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venerdì 12 luglio 2013

Venezia Gravity Cinema

Gravity (2013, di Alfonso Cuarón)
Gravity (2013, di Alfonso Cuarón con Sandra Bullock e George Clooney) aprirà  la 70. edizione del festival del cinema di Venezia nella sez. Fuori Concorso.

di Luca Ferrari, ferrariluca@hotmail.it
giornalista/fotoreporter – web writer 

Haifaa Al Mansour, presidente Giuria internazionale del Premio Venezia Opera Prima “Luigi De Laurentiis”. La giovane attrice palermitana Eva Riccobono, madrina delle serate di apertura e chiusura. Realizzato dal regista/illustratore Simone Massi, il nuovo manifesto ufficiale è un omaggio al cinema di Theo Anghelopulos e Federico Fellini. Per l’edizione 2013 sarà Ciak, il noto mensile specializzato diretto da Piera Detassis, a firmare il Daily ufficiale della rassegna insieme al city-magazine Venezia News.

Già annunciati da tempo il Leone d’Oro alla Carriera a William Friedkin e il presidente di giuria Bernardo Bertolucci, giorno dopo giorno, sono sempre più nitidi e delineati i connotati della 70° Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia (28 agosto – 7 settembre 2013), diretta da Alberto Barbera e organizzata dalla Biennale di Venezia presieduta da Paolo Baratta.

Presenza (quasi) fissa della laguna, dopo il trionfale bagno di folla insieme a Brad Pitt per l’apertura dell’edizione 2008 con Burn Aftre Reading di Joel Coen ed Ethan Coen, il due volte premio Oscar, George Clooney, è tornato l’anno successivo per L’uomo che fissa le capre (2009, di Gran Haslow), quindi l’ultima apparizione appena due anni fa per il politico Le Idi di Marzo, nella doppia veste di attore e regista. Ora è tempo di andare nello spazio.

E restando dietro la telecamera, come anticipato, quest’anno a Venezia ci sarà anche la prima regista donna dell’Arabia Saudita, Haifaa Al Mansour. Il successo dei suoi cortometraggi e dell’innovativo documentario Women Without Shadow (2005), ha influenzato una nuova onda di registi sauditi e ha posto la questione dell’apertura dei cinema nel suo paese sulle prime pagine. In Arabia Saudita il suo lavoro è insieme lodato e vilipeso per aver incoraggiato la discussione su tematiche tabù e per aver penetrato il muro di silenzio che circonda la vite segregate delle donne saudite.

Eva Riccobono, madrina delle serate di apertura e chiusura.
la regista saudita Haifaa Al Mansour

mercoledì 10 luglio 2013

Amy Adams, Lois Lane News

L'uomo d'acciaio - Lois Lane (Amy Adams)
Sprezzante del pericolo. Testarda. Competente. E' la Lois Lane "Snyderiana" de L'uomo d'acciaio, interpretata dalla bravissima Amy Adams.

“Mi viene il blocco dello scrittore se non uso un giubbotto antiproiettile. Si presenta così l'intrepida reporter Lois Lane (Amy Adams) durante l’ennesimo rischioso servizio, questa volta nell'inverno perenne dell’Artide dove i governi di Stati Uniti e Canada si stanno contendendo il diritto a recuperare un misterioso oggetto sepolto sotto gelide croste ghiacciate. 

Nella rilettura oscura di Superman prodotto da Christopher Nolan, L’uomo d’acciaio (2013, Man of Steel), il regista Zack Snyder affida il ruolo della giornalista Lois Lane a una delle attrici più eclettiche e sicure prossime premio Oscar, l’americana Amy Adams.

Lois è una tosta. Parla decisa. Non si fa intimorire dal marziale colonnello Nathan Hardy (Christopher Meloni). È mossa dal sacro fuoco della curiosità. Della notizia da svelare. E questo la porta a spingersi oltre. A rischiare oltre i limiti. Perché lo fa? Nobile sete di verità o più banale voglia di protagonismo? Il bordo spesso non si distingue. 

La manipolazione e la censura sono sempre in agguato. Le vere aquile bianche sono una specie in via d’estinzione o forse non sono davvero mai esistite. I veri reporter di guerra rischiano la vita. I buffoni della carta stampata alzano la voce ergendosi a chissà quali gigantesche autorità. Lo ripeteva sempre lo scafato reporter Simon (Richard Gere) durante la sua caccia (The Hunting Party, 2007, di Richard Shepard) al ricercato n. 1 del conflitto balcanico: Una vita in pericolo è una vita reale, il resto è solo televisione

Così, nell’entrare in una misteriosa caverna, l’intrepida Lois si ritrova attaccata da una strana creatura prima, quindi salvata da una ancor più particolare vedendogli  uscire raggi rossi dagli occhi. Poi più nulla. Svanito. Se la maggior parte delle persone si accontenterebbe di aver portato a casa la pellaccia, lei ovviamente no e inizia la ricerca. Scoprirà tutti i posti dove questo misterioso “salvatore” ha lavorato, compiendo talvolta azioni incredibili. La sua ricerca finisce sulla tomba del padre di lui, Jonathan (Kevin Costner). 

Lo scoop ce l’avrebbe ma non lo dice. Perry White (Laurence Fishburne), il suo capo del Daily Mail, capisce la sua reticenza e pur dicendoglielo chiaramente, la elogia per questo. Per qualcuno scelta incomprensibile, per altri logica conseguenza dettata da qualcosa di più profondo e importante dell’ennesima bomba da prima pagina.

Venuta a conoscenza dunque del perché Clark/Kal-El (Henry Cavill) abbia taciuto sulla propria appartenenza extra-terrestre, in Lois scatta qualcosa che le impedisce di pubblicare la verità. In modo analogo, in una delle scene più toccanti di Point Break (1991, di Katyryn Bigelow), è la profonda amicizia che lega l’agente speciale Jonny Utah (Keanu Reeves) al surfista super-ricercato rapinatore di banche Bodhi (Patrick Swayze) a far sì che la mira della sua pistola sia volontariamente spostata al momento della quasi-cattura, rinunciando così a fare il suo dovere in nome di qualcosa d'altro.

In dieci e più anni di ruoli la “vicentina” Amy Adams (è nata nella città del Palladio mentre il padre era in servizio per lo United States Army alla Caserma Ederle) non si è mai fatta intrappolare in ruoli da bella & dannata, fidanzatina d’America o simili.

Dall’ingenuità “apparecchiuta” di Brenda Strong, sedotta e abbandonata dal “sempre di fretta” Frank Abbagnale Jr. (Leonardo DiCaprio) in Prova a prendermi (2002, di Steven Spielberg) alla sognante atmosfera di Come d’incanto (2007, di Kevin Lima), Amy si è fatta le ossa tra Washington, Pakistan e Afghanistan in impeccabile tailleur insieme al deputato Charlie Wilson (Tom Hanks) nella sua Guerra (2007, di Mike Nichols) per fermare la minaccia sovietica, quindi si è reinventata scrittrice di ricette in Julie & Julia (2009, di Nora Ephron) a fianco di Meryl Streep

Si è calata nella vita di provincia insieme a Christian Bale e Mark Wahlberg, sfidando la madre-padrona-manager di boxe Alice Ward (Melissa Leo), indossando i ruvidi panni semi-succinto/sbandati di Charlene in The Fighter (2010, di David O’Russel), per entrare poi nella rigidità matronale di The Master (2012, di Paul Thomas Anderson), film presentato alla 69° edizione della Mostra del Cinema di Venezia. 

Infine donna di successo, maschiaccio sportivo e figlia abbandonata da un ruvido e introverso papà (Clint Eastwood), Amy Adams è la combattiva Mickey di Trouble with the Curve (2012, di Robert Lorenz). Adesso è arrivata l'ora di un nuovo importante ruolo. Si accomodi pure Miss Lane, c'è un nuovo inviato al giornale. Il suo nome è Clark Kent.

L'uomo d'acciaio - Kal-El (Henry Cavill) e Lois (Amy Adams)
The Fighter - Charlene (Amy Adams)
L'uomo d'acciaio - Lois Lane (Amy Adams)

venerdì 5 luglio 2013

Tutta la merda davanti

Pianeta Terra, paese inospitale in After Earth. Pianeta Terra, dilaniato da virus con mutazione della razza umana in famelici e incazzosi zombi in World War Z.

di Luca Ferrari

Che ne è stato di tutta quella “Virziana” vita davanti? Semplicemente non c’è. Non ci sarà. Per quelli che verranno dopo ci sarà sempre di meno e siffatte operette non saranno che ridicoli lineamenti oltre lo statico 36.0 di temperatura. Il Pianeta Terra ribollisce di plastica piantata ovunque fermentando ossa e carni di chi deve lasciare il posto controvoglia alle nuove "genesazioni". Tutta la storia evolutiva scorre in qualche minuto microchip mentre nessuno si occupi di chi sta morendo.

Una volta tanto voglio uscire dai confini del racconto cinematografico perché solo di recente mi sono imbattuto nella pellicola generazionale con protagonisti Elio Germano e Isabella Ragonese. E lo ammetto. Mi ha sorpreso in positivo. Specialmente perché non finisce lì. Con i titoli di coda, ma non voglio addentrarmi troppo nello specifico argomento perché mi riprometto di parlarne in modo più approfondito. 

Il film (2008) diretto da Paolo Virzì mi ha invece fatto da involontario ponte di collegamento tra due film appena usciti sul grande schermo di cui il primo, solo nel vedere padre e figlio Smith che fanno padre e figlio, mi ha subito provocato noia. Sull’opera con protagonista il salvatore Brad Pitt invece, non sto che raccogliendo commenti negativi con ciliegina sulla torta, la totale inutilità del 3D (svuotamento tasche spettatore a parte, s’intende). 

Se l’After Earth di M. Night Shyamalan (Il sesto senso, The Village) è stato scientificamente bypassato, diverso è il caso della Guerra Mondiale di Marc Foster (Monster’s Ball, Neverland, Quantum of Solace). Magari sarà l’atmosfera meno spaziale e più umana. Boh. Gusti personali a parte mi pare un’estate all’insegna dell’uomo mangia uomo (quale sarebbe la novità?) e dove il buon Superman stia giocando un ruolo decisamente secondario. Alla faccia che doveva ispirare l’umanità.

After Earth - In fuga si, ma dove?

lunedì 1 luglio 2013

La grande autocelebrazione

La grande bellezza - Ramona (Sabrina Ferilli)
Il Festival di Cannes chiama, Paolo Sorrentino risponde con Malickiano compiacimento. La grande bellezza (2013) stordisce fin da subito per l’eccessiva fotografia.
Vi vedo tutti. Vi vedete così. C’è il catalizzatore di attenzione. Ci sono gli eserciti di falliti che hanno bisogno di vendersi e mostrare. C’è la scelta estrema di chi ha deciso di non aver bisogno di nulla. Ci sono le costanti bandiere bianche. La grande bellezza (2013, di Paolo Sorrentino).

La morte colpisce quieta ma il sole continua a splendere e comunque c’è qualcosa da festeggiare. Si agitano tutti con sfrenato-composto asservimento. Ognuno con lo spazio che gli altri concedono. E solo pochi si possono permettere un riposante piatto di pasta e fagioli in compagnia di un amico, prendendosi il lusso di dormire in un vero letto.

Sorrentino (Le conseguenze dell'amore, Il Divo, This Must Be the Place) scava sopra lo spazio. Le intangibili gallerie dell’esclusività conducono all’ideale di un qualcosa per primo criticabile. Non c’è morale. Non c’è vera esistenza. Anche una corsa dal sapore domenicale si trasforma in un registratore dilatato a cui infondere la propria corroborante insicurezza di volgare rigetto.

E se Sabrina Ferilli (per una volta) accetta di essere una forma differente dalla Trastevere popolana, Serena Grandi gioca un po’ troppo con il proprio decadente (…) presente mentre Carlo Verdone è "Buyanamente" incollato all’eterna malinconia, e lì rimane. Emblema di quella Roma, Italia, Europa, Globo che cambia lasciando il campo. Ma non ci sarà nulla che virerà in meglio. E nessuno alza il muro della propria vera opinione. E nessuno scaccia la conveniente neutralità dal proprio aspetto.

L’uomo Jep (Toni Servillo) inizia ogni giorno a scrivere un diario ma arriva al massimo alla seconda pagina. Poi il teatro chiama, e i cliché chiedono spazio. Si fanno bruciare dalla luce riflessa e l’urlo scomposto dell’ennesimo alcolico trenino goliardicamente deragliato diventa il solo testamento che ciascuno si riserva di lasciare in eredità al mondo. Credendo che interessi poi a qualcuno. Non interessa a nessuno.

E mentre l’America cinematografica non smette di viziarci con supereroi improbabili (L’uomo d’acciaio), un po’ troppo pirateschi per essere realistici nativi (The Lone Ranger) o fascinosi salvatori da pandemie mondiali (World War Z), anche quell’Italia con meno confini, pur lanciandosi con alianti, paracaduti e costumi di regia, resta sempre lì. A sbirciare dalla serratura di una vita capace solo di produrre inquietanti rimpianti, buoni al massimo per qualche biografia collegialmente autorizzata.

L’utopia di una grande bellezza indottrina a scogli acuminati dove la lingua sbaciucchia semplicemente quello che non c’è. E non c’è. E non c’è. E la sola bellezza di cui qualcuno trova il tempo di godere è un’eredità che non si merita. Ci osserva giudicando il tutto inopportuno.

Troppo poco. Troppo molto.

La grande bellezza - Jep Gambardella (Toni Servillo)

giovedì 27 giugno 2013

FuoriScena, Destinazione Infinito

Dal cinema ai pennelli. Dai colori alle parole. Dal ticchettio dell’anima a uno sguardo rivolto oltre ogni confine. E poi ancora, davanti e dietro chissà quante e quali stelle dell’immaginazione. Le arti si uniscono in una romantica ascesa. 

Una passeggiata senza fine. Prendendo lezioni di volo da Mary Poppins e rimanendo composti come Forrest Gump. Fermandosi a gustarsi l’alba facendo colazione da Tiffany, campo base naturale prima di mettersi in marcia insieme al Signore degli Anelli. Senza rinnegare le proprie mani acuminate né la vendetta che ci ha lacerato l’anima rimbeccata da un Corvo giustiziere. Perché ciascuno di noi ha una missione da compiere. 

Magari qualcuno in nome di Dio come i Blues Brothers, altri solo per ritrovare se stessi attraversando Las Vegas tra paure e deliri, fermandosi nella quiete di Elizabethtown. Ma alla fine, all’inizio o durante la giornata, so già che il mio cielo sarà solcato da una una bicicletta con dentro una tenera creatura spielberghiana. E allora sorriderò. E allora ci incontreremo.

All’interno della XIV edizione di Maremetraggio (Trieste, 30 giugno – 6 luglio 2013), Festival Internazionale del Cortometraggio e delle Opere Prime, il disegno ritrae la celluloide. Fuoriscena, un progetto nato dall’incontro dell’artista e illustratore fiorentino Giovanni Manna (Premio Andersen 2003) e la scrittrice Laura Manaresi con la rivista online NewsCinema. Una mostra di 40 opere realizzate con la tecnica dell’acquarello in bianco e nero.

“NewsCinema ha avuto il piacere di incontrare casualmente Giovanni e Laura durante la scorsa edizione del Giffoni Film Festival e hanno avuto la straordinaria idea di unire l'arte dell'illustrazione al cinema” racconta Letizia Rogolino, Direttore Esecutivo della rivista, “FuoriScena vuole essere un modo di vedere i film del passato e del presente con nuovi occhi, secondo le suggestioni che una pellicola suscita in ogni spettatore. Le immagini e le parole di questi due artisti sono magiche. Uniche. NewsCinema le ospita da qualche mese all'interno della sua rubrica online, ma sono opere che hanno bisogno d'aria e di spazio, quindi speriamo che questo progetto possa diventare itinerante, partendo da Maremetraggio”.

Tra scene mai viste, dettagli nascosti, antefatti o finali alternativi con i celebri protagonisti a vivere situazioni e atmosfere parallele, poetiche, evocative o ironiche, FuoriScena omaggia il maestro del brivido Alfred Hitchcock con tre opere dedicate ad alcuni dei suoi più celebri film. Per gli amanti dei film orientali inltre,  una rivisitazione speciale de La Tigre e il Dragone e l’atmosfera mistica e trascendentale de Il Piccolo Buddha di Bernanrdo Bertolucci.

Fuoriscena, presso Galleria del Palazzo Tergesteo (piazza G. Verdi 2/d). Ingresso libero

Paura e delirio a Las Vegas

martedì 25 giugno 2013

Supermen, la dolce dittatura dell'uomo d’acciaio

L’uomo d’acciaio (2013, di Zack Snyder) - Superman (Henry Cavill)
L’uomo d’acciaio è venuto per salvare la plebe schiacciata dalla tirannia. Ma perché aspettare sempre il massimo esempio del singolo? 


Sono un fan dei supereroi cinematografici Marvel. Ho apprezzato (e apprezzo) il Dark Knight svolazzante oscuro di Christopher Nolan, quindi non dovrei stare qui a lanciarmi in piroette intellettuali sull'ultima avventura del neo-salvatore del Pianeta Terra, quel Kal-el/Clark Kent/Superman, L’uomo d’acciaio (Man of Steel, 2013, di Zack Snyder). 

Una delle frasi cult di questa pellicola, di cui non entro nei dettagli della storia perché ancora da viverla nel grande schermo, è pronunziata dal padre dell’eroe, Jor-El (Russel Crowe) che sentenzia in modo fiero: “Sarai un dio per loro. Darai loro un ideale per cui battersi. Si affretteranno a seguirti, vacilleranno, cadranno ma col tempo si uniranno a te nella Luce. Col tempo li aiuterai a compiere meraviglie”. 

Frasi d’indubbio effetto ma la storia del genere umano la conosciamo tutti.Superman sarà anche un’ispirazione come dice il saggio genitore, ma di fatto il popolo non ambirà mai a compiere imprese eccezionali perché tanto ci sarà sempre lui. Il suo augurio è nobile, ma la realtà è un’altra cosa. E dopo di lui ne verrà un altro a “illuminarci” (di qui il plurale del titolo, Supermen; se qualcuno pensava fosse un errore, non lo è). 

E quell’uno verrà presto collocato sull’altare degli intoccabili al limite (oltre?) della divinità. Troppo spesso la razza umana si cela nell’ombra lasciando al singolo l’onere e l’onore di compiere ogni ardita missione. Non senza fastidio mi chiedo allora, perché nell’anno 2013 siamo ancora spasimanti del despota illuminato?

E per assurdo, chi mi dice che un giorno il supereroe non diventerà un supercattivo? Dopo tutto è successo anche al cavaliere senza macchia, il procuratore distrettuale Harvey Dent trasformatosi in Due Facce. Chi mi garantisce che questo non potrà accadere anche ad altri esimi personaggi? I fumetti di Stan Lee? Si, è probabile però è troppo poco. 

Prima ancora dell'immaginazione, la fantasia è figlia della realtà. Non è un caso che dalle pagine Ridley-Scottiane del Gladiatore (2000), l’acuto senatore Gracco (Derek Jacobi), di fronte alla possibilità che l’Ispanico Massimo Decimo Meridio (Russel Crowe) liberasse Roma dal giogo sanguinario dell’Imperatore Commodo (Joaquin Phoenix), dica allarmato: “Non voglio barattare una tirannia per un’altra”.

venerdì 21 giugno 2013

Rock of Ages, rock ‘n’ roll forever

Rock of Ages - Sherrie (Julianne Houg) © Warner Bros. Pictures
Sesso, alcol, rock 'n' roll & capelli cotonati all’inverosimile. Dal musical di Broadway al grande schermo.  Rock of Ages (2012, di Adam Shankman).

di Luca Ferrari

Erano gli anni ’80 del rock targato Guns ‘n’ Roses, Poison, Twisted Sisters, Motley Crue. Nella wild Los Anegeles prende vita una tenera storia d’amore tra due giovani aspiranti rockers dal cuore d’oro, Drew (Diego Boneta) e Sherrie (Julianne Hough), quest’ultima appena arrivata nella città degli Angeli e subito assunta come cameriera al Bourbon Room.

Il locale è gestito dal proprietario Dennis Dupree (Alec Baldwin) e il suo braccio destro Lonny (Russell Brand), tappa obbligata per gli amanti del genere in stile Rainbow (celebre locale immortalato anche nel video Estranged dei GnR). Attorno ai due giovani si muovono una serie di assurdi personaggi a cominciare dalla (finta) moralista Patricia Whitmore (Catherine Zeta-Jones), moglie del primo cittadino di L.A. (Bryan Cranston) e decisa a combattere in nome di Dio il rock "satanico", e in particolare Stacee Jaxx (ennesima strepitosa trasformazione di Tom Cruise dopo il fenomenale Les Grossman di Tropic Thunder).

Il regista Adam Shankman (The Wedding Planner, Hairspray) porta sul grande schermo l'ominimo musical Rock of Ages.

Questi, a metà strada tra Axl Rose e Jim Morrison, è sempre circondato da donne, whisky, la scimmia Hey Man e l’onnipresente manager Paul Gill (Paul Giamatti) la cui collaborazione però finirà nel peggiore dei modi, con il rocker che gli urina letteralmente sulle scarpe.

Rock of Ages
ha il grande merito di mostrare come l’industria musicale abbia affossato un genere in nome di boy band da quattro soldi, producendo spazzatura come non si era mai vista prima e lasciando ad artisti già affermati il compito di portare avanti il sacro fuoco del rock.

Messo sotto contratto il giovane Drew dopo avergli visto cantare I wanna rock (celebre hit dei Twisted Sister), per imposizione della casa discografica Bill gli cambia brutalmente lo stile (e il sound) rendendolo una marionetta di playback con abiti hip pop. La riscossa del rock però è pronta a partire. E sarà ancora una volta il vecchio Bourbon Room, lì lì per chiudere, il teatro perfetto. "Il rock è morto", lo sbeffeggia Bill ma Hey Man non gradisce e gli tira un pugno in faccia.

Colonna sonora da urlo e Tom Cruise/Stacee Jacks a cantare l’immortale Wanted Dead or Alive dei Bon Jovi per raccontarsi/spiegarsi alla giornalista di Rolling Stone, Constance Sack (Malin Akerman). Piaccia o non piaccia Rock of Ages, che si abbia vissuto o meno l’epoca del hair metal, sweet rock o glam rock che sia come fu etichettato il genere di quelle band, una cosa è indubbia. Un’ondata di fottutissismo rock and roll vi travolgerà.

E questo è solo ciò che conta. Rock and roll for ever!

Rock of Ages, Stacee Jaxx canta Wanted Dead or Alive

Rock of Ages (2012, di Adam Shankman)
Rock of Ages - Hey Man e Drew (Diego Boneta)
Rock of Ages - Stacee Jaxx (Tom Cruise) e la giornalista Constance Sack (Malin Akerman)
Rock of Ages - Sherrie (Julianne Hough) e Drew (Diego Boneta)
Rock of Ages - Stacee Jaxx (Tom Cruise) e il produttore Paul Gill (Paul Giamatti)
Rock of Ages - la danza anti rock/Jaxx capitanata da Patricia Whitmore (Catherine Zeta Jones)
Rock of Ages - (da sx ) Patricia (Catherine Zeta Jones) e Lonny (Russell Brand)

mercoledì 19 giugno 2013

Nicole Grimaudo per UNHCR Italia

(da sx) Nicole Grimaudo, rifugiati
“In un minuto una famiglia può perdere tutto". L'attrice Nicole Grimaudo sostiene la Giornata Mondiale del Rifugiato.
In occasione della Giornata Mondiale del Rifugiato (20 giugno), l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) ha lanciato la campagna 1 family che pone l’attenzione sull’impatto devastante che guerre e persecuzioni hanno sulle famiglie raccogliendo videomessaggi. Gente comune fatta di mamme, figli e papà. 

E sono molte le celebrità internazionali che hanno risposto all’appello, lasciando il proprio messaggio nella pagina della campagna per sensibilizzare il mondo su questa sordida forma di annientamento umano. Oltre a Nicole, la cantautrice keniota Maia Von Lekow, il cantante ecuadoregno Juan Fernando Velasco, lo scrittore Khaled Hosseini (autore del best-seller mondiale Il cacciatore di aquiloni), da cui è stato tratto anche l'omonimo film (2007, di Marc Forster).

Altri personaggi che hanno appoggiato la campagna, la star americana di musica country Lady Antebellum, il leggendario cantante latinoamericano  Juanes, la top model internazionale e Ambasciatrice di Buona Volontà dell’UNHCR, Alek Wek, la cantante classica e Ambasciatrice Onoraria a vita di Buona Volontà dell’UNHCR, Barbara Hendricks, l’attore uruguayano Osvaldo Laport, i conduttori televisivi Tony Hung (a Hong Kong) e Jesus Vazquez (spagnolo).

Cinema e diritti umani. Non sono molte le pellicole con nomi altisonanti capaci di portare sul grande schermo simili tematiche. Dieci anni fa sbarcava sul grande schermo Beyond Borders – Amore senza confini (2003, di Martin Campbell) con Angelina Jolie e Clive Owen, dove una donna interpretata dalla premio Oscar per Ragazze interrotte (1999) intraprendeva la strada dell’impegno umanitario, cosa che la stessa Jolie ha fatto nella sua vita privata diventando portavoce dell’UNHCR. 

E se alla 69° edizione della Mostra del Cinema di Venezia, sez. Eventi Collaterali, venne presentato il documentario Mare Chiuso (2012, di Andrea Segre e Stefano Liberti) per un viaggio tra le tende dei campi profughi, oggi è Nicole Grimaudo (Baarìa, Mine vaganti, All'ultima spiaggia) a scendere in campo per chi non ha nulla.

Non solo un messaggio di solidarietà e sensibilizzazione, l’attrice siciliana ha partecipato anche alla  campagna Tu cosa porteresti? nella quale l'UNHCR invita il pubblico a riflettere sulle difficili scelte che le persone in fuga sono costrette a fare nel corso della loro vita in cerca di protezione.

Spesso donne, uomini e bambini hanno un solo minuto per decidere di mettersi in salvo e lasciarsi tutto alle spalle, la propria casa, la propria terra. L'UNHCR (@UNHCRItalia) invita i suoi follower su Twitter a inviare una foto mostrando quale sarebbe l'oggetto più importante che porterebbero se fossero costretti a fuggire, utilizzando l'hashtag #1family".

“Se dovessi lasciare la mia casa e separarmi dalla mia famiglia per colpa di una guerra vorrei che il mondo sapesse quale dolore si prova, vorrei che il mondo ne fosse a conoscenza. Il nostro compito è quello di essere il megafono di chi ha la voce ma non può gridare, perché vivere e crescere con la propria famiglia nella propria terra è un diritto” Nicole Grimaudo

E tu cosa porteresti? ... Buon giorno sig. chissà chi sei. Non abbiamo ancora fatto molto per il mondo. In pochi giorni le bombe sotterranee non si smuoveranno, ma tutto quello che accadrà oggi è importante. In un posto privo di carta da parati o risaie anticipate, quel pensiero fumoso ideato da una finta indigestione sarà un acuto desiderio di veder sorgere il sole. Scrivimi appena arrivi alla tua verità. Quel mezzo di trasporto non è stato che una sedia non seduta. 

Nessuno arriva fino a quel punto solo per farsi fotografare tra i morenti o per scoprire che la propria eredità deve scegliere tra un dito e un biberon. Nella cialtroneria del mio viscerale egoismo insisto nel vedere una differenza tra un fucile e un cuore di pezza. I confini della propria esperienza hanno reso per troppo tempo ogni obiettivo un sanguinolento ingombro forzato d’indifferenza. Non esistono promesse impossibili da mantenere. 

The Human Beings Are Coming…

UNHCR
Karenni refugees from Myanmar in Ban Mae Nai Soi camp, Thailandia © UNHCR / R. Arnold

martedì 18 giugno 2013

Serse Erdogan, la cancellazione della rivolta

300 - la furia di Serse (Rodrigo Santoro)
"Fammi indovinare, tu devi essere Serse (Erdogan)". Dal passato alla sanguinosa realtà di piazza Taksim, con tappa nella cine-graphic novel 300

Sulle sponde greche delle Termopili così come in terra turca di Istanbul, un dittatore vuole cancellare le prove della ribellione di una minoranza. Allora come oggi, una nuova era è appena cominciata. Allora come oggi i pochi non intendono accettare di venire spazzati dalla furia di un malvagio. Allora come oggi il mondo potrà anche ignorarli, ma nessuno impedirà alle parole di passare di bocca in bocca.

300 (di Zack Snyder) – I persiani sono sbarcati in Grecia, l’ultimo avamposto prima di conquistare l’Europa. Il primo round lo hanno vinto i padroni di casa. Ecco allora il dio-re Serse (Rodrigo Santoro) incontrare il sovrano spartano Leonida (Gerard Butler). La sua offerta è generosa quanto servile, ma quando il prode guerriero ellenico rifiuta, non senza un po’ d’ironia, la replica del dittatore è spietata.

“Vedi, massacrare tutti quegli uomini delle tue armate mi ha procurato un fastidioso crampo alla gamba e inginocchiarmi è piuttosto arduo” spiega il possente greco. 

“Non ci sarà alcuna gloria nel tuo sacrificio” replica sprezzante Serse, facendo così venire a galla tutta la sua vera natura dispotica e lanciando la più spietata delle minacce, “presto cancellerò perfino il ricordo di Sparta dagli annali, ogni pergamena scritta dai Greci verrà bruciata. A ogni storico greco, a ogni scriba verranno cavati gli occhi e la lingua sarà loro mozzata. Chiunque evocherà il solo nome di Sparta o di Leonida sarà punibile con la morte. Il mondo non saprà mai che siete esistiti, Leonida”. 

Un uomo saggio cederebbe. Un uomo saggio si sacrificherebbe per il bene della propria terra e delle sue genti. Leonida non si tira certo indietro dal suo dovere/destino, e proprio per questo le sue parole sono uno strale contro qualsiasi forza bruta. “Il mondo saprà che degli uomini liberi si sono opposti a un tiranno, che pochi si sono opposti a molti e prima che questa battaglia sia finita che persino un dio-re può sanguinare”.

Quello che Serse avrebbe voluto fare, il primo ministro turco Recep Erdogan ha fatto. Ha mandato la sua polizia nella notte dentro la piazza con idranti. Ha disperso tutti i pacifici manifestanti con potenti getti d’acqua (mescolata a qualcosa d'altro pare). Ha autorizzato la forza bruta anche contro famiglie, con bambini piccoli che si sono persi e ora i genitori ne sono alla disperata ricerca. E una volta spariti tutti, l’ordine è stato perentorio. Spazzare via tutto. Cancellare ogni traccia della protesta. Non deve essere mai esistita. Non vi deve rimanere nessun frammento.

“Oggi, nel 2013, il mondo sa già che cittadini coraggiosi si stanno opponendo a un tiranno e presto anche la tua pistola diventerà un miserevole ricordo nell’immenso museo degli orrori della razza umana”.

300 - Leonida (Gerard Butler)
300 - Leonida (Gerard Butler)

lunedì 17 giugno 2013

Best If Used By Aemilia Scott

Best If Used BY (2013, di A. Scott)
Alla IX edizione del Lago Film Fest (19-27 luglio) c’è anche il cinema d’oltreoceano con l’anteprima nazionale del cortometraggio americano Best if Used By della talentuosa attrice e autrice comico-satirica di Chicago, Aemilia Scott.

Una favola sull’amore e la morte. A metà strada tra Tim Burton e Alfred Hitchcock, un ispirato e penetrante viaggio sull'elaborazione del lutto. Best If Used By (2013, di Aemilia Scott). Dopo aver toccato i festival internazionali di Clermont Ferrand, Seattle, Rhode Island e Palm Springs, aggiudicandosi il premio BAFTA all'Aspen ShortsFest, il cortometraggio è pronto a sbarcare anche in Italia al Lago Film Fest di Revine Lago (Tv). Best If Used By illustra l’insolita strategia adottata da una donna per alleviare la propria perdita: rinchiudere il cadavere dell’amato nella cella frigorifera di un supermercato e così sottrarlo per sempre al decadimento fisico. Alla sua prima opera da regista, l’affermata autrice comico-satirica di show radiofonici (collaboratrice di Michael McCarthy all'acclamato sketch-show Q101's Morning Fix e protagonista del Big News Chicago) nonché editorialista per l’ Huffington Post, è pronta a conquistare il Belpaese in qualità di giurata del concorso internazionale del festival trevigiano portando con sé la sua versione cinematografica dell’amore.

venerdì 14 giugno 2013

David di Donatello, vincono i giovani venuti al mondo

David di Donatello
Oggi è di scena la premiazione della 58ª edizione dei David di Donatello, i premi cinematografici italiani.

di Luca Ferrari, ferrariluca@hotmail.it
giornalista/fororeporter – web writer

I film con il maggior numero di nomination sono stati Diaz - Don't Clean Up This Blood e La migliore offerta di Giuseppe Tornatore, entrambe con 13 candidature. Non mi lancerò nella pubblicazione di tutte le categorie, ma mi limiterò alla segnalazione delle opere/protagonisti che mi auguro possano trionfare:
  • Miglior film: Diaz - Don't Clean Up This Blood (di Daniele Vicari)
  • Miglior regista: Daniele Vicari (Diaz - Don't Clean Up This Blood)
  • Migliore attrice protagonista: Jasmine Trinca (Un giorno devi andare)
  • Migliore attrice non protagonista: Maya Sansa (Bella addormentata)
  • Migliore attore non protagonista: Claudio Santamaria (Diaz – Don't Clean Up This Blood)
  • Miglior film dell'Unione Europea: Skyfall (2012, di Sam Mendes)
  • Miglior film straniero: Il lato positivo (di David O. Russell)

La considerazione migliore però è tutta per i consumatori di cinema. Tra i vari premi c’e n’è anche uno le cui nomination sono arrivate dai voti di 6.000 giovani, il David Giovani per l'appunto. Nel quintetto dei candidati ci sono La migliore offerta di Giuseppe Tornatore, Il principe abusivo di Alessandro Siani, Una famiglia perfetta di Paolo Genovese, Viva l'Italia di Massimiliano Bruno e Venuto al mondo di Sergio Castellitto

Quest’ultimo, forte di un cast internazionale (Emile Hirsch, il premio Oscar Penelope Cruz e il regista stesso) riapre la pagina dimenticata della guerra dei Balcani, entrando nel cuore della Sarajevo assediata, gli spari dei cecchini sulla popolazione civile, la violenza sulle delle donne bosniache stuprate dalle milizie paramilitari serbe. 

Temi dolorosi e di costante attualità. Ecco, pensare che i giovani che non erano ancora nati o avevano al massimo pochissimi anni quando l’ex-Jugoslavia precipitò nella follia genocida, abbiano votato la suddetta pellicola lascia emergere una sensibilità a certoi problemi che troppi paesi della UE, Italia inclusa, sembrano aver abilmente e in modo conveniente dimenticato.

 Venuto al mondo - Gemma (Penelope Cruz) e il figlio Pietro (Pietro Castellitto)

mercoledì 5 giugno 2013

Moneyball, voglio che valga qualcosa

Moneyball - L'arte di vincere, il manager Billy Beane (Brad Pitt)
C’è chi molla. C’è chi è stufo di vedere le pareti di un muro e giorno dopo giorno assistere al costante inventario da parte del gregge su leggi predefinite.

di Luca Ferrari

“Non lavoro per un record. Se non vinciamo l’ultima partita della finale, ci butteranno via. Conosco questa gente. Ci cancelleranno” sentenzia il General Manager degli Oakland Athletics, Billy Beane (Brad Pitt) al giovane Peter Brand (Jonah Hill), “Tutto quello che abbiamo fatto qui non conterà niente. Chiunque altro vincerà le World Series, buon per lui, berranno champagne e s’infileranno l’anello. Ma se vinciamo noi. Col nostro budget e questa squadra, cambieremo questa sport. Ed è quello che voglio. Voglio che valga qualcosa”.

Basato sul libro Moneyball: The Art of Winning an Unfair Game di Michael Lewis, il regista Bennett Miller dirige Moneyball (2011) – L’arte di vincere. Insieme ai due attori sopracitati, c'è anche Philip Seymour-Hoffman (già con Miller in Truman Capote - A sangue Freddo), nella parte dell'ellenatore Art Howe. 

Consigliato a chi vuole qualcosa di più del raggiungere un risultato. Consigliato a chi vuole cambiare il corso di una storia fregandosene di ciò che è stato fino a oggi, e lanciando la propria strada evolutiva contro lo status quo vigente.

“So che stai prendendo bastonate da tutti ma il primo che attraversa il muro è sempre insanguinato. Sempre” dice John W. Henry (Arliss Howard), proprietario dei Boston Red Sox, a Billy “Si sentono minacciati. Non è solo un modo di fare affari. Nella loro mente è una minaccia per tutto lo sport, ma in realtà è una minaccia per la loro sussistenza, per il loro lavoro. Una minaccia per il modo in cui fanno le cose. E ogni volta che questo succede, sia un governo, siano affari o qualunque altra cosa, le persone che tengono le redini, vanno fuori di testa”.

Guarda il trailer di Moneyball - L'arte di vincere

Moneyball - il coach Art Howe (Philip Seymour Hoffman)
Moneyball (2011) - Peter Brand (Jonah Hill )
Moneyball (2011) - John W. Henry (Arliss Howard )

martedì 4 giugno 2013

Kick-Ass 2, fatevi sotto brutti stronzi

Kick-Ass 2 (2013 di Jeff Wadlow)
“Quattro aggressori. Nessuna via di fuga. Non mi serve passare i prossimi quattro anni della mia vita a capire chi sono. Perché lo so già. Sono Hit-Girl”, parola di Mindy Macready (Chloë Grace Moretz; la Carolyne lupina di Dark Shadows, 2012). Un piccolo nugolo di eroi pronti a vendicarsi e salvare la città. In città è tempo di menare le mani. Ai giovani nuovi supereroi si stanno per unire nuovi alleati, è tempo allora di Kick-Ass 2 (2013 di Jeff Wadlow).

E lì dove il colonnello Stars and Stripes (Jim Carrey) e lo stesso Dave Kick-Ass (Aaron Taylor-Johnson) falliscono, toccherà alla giovane eroina insieme a nuovi amici far capire al mondo che sarà il Bene a trionfare. Appuntamento sul grande schermo venerdì 16 agosto con Kick-Ass 2, regia di Jeff Wadlow che ha raccolto il testimone da Matthew Vaughn dopo l’esordio cinematografico (2010) ispirato all’omonimo fumetto ideato da Mark Millar e disegnato da John Romita Jr.

Più che le improbabili Alice Abernathy o Lara Croft, la teen Hit-Girl incarna inquietudini adolescenziali, capacità di vincere le sfide da sola e allo stesso tempo il non chiudersi nella solitudine, ma l’intelligenza di sapersi unire in un gruppo con un fine comune. Un insieme di qualità che la renderanno forte oltre ogni limite. Fatevi sotto brutti stronzi, dice arrabbiata in cima a un camion Mandy. Ecco appunto, questo vale anche per tutti voi che avete intenzioni malsane.

lunedì 3 giugno 2013

Angry Dark Thor

Thor: The Dark World - il possente Thor (Chris Hemsworth)
Il trailer di Thor: The Dark World (2013, di Alan Taylor) sta già facendo impazzire i fan. Ma il reietto Loki si alleerà davvero col fratellastro Thor?


“Alcuni credono che prima dell’Universo ci fosse il nulla. Ma sbagliano. C’era l’Oscurità. Ed è sopravvissuta”. A impresa conclusa insieme ai colleghi Avengers, il dio del tuono Thor (Chris Hemsworth) faceva ritorno ad Asgard insieme al prezioso (e pericoloso) Tesseract e il fratello Loki (Tom Hiddleston), ammanettato e pronto per essere consegnato alla giustizia.

Un anno dopo una nuova sfida attende l’ex-esiliato spaccone, ora valoroso e saggio e alle prese con la ferocia distruttiva di un’anticha razza guidata da Malekith (Christopher Eccleston). In questa nuova avventura Marvel, Thor: The Dark World (2013, di Alan Taylor), non sarà lui a combattere in trasferta, ma l’amata astrofisica Jane Foster (Natalie Portman).

E se nemmeno l’intervento di Odino (Anthony Hopkins) riuscirà a sistemare le cose, a mali estremi, estremi rimedi. Una volta “qualcuno”, rivolgendosi al capo dello SHIELD, Nick Fury (Samuel L. Jackson), disse: “Devi essere molto disperato per rivolgerti a creature smarrite (Hulk, Thor, Iron Man, Captain America, ndr) come loro”. 

Cambia il dirimpettaio ma non la sostanza. “Devi essere veramente molto disperato per chiedermi aiuto” sibila il detenuto semi-divino Loki. “Sappi che se dovessi tradirmi” replica deciso il fratello Thor, senza alcuna voglia di scherzare, “io ti ucciderò”. Ancora due sole parole da parte di Loki che sanno di alleanza. Di promessa.  

Quando cominciamo? Una sfida, si. Ma a chi?

Thor e Loki a confronto...

Thor: The Dark World - la risata beffartda di Loki (Tom Hiddleston)
Thor: The Dark World (2013, di Alan Taylor)

sabato 1 giugno 2013

Gatsby, il grande sogno di Baz Luhrmann

Il grande Gatsby - Nick (Tobey Maguire) e John (Leonardo DiCaprio)
Tra carbone, macchine da scrivere e whisky, il giovane e inesperto Nick (Tobey Maguire) arriva nella Grande Mela dove incontrerà John Gatsby (Leonardo DiCaprio). 


Un moderno romantico nell’era dell’escalation di Wall Street. Non va a vivere in una catapecchia di qualche quartiere di artisti. Per mantenersi lavora anch’esso in Borsa e viene introdotto nell’alta società (…) dall’amico Tom Buchanan (Joel Edgerton) sposato con la cugina Daisy (Carey Mulligan). 

A fianco della sua casetta di Long Island c’è un palazzo dove si tengono feste incredibili. Il proprietario è un misterioso e affascinante giovane. Il suo nome è Jay Gatsby (Leonardo DiCaprio). Il regista australiano Baz Luhrmann traduce in spettacolose (e tridimensionali) immagini da grande schermo l'omonimo romanzo di Francis Scott Fitzgerald, Il grande Gatsby.

“Il film racchiude il sogno di Gatsby ma anche la sua intima solitudine malgrado le sfarzose feste e la sua speranza. Una tenace e incrollabile speranza di realizzare qualcosa che alla fine non c'è. Realizzare la storia d’amore interrotta con Daisy” racconta Luisa Galati, “I sogni stessi diventano solitudine. Il contrasto tra la società degli anni ‘20 così volubile e borghese e l'autenticità del protagonista delineano questo eroe novecentesco, e Luhrmann sa renderlo attuale anche grazie al mix di generi e atmosfere diversissime. Da Bryan Ferry a Lana Del Rey, da George Gershwin a Beyoncé Knowles

È proprio quest'ultima a interpretare il pezzo più toccante dell'intera colonna sonora insieme all'André 3000 degli Outkast: la malinconica cover di Back to Black di Amy Winehouse, con Jay Gatsby, entrambi vittime di un sogno sfuggente. Baz Luhrmann non delude. Un manifesto alla bellezza e all'arte”.

Tradimenti e affari. Gatsby incarna al meglio l’uomo che tutti vorrebbero dire di poter conoscere. Ne sfruttano la maestosità, ignorando per convenienza quale sia la sua vera identità. E quando le cose si mettono male è solo l’amico Nick a ricordarlo. A piangerlo al funerale. 

Nick è leale. Non si vende alla golfista snob Jordan Baker (Elizabeth Debicki). Forse è rimasto all’angolo facendo fare agli altri la vita reale, lui d’altronde si dice un osservatore casuale della strada ma oggi è lui a guardarsi in quella strada. Sopra la strada. Sfrecciando sulla strada. Fino a un passo dal perdere la voglia di un’ulteriore remata verso quella luce che alimenta la speranza.

Gatsby per certi versi rappresenta la vita che ognuno sogna di poter fare ma che alla fine non fa. Per scelta. Per paura. Per opportunismo. Lui però non è un cinico Tyler né un avido Gordon. È rimasto schiacciato nel suo originario “peterpanesco” desiderio d’amore. 

Quello che nemmeno la guerra gli ha strappato via. Ha voluto cambiare il mondo attorno a sé per trasformare i sogni in realtà, ma  nel frattempo anche il resto del mondo si è modificato. E quando anche per Gatsby il possibile diventa impossibile, nemmeno un estremo sacrificio potrà impedire che anche la più cieca speranza risenta del disgusto di questi nuovi miraggi fatti di carne, compromessi e finestre aperte con vista giardino. E nulla di più. E nulla eternamente di più.

Il grande incorruttibile sogno di Baz Luhrmann invece è qui. Adesso. Di qui all'eternità.

Il grande Gatsby - Nick (Tobey Maguire
Il grande Gatsby - Daisy (Carey Mulligan) e John (Leonardo DiCaprio)