in estate la combriccola di Madagascar si ritrova Ricercata in Europa, mentre a natale è il turno del film Le 5 leggende.

Oggi dunque è il turno dei Croods. E se c’è chi vede nella giovane Hip (doppiata nell’originale dalla bellissima Emma Stone) una strizzata d’occhio alla Meridia pixariana per la folta capigliatura rossiccia, a giudicare dalle preoccupazioni di papà Grug (doppiato dal premio Oscar, Nicolas Cage), si potrebbe rivedere il Manfred paterno alle prese con le inquietudini della piccola Pesca nel quarto capitolo della saga dell’Era Glaciale, alla deriva dei continenti.

Ma il discorso per quest’ultimo si potrebbe allora anche aprire a Marlin e il piccolo Nemo, e dunque con qualsiasi genitore alle prese con la gioiosa esuberanza di una figlia pronta per la vita.

Basta parole allora, silenzio in sala. La famiglia Croods è pronta a raccontare la sua storia.

The Croods (2013) © 2012 DreamWorks Animation
The Croods (2013) © 2012 DreamWorks Animation
The Croods (2013) © 2012 DreamWorks Animation

martedì 12 marzo 2013

Arbitrage, la frode della democrazia

La frode - Robert Miller (Richard Gere)
Ancora una volta l'illusione della democrazia sotto esame, schiacciata da quei pochi che governano (con la frode) i molti e annessi risparmi.

di Luca Ferrari

Il mio alibi siete voi, le vostre paure
….La religione statuaria di Wall Street domina incontrastata. Chi c’è vicino a te? Perché non mi hai mai fatto una simile domanda? … La reticenza degli uomini potenti infonde sicurezza in quelle masse sospinte  all’ennesimo disguido perenne di consegna della propria serenità. Andranno avanti fino a quando glielo consentirete. Categorizzeranno ogni primitiva idea di condivisione, e poi diventerà una crociata personale di proprietà.

Avvalendosi di un perfido Richard Gere, magnate finanziario nonché adultero della moglie Susan Sarandon (di nuovo insieme dopo Shall We Dance?), Nicholas Jarecki legge il mondo contemporaneo e sa bene dove far sobbalzare le fondamenta. La frode (2012, Arbitrage). La cronaca è zeppa di spunti, eppure nel carcere a cielo aperto del Belpaese siamo tutti orgogliosamente mentori di mostri senza fondo. Il falso mito del peccato originale ha generato il tragico meccanismo dell’uno causa.

Il sangue solitario della splendente follia Kubrickiana vale giusto un brivido da fantascienza. Il vero scoop del terrore è un altro. Non è mai esistita alcuna Sherwood. Non è mai esistita alcuna redenzione. Non è mai stata fatta alcuna invenzione per aiutare davvero l’umanità. I coraggiosi non hanno volto e sono impegnati in una caccia solitaria della verità.

I templi del dio denaro si snodano arroganti e ancora più motivati. Se non ti fossi ancora posto una risposta, inizia a guadagnare tempo nella casa di specchi. Guardate l’immagine di quest’uomo solo nell’ascensore. C’è ancora qualcuno che sta pensando a lui. Abbiamo incolpato chi sta aldiquà delle sbarre. Avevamo ragione.

Vale la pena tentare?
No
Vale la pena riuscire?...

La frode - Ellen (Susan Sarandon) e Robert Miller (Richard Gere)

lunedì 11 marzo 2013

Oso franco ergo meraviglio

Il grande e potente Oz - l'illusionista Oscar Diggs (James Franco)
L'immaginazione esonda prima ancora della visione. Succede anche questo quando si sta per avere udienza da Il grande e potente Oz (di Sam Raimi)-

Perché ci sarebbe sempre bisogno di una magia? Non saprei nemmeno come raggiungere la tua dimensione e ho già la pretesa di esserci dentro/... ed è quello che succede a chi non ha intenzione di passare da una sponda all’altra solo per il gusto di camminare sospeso su chissà quale sottomondo

non mi sono nemmeno accorto di come stanno andando le cose oltre la punta delle mie dita, e tu mi dici che c’è una nuova lista a cui far iscrivere le mie generalità/... è bene che tu sappia allora che ora sto alzando la testa del mio richiamo

ora la potenza della tua eredità non è che una noce che non fa dormire il resto del destino dal momento della mia caduta incessante verso la nuova terra di cui  ho solo trovato un aggettivo fino a questa parte del  mio cammino

se la vendetta oscura non è la tonalità giusta per sfidare la tua potenza, non penserai mica mi basti confidare nella gentilezza di una adamantina risposta indicativa.

Il grande e potente Oz - la strega buona Glinda (Michelle Williams

venerdì 8 marzo 2013

Gambit, la truffa non convince

Gambit - Harry Deane (Colin Firth)
Un super cast per Gambit – Una truffa a regola d’arte (2012) con Alan Rickman, Colin Firth e Cameron Diaz ma nel complesso convince poco.

Il risultato di ambit – Una truffa a regola d’arte (2012, di  Michael Hoffman) è ambiguo. Pompata come la possibile commedia dell’anno, le potenzialità emergono ma il risultato non è poi del tutto convincente. Anche l’attesa presenza di Stanley Tucci nelle vesti del critico d’arte Martin Zaidenweber, fa sorridere ma non raggiunge quei picchi che da questo film forse ci s’aspettava.

Harry Deane (Colin Firth) è stufo delle prepotenze del suo capo, il potente Lionel Shahbandar (Alan Rickman) e decide di sfruttare la sua smisurata passione per il pittore impressionista Claude Monet, tirandogli un bidone per milioni di dollari. Ad aiutarlo nel suo piano, il Maggiore (Tom Courtenay), abilissimo contraffattore di quadri e soprattutto P.J. Puznowski (Cameron Diaz). 

Ma può un modesto curatore d’aste riuscire a farla a un uomo abituato a trattare miliardi e affari in tutto il mondo senza cadere in madornali errori? Nel piano di Harry tutto va liscio come l’olio, a cominciare dall’approccio in un puzzolente bar texano con la bella PJ. Capirà subito che la realtà è ben altra cosa e i primi ad accorgersene saranno proprio i suoi occhi, che da sognanti aperti, si ritroveranno pieni di ematomi dopo qualche pugno ricevuto per aver interrotto la liaison  di qualche cowboy poco avvezzo alle gentilezze. 

Remake dell’omonimo film del 1966 diretto da Ronald Deame con protagonisti Michael Caine e Shirley MacLaine, la pellicola non osa quanto potrebbe (dovrebbe). Parte bene, con Lionel a raccogliere l’eredità dei grandi della finanza sempre pronti a sbraitare verso tutto e tutti, incuranti del coltivare in casa la propria (legittima) serpe in seno. Vederlo nudo alla scrivania con Harry che si copre dalla vista dei suoi genitali con un ampio fermacarte, promette assai, ma poi si perde un po’.

Il contrasto tra padrone e dipendente si schiude in poche battute di disprezzo verso il secondo. Deane sta elaborando un piano perfetto degno della banda di Danny Ocean formato Europa, quando organizzarono un finto e maldestro colpo, avendo già portato a termine quello che devono fare per venire a capo della sfida mortale di NightFox (Vincent Cassel).

Aldilà di quanto mostrato per finta, talvolta Deane appare troppo imbarazzante per essere credibile nel finale di successo all’aeroporto, con gli avversari giapponesi di Lionel a stringergli la mano. La storia stride. Le interpretazioni reggono. L’amalgama meno.

Gambit (2012)
Gambit - Lionel (Alan Rickman), Harry (Colin Firth) e PJ (Cameron Diaz)

giovedì 7 marzo 2013

Dawson’s Creek, ho provato un'emozione

Dawson's Creek - l'abbraccio tra Dawson (James Van Der Beek) e il sig. Brooke (Harve Presnell)
Tra le pagine maturo-adolescenziali della sitcom Dawson's Creek, capitava spesso d'imbattersi in autentica poesia umana.

 
Un ragazzo e il sogno di diventare regista. Dalla provincia alla metropoli. È la storia di Dawson Leery (James Van Der Beek). A cavallo del terzo millennio un telefilm su tutti alternava problemi di fine adolescenza, l’inizio della vita al college e già qualche tratto di estrema maturità a dispetto della giovane età. Realizzato da Kevin Williamson, Dawson’s Creek imperversò sul piccolo schermo per sei stagioni (1998-2003).

... "Per le cose che ho detto, le troppe delusioni della mia vita giacciono come una biblioteca ammuffita nella tempesta. La depressione adulta è il solo scafo che non sia ancora affondato. Ma lo farò senza ch’io abbia il tempo di tornare indietro e dire quello che penso all’uragano. Ecco, vorrei provare un’emozione che non facesse torto a nessuno. Il mistero, la leggenda , la vita, paura, odio, rabbia. Non sono forse questi i cavilli adottati dai demoni per intimidirci? E dire che la nebbia ha sempre e solo coperto i nostri piedi" l.f

Non devo nemmeno spremermi le meningi per ricordare. Nella 4° serie la poetica prende il sopravvento e lascia spazio a lacrime d’infinito quando Dawson ultima le riprese di un film documentario girato con e sul regista Arthur Brooks (Harve Presnell). In principio burbero, poi addolcito. L’uomo è malato. Le immortali note di What a Wonderful World di Louis Armstrong raccontano l'abbraccio di un vecchio morente a un ragazzo che ne ha raccolto l'eredità.  

Brooke prima fa il gesto di sedersi, poi gli stringe attorno le braccia come un nonno, un genitore, un amico. Chiudendo gli occhi e lasciando che tutta la sofferenza più affettuosa traspaia nel contatto. Lo abbraccia come se quel ragazzo fosse l'ultimo baluardo tra la vita e la morte. Lo abbraccia semplicemente perché gli vuole bene. Perché se è vero che il cancro al pancreas rende profeta chiunque, è altrettanto vero che... "vorrei sapere sempre avere una scusa per non lasciare che il mio sorriso si mimetizzi sotto un'invisibile marea di gocce di condensa" l.f

..."Ecco, volevo solo provare un’emozione differente dal solito capovolgimento dell’alba...Adesso inventa una storia, cerca di scriverla e poi leggila se vuoi" l.f Quando vuoi ragazzo mio, quando vuoi

Dawson's Creek - Lezioni di vita

Dawson's Creek - sig. Brooke (Harve Presnell)
Dawson's Creek - l'abbraccio tra il sig. Brooke (Harve Presnell) e Dawason (James Van Der Beek)
Dawson's Creek - l'abbraccio tra il sig. Brooke (Harve Presnell) e Dawason (James Van Der Beek)

martedì 5 marzo 2013

And the Oscar goes to… United States

Michelle Obama annuncia il film vincitore dalla Casa Bianca
Una settimana fa i giornali cartacei uscivano con colate d'inchiostro per incensare i trionfatori della 85° edizione dei Premi Oscar

di Luca Ferrari


Un vincitore assoluto non c’è stato. Si sono equamente spartiti le luci della gloria varie pellicole, in particolare La Vita di Pi (di Ang Lee), il musical Les Misérables (di Tom Hooper), Lincoln (di Steven Spielberg), Django Unchained (di Quentin Tarantino) e Argo (di Ben Affleck). Quest’ultimo ha avuto un trattamento a dir poco speciale nel momento di essere proclamato Miglior Film. Annunciatrice d’eccezione, la First Lady Michelle Obama, direttamente live dalla Casa Bianca.

Prodotto da George Clooney, Argo ha meritato il premio. Racconta una storia vera ambientata a Teheran durante la Rivoluzione Khomeinista, e sebbene il suo abile regista non trascenda né in facili patriottismi né in altrettanto scontate condanne, sicuramente ha regalato un sorriso ai Servizi Segreti americani, troppo spesso macchiatisi di abusi o fallimenti veri e propri (Iran incluso). 

L’11 settembre scorso intanto, prima che la pellicola sbarcasse sul grande schermo, l’ambasciatore americano in Libia, John Christopher Stevens, è stato ucciso a Bengasi durante una violenta manifestazione scatenatasi in seguito alla messa in onda del film Innocence of Muslims.

Troppo facile non vedere similitudini con sedi consiliari prese d’assalto. E gli Stati Uniti, maestri nel cantarsela (una volta per tutte, è stata l’Inghilterra a salvarci dal nazismo, fatevene una ragione), hanno messo in atto nel regno della finzione, Hollywood, una grandiosa performance presidenziale, consacrando il meritevole lavoro di Affleck quasi per dare al mondo l’immagine di nazione che le operazioni segrete le sa far bene. 

Non vado oltre perché entrerei in meandri e valutazioni politiche poco attinenti al tema. Però anche alla serata degli Oscar c’è stato poco cinema e troppa politica. Sembrava uno spot elettorale. 

Se un giorno, e grazie ai consensi ottenuti da quella serata, il presidente Barack Obama riuscirà a dare la sanità gratuita al popolo americano alla faccia delle lobby assassine, lunga vita a simili show. In caso contrario, non strumentalizzate il cinema perché dubito che se il film avesse trattato un altro punto di vista ci sarebbe stato lo stesso speaker. 

Argo non deve essere mera celebrazione di una missione che ha comunque portato in salvo delle persone. Argo può anche diventare lo spunto per una riflessione sulla trasparenza di certi appoggi (Scià di Persia), e la dignità che ciascun essere umano deve avere a dispetto della bandiera che sventola sopra la testa o della fede che abbraccia, o di qualsiasi altra logica.

Argo (2012, di Ben Affleck)

venerdì 1 marzo 2013

Shakespeare in Oscar, il poeta innamorato

Shakespeare in Love - Viola (Gwyneth Paltrow) e William (Joseph Phiennes)
Era sabato 27 marzo 1999 e io mi aggiravo solo per Venezia. Un’incontro casuale con un’amica ed eccomi al cospetto di Shakespeare in Love.

di Luca Ferrari

Camminavo e pensavo ai fatti miei e il cinema era giusto quella cosa da una volta l'anno. Poi un invito casuale e un secco rifiuto. Il caso però volle che nel mio peregrinare rincontrassi la suddetta col suo gruppo, e questa volta accettai l’invito. E il destino sapeva bene ciò che faceva.

Di lì a poco mi ritrovai davanti al grande schermo dinanzi alla proiezione di Shakespeare in Love (1998, di John Madden), pellicola questa che aveva appena sbancato la serata degli Academy portandosi a casa sette Premi Oscar come Miglior Film, Miglior attrice protagonista (Gwyneth Paltrow), Miglior attrice non protagonista (Judi Dench), Migliore sceneggiatura originale, Scenografia, Costumi e Colonna sonora. Ne sapevo poco o niente.

Oltre alle due premiate, un cast maschile di prima linea con Joseph Fiennes nelle vesti di William Shakespeare, un imbranato Geoffrey Rush è l’impresario Philip Henslowe, Tom Wilkinson è il ricco creditore Hugh Fennyman, un odioso Colin Firth è Lord Wessex, il regista premio Oscar 2013 per Argo, Ben Affleck, è il teatrante Ned Alleyn e Rupert Everett, il poeta Christopher Marlowe.

Shakespeare in Love fu l’inizio della mia passione per il cinema. Avrei avuto bisogno di un altro paio d’anni per comprendere come un sentimento iniziale si sarebbe trasformato in passione infinita (un sentito grazie al Moulin Rouge! di Baz Luhrmann). 

Non sarei qui adesso se il mondo del cinema non avesse avuto la sana abitudine di riproporre i film vittoriosi agli Oscar. E oggi, nel rivedere in cartellone i premiati La Vita di Pi (2012, di Ang Lee), Argo e Lincoln (2012, di Steven Spielberg), non so voi, ma è venuta ancora più voglia di entrare in sala. 

Ma prima di fare ciò, vi voglio regalare ciò che scrissi appena uscito quel giorno. In preda a una sensazione creativa totalmente inedita. Si, potevo davvero trasportare in parole tutto quello che vivevo anche fuori. Era la strana storia di un ignaro poeta innamorato, anzi:

IL POETA INNAMORATO

Il mondo vorrebbe
solo un’unica grande poesia per ogni giorno,
pronta per ogni sentimento... e questo cielo
chiamato solitudine, e
questo verso chiamato solitudine
è come il mondo
troppo descritto
dalla felicità della donna e dell’uomo
con la stessa
somiglianza…è come un cielo
appiccicato alle stelle...

E ora potrei comportarmi
da ribelle dannato
e accendermi una sigaretta
incitando il crogiolarsi
nella staticità di un dilettare
tra la buonanotte e addii…Ma questo
specchio è continuo
come lo splash di una pozzanghera
sotto i miei piedi…Non ho pianto,
ho solo versato lacrime...

Nello scegliere tra una promessa
e un respiro (il fato)… nello scegliere
di credere al destino o a se stessi,
ancor prima d’accantonare i cuscini
le parole hanno squarciato
tutto il silenzio
camminando su frammenti di biscotti
e pandispagna di pergamena

…ora il mondo mi sta facendo le fusa
col vento suggeritore dell’orgoglio della lusinga

…il poeta è ora innamorato, e scrive
tra virgole di colore
fecondo della propria recitazione lunare
tra i piedi di un biglietto per l’arcobaleno

Shakespeare in Love - Ned Alleyn (Ben Affleck)
Shakespeare in Love - Lord Wessex (Colin Firth) e William (Joseph Phiennes)
Shakespeare in Love - Viola (Gwyneth Paltrow) e William (Joseph Phiennes)