Pets 2, vita da animali - il piccolo Liam gioca con Max e Duke
Il mondo va affrontato, sempre e comunque. Ancora più se diciamo di amare qualcuno, lasciandogli lo spazio per avere paura e reagire. Pets 2 - Vita da animali (2019, di Chris Renaud).
La vita è fatta di continui cambiamenti e solo la creatura capace di trarre il meglio dalle nuove situazioni sarà in grado di vivere in modo più sereno. Per Max i tempi in cui era l'unico coccolo di Katie sono belli che finiti. Prima l'arrivo del compare canino Duke, e ora ci si mette anche il naturale corso dell'amore. Per i cani come per gli esseri umani, bisogna iniziare a crescere ma non per questo rinunciare a commuoversi mostrando le proprie fiere lacrime di gioia. Decimo film prodotto dalla Illumination Entertainment, è sbarcato sul grande schermo Pets 2 - Vita da animali (2019, di Chris Renaud).
C'è un nuovo "ospite" in casa Kemper. Prima il fidanzato Chuck, poi (soprattutto) il piccolo Liam. Per i due cani è una rivoluzione, specie per Max, sempre ansioso e mal ricettivo verso le tante novità della vita. I mesi passano e dall'iniziale diffidenza, ecco l'inevitabile fortissimo legame che si viene a creare tra il piccolo di casa e i due simpatici quadrupedi. Max diventa una sorta di genitore bis, iper-protettivo nei confronti del piccolino. E che succederebbe se mai dovesse andare in quelle cose chiamati nido-asili? Meglio non pensarci. Insieme ai suoi amici, il cagnetto non lo perde mai d'occhio. Poi un giorno, tutti dallo zio per una gita in campagna.
Prima della partenza, Max affida alla candida Gidget, da sempre innamorata di lui, il suo più prezioso giocattolo (una sorta di ape di pezza), che ovviamente perde subito, e finendo nella casa di un'anziana che più gattara non si può. Il coniglio Nervosetto dal canto suo, certo di essere un supereroe, accetta l'invito della new entry Daisy, una pepata Shih Tzu, decisa a liberare un cucciolo di tigre bianca, malmenato senza pietà dal crudele Sergei. Liberarlo però non sarà facile vista la presenza di quattro spietati lupi e un odioso piccolo babbuino.
Lasciata la vita dei grattacieli di New York City intanto, la combriccola umano-canina inizia a godersi la vita rurale. Duke è scatenato, Max è impaurito. Fanno così la conoscenza di Galletto (pessima traduzione in italiano di Rooster, che vuol dire gallo), il fiero e coraggioso cane guardiano della fattoria. Più che un incontro, per Max è uno scontro. Lui è il classico "animale" timoroso che vede in ogni cosa una possibile minaccia. Ma perché tutte queste remore? Non è un caso che Ketie lo porta da un medico, avendo notato un nervosismo sempre più acuto.
Le strade dei cagnolini si rincrociano per un fine comune al grido, anzi latrato del "l'unione fa la forza". Gli indifesi vanno protetti, ma soprattutto va loro insegnato loro a reagire potendo contare sulle persone che ti amano. Non importa quanto difficile potrà essere la sfida, qualcuno direbbe che si può anche fingere di non avere paura.
L'animazione cinematografica ha ormai assunto una funzione più educativa che altro. Alla stregua dello scialbo Hotel Transylvania 3 così come di altri colleghi, Pets 2 - Vita da animali (2019, di Chris Renaud) è il classico filmetto per famiglie dove tutti hanno da imparare qualcosa. Qualche risatina e tanto relax nel tepore "tonificante" di una sala al riparo dall'afosa estate che stiamo vivendo. Pets 2 - Vita da animali (2019, di Chris Renaud) fa il suo compito, avvicina quei mondi lontani azzerando le isterie ed esaltando la comprensione dei propri limiti favorendo l'arduo lavoro dell'affrontarli. Questa è ancora un età in cui tutto è possibile e i grandi problemi arriveranno dopo. Intanto però, germogliare fa bene e col dialogo e la forza di volontà tutto è possibile.
Il trailer di Pets 2 - Vita da animali
Pets 2, vita da animali - Nervosetto, Daisy e Pops
Pets 2, vita da animali - Galletto insieme a Max e Duke
Alla 92° edizione dei Premi Oscar la cineasta italiana Lina Wertmuller riceverà l'Oscar alla carriera insieme agli attori Geena Davis, Wes Studi e il regista americano David Lynch.
Un premio Oscar a un artista italiano è già di per sé una notizia da prima pagina. Un premio Oscar però a una donna e per di più regista, è ancor più sorprendente. Non dovrebbe essere così ma la settima arte è ancora molto a conduzione maschile, ne è tragico emblema proprio l'assegnazione della statuetta degli Academy per la miglior regia, film e/o sceneggiatura, che raramente ha visto il gentil sesso guadagnarsi la luce delle stelle. Il prossimo anno però, almeno una Signora, avrà il giusto riconoscimento. Nel 20201 infatti, verrà consegnato a Lina Wertmuller l'Oscar alla carriera.
Insieme a lei, a ricevere l'Oscar Onorario (come oggi viene chiamato) ci saranno Geena Davis (Tootsie, Beetlejuice, Thelma & Louise), Wes Studi (Balla coi lupi, The Doors, L'ultimo dei Mohicani) e il regista David Lynch, l'eccentrico artista prestato alla settima arte, tornato l'anno scorso alla ribalta con la terza (e discutibile) terza stagione della serie Twin Peaks, cult anni Novanta. Che sia l'occasione per lanciare una nuova stagione, rimasta in sospeso dopo quell'agghiacciante urlo di una ritrovata, non-si-sa-come, Laura Palmer?
Buona la quarta invece, potremmo dire per Lina Wertmuller. Dopo i mancati premi Oscar (Miglio film straniero, regista e sceneggiatura) per Pasqualino Settebellezze (1977) con protagonista Giancarlo Giannini, anch'egli candidato in quell'edizione come Miglior attore protagonista, questa volta per la regista romana Lina Wertmuller sarà gloria senza attese. L'Academy lo ha già stabilito e quando domenica 23 febbraio al Kodak Theatre di Los Angeles verrà chiamata per ricevere l'Oscar alla carriere, sarà un momento importante per tutte le donne e il cinema italiano.
Della sua lunga cinematografia iniziata nel 1963 con I basilichi e al momento terminata con Peperoni ripieni e pesci in faccia (2004), alcuni titoli hanno lasciato un segno nel mondo della settima arte a cominciare da il cult Travolti da un insolito destino nell'azzurro mare d'agosto (1974) con la coppia Mariangela Melato-Giancarlo Giannini. Altro cult, Io speriamo che me la cavo (1994), con un inedito Paolo Villaggio. Saremo tutti lì con lei, agli Oscar, il prossimo anno a omaggiare una Donna che fece di una passione una grande professione. Un esempio per tutte le giovani cineaste che potranno (ri)scoprire nella prossima notte degli Oscar.
Il maledetto United - l'allenatore Brian Clough (Michael Sheen)
Ascesa, discesa e nuova imperitura ascesa del più grande allenatore d'Inghilterra, Brian Clough. Un personaggio sopra le righe cine-narrato ne Il maledetto United (2009, di Tom Hooper).
Dai bassifondi della seconda Divisione alla promozione nella massima serie fino alla conquista del trono (calcistico) d'Inghilterra. La favola sarebbe già perfetta se non fosse che l'allenatore Brian Clough, passò inaspettatamente a guidare l'allora squadra più forte, il Leeds United, da lui sempre molto criticata per il comportamento sul campo, e prendendo il testimone dall'ancor più inviso, Don Revie. Ascesa, discesa nelle sabbie mobili del successo e ripresa immortale per un allenatore che cambiò per sempre il calcio anglosassone. Il maledetto United (2009, di Tom Hooper).
Brian Clough (Michael Sheen) è un rampante allenatore del Derby County, squadra modesta che milita nella serie B inglese. Al suo fianco c'è sempre il fedele assistente Peter Thomas Taylor (Timothy Spall), uomo capace. Brian pensa in grande e sogna la grandezza. Vuole la gloria, pretende la gloria ma competere con squadre del calibro di Leeds United, Liverpool e Manchester United, non sembra neanche un pensiero di fantasia. Arrivato nell'allora First Division (oggi Premier League), Clough viene snobbato dal borioso Don Revie (Colm Meaney) che insieme ai suoi ragazzacci del Leeds, strapazzano la povera matricola.
Clough non ci sta. Vuole di più. Pretende di più. Fatti gli acquisti giusti, intuiti dallo stesso Taylor, il coach riesce a far aprire il portafogli al Presidente americano Sam Longson (Jim Broadbent). Il resto è storia del calcio inglese ma non è finita. Brian Clough è all'apice della fama e quando è proprio il Leeds a chiamarlo, sente che è arrivato il momento della sua rivincita. Una scelta questa molto pericolosa, che lo vedrà abbandonare il fedele e leale Peter nel nome dei riflettori più accecanti. Clough però non si farà abbattere e quando deciderà di tornare a fare il suo calcio, con i suoi uomini, ecco che una squadretta come il Nottingham Forest compirà delle imprese fino a un attimo prima, anche solo impensabili.
Si può amare, odiare o essere indifferenti al pallone ma Il maledetto United (2009, di Tom Hooper) è un film davvero ben fatto, incentrato su di una disciplina con poco appeal cinematografico a parte qualche rarissima eccezione, tra cui la brillante commedia giovanile anglo-hindi Bend it Like Beckham - Sognando Beckham(2002, di Gurinder Chadha con una giovanissima Keira Knightley). Salvo spezzoni di calcio autentico, dello sport filmato e girato c'è ben poco. La pellicola si concentra sull'uomo Clough, le sue ossessioni e ambizioni. Un uomo però capace di comprendere i proprio errori, tornare sui propri passi e non retrocedere mai nelle sue intenzioni.
Più volte interprete dell'ex-Primo Ministro Tony Blair, incluso nell'immortale The Queen - La Regina (2006, di Stephen Frears), Michael Sheen centra il ruolo (fin qui) della carriera, ancor più del giornalista australiano David Frost che mandò al tappeto il Presidente Richard Nixon (Frank Langella) nel grandioso Frost/Nixon - Il duello (2008, di Ron Howard). E' arrogante, sicuro di sé e convinto di avere ragione. Tutte qualità che coach Clough aveva per davvero (così ho letto, ndr). Ne capisce di calcio, è indubbio. Riesce a trasmettere passione per uno sport, ancora oggi falcidiato da tifoserie volgari e razziste verso cui però l'Inghilterra (per lo meno in casa), a differenza dell'Italia, è riuscita a far cambiare registro.
Dopo Il maledetto United, il regista londinese Tom Hooper classe '72 non si è più fermato, in principio conquistando quattro premi Oscar con Il discorso del re (2010): Miglior film, regia, sceneggiatura originale e attore protagonista (Colin Firth). Passano tre anni, ed ecco un'altra sua creatura a lasciare il segno: il musical Les Miserables (2013) dove, oltre alle superbe prove di Hugh Jackman (Valjean), Amanda Seyfried (Cosette) e Russell Crowe (Javert), Anne Hathaway (Cosette) si aggiudica il premio Oscar come Miglior attrice non protagonista, quest'ultimo vinto anche da Alicia Vikander in The Danish Girl (2015), film sempre da lui diretto e presentato in anteprima mondiale alla 72° Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia.
Avversari sul rettangolo di gioco ne Il maledetto United, e qualche anno dopo sull'ancor più impervio "prato" della politica alla ricerca di un epocale accordo di pace nell'Irlanda del Nord ancora provata dalla guerra civile. A interpretare infatti nel film Il Viaggio (The Journey), 2016 di Nick Hamm il leader del Partito Democratico Unionista, Ian Paisley e il repubblicano Martin McGuinness, proprio loro, Timothy Spall e Colm Meaney. Truce e rigido il primo, più progressista il secondo. L'esatto contrario dei loro ruoli nel lungometraggio calcistico.
Cosa c'è di meglio di gustarsi un film sul calcio inglese il giorno della finale di Champions League che vedrà scendere in campo due squadre di Sua Maestà, Liverpool e Tottenham, entrambe strepitose nel ribaltare un verdetto già scritto dopo le semifinali di andata rispettivamente contro il Barcellona stellare di Messi e il rampante Ajax, killer di Real Madrid e Juventus? Cinematograficamente parlando, nulla. Sarebbe stato davvero interessante conoscere il pronostico di Brian Clough (1935-2004) e Peter Thomas Taylor (1928-1990) ma una cosa è certa. Entrambi sarebbero stati molto fieri del traguardo raggiunto, anche per il calcio e il comportamento che le due finaliste sanno esprimere sul campo.
Il finale de Il maledetto United
Il maledetto United - Peter Thomas Taylor (Timothy Spall) e Brian Clough (Michael Sheen)
Zootropolis - l'agente Judy Hopps e il neo-collega Nick Wilde
La grande lezione umana di Zootropolis (2016) nel nome dell'unione dei popoli. Oggi più che mai, la diversità deve diventare sinonimo di amore a cominciare da se stessi.
Quando ero piccola, pensavo che Zootropolis fosse un posto perfetto dove tuti vanno d 'accordo e ognuno può essere ciò che vuole. Poi ho scoperto che la vita reale è un po' più complessa di una frase a affetto. La vita reale è complicata. Tutti abbiamo dei limiti e tutti commettiamo errori e ciò significa, ehiiii il bicchiere è mezzo pieno! Tutti abbiamo qualcosa in comune e più cerchiamo di capirci l'un latro, più speciale sarà ognuno di noi ma dobbiamo tentare perciò non importa a quale specie (razza, cultura, religione, ndr) apparteniate, dal più grande degli elefanti alla prima dell nostre volpi. Io vi prego. Provate.
Provate a rendere il mondo un posto migliore. Guardatevi dentro per capire che il cambiamento parte da voi. Parte da me. Parte da tutti noi.”
Il sequel della serie cult anni '90, Beverly Hills 90210, è in arrivo. Riusciranno i loro protagonisti, orfani del compianto Luke Perry, nell'impresa di inserirsi nel terzo millennio delle serie d'autore?
Brendon, Kelly, Steve, Andrea, Brenda e Donna (vi prego, almeno nella nuova versione, ditelo corretto in italiano: si pronunzia Dana) si stanno destando. C'è chi fa colazione, chi si sta vestendo, chi sta uscendo, chi fa meditazione. Quale che sia la loro azione, il rumore prodotto rimanda ciascuno alla mitica sigla di John Davis suscitando ilarità e l'entusiasmo dei protagonisti originali della serie cult Beverly Hills 90210 di cui furono realizzate dieci stagioni (1990-2000). Ora è ufficiale, ci sarà un sequel. Un sequel col lutto al braccio vista la recente scomparsa di Luke Perry, interprete del ricco e tormentato Dylan McKay.
Beverly Hills 90210 è uno spaccato di vita degli anni Novanta, e per noi adolescenti italiani senza manco un'idea di cosa fosse internet, fu una delle serie pioniere nel raccontare/toccare certe tematiche, all'epoca ancora tabù o comunque non rivolte a un pubblico di giovani. Ricordi e reminiscenze a parte, che cosa potrebbe dire una nuova fase di Beverly Hills 90210 al mondo contemporaneo, per di più dove il mercato delle serie televisive ha raggiunto una qualità pazzesca? Nulla, e sarà un flop. Questa almeno è la considerazione più scontata. La storia lo dimostra. Ciò che funziona è figlio del presente. Tentativi di attualizzare ciò che fu un successo nel passato, si è sempre rivelato un penoso flop di ascolti e realizzazione.
Qualcuno potrebbe replicare a questa mi affermazione citandomi la 3° stagione di Twin Peaks (2017). Ognuno ovviamente il diritto di avere la propria opinione, ma è indubbio che la serie d'inizio anni Novanta che cambiò letteralmente il panorama, si è trasformata in un folle prodotto con una trama arzigogolata all'inverosimile e la cui unica ragione del suo successo, è nella venerazione esasperata che il pubblico ha del suo regista, David Lynch. Ma non è solo chi sta dietro le telecamere a essere cambiati, anche chi sta davanti hanno subito un'evoluzione, almeno in questi ultimi tempi di era digitale.
Fatta eccezione per Leonardo DiCaprio (Genitori in blue jeans) e Will Smith (Willy il principe di Bel-Air), la stragrande maggioranza dei protagonisti delle sitcom fino agli anni Duemila, non è mai riuscita sfondare nel settore film. Da Friends a Will & Grace, da Dawson's Creek a Big Bang Theory e così via. Non fa eccezione Beverly Hills 90210, del cui cast originale si sono perse le tracce se non per partecipazioni minori. Adesso invece sono gli attori più affermati del grande schermo a voler interpretare serie di successo o quelli meno noti, le usano come trampolino di lancio. Tra i tantissimi esempi, uno su tutti: Allison Janney, premio Oscar come Miglior attrice protagonista per Tonya (2017, di Craig Gillerspie) e personaggio principale della serie Mom, tutt'ora in corso.
Beverly Hills 90210 è compiti a casa, primi appuntamenti e corse in spiaggia. Beverly Hills 90210 è la spensieratezza di un'epoca che non tornerà più. Il 2019 è l'anno del nuovo film di Quentin Tarantino presentati al Festival di Cannes. Il 2019 è l'anno delle attesissime uscite della 4° stagione di Billions della seconda di Big Little Lies con la new entry Maryl Streep. Il 2019 sarà ricordato cone l'anno del quasi-record assoluto d'incassi di Avenger's End Game. Si, il 2019 sarà anche l'anno del ritorno di Beverly Hills 90210 ma resteranno solo poche righe d'inchiostro su di esso. Per tutti noi che lo abbiamo vissuto davvero quando era il momento, ne guarderemo pochi minuti e poi cambieremo canale, preferendogli la malinconica dolcezza dei nostri ricordi autentici e originali.
Il trailer del ritorno di Beverly Hills 90210
Il cast di Beverly Hills 90210 nei primi anni della serie (da sx in senso orario): Steve Sanders (Ian Ziering), Andrea Zuckerman (Gabrielle Carteris), Brandon Walsh (Jason Priestley), Dylan McKay (Luke Perry), Brenda Walsh (Shannen Doherty), Donna (Tori Spelling), David Silver (Brian Austin Green) e Kelly Taylor (Jennie Garth)
Nel numero di addio della storia direttrice del mensile Ciak, Piera DeTassis, l'omaggio di cineluk con una cinecolazione e un suo articolo sulle nuove eroine della settima arte.
Dal 1997 al 2019 Piera DeTassis è stata il direttore del mensile cinematografico, Ciak. Una rivista questa che in fasi alterne della mia esistenza, ho comperato e letto. E oggi, domenica 12 maggio, mi è venuto naturale leggere il suo articolo dedicato all'ultimo film animato di Michel Ocelot, Dilili a Parigi, con un equivocabile sottotitolo: "Abbiamo tanto bisogno di eroine". E come non essere d'accordo? La cultura è a un punto cruciale e i tempi ormai sono maturi. Anche la settima arte può, deve e sta facendo la sua parte e non solo a livello di regia e performance attoriali.
Da cineluk - il cinema come non lo avete mai letto, un augurio a suon di caffè e pancake fatti in casa a Piera DeTassis, per un eroico proseguimento nel mondo della settima arte.
“Gli artisti guidano, le mezze tacche vanno ad alzata di mano”, così disse un imbufalito Steve Jobs (Michael Fassbener) sfidando l'intero Consiglio di Amministrazione della Apple, da lui fondata, e il loro CEO John Sculley (Jeff Daniels), pronti a scaricarlo. E' stato davvero il Leonardo da Vinci dell'informatica Steve Jobs? Non ha importanza, in un'epoca dominata dai tutologi e un presente sempre più stupido e ignorante, fanculo loro.
Casablanca - Yvonne (Madeleine Lebeau) canta commossa la Marsigliese
Combattere per la libertà contro la tirannia, sempre. Oggi anche più di allora. Casablanca (1942, di Michael Curtiz) è sempre lì, a cantarcelo "LaMarsigliesamente" nel cuore e all'anima.
Suonate la Marsigliese, suonatela! incita all'orchestra il partigiano Victor Laszlo dinnanzi ai cori nazisti nel locale di Ric Blaine, a Casablanca, zona franca non ancora occupata dalla truce mano di Hitler. Dietro le quinte il presunto indifferente proprietario dà il via libera. Ecco allora ergersi un corso deciso contro la tirannia, salendo di volume fino a zittire gli odiati nemici in divisa militare. Epica cinematografica. Una scena memorabile che ancora oggi fa venire la pelle d'oca. Un oggi dove correnti nazional-fasciste sono sempre più vive. Oggi, anche più di ieri, c'è bisogno degli eroi di Casablanca (1942, di Michael Curtiz).
Fuggito dai campi di concentramento, l'audace Victor Laszlo (Paul Henreid) è arrivato a Casablanca insieme alla moglie, Ilsa (Ingrid Bergman). Raggiungere il Portogallo e poi gli Stati Uniti però, non è cosa facile, anche per uno come lui. Nella città marocchina infatti, non ancora inglobata nella Francia collaborazionista di Vichy, sono già arrivati i nazisti guidati dal Maggiore Henirich Strasser (Conrad Veidt). L'unica possibilità di fuga paiono essere dei visti, rubati proprio ai tedeschi, e arrivati nelle mani di Rick Blaine (Humprey Bogart), proprietario dell'omonimo Café Americanin. Un uomo, in apparenza disinteressato a prendere posizioni politiche, ma da un passato "alleato".
La trattativa è appena agli inizi quand'ecco che Strasser e i suoi ufficiali iniziano fieri a intonare canzoni del Terzo Reich. Tutti le ascoltano senza fare nulla. Tutti le ascoltano infastiditi e impotenti, incluso il Capitano della gendarmeria locale, Louis Renault (Claude Reins), di supporto ai futuri occupanti, e l'alticcia e abitudinaria cliente, Yvonne (Madeleine LeBeau). Tutti come detto, ascoltano abbandonati a se stessi. Tutti meno lui, Victor Laszlo. Sotto gli occhi dell'amata moglie, lascia Blaine e parte come un razzo verso l'orchestra intimando loro di suonare la Marsigliese. I musicisti non sanno che fare. Gurdano il loro padrone che, molto poco neutralmente, acconsente.
E' l'inizio di una scena memorabile della settima arte. Spronati dallo stesso Strasser, i nazisti provano ad alzare la voce ma è poca cosa. Tutta la clientela del Rick's Café Américain va dietro a Laszlo, inclusa la chitarrista tzigana (Corinna Mura). I tedeschi alla fine si arrendono, e si siedono scoraggiati. La Marsigliese intanto va avanti e al coro si unisce anche lei, Yvonne. Si, lei. L'emblema del facile vendersi a chi le offre da bere a prescindere dalla bandiera, riscopre il suo orgoglio francese e intona l'inno della sua patria fino alle lacrime (sue e di chi la guarda, ndr) per poi chiudere la performance collettiva con un memorabile: Viva la libertà!
Non si può dire di conoscere né di essere appassionati della settima arte senza aver visto (e amato) Casablanca, 1942, di Michael Curtiz). Un film che ha segnato un'epoca e la cui scena qui raccontata ne incarna il cuore più sfaccettato. Semplicemente c'è tutto. Coraggio, astuzia, passione, sottomissione e ribellione. Una scena memorabile dove le parole dell'inno nazionale francese hanno il sacro potere di risvegliare per sempre la forza di dire no all'oppressore, qualunque esso sia. Ne vengono tutti coinvolti. Da quelli più decisi (Laszlo), a quelli più sornioni (Rick) e via via tutti coloro che dal silenzio passano a lasciare esplodere la propria ugola.
E poi c'è ovviamente c'è lei, Yvonne. Sempre un po' alticcia. Sempre alla ricerca di qualcuno che le offra un drink, e fa niente se questo onore oggi è toccato a un ufficiale tedesco. Quando Laszlo si avvia deciso verso i musicanti, lei se ne sta accasciata su se stessa a rigirarsi nei pensieri e nell'alcol, ma ecco che quando le note e le parole conquistano la ribalta, qualcosa dentro di lei scatta e si accende. Dirompente. Deciso. Irrefrenabile. Il sangue francese. L'eredità illuminista della libertà irrompe fino alla commozione più lacrimosa. Yvonne alza la voce e canta anche lei La Marsigliese. Yvonne ha deciso che anche lei combatterà la tirannia.
Manca un mese oramai alle elezioni europee e il vecchio continente ha dimenticato la sua Storia. Guarda avanti sospinta da di intolleranza. La Brexit non è bastata per far capire quando non si arrivi da nessuna parte senza unità.. Fino alla fine della II Guerra Mondiale l'Europa era sempre in guerra tra di sé, poi qualcosa cambiò ma oggi, in un drammatico vuoto politico delle Sinistre partigiano-rivoluzionarie, colpevoli di aver smarrito il significato e l'impegno di formare un'autentica democrazia popolare, ci consegnano a rozzi doganieri più interessati a erigere muri e aumentare la militarizzazione della società per il proprio bieco interesse.
Casablanca (1942, di Michael Curtiz) non può essere considerato un semplice film. Non lo è. Rivederlo ha sempre l'effetto di una scossa. Nel corso della II Guerra Mondiale moltissimi uomini, donne e giovani morirono perché credevano nel massimo ideale umano: la libertà. Oggi, la diamo per scontata. Per certi versi oggi siamo più schiavi di una volta eppure sembra che a (quasi) nessuno interessi davvero. Oggi, dinnanzi a un sopruso, se qualcuno si alza per controbattere viene abbandonato a se stesso. Oggi il popolo ha perso la sua capacità di abbattere perfino la tirannia della porta accanto. Se oggi un Victor Laszlo provasse a zittire i canti nazisti, resterebbe da solo e sarebbe subito arrestato. Non in quegli anni. Non al tempo di Casablanca dove si era disposti a tutto nel nome della libertà.
Casablanca, la scena della Marsigliese
Casablanca - Rick Blaine (Humprey Bogart) assiste all'inizio dei cori tedeschi
Casablanca - gli ufficiali cantano e fanno propaganda del Terzo Reich
Casablanca - il Capitano collaborazionista Louis Renault (Claude Rains)
Casablanca - Victor Laszlo (Paul Henreid) e Rick Blaine (Humprey Bogart)
Casablanca - una spenta Yvonne (Madeleine Lebeau) seduta al tavolo del "nemico"
Rocky III - Apollo (Carl Weathers) e Rocky (Sylvester Stallone)
Il campione è caduto. L'amore e l'amicizia lo rialzano. Sulle note di Gonna Fly Now, l'allenamento di Rocky con Apollo incarna la più autentica e genuina forza dell'uomo.
Un uomo sconfitto, ferito e incapace di risollevarsi. Un uomo avviato alla sconfitta ancora prima di tornare sul ring. L'ex-campione dei pesi massimi di pugilato, Rocky Balboa, si trova a un vicolo cieco nella sua carriera e nella sua vita. Ci vorrà l'intervento della sua amata moglie per sbloccarlo psicologicamente e la maestria del suo migliore amico per farlo tornare il dominatore del quadrato. Ritrovata dunque concentrazione e determinazione, ecco andare in scena l'allenamento più epico della saga sulle note di Gonna Fly Now (Bill Conti). Questo è quanto accadde in Rocky III (1982, di Sylvester Stallone).
Rocky Balboa (Sylvester Stalloene) è a terra. Lo sfidante numero uno Clubber Lang (Mr.T) gli ha inferto una pesantissima sconfitta per KO alla seconda ripresa. Poco prima della debacle, il suo storico allenatore, l'irascibile e paterno Mickey (Burgess Meredith), è morto. A provare a risollevare lo Stallone Italiano, una vecchia conoscenza dei guantoni, Apollo Creed (Carl Weathers). Si proprio lui, l'invincibile boxer cui Rocky strappò il titolo anni prima, è pronto a seppellire "il pugno" di guerra e aiutarlo per tornare a vincere. Rocky però ha un problema. E' spento. Combatte male. Ha perso quei famosi "occhi della tigre" che aveva ai tempi dei loro combattimenti.
Lanciata la sfida dunque, gli allenamenti di Rocky passano dalle strade di Philadelphia alla calda Los Angeles, ma in principio sembra tutto inutile. Rocky è ancora scombussolato. Si allena senza incisività. Non recepisce gli insegnamenti di Apollo e il suo storico secondo, Duke (Tony Burton). Nello sport, fisico e muscoli non sono mai sufficienti. C'è la testa a comandare tutto. La sua dolce metà allora, Adriana (Talia Shire), capisce che è arrivato quel momento. Dopo l'ennesimo flop di preparazione, affronta il marito sulla spiaggia tirandogli a forza fuori la verità. Rocky si sfoga e capisce. Rocky accetta le sue paure e si riconnette con la mente. Adesso Rocky è pronto per allenarsi sul serio insieme ad Apollo.
Rocky e Apollo ricominciano sulla sabbia, in un crescendo di sudore e sacrifici. Giorno dopo giorno, Rocky migliora in tutto. Velocità, tecnica e potenza. Apollo è sempre lì, fianco a fianco. A ispirargli costante fiducia c'è anche il burbero cognato Paulie (Burt Young), cui Rocky fa fare un memorabile volo in piscina suscitando la divertita ilarità della moglie e dell'amico pugile. La canzone Gonna Fly Now sale di tono fino a quando Rocky non riesce nell'impresa di superare nella corsa Apolo. La scena successiva è la forza dell'amicizia che trionfa. I due si abbracciano nell'acqua del mare. Adesso Rocky Balboa è pronto per riprendersi il titolo. Comunque vada però, ha già vinto contro i suoi demoni.
Troppo piccolo per ricordarmelo, ma comunque lo vidi al cinema Rocky III. Diverso fu il caso del successivo capitolo dove il pugile italo-americano sfidò il colosso sovietico Ivan Drago. Fu allora, durante quella visione sul grande schermo, che per la prima volta vidi alcune sequenze di questa epica corsa in spiaggia di Rocky e Apollo, nello scorrere della dolorosa ed epocale No Easy Way Out, dove Rocky ripensa a tutti i momenti vissuti con l'amico fraterno ormai deceduto. Quelle scene mi rimasero impresse e ancora oggi, quando scendo a correre sulla battigia, Gonna Fly Now in versione Rocky III è una canzone che non manca mai nella mia playlist ed è in grado di tirarmi fuori quelle energie che non penso di avere.
E' la vera canzone della riscossa. La Gonna Fly Now di Rocky III non teme rivali con altre versioni. Per il sottoscritto, nemmeno quella di Rocky II (1979, di Sylvester Stallone), iniziata baciando il proprio figlioletto in culla e conclusa circondato dai ragazzini in cima alla famosa scalinata. La grandezza di Rocky Balboa non è nelle vittorie. La sua vera forza, rivoluzionaria e ancora oggi controcorrente, è la capacità di cadere trovando la strada per rialzarsi e trionfare, supportato dagli affetti più autentici. Questa è l'anima di Rocky Balboa. Questa è la fiamma vittoriosa che alimenta Rocky (e Apollo) nel corso di Gonna Fly Now in Rocky III.
Rocky III, l'allenamento di Rocky e Apollo
Rocky III - Adriana (Talia Shire) e Rocky (Sylvester Stallone)
Rocky III - Rocky (Sylvester Stallone) e Apollo (Carl Weathers)
"Che bella faccia da cazzo. Non non ne ho mai viste così. Bravo, complimenti". Esordisce così, in pigiama, l'anziano Augusto Scribani (Vittorio Gassman), ospite poco gradito nella sua casa, ormai di proprietà della nuora Carla (Dominique Sanda), rivolgendosi a un illustre giacca e cravatta nel corso di una festa dell'alta società. Uscito da poco da una clinica psichiatrica, l'uomo non usa mezze parole. Un'immagine incubo per qualsiasi figlio all'idea di vedere il proprio genitore fargli fare una figuraccia davanti a ospiti altolocati. Una frase cult tratta dall'amaro Tolgo il disturbo (1990, di Dino Risi).
Due giganti della settima arte, Vittorio Gassman e Dino Risi, interprete e regista di tantissime pellicole, molte delle quali girate insieme. Tra le più importanti collaborazioni: I mostri (1963), In nome del popolo italiano (1971), Carò papà (1979) e anche il celeberrimo Profumo di donna (1971) con cui Gassman vinse David di Donatello (e anche Risi come miglio regista), Nastro d'argento e il premio come migliore interpretazione maschile al Festival di Cannes. Anni dopo uscì il remake americano Scent of Woman (1992, di Martin Brest) con protagonista Al Pacino che grazie a quella interpretazione vince il BAFTA come Migliore attore drammatico e l'Oscar come Migliore attore protagonista.
Troppe volte ci teniamo le opinioni dentro di noi, facendoci macerare finzioni e nevrosi interne. Dovremmo tutti (un po') imparare dalla lingua lunga di Augusto, ricordandoci che ogni sorriso bugiardo regalato al prossimo e/o frase non voluta, altro non è che un gesto di vigliaccheria e ipocrisia contro noi stessi e gli altri. Augusto Scribani sarà anche un "cane sciolto", eppure capace di stringere un tenero rapporto con la nipotina di nove anni Rosa (Valentina Holtkamp), la cui dolcezza arriverà a farle dire all'anziano parente, un poetico e struggente: "Ti prego nonno, non morire".
Una giusta causa - l'avvocato Ruth Bader Ginsburg (Felicity Jones)
Il mondo è pronto per il cambiamento, adesso bisogna modificare le leggi. Ruth Bader Ginsburg lo aveva capito e non smise mai di lottare per esso. Una giusta causa (2018, di Mimi Leder).
Ciao donna, mi rivolgo a te perché tu ti renda conto quanto ancora il mondo sia ingiusto nei tuoi confronti. La discriminazione è ovunque, dal posto di lavoro ai rapporti umani dove eguali comportamenti producono reazioni diverse se a compierle sono gli uomini. Esiste la discriminazione perfino sul significato delle parole come ci spiegò in modo sprezzante Paola Cortellesi durante la presentazione dei David di Donatello. Ciao donna, è finito il tempo delle concessioni perché è questo che tu hai sempre avuto. Invece no, il mondo ti spetta di diritto. Quel diritto che l'avvocato Ruth Bader Ginsburg non smise mai di combattere per farlo cambiare. Vedere questo film è imperativo, per donne e uomini. Una giusta causa (2018, di Mimi Leder).
Ruth Bader Ginsburg (Felicity Jones) è una brillante studentessa ammessa alla facoltà di legge di Harvard, dove da pochi anni hanno iniziato ad avere accesso anche le donne. Il clima però che si respira nel prestigioso istituto universitario, è aperto solo di facciata a cominciare dall'ipocrita rettore Erwin Griswold (Sam Waterston). Poco importa che Ruth sia lo studente più scaltro e preparato, i docenti scelgono sempre i colleghi maschi per chiedere le risposte. Nella medesima scuola è iscritto anche il marito, Marty (Armie Hammer), di tutt'altra mentalità e sempre pronto a sostenere la moglie a dispetto di una cultura ancora ed enormemente testosterogena.
Ottenuta entrambi la laurea, la coppia con già una figlia, Jane, si sposta a New York dove lui ha trovato lavoro. Opposta la situazione per Ruth. I suoi colloqui di lavoro sono al limite della farsa, sentendosi dare le risposte più assurde e a tratti anche offensive. Tutte scuse e/o pregiudizi per non assumerla. Stufa di sentirsi sbattere la porta in faccia, accetta l'insegnamento. La delusione però resta. Ora tocca a lei formare e lanciare le nuove menti per un cambiamento, com'è la figlia Jane (Cailee Spaeny) con cui ha spesso scontri. Quel cambiamento però di cui lei stessa voleva essere soldato in prima linea e non stratega nelle retrovie.
Un caso particolare di discriminazione ai danni di un uomo le arriva sotto il naso. Il sangue da avvocato inizia a ribollire. Ruth ha sempre e solo voluto fare l'avvocato, ed è tempo di dimostrarlo. Charles Moritz (Chrisl Mulkey) è uno scapolo che si è dovuto occupare della madre malata. Giustamente ha detratto le spese dell'assistenza, ma all'epoca era una prerogativa delle sole donne e il fisco ora gli chiede il conto. Lì nel mezzo però, c'è Ruth Bader Ginsburg che spalleggiata dalla sua personale eroina, l'avvocato Dorothy Kanyon (Kathy Bates) e al suo fianco in aula anche dal vecchio amico nonché capofila per i diritti civili Mel Wulf (Justin Theroux), si troverà a sfidare i suoi vecchi docenti, Preside e prof. Brown (Stephen Root), ingaggiati dal Governo degli Stati Uniti per venire a capo della faccenda.
Ruth Bader Ginsburg arriva alla Corte Suprema. Dovrà convincere tre giudici maschi che la legge è ingiusta. Dovrà farlo senza avere effettiva esperienza sul campo. Dovrà guardarli in faccia e argomentare in modo da spazzare via preconcetti e diffidenza. La sua battaglia potrebbe dare il via a una nuova pagina di Storia sociale. Una sua vittoria potrebbe spalancare certe porte fino ad allora neanche immaginate. Sono gli anni delle Contestazioni studentesche e una sua eventuale sconfitta però, potrebbe far perdere anni di battaglie alle donne. Ormai è tardi per tirarsi indietro. Ormai si può e si deve vincere. Il mondo è pronto per il cambiamento. Adesso è tempo di cambiare anche la Legge.
Donne, disuguaglianze e diritti delle donne. Non sono molti i film che hanno fatto di questo delicato e importante tema il centro della propria telecamera. Tutti (..) in apparenza dalla parte del gentil sesso ma nella prova decisiva della pratica, anche il grande schermo è una questione ancora molto e troppo maschile. Se le Suffragette (2015) di Sara Gavron hanno raccolto facili consensi grazie anche alla presenza dell'inossidabile Meryl Streep, in Italia è passato quasi sotto silenzio l'intenso Made in Dagenham (2010, di Nigel Cole) per di più storpiato nell'offensivo e imbarazzante We Want Sex.
Se poi, oltre al genere ci si mettesse anche il colore della pelle, come ne Il diritto di contare (2016, di Theodore Melfi) con protagoniste le brillanti Octavia Spencer, Taraji P. Henson e Janelle Monáe, allora la sfida è ancora più ardua. Nel cinema come nella vita reale la donna deve faticare di più dell'uomo: perché? Come dice il rampante e giovane avvocato Jim Bozart (Jack Reynor), "perché è nell'ordine delle cose ed è sempre stato così". Dunque perché cambiare? La stessa logica che avrebbe potuto mantenere la segregazione, la tortura e tutte quelle cose che al giorno d'oggi ci paiono medievali ma che al contrario, molte di esse sono più vive e vegete che mai.
Per tornare alla settima arte, basterebbe vedere poi quante donne abbiano conquistato l'ambita statuetta per il Miglior film e/o Miglior regia per tirare le somme su quanto machismo ancora imperversi a Hollywood e dintorni. Ben venga il movimento #MeToo, ma non si può aspettare uno scandalo per pretendere ciò che spetterebbe alle donne di diritto e non come concessione-reazione dopo un fatto. Bisognerebbe avere il coraggio di dirlo apertamente: nel 2019 le donne sono ancora tragicamente discriminate, e questo senza andare a scomodare fantomatiche e inesistenti nazioni di psicopatici. E' sufficiente guardare in casa nostra e dentro le mura domestiche.
In casa Ginsburg invece, a differenza dell'ipocrisia maschile MadeInDagenhamiana di casa O'Grady (dove la signora Rita è solo in apparenza spalleggiata dal marito), c'è un vero sostegno. Moglie e marito sono una grande squadra. Lei sostiene lui, lui sostiene lei. Questa dovrebbe essere la base di ogni civiltà. Questo dovrebbe essere l'abc di ogni nazione che è fatta dalle famiglie, ed è inutile sorprendersi se anni dopo i maschietti uccidono donne perché lasciati, se fin dalla nascita ci inculcano che noi uomini valiamo più delle donne. Si comincia dal basso. Si comincia dalla tenera età, quando i bambini hanno i giocattoli legati a professioni, le bambine alla cucina. Il mondo si cambia dalle radici.
Regista di celebri pellicole come The Peacemaker (1997, con George Clooney e Nicole Kidman),Deep Impact (1998 con Robert Duvall e Tea Leoni) e Un sogno per domani (2000, con Kevin Spacey ed Helen Hunt), questa volta Mimi Leder si affaccia alla cronaca della vita vera, portando sul grande schermo la storia di una Donna che negli Stati Uniti è più famosa dei rapper. Forte della sceneggiaturadi Daniel Stiepleman, il film è un assolo corale di parole e azioni. Una giusta causa (2018) va diritto alla mente delle persone, incidendo nel cuore la sacra fiamma della giustizia umana. Una giusta causa (2018, di Mimi Leder) è un costante richiamo al senso di giustizia che lotta per costruire una strada più equa dentro ciascuno di noi.
"Ehi coglione, baci tua madre con quella bocca?" inveisce Jane Ginsburg contro un rozzo operaio che si permette di sbeffeggiare lei e sua mamma con i classici epiteti sessuali. Jane ha in casa un modello femminile che combatte per le proprie cause. Jane è una giovane donna protagonista di un mondo in fermento e a cui vuole dare il proprio contributo. Generazioni unite si aiutano a vicenda. Generazioni di donne, uomini, studenti universitari e teenager imbracciano l'arma più pericolosa per una società: il cambiamento. Si deve sempre lottare per le giuste cause. Non bisogna mai smettere di lottare per una giusta causa. Una giusta causa (2018, di Mimi Leder), al cinema e nella vita di tutti i giorni.
Il trailer de Una giusta causa
Una giusta causa - Marty (Armie Hammer) e Ruth (Felicity Jones)
Una giusta causa - Ruth Bader Ginsburg (Felicity Jones) sui banchi di Harvard