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mercoledì 16 settembre 2020

A scuola da "Lo chiamavano Trinità..."

Lo chiamavano Trinità... - Bambino (Bud Spencer) e Trinità (Terence Hill)
La prima lezione per i piccolissimi che mercoledì 16 settembre cominceranno l'inserimento alla Scuola Materna? Lo chiamavano Trinità... (1970, di Enzo Barboni).

di Luca Ferrari

"Non fidatevi di nessuno, nemmeno degli amici... Capito?" metteva in guardia Faina. "L'esperienza è la migliore maestra. Se non avete forza nelle braccia, potete sempre usare le gambe... Come me!" suggeriva invece Timido. "Visto cosa succede, è questione di riflessi" ammonisce il corpulento Bambino. "Ripeto: blocchi di sinistro, e parti di destro" aggiunge lo scaltro pistolero Trinità. Voi che dite, dovremmo attingere all'epica western bonacciona di Lo chiamavano Trinità... (1970, di Enzo Barboni)" per dare i nostri più saggi consigli a quelle creaturine che oggi, mercoledì 16 settembre 2020, iniziano l'inserimento della scuola materna?

L'avido e spietato Maggiore (Paolo Magalotti) si è alleato con la banda dei messicani di Mezcal (Remo Capitani), mettendo così la comunità degli agricoltori mormoni in serio pericolo. Nessuno li potrebbe salvare se non la più improbabile delle combriccole, pronta a calarsi nelle veste di docenti di sberloni & cazzotti (per legittima difesa). Ve li presentiamo. Uno sceriffo opportunista con tanto di taglia sulla testa, detto la mano sinistra del diavolo: Bambino (Bud Spencer). Insieme a lui, i suoi uomini Faina (Ezio Marano) e Timido (Luciano Rossi). Con loro, la mano destra del diavolo, fratello del primo. Uno che cerca rogne "perché non sa fare altro". Uno dal grilletto facilissimo, schierato però sempre dalla parte dei più deboli: Trinità (Terence Hill).

Una cosa è certa, presto o tardi i nostri pulcini incontreranno dei prepotenti sul loro cammino e la speranza è che nel frattempo qualcuno li abbia preparati a rispondere a dovere, e non si sia girato dall'altra parte sperando che le cose in qualche modo si sistemino (perché tanto non si sistemano). Il bullismo inizia con una merendina rubata e finisce con un gruppetto di vigliacchi che ti picchiano in una calle o vicolo che sia. OK, forse è un po' presto per chiamare in causa Bud Spencer e Terence Hill ma ehi, nulla vieta di imparare fin da piccol(issim)i qualche lezione che tornerà sempre utile, divertendosi insieme e incominciando proprio da Lo chiamavano Trinità... (1970, di Enzo Barboni).

Un ultimo consiglio, figliolo: devi bloccare di sinistro, non di destro!


Lo chiamavano Trinità - l'addestramento dei mormoni

Lo chiamavano Trinità... - da sx Trinità (Terence Hill), Timido (Luciano Rossi), Bambino (Bud Spencer), Faina (Ezio Marano)
Lo chiamavano Trinità... - Trinità (Terence Hill)
Lo chiamavano Trinità... - Bambino (Bud Spencer)
Lo chiamavano Trinità... - Faina (Ezio Marano)
Lo chiamavano Trinità... - Timido (Luciano Rossi), 
Lo chiamavano Trinità... - Bambino (Bud Spencer), Faina (Ezio Marano) e Trinità (Terence Hill)

sabato 5 settembre 2020

Venezia77, Padrenostro che sei l'Italia

Padrenostro - Alfonso Noce (Piefrancesco Favino)
 Dalle lacrime di Padrenostro (di Claudio Noce), in Concorso a Venezia77, ad amare riflessioni su un'Italia schiava di passati mai compresi, rivisitazioni storiche ed egoismi ideologici

di Luca Ferrari

Non sappiamo nulla del terrorismo di Destra. Non sappiamo nulla del Terrorismo di Sinistra. Troppo impegnati a vedere congiure ovunque. Troppo impegnati a spararci l'un contro l'altro. A Venezia77 Claudio Noce ci riporta negli Anni di Piombo con una storia vis(su)ta con gli occhi di un bambino. Lì, davanti a lui, suo padre, il magistrato Alfonso Noce, interpretato da Pierfrancesco Favino, scampato miracolosamente a un attentato dei Nuclei Armati Proletari (NAP). Una storia umana che mi ha tirato Venomamente fuori amare riflessioni su questo paese.

Oggi non parlo di cinema. Oggi scrivo qualcosa che mi esce da ogni fibra. Oggi parlo di una nazione ammalata di passato, che si guarda le ferite togliendosi lentamente la crosta e versandovi alcol scaduto sopra. Parto dal film Padrenostro, presentato in Concorso alla 77. Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia (2-12 settembre) uscendo dal grande schermo, per testimoniare una nazione che sta ancora brindando per la vittoria della II Guerra Mondiale e allo stesso tempo meditando vendetta contro chi l'ha liberata dal fascismo.

I diciottenni che si avviano all'università sapendo poco o niente del Dopoguerra in poi. Non è da meno la mia generazione. Piccoli flash in Italia e nel mondo: Gandhi, Mandela, il Vietnam, le Torri Gemelle, il Ruanda (forse). I nostri anni di piombo sono in mano alla politica, riscritti e accartocciati a seconda di chi comanda. L'Italia è il paese dove le destre si sono appropriate della memoria delle foibe. L'Italia è il paese dove tutto è il contrario di tutto. L'Italia è il paese dose si onorano Falcone e Borsellino ma sotto sotto in troppi li chiamano infami.

Il cinema, come ogni forma d'arte, ha sempre avuto e ha tutt'ora l'ambizione di ispirare un cambiamento nel mondo. Ora mi chiedo, quante persone andranno a documentarsi davvero sul terrorismo italiani dopo aver visto, anche solo sentito parlare di questo film? L'Italia è il paese dove sappiamo già tutto di tutti. Il paese forgiato da una cultura che non vuole mai mettersi in discussione e dunque impossibilitato a evolversi su larga scala. Non posso rimanere in sala, mi intimano di uscire. Sono fuori e troppo di cui vedo non mi piace. Adesso però è tempo di elezioni e ogni candidato mi ha già promesso che migliorerà ogni cosa.

Venezia77 - l'attore Pierfrancesco Favino © La Biennale foto ASAC
Venezia77 - l'attrice Barbara Ronchi © La Biennale foto ASAC
Venezia77 - Il regista Claudio Noce e l'attore Pierfrancesco Favino © La Biennale foto ASAC
Padrenostro - Alfonso Noce (Piefrancesco Favino)

venerdì 4 settembre 2020

Venezia77, il leone Tilda Swinton

Venezia77. L'attrice Leone d'oro alla carriera 2020, Tilda Swinton © La Biennale foto ASAC
Sul red carpet blindato di Venezia77 si accendono i riflettori per la consegna del Leone d'oro alla carriera all'attrice Tilda Swinton, accompagnata dal regista Pedro Almodovar.

di Luca Ferrari

Il secondo giorno della 77. Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia (2-12 settembre) ha visto risplendere Tilda Swinton (Burn After Reading, Io sono l'amore, Solo gli amanti sopravvivono), premiata con il Leone d'oro alla carriera. L'attrice britannica è sbarcata in laguna anche per l'anteprima del documentario, The Human Voice, scritto e diretto dal regista spagnolo Pedro Almodovar, anch'esso insignito del medesimo e prestigioso riconoscimento nella scorsa edizione del Festival.

Venezia77. L'attrice Tilda Swinton e il regista Pedro Almodovar al photocall © La Biennale foto ASAC
Venezia77. Il regista Pedro Almodovar e l'attrice Tilda Swinton al Photocall © La Biennale foto ASAC
Venezia77. Il regista Pedro Almodovar al photocall © La Biennale foto ASAC
Venezia77. L'attrice Leone d'oro alla carriera 2020, Tilda Swinton sul red carpet © La Biennale foto ASAC
Venezia77. Il regista Pedro Almodovar e l'attrice Tilda Swinton © La Biennale foto ASAC
Venezia77. Il regista Pedro Almodovar e il direttore del festival, Alberto Barbera © La Biennale foto ASAC

mercoledì 2 settembre 2020

Venezia77, le Molecole di Andrea Segre

Il regista Andrea Segre (al centro), alcuni dei protagonisti di “Molecole
posano insieme al Direttore della Mostra del Cinema di Venezia, Alberto Barbera © La Biennale foto ASAC
Venezia inaugura Venezia. Nella serata di preapertura della 77. Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica (2-12 settembre), è stato presentato in anteprima Molecole di Andrea Segre.

di Luca Ferrari

C'è chi l'ha vista in televisione e chi l'ha vissuta durante il lockdown. Venezia solitaria. Venezia senza masse turistiche. Una Venezia così nemmeno i "vecchi" l'avevano mai vis(su)ta. Alla serata di preapertura della 77. Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia (2-12 settembre), è stato presentato in anteprima il documentario Molecole, del regista veneto Andrea Segre (Mare chiuso, La prima neve, Il pianeta in mare). Il ritratto di una città unica al mondo. Un lavoro non previsto, esattamente come tutto ciò che abbiamo visto accadere in questi mesi.

Il trailer di Molecole

Molecole (di Andrea Segre)
Molecole (di Andrea Segre)
Molecole (di Andrea Segre)
Molecole (di Andrea Segre)
Molecole (di Andrea Segre)
Il Direttore del Festival, Alberto Barbera, e il regista Andrea Segre © La Biennale foto ASAC
Venezia77 - Il regista Andrea Segre (al centro), alcuni dei protagonisti di “Molecole” 
© La Biennale foto ASAC
Molecole (di Andrea Segre)

domenica 23 agosto 2020

Gli Infedeli, la cultura italiana del tradimento

Gli infedeli - Massimiliano Gallo, Valerio Mastandrea e Riccardo Scamarcio
Nel 2020 abbiamo ancora bisogno di raccontare i patetici tradimenti macho-italiani? Gli Infedeli (2020, di Stefano Mordini) è di un'altra, mediocre, opinione.

di Luca Ferrari

Maschi spregiudicati e tronfi di testosterone. Intellettuali dell'imbroglio coniugale. Il tradimento? Fa parte della vita, e non c'è nulla di cui vergognarsi, anzi, semmai vantarsi. La donna? Ok, concediamole i diritti ma se alla fine se ne sta a casa magari anche a cucire (volgarmente la calzetta), va anche meglio, e alla fine dovrà essere lei ad adattarsi ai bollori maschili. Remake dell'omonimo francese con strombazzati riferimenti alla commedia di decenni fa, Gli Infedeli (2020, di Stefano Mordini) è un film inutile, ennesimo prodotto di una cultura che ha stancato e i cui esemplari del sesso maschile sono qualcosa di più e meglio di quattro egocentrici e sempre arrapati da qualunque essere femminile respiri.

Un uomo (Riccardo Scamarcio) si vanta di tradire la moglie di fronte agli amici. La moglie dell'altro (Valentina Cervi), prima difende la propria fedeltà coniugale, poi al rientro a casa inizia a stuzzicare il marito (Valerio Mastandrea) convinta che anche lui abbia ceduto almeno una volta all'altro sesso (non suo). Insiste, insiste fino che questi non confessa e quando lo ammette, inizia ad arrabbiarsi. Va in scena così il classico "gioco" dei rancori alla - io non ti ho mai amato - e quando piagnucoloso, l'ometto invoca perdono inginocchiato, che cosa fa lei, gli confessa il medesimo tradimento mettendo così in scena la tipica scenetta macho-italiana più patetica in stile: se ti cornifico io, basta chiedere scusa, se lo fai tu donna, è tutto diverso.

E' questo uno degli episodi di Gli Infedeli (2020, di Stefano Mordini), remake dell'omonimo film francese (2012), diretto quest'ultimo da sette registi diversi. La coppia è un diversivo nell'inevitabile mission impossible di restare a fianco del/la proprio/a consorte o compagno/a che sia. La coppia è solo un impiccio nel desiderio sfrenato di libertà. La coppia è un impegno che bisogna comunque soddisfare, un po' come andare dal dentista, salvo poi ingozzarsi delle peggiori schifezze a qualsiasi ora del giorno. La coppia nella cultura italiana è ancora qualcosa da rispettare e aggirare, ma forse neanche più di tanto in apparenza come si faceva nei decenni addietro. Oggi si è spregiudicati vicini o lontani.

Gli Infedeli (2020, di Stefano Mordini) vorrebbe essere un "simpatico" tributo a una certa commedia italiana degli anni Settanta, ma il risultato è un prodotto noioso (per non dire nauseabondo) fin dalle prima battute. Il peggio, per non dire il ridicolo più assoluto, arriva dopo. Nel siparietto a dir poco squallido dove il maschietto dice che va alla partita alla e al contrario paga per lavoretti di mano, si rasenta il patetico quando va a infilare delle rose nel buco alla "solo tu mi puoi "capire", mancando a quel punto che compaia il direttore del bordello interpretato da Alvaro Vitali. Ma ancor più pateticamente banale, la scenetta che vede un'inferocita moglie presa in giro (Laura Chiatti ), che nell'inseguire il marito porco, sulla strada viene superata da un camion che trasporta, udite udite, cornetti, con la scritta grande in bella vista.

Ma che problema ha l'Italia con la famiglia? Dopo essermi confrontato nei mesi scorsi con Figli (2020, di Giuseppe Bonito con Paola Cortellesi e Valerio Mastandrea) e in ultima A casa tutti bene (2018, di Gabriele Muccino con Favino-Accorsi-Impaciatore, etc.), è ora il turno di Gli Infedeli (2020), disponibile su Netflix. Un concentrato di medioevo culturale che non si comprende come si abbia ancora voglia di raccontare, nonostante le lancette dell'orologio faccia segnare anno 2020. Ma perché sorprendersi di un paese che alla prima occasione se la sghignazza sempre alla grande e di gran gusto con le miserie di Fantozzi?

Gli Infedeli (2020, di Stefano Mordini) non aggiunge nulla a quanto è già stato raccontato. In tempi in cui le donne rivendicano diritti e combattono per una parità che ancora manca nella stragrande maggioranza di apparati e nazioni, l'Italia racconta ancora una volta una storia che sembra strizzare l'occhio ai tempi in cui il delitto d'onore era legge in Italia. Un film che in quelle conversazioni da spacconi smartphonizzati si richiama agli yuppies anni Ottanta. Gli Infedeli (2020, di Stefano Mordini) racconta una storia che poteva fare benissimo a meno di non raccontare, concentrandosi magari su qualcosa di più aggiornato all'epoca che stiamo vivendo, e che chiede qualcosa di più di un superficiale vantarsi di tradire la propria moglie.

Il trailer de Gli infedeli

Gli infedeli - Valerio Mastandrea

venerdì 24 luglio 2020

Jude Law ai confini della realtà

Nightmare at 20,000 - Abby Elliott e Jude Law
Il terrore è lì, sull'ala dell'aereo. Il terrore è lì, implacabile alla mia porta. Lo sento che sta per arrivare, come un'orrida canzone dei Pearl Jam. Jude Law, almeno tu, so che mi potrai capire.

di Luca Ferrari

Da Ai confini della realtà alla fabbrica di risate del Saturday Night Live. Un viaggio apparentemente tranquillo si trasforma in un incubo a 20mila piedi senza possibilità di fuga e ciò che è peggio, senza che nessuno ti creda. E' quanto accade al buon Bon Wilson (qui interpretato da uno strepitoso Jude Law), alle prese con un inquietante gormit (Bobby Moynihan) che continua ad apparirgli nelle pose più assurde sull'alettone del velivolo, preparazione barbecue incluso. Invano la fidanzata (Abby Elliott) e le hostess cercano di calmarlo, ma quando insieme alla creatura appaiono degli autentici mostri (del rock), i Pearl Jam al gran completo, il troppo stroppa davvero.

Buona visione allora con Nightmare at 20,000 feet. Una domanda: ma voi il gormit lo vedete?

La versione integrale di Nightmare at 20,000 feet

Nightmare at 20,000 - Abby Elliott e Jude Law
Nightmare at 20,000 - il gremlin Bobby Moynihan 
Nightmare at 20,000 - Jude Law
Nightmare at 20,000 - il gremlin Bobby Moynihan e i Pearl Jam
Nightmare at 20,000 - Abby Elliott e Jude Law

venerdì 26 giugno 2020

The Last Dance, il destino di Michael Jordan

The Last Dance - il pubblico di Detroit sbeffeggia Michael Jordan
The Last Dance (2020, di Jason Hehir), serie di dieci puntate sul più grande cestista di tutti i tempi, Michael Jordan. His Airness, il più grande dei perdenti capace di cambiare il destino

di Luca Ferrari

Michael Jordan, il miglior giocatore della NBA, per tre anni consecutivi fu rimandato a casa dai fisici Detroit Pistons di Thomas, Rodman e Laimbeer. Jordan le provò tutte ma non ci fu niente da fare. Poteva anche essere l'erede dei "bravi e belli" Magic Johnson e Larry Bird ma sul campo erano i Bad Boys Detroit Pistons a dettare legge. Su Netflix è sbarcata la serie The Last Dance (2020, di Jason Hehir). Dei tanti episodi narrati, la sfida per superare l'ostacolo Pistons è senza dubbio l'emblema del più grande cestista di tutti i tempi.

Michael Jordan non voleva solo vincere. Michael Jordan non si accontentava di vincere. Per lui era inconcepibile che altri venissero messi al suo stesso livello senza meritarlo. E chi osava tanto, doveva essere spazzato via. Fu il caso di Clyde "The Glide" Drexler, arrivato alla finale NBA 1992 con i suoi Portland Blazers, e schiacciato fin dalla prima partita con un Jordan deciso a dire al mondo che lui era di un livello superiore. Ogni gara, ogni finale fu una motivazione differente. Dall'agognato primo titolo strappato ai Lakers fino all'ultima sfida contro gli Utah Jazz di Stockton e Malone, quest'ultimo "colpevole" di avergli rubato il titolo di MVP nella Regular Season 1996-97, così come accadde anche al vulcanico Charles Barkley nel 1992-93 con i Phoenix Suns, e poi piegati dai Bulls in finale.

Jordan schiacciasassi per se stesso e per il fido compagno Scottie Pippen, cresciuto al suo fianco, e difeso a spada tratta contro il capace manager Jerry Krause, che voleva portare a Chicago il cestista croato Tony Kukoc. Alla prima sfida contro la neonata Croazia alle Olimpiadi di Barcellona '92, tutto il Dream Team e in particolare Jordan-Pippen, non lo fece arrivare a canestro. Jordan e il rapporto con l'amato coach Phil Jackson, il cui destino e permanenza nei Chicago Bulls andarono di pari passo. Ma queste sono storie che tutti conosciamo. Questo è il Jordan dominatore. Ampio spazio nell'avvincente The Last Dance anche per Dennis Rodman. Tanto border line nella vita privata, quanto ligio e decisivo a fianco di His Airness.

Due puntate uscite a scadenza settimanale, ogni lunedì. Un racconto avvincente per chi conosce il campione e chi no. A tenere separato il fuoriclasse dalla leggenda, loro i Detroit Pistons. Dopo la bruciante sconfitta in gara 7 nella finale di Eastern Conference nel 1990, era tempo di cambiare a cominciare da se stesso. Jordan iniziò un allenamento anche muscolare, capace di metterlo nelle condizioni di resistere e soprattutto rispondere ai colpi dei Pistons. Le famose "regole Jordan" fino a ora avevano funzionato ma quando i Bulls si presentarono nella nuova finale con i bi-campioni (consecutivi) di Detroit l'anno successivo, la storia cambiò perché un uomo piegò il destino al proprio volere.

Ecco allora i Pistons uscire dal campo addirittura prima della fine della partita senza nemmeno stringergli la mano sotto lo sguardo "inorridito" di Michael. Ecco, è lì che la storia di Michael Jordan diventa cinema. E' in quella serie che Michael Jordan diventò una star della settima arte (mondo nel quale comunque lasciò il segno nel divertente Space Jam insieme ai Looney Tunes). Molto più del suo incredibile e trionfale ritorno dopo la parentesi "esistenziale" nel baseball, è nella sfida con chi lo aveva sempre battuto che Michael Jordan iniziò davvero a volare.

The Last Dance, il trailer

The Last Dance - Michael Jordan

domenica 10 maggio 2020

Checco Zalone, buona festa della mamma

Quo vado? Checco Zalone
Il 10 maggio è la festa della mamma e per augurare loro i nostri migliori cine-auguri, ci siamo rivolti al Checco Zalone di Quo Vado? (2016, di Gennaro Nunziante).


Checco Zalone è un uomo fortunato. Ha un ottimo lavoro e una fidanzata, Penelope (Azzurra Martina) che lo ama moltissimo, soprattutto per lo stipendio regolare di posto fisso. Fa tutto per lui e sempre col sorriso, incluse quelle "abitudini" poco amate dal gentil sesso: seguirlo con passione alle partite di calcetto, preparandogli borsone e thermos caldo. Ma dopo tanto sudare, la ricompensa è dietro l'angolo. O almeno così dovrebbe essere. Checco segna un gol ed eccolo alzare la propria casacca per mostrare la t-shirt con dedica all'amore della sua vita (come si faceva un tempo prima che s'inventassero delle ridicole regole), e cioè... la sua mamma (Ludovica Modugno). Auguri, mamme!

Quo vado? - la mamma di Checco Zalone, Caterina (Ludovica Modugno)

venerdì 8 maggio 2020

What Women Want - Quello che cineluk vuole

What Women Want - Nick Marshall (Mel Gibson)
Il cinema è soprattutto ispirazione e quest'oggi alle sei del mattino ero già fuori a ricominciare a correre, come nello spot narrato in What Women Want (2001, di Nancy Meyers).

di Luca Ferrari

Dal cinema alla realtà del mattino. Dalle strade di Chicago alle fondamenta di Venezia. Dalla regia di Nancy Meyers e What Women Wan (2001) ai piccoli gesti quotidiani. In comune, una sana voglia di fare dello sport. Il momento è solenne. Nike Donna è negli uffici dell'agenzia pubblicitaria Sloane Curtis. Nick Marshall (Mel Gibon) espone come meglio non potrebbe fare un uomo, lo spot per la campagna promozionale in presenza dei suoi capi, Darcy Maguire (Helen Hunt) e Dan Wanamaker (Alan Alda).

Una donna corre da sola. Sta facendo jogging il mattino presto, esattamente come il sottoscritto ha fatto quest'oggi di buon'ora nel sestiere di Cannaregio. Mentre correvo, ripensavo proprio a queste parole. "Con la strada potete dialogare, quando vi pare e piace. Perché la strada è un po’ come una vecchia amica: non se la prende se la trascurate un tantino. L’unica cosa che le importa davvero è che il jogging lo facciate sul serio. Niente giochi, solo sport."

cineluk fa jogging in stile What Women Want
What Women Want (2001, di Nancy Meyers)
What Women Want - L'esposizione di Nick Marshall (Mel Gibson)
What Women Want - Darcy (Helen Hunt) e Dan (Alan Alda)

mercoledì 6 maggio 2020

Se solo (l'amore) fosse vero...

Se solo fosse vero - Elizabeth (Reese Whiterspoon) e David (Mark Ruffalo)
Se sei destinato all'amore, sarà amore. Anche se di mezzo ci sarà un incidente quasi mortale. Preparate i fazzoletti per la commedia romantica Se solo fosse vero (2005, di Marc Waters).

di Luca Ferrari

Lei, instancabile dottore votata alla cura dei suoi pazienti. Lui, architetto caduto in disgrazia dopo un grave lutto. Due amici in comune gli hanno organizzato un incontro a cena dalla sorella di lei ma qualcosa non va per il verso giusto e le cose si complicano passando (anche) al soprannaturale o meglio, l'extracorporeo. Ma se l'amore è destinato a cambiare la tua vita, non potrai farci nulla. Dovrai combattere al meglio e fare l'impossibile perché tu porti a termine la più nobile delle missioni. Preparate i fazzoletti e rilassatevi con Se solo fosse vero (2005, di Marc Waters).

Elizabeth Masterson (Reese Whiterspoon) è una donna votata al lavoro (non alla carriera), instancabile medico nell'ospedale di San Francisco. Non si tira mai indietro, a costo di sacrificare la propria vita privata. Dopo l'ennesimo turno infinito, si dovrebbe recare a cena dalla preoccupata sorella maggiore, Abby (Dina Spybey-Waters). Le ha organizzato un appuntamento al buio. Insieme al marito e alle sue due figliolette, ci sarà anche un uomo. Sulla strada per casa però, Elizabeth ha un incidente. Al suo risveglio si ritrova (non si sa come) nella propria abitazione, abitata dallo stravagante David Abbott (Mark Ruffalo), asociale e con sempre in mano una bottiglia di birra.

Lo shock è totale per entrambi. Unica valvola di sfogo per David, il compare Jack (Donal Logue) a cui prova a spiegare ciò che vede. Ah già, c'è un dettaglio "non trascurabile": il solo che riesca a vedere Elizabeth, è David. I due sventurati iniziano a raccontarsi e confidarsi. Anime tormentate e sofferenti, c'è qualcosa che li accomuna... ma cosa? Ai due coinquilini non resta che fare fronte comune per capire cosa stia succedendo e agire di conseguenza. Con qualche rispettosa strizzata d'occhio all'immortale "Ghost", Se solo fosse vero (2005, di Marc Waters) è una storia romantica che pretende un degno finale, e nel frattempo munitevi di fazzoletti.

La premio Oscar Reese Whiterspoon (Legally Blonde, Walk the Line, Big Little Lies) è travolgente. Dolce, nevrotica e determinata. Ancora lontano dalle incarnazioni Avengers-Hulkiane, Mark Ruffalo (Tutto può cambiare, Teneramente folle, Il caso Spotlight) è un uomo sofferente, incapace di immaginarsi in un nuovo futuro. Entrambi hanno deciso di rinunciare all'amore  per ragioni differenti. Eppure l'amore non si è dimenticato di loro. Tra i comprimari, menzione d'onore per Jon Heder, lo stralunato sensitivo Darryl, impiegato in una libreria. Tutti abbiamo attraversato momenti (brevi o lunghi) di rinuncia e abbandono. Se solo fosse vero (2005, di Marc Water) è il film giusto per deglutire il dolore e darsi una seconda chance, ricominciando proprio dal sentimento supremo.

Il trailer di Se solo fosse vero

Se solo fosse vero - Elizabeth (Reese Whiterspoon) e David (Mark Ruffalo)

giovedì 16 aprile 2020

Avengers, il donut della discordia

Scarlet terrorizzata tra Steve Rogers che minaccia Tony Stark
Cosa succederebbe se Iron Man rubasse sotto il naso a Captain America l'ultimo donut (ciambella)? Come minimo una pioggia d'inferno. O quanto meno, una Civil War.

di Luca Ferrari

La presenza di tanti supereroi a difesa del nostro Pianeta ha spinto moltissime creature a farsi conoscere, mietendo vittime con l'involontaria complicità degli stessi Avengers, decisi a intervenire sempre e comunque. Giorno dopo giorno la tensione sta salendo sempre di più tra I Vendicatori e quel fragile equilibrio creatosi ai tempi delle mire distruttivo-espansionistiche di Loki, adesso sta traballando. Due fazioni si vanno costituendo guidate rispettivamente da Iron Man e Captain America. Uno scontro interno che ormai sembra inevitabile a meno che. Per fortuna nostra c'è un "ma." Forse tutto potrebbe essere evitato se...

Non deve finire con uno scontro, dice con solenne sincerità Captain America. Verrò per te, dice un arrabbiato Iron Man mentre soccorreva l'amico James Rhodes-War Machine (Don Cheadle), il tutto ben enfatizzato nel grandioso trailer di Captain America: Civil War (2016, di Anthony e Joe Russo). Possibile che anche quei due poli opposti che avevano imparato a rispettarsi e collaborare per un bene supremo, la salvezza della razza umana, possano arrivare ad affrontarsi a viso aperto? Se così fosse, lo sappiamo bene, non ci potrà mai essere un solo vincitore. Nessun schieramento potrà davvero prevalere sull'altro. Un'ultima possibilità forse è rimasta ma ecco l'inaspettato.

Il Capitano Steve Rogers (Chris Evans) cammina fiero e deciso. Ha fame. Vuole l'ultimo donut pralinato rimasto nella dispensa. Peccato che il geniale miliardario Tony Stark (Robert Downey Jr.) sia arrivato fisicamente prima. Su quella ciambella però, Captain America si era già espresso in anticipo. Dal canto suo Iron Man vuole sempre fare di testa sua, senza considerare troppo i desideri altrui. Questa volta gli potrebbe costare cara, a lui come a tutto il club dei supereroi. Non posso aggiungere altro. Le cronache della Marvel tramandano solo un urlo di puro terrore da parte di Scarlet/Wanda Maximoff  (Elizabeth Olsen) davanti ai due super-affamati.

. Chris Evans non gradisce

sabato 11 aprile 2020

Cinema Venezia, il miglior film di Fellini è...

Il regista Federico Fellini
In carenza da grande schermo? Assolutamente, sì. Il Circuito Cinema Venezia Mestre ha trovato il modo di sopportare l'astinenza con un gioco dedicato al Maestro Federico Fellini.

di Luca Ferrari

L'arrivo sempre in super-anticipo per essere il primo a entrare in sala. La scelta del proprio posto preferito, 3-4 file in giù da quella superiore leggermente spostato sulla sinistra rispetto al centro della fila. La lettura di una rivista cinematografica in attesa dell'atteso momento dei trailer. Un curioso sguardo ai compagni/e di proiezione e poi lui, il momento più atteso. Lo spegnimento delle luci e i primi scampoli di film. Nessuno come "cineluk - il cinema come non lo avete mai letto" sente la mancanza del grande schermo e il contatto con la sala. Che fare allora per sopportare questa astinenza forzata?

Il mondo, lo sappiamo, è scombussolato per il diffondersi del coronavirus e chissà per quanto tempo ancora non potremo goderci un film in sala. Per ovviare a questo spiacevole inconveniente pandemico, il Cicuito Cinema Venezia Mestre ha trovato il modo di impegnare il nostro tempo con un gioco virtuale pubblicato sulla propria pagina Facebook, e dedicato al centenario della nascita di Federico Felini (1920-1993), per eleggere il miglior film del regista italiano con una democratica votazione online, e dunque assegnando la Coppa Gradisca. Siamo giunti ai quarti di finale e le sfide che attendono il nostro voto sono a dir poco entusiasmanti.

Votare è semplicissimo. Una volta pubblicato il post specifico della sfida, cliccare sull'immagine del film preferito. Un tabellone che mi ha subito riportato alla mente il leggendario torneo di braccio di ferro con Sylvester Stallone in "Over the Top". A cominciare da oggi, sabato 11 aprile 2020, si sfideranno: Amarcord (1973, di cui fu assistente alla regia Gerald Morin) vs Satyricon (969), il vincitore dei quali troverà in semifinale chi uscirà dallo scontro mortale tra Lo sceicco bianco (1952) opposto a La strada (1954). Nella parte bassa del tabellone invece, a cercare la strada della finalissima saranno le sfide tra Le notte di Cabiria (1957) vs La dolce vita (1960), quindi l'ultimo dei quarti: I vitelloni (1953) vs (1963).

Cineluk guarda già alla finale e questo è il mio pronostico: "La strada vs. La dolce vita." Adesso, non mi resta che votare e aspettare. Adesso tocca a voi.

Gioca con il Circuito Cinema Venezia Mestre e i film di Federico Fellini!
Il tabellone della Coppa Gradisca del Circuito Cinema Venezia Mestre per eleggere il miglior film di Federico Fellini

mercoledì 8 aprile 2020

Captain Fantastic (2016), racconto la Vita

Captain Fantastic - Ben Ross (Viggo Mortensen) e i suoi sei figli
Un padre controcorrente vive fuori dalla società insieme ai suoi sei figli. Alla morte della madre lontana, la sfida per tutti sarà crescere ed evolversi. Captain Fantastic (2016, di Marc Ross).

di Luca Ferrari

Bambini e adolescenti che conoscono la Costituzione meglio di chi sta a Washington e forse anche alla Casa Bianca. Bambini e ragazzetti capaci di leggere libri con passione, imparando a ragionare usando la propria testa. Bambini e adolescenti un po' troppo lontani dall'esasperato consumismo della società. Nel verde dei boschi dello stato di Washington, sulla costa occidentale, vive Ben Cash (Viggo Mortensen) e i suoi sei figli. Ben li addestra. Ben li istruisce. Ben li mette al prova. Ben li tiene al riparo da un mondo ormai privo di sogni e umanità. Captain Fantastic (2016, di Marc Ross).

Cultura (esasperata) da una parte, ipocrisia e controllo dall'altra. Perché non ci può mai essere posto per una via di mezzo? Ben è un padre e prende con molta serietà la propria responsabilità di genitore. Non abbandona i suoi figli davanti a un monitor delegando a qualche messaggio subliminale la vera educazione. Ben non svende la propria vita riempiendo le corporazioni digitali con i sorrisi dei propri figli. Ben Cash non combatte il sistema, semplicemente lo ignora perché ne conosce bene i perversi meccanismi. Lui però è un uomo fatto, che ha capito tutto questo vivendo. E i suoi figli, invece?

Dal più grande Bodevan (George MacKay) al più piccolo Nai (Charlie Shotwell), lì nel mezzo anche Kielyr (Samantha Isler), Rellian (Nicholas Hamilton), Vespyr (Annalise Basso) e Zaja (Shree Crooks). Se i più piccini vivono ancora il tutto come un'avventura o un gioco senza fine, per coloro i quali l'età inizia a far sentire gli sbalzi di umore e la voglia di conoscere un mondo diverso (natale e coca-cola inclusi), il rischio è l'implosione della famiglia Cash. A gettare benzina globalizzata sul fuoco, l'ingombrante presenza di Jack Bertrang (Frank Langella), padre della loro mamma, Leslie Abigail (Trin Miller), e deciso a riprendersi i nipoti con le buone o con le cattive.

Ma cosa potrà mai fare un "hippy" contro un potente uomo del terzo millennio? E se gli dovesse venire meno l'affetto di alcuni dei suoi figli? Talvolta la perfezione è la capacità di rompere anche con se stessi. Dialogare con il proprio piedistallo, permettendo di andare oltre una visione che in apparenza sembra migliore. Comunque la decisione finale non spetterà mai solo a noi stessi quando si tratta di terzi e il vero amore (e la democrazia) consiste proprio in questo, lasciar liberi gli altri di pensare. Nostro compito, quello di fornire tutti gli elementi per imparare a usare la propria testa. Nostro compito, non assecondare il mondo solo per fare star bene gli altri.

Presentato in anteprima al Sundance Film Festival 2016, Captain Fantastic si aggiudicò il premio per la miglior regia nella sezione "Un Certain Regard" al Festival di Cannes 2016, e in seguito anche il Premio del pubblico BNL all'11° edizione della Festa del Cinema di Roma. Come il suo personaggio principale avrebbe voluto e gradito, Captain Fantastic è un film che fa pensare e ragionare. Ti spinge oltre. Ti fa anche piangere (e non c'è niente di male) regalandoti la forza di tendere una mano e toglierla di mezzo quando è il momento necessario. Captain Fantastic racconta la vita. Captain Fantastic racconta una scelta. Captain Fantastic ti guarda con sincerità nell'anima chiedendoti solo di fare altrettanto e poi agire.

Venezia, 8 aprile 2020. Nella medesima giornata in cui è stato pubblicato l'articolo, il film è stato trasmesso su Rai Movie. Prima dell'inizio della pellicola e a ogni spot pubblicitario (pochi per fortuna, ndr) è stato sempre evidenziato come il film fosse consigliato a un pubblico adulto. Mai suggerimento è stato più sbagliato, non solo perché Captain Fantastic è un film che al contrario, sarebbe stato molto interessante che fosse visto da un pubblico più giovane visto non solo perché i loro corrispettivi del grande schermo sono tra i protagonisti, ma anche e soprattutto perché così agendo, il canale è venuto meno al significato dell'opera stessa, il tutto ben evidenziato da un paio di scene in particolare.

Sulla strada per andare al funerale, Ben e i suoi figli si fermano a cena dalla sorella di lui, Harper (Kathryn Hahn), suo marito Dave (Steve Zahn) i loro due figli adolescenti, Justin (Elijah Stevenson) e Jackson (Taddy Van Ee). Come ogni madre iperprotettiva occidentale, Harper vuole tenere a bada i propri "cuccioli", impedendo che le verità possano entrare nelle loro orecchiette sante, preferendo quindi l'ignoranza e la play station a un confronto sincero, schietto e maturo. Ben al contrario spiega ai suoi figli cosa sia il crack, i suoi effetti e la vera fine che ha fatto la loro mamma (suicidio). Stizzita la donna arriva addirittura ad abbandonare la tavola. Il "peggio" però deve ancora arrivare.

Forte di una imprecisata superiorità educativa figlia dell'American Dream che incarnano alla perfezione, la coppia decide di salire in cattedra affrontando Ben per fargli capire senza mezzi termini che sta sbagliando tutto come padre. Senza la minima alterazione, l'uomo allora chiama i due nipoti ponendogli delle banalissime domande scolastiche, sotto lo sguardo borghese-compiaciuto dei loro genitori. Le loro risposte saranno però quanto di più imbarazzante (ignorante) ci possa essere, venendo poi letteralmente ridicolizzati dalla cultura della sua figlioletta Zaja, di soli 7 anni.

L'Italia non è troppo diversa dalla cultura globalizza-lobotomizzante dei cugini d'Oltreoceano. La dimostrazione viene proprio dal grande schermo, dove prodotti super-commerciali hanno sempre la meglio su di un cinema più colto e stimolante. Nel 2020 crediamo ancora che bendare i nostri figli e tenerli all'oscuro di ciò che è il mondo, sia la strada ideale per prepararli alla vita. Ben Ross è di sicuro un'estremista nel modus educandi della sua prole, ma pensare che sia così in torto rispetto a una mentalità da "acqua avvelenata", è alquanto discutibile. E di certo la scelta della Rai di fare di Captain Fantastic un film da adulti, ha miseramente tradito il significato dell'opera di Matt Ross.

Il trailer di Captain Fantastic
Captain Fantastic - Ben Ross (Viggo Mortensen)