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venerdì 19 maggio 2023

Bad Boys, la vera storia dei mitici Detroit Pistons

Bad Boys (2014, di Zak Levitt)

I formidabili Detroit Pistons, bicampioni NBA 1989 e 1990. Gli unici capaci di battere Bird, Magic e Jordan. ESPN ci racconta la loro ascesa su Disney+ nel documentario Bad Boys.

di Luca Ferrari

"Quando si aprono i libri di storia, non c'è modo di non vederli. Molte persone chiamano quello il periodo d'oro dell'NBA. Magic Johnson, Larry Bird, Michael Jordan tutti nell'NBA nello stesso momento. E per due anni splendenti, c'era una squadra che era una squadra da una città improbabile con il cast più improbabile che ha interrotto la festa glamour che stava avvenendo nell'NBA in quegli anni. E l'hanno fatto in un modo duro che metteva le squadre a disagio. ". In sintesi, i leggendari Detroit Pistons, raccontati nel documentario Bad Boys (2014, di Zak Levitt) per ESPN 30 for 30, disponibile in streaming online su Dinsey+.

Controcorrenti e spacca-forti. Per questo, ancora più meritevoli per ciò che hanno fatto. La loro storia è quella di molto di noi: passione, ostacoli e tanto sudore. Per capire questa squadra bisogna conoscere i suoi giocatori. Il documentario inizia agli antipodi, quando i Pistons sono una delle tante franchigie dell'NBA senza nessun reale obiettivo, meno che meno i playoff. Per vincere servono tre cose: grandi giocatori, un allenatore capace di valorizzarli e un general manager che metta queste componenti insieme. Nel giro di una decade tutto ciò è avvenuto, cominciando proprio dal nuovo GM Jack McCloskey. Forte di una seconda scelta al draft del 1981, prese Isiah Thomas, fresco del titolo NCAA per l'Università di Indiana. Insieme a lui, arriva da Seattle Vinnie Johnson. La rivoluzione è cominciata e l'inizio è dirompente. Thomas segna 31 punti nella prima partita e alla seconda, eccolo nella sua città natale, Chicago. Anche lì una super performance da 28 punti e vittoria.

Terzo pezzo del puzzle, un ragazzone di 211 cresciuto anch'esso a Chicago, Bill Laimbeer, in quel momento ai Cleveland Cavaliers, sbarcato a Detroit un anno dopo Thomas. Passano due anni e alla guida della squadra arriva l'uomo del cambiamento, Chuck Daly. I risultati galoppano. I Pistons conquistano i playoff. Al primo turno contro i Knicks, Thomas lascia il segno. Nella decisiva gara 5, segna 16 punti in 94 secondi. Qualcosa di unico. "I Pistons persero ai supplementari ma l'NBA fu avvisata". Fermati dagli eterni rivali Celtics nell'85, la stagione successiva vede un ulteriore step di rafforzamento. Due giocatori che saranno fondamentali per i futuri successi: il mite Joe Dumars e il possente Rick Mahorn. Il finale però è amaro e si esce subito ai playoff.

Il 1987 è l'anno della svolta. L'anno del cambiamento. L'anno del "noi contro il mondo". L'origine dei Bad Boys. All'inizio della stagione '87 l'asticella qualitativa si alza ancora grazie ad Adrian Dantley, navigata ala piccola proveniente dagli Utah Jazz. Insieme a questi, gli innesti di due ragazzi diversi da chiunque altro nella squadra, John Salley e Dennis Rodman, quest'ultimo definito "rimbalzista dall'incredibile ferocia". I Pistons devono segnare di più e migliorare la difesa. Quest'ultima in particolare, diventerà il loro marchio di fabbrica. La squadra inizia a volare. 52 vittorie, prime due serie consecutive vinte ai playoff e per la prima volta arrivano alle finali di Conference dove ad attenderli ci sono i Boston Celtics. In un mix di freschezza e maturità, la squadra è finalmente pronta a fare il definitivo salto di qualità.

In quella serie succede di tutto e le telecamere di ESPN non lesinano dettagli. Laimbeer Bird hanno un violento scontro in gara 3 (fallaccio del primo, reazione con schiaffone e palla lanciatagli contro del secondo) che finirà con l'espulsione di entrambi. Sul punteggio di 2 pari, a Boston, i Pistons stanno per fare il colpaccio nonostante un violento KO di Parish ai danni di Laimbeer, questa volta senza conseguenze. A un passo dal baratro, gli esperti Celtics risorgono grazie a un prodigioso recupero di Bird a 5 secondi dalla fine, e tornano in vantaggio di 1. La serie finirà con due risultati: l'ennesima finale per Boston (poi sconfitti dai Lakers) e un infelice commento a caldo di un inesperto Rodman ai danni del mito Larry (tanta attenzione solo perché è bianco). Si scatena l'inferno mediatico. Isiah gli viene in soccorso. Viene anche organizzata una conferenza stampa congiunta Bird/Thomas ma la situazione per i Pistons non migliora, anzi. Da lì, diventano i "nuovi cattivi"... se non peggio.

Qualcosa inizia a cambiare, dentro e fuori la squadra. Perché i "fallosissimi" Pistons fino all'anno prima erano tollerati e adesso d'improvviso tutti li odiano? La risposta è semplice. Perché hanno iniziato fare sul serio. Vogliono essere i migliori e cosa ancor più grave, bloccano le ambizioni della nuova stella dell'NBA, Michael Jordan. "Ci chiamarono delinquenti" ricorda amareggiato Isiah, "Ci sono due modi per reagire agli stereotipi: se non li usiamo a nostro vantaggio, possono esserci di grande intralcio. Avevamo cercato a lungo di combattere questa situazione. Alla fine la accogliemmo". La squadra si fa ancora più "sola contro il mondo". Ma dietro una facciata dipinta esageratamente dalla stampa, c'è una famiglia e legami profondi. Per dire, in principio invisi, Mahorn e Laimbeer diventano come fratelli mentre Rodman trova in coach Daly una figura quasi paterna. 

I Pistons vogliono dominare, fisicamente e mentalmente. Ci riescono e lo fanno! Il nostro motto era, "Say hello to the Bad Boys". Nel 1988 si accende la sfida contro i Chicago Bulls di Michael Jordan. I Pistons poi, si liberano poi del fantasma dei Celtics. Thomas è un uragano di simpatia nel ricordare la fatidica vittoria e nella finale Lakers-Pistons, ecco l'inimmaginabile accadere tra i due amicissimi Magic e Thomas. Qualcosa cambia. "L'amicizia non esisteva più". Johnson abbatte Isiah in modo scorretto, eppure quando è il turno dei Pistons, sono loro la feccia. Il titolo sfuma sul filo di lana ma in gara 6 sul 3-2 per Detroit, Isiah è soprannaturale. Infortunatosi al piede, torna eroicamente in campo zoppicando, e riuscendo a segnare 25 punti nel terzo quarto (un record per le finali NBA). Il verdetto però è fatto di lacrime, ma adesso basta, è tempo di chiudere i conti con la malasorte e qualsiasi altra cosa si frapponga tra i Pistons e il loro primo titolo. 

Di qui in poi, la storia la conosciamo e si tinge di leggenda. Spazzano via tutti, a cominciare dagli arrembanti Bulls, prendendosi prima la doverosa rivincita contro i Lakers in finale (4-0) nel 1989 e l'anno successivo, contro i Portland Blazers di Clyde Drexler (4-1) nel 1990. Per due anni consecutivi sono gl'indiscussi dominatori dell'NBA, vincendo in un modo che nessuno aveva fatto prima. Salley, Rodman e Laimbeer sono nati a distanza di 3 giorni l'uno dagli altri (in anni diversi), rispettivamente il 13, il 16 e il 19 maggio (auguri, Bill!). Un elemento che ha molto a che fare con il destino. Dopo essere stati ai massimi vertici del basket mondiale e aver raggiunto tre finali consecutive (di cui due vinte) condite da due finali Conference nell'87 e nel '91, inizia il loro (inevitabile) declino, passando il testimone proprio ai Bulls di Michael Jordan, Scottie Pippen e coach Phil Jackson,

Vedendo il documentario, e confrontandolo con The Last Dance (2020, di Jason Hehir) incentrato su Michael Jordan, appare fin troppo evidente che i Pistons abbiano avuto un'ascesa analoga a quella dei Bulls, eppure non sono considerati al modo analogo. Perché? Solo perché erano fallosi? Se fosse così, si dovrebbero biasimare gli arbitri e la Federazione che permetteva tutto questo. Un caso su tutti li condanna e allo stesso ne dimostra il trattamento differente. Bicampioni in carica e a pochi secondi dall'eliminazione, i Pistons stanno per essere spazzati via dai Bulls 4-0 nelle finali di Eastern 1991. Ecco la controversa  decisione allora: escono dal campo senza stringere la mano agli avversari a pochi secondi dalla fine di gara 4. Un gesto antisportivo? Decisamente, e di sicuro la squadra sbagliò a comportarsi così ma è curioso come per questo i Pistons furono messi alla gogna mentre quando furono loro ad annichilire i Celtics con il medesimo punteggio e questi se ne andarono a partita ancora in corso, Bird e McHale inclusi, mentre Dantley stava tirando un tiro libero, non furono usati per niente gli stessi toni.

In quella emblematica vicenda c'è poi un altro fattore da considerare, non raccontato da Jordan ma ben evidenziato da Thomas. In quelle gare, soprattutto quando il vento stava cambiando, MJ ammise candidamente che la fine dei Pistons sarebbe stata un bene per tutta l'NBA, attaccandoli in modo pesante. Ora mi chiedo: a questa persona che li aveva insultati sui media, i Pistons avrebbero dovuto stringere la mano? Come spesso succede nel mondo, quando ci si mette contro i poteri forti, ne si paga le conseguenze ed è innegabile che accadde anche alla squadra allenata da Chuck Daly. Daly, lo ricordiamo, allenatore del mitico Dream Team delle Olimpiadi di Barcellona '92. Daly, proprio lui. Curioso che non in quella squadra non ci fosse nessuno dei "suoi" meritevoli Pistons.

Curiosità. Isiah Thomas Bill Laimbeer compaiono nella parte di loro stessi nella divertente commedia Forget Paris (1995). In occasione della stagione di addio di Kareem Abdul-Jabbar, durante la sfida Pistons-Lakers, i due vengono ingiustamente espulsi dall'arbitro Mickey Gordon (Billy Crystal), sofferente d'amore per la bella Ellen (Debra Winger), e al quale Bill gli suggerisce di farsi visitare il cervello. Come racconta l'amico giornalista Andy (Joe Mantegna), finirà per espellere: "le due formazioni, un allenatore, un commissario tecnico, i genitori di Kareem e un venditore di noccioline". Nel film ci sono moltissime altre star dell'NBA tra cui Charles Barkley (Phoenix Suns) e David Robinson (San Antonio Spurs) che si beccano a vicenda, Patrick Ewing (New York Knicks), Chris Mullin (Golden State Warriors), Reggie Miller (Indiana Pacers) e altri.

I Bad Boys furono più forti di tutto e di tutti, anche di chi li voleva già sconfitti in partenza contro His Airness, che tutt'ora li odia, come ha candidamente ammesso nella sopracitata serie Netflix, ammettendo anche che "non avrebbero vinto quei campionati senza superare l'ostacolo di Detroit". A cavallo degli anni '80 e '90, a spezzare la dittatura dei Boston Celtics e dei Los Angeles Lakers, ritardando l'ascesa all'Olimpo dei Chicago Bulls, c'erano solo loro. Non dovevano vincere ma lo hanno fatto, e forse è per questo che ancora oggi la formidabile squadra dei Detroit Pistons viene relegata in un'ingiusta posizione marginale della storia della NBA. Basta guardare anche i gruppi/pagine Facebook dedicate all'NBA, i grandi campioni di quell'epoca sono menzionati in modo decisamente inferiore rispetto ai vari Bryant, Wade, Shak, Durant, Lebron & company.

Senza alcun tono vittimistico, Bad Boys (2014, di Zak Levitt) ricostruisce la loro epica parabola sportiva e umana, mostrando ciò che i Pistons furono capaci di fare sui parquet di tutta America, contando solo e unicamente sulle proprie forze e con un'indomabile voglia di vincere contro tutto e tutti, vertici NBA inclusi. E ci riuscirono! In mezzo a questa forza, ed è innegabile come alla fine del documentario Levitt lasci emergere anche un po' di amarezza e delusione per ciò che la Storia della pallacanestro non ha mai riconosciuto. Detto ciò, "[...] più di ogni altra cosa, c'è una cosa che dovete ricordare sui Bad Boys. Se ancora non li sopporti, ancora non li rispetti, beh, indovina un po'? Non gliene frega un...".
                                Say hello to the Bad Boys!


Un estratto di Bad Boys (di Zac Levitt)

Bad Boys - Jack McCloskey
Bad Boys - Joe Dumars
Bad Boys - Isiah Thomas
Bad Boys Bill Laimbeer
Bad Boys (2014)
Bad Boys - il pubblico di Detroit sbeffeggia Larry Bird
Bad Boys - il pubblico di Detroit irride Michael Jordan
Bad Boys - John Salley
Bad Boys - la stampa celebra il trionfo dei Detroit Pistons
Bad Boys - Chucl Daly premia un commosso Dennis Rodman come miglior rimbalzista
Bad Boys - Bill Laimbeer in trionfo
Detroit Pistons bicambpioni NBA
Bad Boys - la fine dell'epoca d'oro dei Detroit Pistons

venerdì 9 dicembre 2022

Argentina 1985, processiamo la dittatura

Argentina 1985 - i PM Strassera (Ricardo Darin) e Ocampo (Peter Lanzani) © Lina Etchesuri

Nel processo alle Juntas, per la prima volta nella storia la giustizia civile condannò una dittatura militare. Presentato a Venezia79, Argentina 1985 è ora disponibile su Prime Video.

di Luca Ferrari

Le forze armate hanno preso il potere con la forza deponendo il legittimo Governo Peron. Per l'Argentina ha inizio il più tragico degli incubi: la dittatura. Un'epoca atroce fatta di omicidi efferati, sparizioni forzate (desaparecidos) e torture. Tutto questo autorizzato e voluto dall'autorità costituente. A metà anni '80, quando gli equilibri erano cambiati, il mondo civile portò alla sbarra quei macellai. Presentato in concorso alla 79° Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, Argentina 1985 (di Santiago Mitre, 2022) racconta il processo "più importante dopo Norimberga". Argentina 1985 è ora disponibile su Prime Video.

L'Argentina è in fermento. L'Argentina post-dittatura è pronta a riprendere in mano le redini della propria società democratica. Prima però, bisogna affrontare i demoni peggiori, guardando in faccia gli artefici dell'orrore e soprattutto, condannarli. Viene così affidato al navigato pubblico ministero Julio César Strassera (Ricardo Darin) un incarico senza precedenti: processare per crimini contro lo Stato (e l'umanità) la giunta militare guidata dall'ex-presidente Videla e gli altri generali. In questa difficile battaglia non certo priva di rischi, viene affiancato dal giovane collega Luis Moreno Ocampo (Peter Lanzani) e altri acerbi ma volenterosi avvocati, desiderosi di iniziare a scrivere un nuovo capitolo per il loro Paese.

I militari hanno perso il potere ma non hanno certo intenzione di farsi processare senza difendersi e chi è abituato a usare la forza, non conosce che un solo linguaggio, l'intimidazione. Per Strassera e la sua famiglia, così come per tutto il suo staff, ha inizio un periodo di stress inaudito tra costanti minacce di morte. Il tempo per allestire l'accusa è poco ma tutti insieme "Borsellinamente", riescono nell'impresa portando a deporre centinaia di testimoni che racconteranno storie atroci di sparizioni forzate e torture inaudite, come una donna costretta addiittura a partorire legata e bendata. Forse è davvero troppo e la giustizia civile deve cambiare il corso della storia argentina. Per sempre!

"Nonostante le leggi d'impunità promulgate negli anni a seguire, il desiderio di memoria, verità e giustizia non si è mai fermato. Dalla riapertura dei processi sono state condannate più di 1000 persone per crimini contro l'umanità. I processi ancora in corso sono centinaia". Con questa frase Argentina 1985 si congeda. Nel momento stesso in cui la leggevo, ho pensato all'Italia, e a come tutto questo non sia mai successo. Agli inizi degli anni '20 una dittatura prese il potere, torturando e uccidendo chiunque non fosse su quella linea. Di mezzo ci fu una guerra mondiale e tutto quell'orrore fu ammassato e nascosto in uno dei tanti e spaziosi armadi del Bel paese. Dove sono i processi ai gerarchi fascisti? Dove sono i processi pubblici a quegli aguzzini che tornarono alla vita senza nemmeno un giorno di galera?

Dal grande schermo al mondo del pallone, un'ulteriore riflessione. In questi giorni in Qatar, si stanno svolgendo i Mondiali di calcio e ogni qual volta si parli di Argentina, viene subito rinvangata la partita della nazionale Albiceleste contro l'Inghilterra (Messico, 1986). Una partita in cui Diego Armando Maradona prima bleffò in modo scandaloso segnando di mano e poi siglò il raddoppio con un'incredibile azione personale. La vittoria argentina venne enfatizzata come una sorta di rivalsa della nazione sudamericana verso il governo di Sua Maestà per la guerra (persa) delle Falklands (1982), trascurando il fatto che il conflitto fu iniziato dagli stessi generali argentini e che la conseguente disfatta militare, contribuì in modo determinante a far crollare il consenso del regime militare che aveva preso il potere con un colpo di stato nel 1976.

Il calcio, e lo sport in generale, possono cambiare la politica? No, non è quello il loro ruolo ma nel caso specifico dell'Argentina, oltre ai gol e le vittorie, bisognerebbe anche ricordare qualcosa d'altro e un po' più spesso. Per esempio nel 1978, mentre il capitano dell'Argentina riceveva da Videla la coppa del mondo vinta in casa, in quello che verrà poi soprannominato il Mondiale della Vergogna, in altri stadi si torturava senza pietà. E se è vero che lo sport non può e non deve sostituire ciò che le opposizioni dovrebbero fare, è altrettanto vero che c'è anche chi ebbe il coraggio di vincere, pur sapendo cosa sarebbe accaduto se lo avesse fatto. Tutto ciò accadeva realmente (e tragicamente) nel 1942, nella cosiddetta "partita della morte", da cui John Huston si ispirò per il suo cult Fuga per la vittoria (1981). Una sfida quella, del tutto diversa dalla farsa andata in scenaparecchi anni dopo in Cecenia (2011), con in campo il presidente-dittatore Kadyrov insieme a grandi nomi (mercenari) del calcio mondiale, Maradona incluso.

Argentina 1985, il trailer

Venezia79 - il red carpet di Argentina 1985 © La Biennale foto ASAC
Venezia79 -il red carpet di Argentina 1985 © La Biennale foto ASAC
Venezia79 - la presentazione di Argentina 1985 © La Biennale foto ASAC
Argentina 1985

giovedì 10 novembre 2022

Rapiniamo il Duce, né bingo né gloria

Rapiniamo il duce - Pietro (Pietro Castellitto) e Gianna (Matilda De Angelis)

Ma che ci fanno questi neo-Romeo (Pietro Castellitto) e Giulietta (Matilda De Angelis) a "rompere le scatole" ai fascisti? Ma siamo in una succursale di Freaks Out o è un altro film? Perfino il cecchino partigiano assomiglia all'omologo. Minestrone mal amalgamato, Rapiniamo il Duce (2022, di Renato de Maria), da qualcuno addirittura definito una sorta di versione italiana del Tarantiniano Bastardi senza gloria, al contrario (e non a caso) nemmeno segnalato nei "contenuti simili" dalla stessa Netflix, dove la pellicola è disponibile online.

No, questa volta nessuno ha fatto un bingo!

                                              
Rapiniamo il Duce, trailer

mercoledì 9 novembre 2022

Le Mans '66 - La grande sfida (della vita)

Le Mans 66, la Grande Sfida - il pilota Ken Miles (Christian Bale)

Potrai anche non salire sul gradino più alto del podio nella gara più importante della vita (come accadeva a Saetta McQueen, ndr), ma sarai comunque tu il vincitore. E se il poi il tuo più acerrimo rivale ti dovesse (finalmente) riconoscere talento e rispetto, nascerà qualcosa di ancor più speciale dentro di te, anche se non tutti lo potranno capire. Questa è la dolceamara storia di Ken Miles (Christian Bale), pilota della Ford, opposto all'invincibile Ferrari. Spalleggiato dal fraterno progettista Carroll Shelby (Matt Damon), Miles correrà come mai nessuno prima. Ad attenderlo, tifando sempre e comunque per lui, sua moglie e suo figlio.

Se amate il mondo dei motori o lo avete cine-scoperto grazie a Rush (2013, di Ron Howard), mettevi comodi. Su Disney Plus sfreccia Le Mans '66 - La grande sfida (2019 di James Mangold).  

Le Mans '66 - La grande sfida, il trailer

lunedì 7 novembre 2022

I morti non muoiono, che mondo di merda

Creature non morte, affamate-materialiste senza pace. Noi, sottomessi a un immutabile destino astrale e costretti a soccombere. Tutto qui? Non basta l'ennesimo stralunato-ironico Bill Murray a sovvertire la profonda delusione di The Dead Don't Die - I morti non muoiono (2019 di Jim Jarmush). Adam Driver è un Paterson Garmushano con la divisa della polizia. Tilda Swinton è l'ennesima maschera di se stessa. Sì, il mondo è una merda e lo sappiamo tutti però qualcosa di più si potrebbe fare per salvarlo che non lasciarsi andare a un laconico blues i provincia fatto di rassegnati martiri moderni.

Finirà male? No, è già iniziato male. Cos'altro ci si poteva aspettare? 

Il trailer di I morti non muoiono

venerdì 4 novembre 2022

Le tenere inquietudini di Spencer

Lady Diana (Kristen Stewart) - Spencer (2021, di Pablo Larain)

Nevrotico. Ossessivo. Più che un film, uno spaccato di vita (nel senso che spacca). Una canzone distorta al festival delle balere. Un tenero sorriso nei bunker della tradizione. Lady D, una punk dal cuore tenero alla corte d'Inghilterra. Spencer (2021, di Pablo Larrain), film presentato in Concorso alla 78. Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia con Kristen Stewart nelle vesti di un'inquieta e insofferente Lady Diana.

Spencer è anche disponibile online su Prime Video.

Il trailer di Spencer

giovedì 3 novembre 2022

This is Us... quale famiglia?

This is Us

Inizia bene, poi col passare delle (troppe) puntate e delle stagioni (6), scivola in una inesorabile melma Hartaxiana fino a diventare correttamente insopportabile come la sitcom Friends. La serie This is Us farà certamente la fortuna di un pubblico ordinato che non vuole conoscere il perché di molte cicatrici. Il sentimento si mimetizza nell'egoismo. I punti di riferimento sono lì e non possono essere toccati. Solo loro conoscono la verità. Solo loro hanno sempre ragione. Che noia che barba, che barba che noia.

This is Us è finito, riposa in pace.

mercoledì 2 novembre 2022

Coco, ti penso sempre

Coco 
"Ripensa a me, non dimenticarlo mai. Ricordami dovunque tu sarai" Coco (2017, di Lee Unkrich). Tenero. Sinceramente commovente. Una favola come solo la Pixar Animation Studio sa(peva) fare. Da guardare e riguardare quando ci si sente inconsolati orfani di chi non c'è più, che sia il 2 novembre, el dia de los Muertos o qualsiasi giorno dell'anno. 

Coco - Ripensami

Coco (2017, Lee Unkrich)

mercoledì 21 settembre 2022

Cobra Kai 5, la resa dei conti

Cobra Kai - un incazzato Mike Barnes (Sean Kanan)

Coinvolto nelle faide del Cobra Kai, Mike Barnes (Sean Kanan) ha perso tutto per colpa di Terry Silver (Thomas Ian Griffith) e adesso gliela farà pagare. Subito!

di Luca Ferrari

Alzati! grida un indiavolato Mike Barnes a Terry Silver, subito dopo aver steso il primo sansai scagliatogli contro dallo spietato miliardario-magante del karate. Un tempo Mike era conosciuto come il cattivo ragazzo della disciplina (Karate Kid 3 - La sfida finale, 1989). Un'atleta feroce che fece di tutto per sconfiggere Daniel LaRusso (Ralph Macchio). Quell'ostilità è finita, e ora è lì anche lui per difendere l'amico, insieme a Chozen (Yuji Okumoto) e Johnny Lawrence (William Zabka), decisi a tagliare la testa al serpente, scrivendo la parola FINE alla spirale distruttiva del Cobra Kai.

Cobra Kai è stata una scommessa vinta, inimmaginabile per certi versi. Realizzare cinque stagioni partendo da una trilogia degli anni Ottanta, sembrava un'operazione nostalgia ma la storia ha proseguito su altri binari. Il mondo adulto e adolescenziale dialoga e si scontra, ognuno con il suo linguaggio. La volontà è di andare oltre, superare le spire del passato e costruire un nuovo futuro. Emblema di tutto questo Johnny Lawrence, schiacciato dal passato, ma ora finalmente pronto a voltare pagina definitivamente. E quando è lì, nella casa di Silver coperto di sangue contro quattro nemici, a un passo dalla fine e gli cade la foto dell'ecografia del figlio, eccolo risorgere e fare piazza pulita.

In questa serie i cosiddetti "cattivi" che tormentarono il giovane Daniel, prima o poi si schierano dalla sua parte. Johnny, Chozen (memorabile la scena nella 3° stagione in cui gli fa credere di volerlo distruggere) e appunto Mike Barnes, oggi un tranquillo venditore ed esperto di mobili antichi. Il vecchio che non cambia mai invece, sono John Kreese (Martin Kove) e Silver, ossia i fondatori del dojo Cobra Kai. A differenza del più moderato LaRusso, il trio Chozen-Lawrence-Barnes è più diretto, e ormai hanno capito che con certa gente le parole e le strategie non servono più. Bisogna affrontare di petto il nemico e non lasciarlo andare finché non sia davvero finita.

Per questioni di lavoro vedo ogni giorno il mondo che si indigna sproloquiando sui social media come se a qualcuno importasse qualcosa della loro opinione. Come un secchio infinito, il web raccoglie il vomito di chi sente il bisogno di urlare qualcosa, di fatto non cambiando assolutamente nulla. Ciò che è peggio, quando qualcuno decide di agire, sembra di tornare indietro negli anni '60 o ancora prima, ai tempi di Don Camillo e Peppone. Il mondo contemporaneo è più spietato che mai e senza una strategia precisa e aggiornata al terzo millennio, i Terry Silver continueranno a vincere distruggendo le vite delle persone senza mai pagare le conseguenze.

Che cosa si fa dinnanzi a un simile scenario? Se lo chiede anche arrabbiato-quasi piangente Mike, pesando a ciò che la vita ha riservato a lui e a sua moglie, dopo il passaggio del ciclone mortale Silver. "Io non aspetto. Dobbiamo rompere il culo a quel bastardo col codino, stasera!". Gli fa subito eco Lawrence, "è arrivata l'ora della vendetta". La neo-squadra si mette in marcia, e non saranno i soli a muoversi. Alle volte non si può solo difendersi, bisogna anche attaccare e lo diceva anche il maestro Miyagi (Pat Morita). Forza, rabbia e tecnologia unite, così può davvero cambiare tutto... e non me ne frega un cazzo per cosa combattono! Per il Cobra Kai e i suoi adepti, è arrivata la resa dei conti.

Cobra Kai 5, Mike Barnes vs. Terry Silver

Cobra Kai - Terry Silver (Thomas Ian Griffith)

mercoledì 13 luglio 2022

Thor, l'amore sofferto di Love and Thunder

Thor Love and Thunder - Jane (Natalie Portman) e Thor (Chris Hemsworth)

Ironico, romantico e sofferente. Thor Love and Thunder (2022, di Taika Waititi) è il film ideale per rilassarsi al cinema, da soli, in famiglia o con gli amici. Strepitosa la colonna sonora rock!

di Luca Ferrari

Natalie Portman (Dott.ssa Jane Foster): semplicemente divina in tutto. Dolcezza, dolore e bellezza. Russell Crowe (Zeus): un gigione lussurioso e vendicativo. Christian Bale (Gorr): una maschera di rancore, odio e tragica sofferenza. Tessa Thompson (Valchiria): un'amica fidata e sempre pronta al sacrifico. Taika Waititi (Korg): quel bro ripetuto costante, ti fa venire voglia di andarci subito a bere una birra ... o dell'idromele! Chris Hemsworth (Thor): un intrepido romanticone mai sazio di autoironia. 

L'estate è arrivata e Thor Love and Thunder (2022, di Taika Waititi), c'è da scommetterci, ne sarà il mattatore. Abbandonate le atmosfere oscure di Dark Word (2013), delle battaglie "Avengersiane" contro Thanos e in parte anche di Thor - Ragnarock (2017, sempre di Waititi), in questo quarto capitolo dedicato al dio norreno, sale in cattedra il colore. Thor non è più solo probo e audace. Sentimenti più leggeri s'impossessano del suo essere, anche quando la minaccia è più spaventevole e mortale che mai. A dispetto di una certa leggerezza del film, il dolore è un sentimento che accomuna tutti i principali protagonisti: Thor, Jane, Valchiria e Gorr stesso.

Thor Love and Thunder, a tutto rock! Anzi, a tutto Guns 'n' Roses, Welcome to the Jougle, Sweet Child o'  Mine, Paradise City....solo per cominciare! La battaglia finale a suon di November Rain poi, con chiaro riferimento al videoclip della band, è a dir poco strepitosa e per veri intenditori! Ma i riferimenti non finiscono qui. Dal figlio di Heimdall, che si vuole far chiamare Axl come il cantante della suddetta band, a un altro ragazzino in gita che indossa una t-shirt con la copertina dell'album "Use Your Illusion I". Era da un po' che non ascoltavo i GNR ma questo film mi ha fatto tornare una voglia atavica.

La musica è protagonista, ma non solo. Ci sono altri quattro personaggi che si prendono la scena, a cominciare due (assurde) capre giganti che belano in modo sguaiato e fracassone. A salire in cattedra poi, ci pensano l'ascia Stormbreaker, nuova fedele compagna di Thor, e il martello Mjolnir, passato in mano a Jane, che il possente eroe vorrebbe indietro ma di cui non sembra più degno. Situazione questa molto poco gradita dall'ascia stessa, che non disdegna gelosia. Sì, avete letto proprio bene!

Mi sono davvero rilassato a vedere Thor Love and Thunder al cinema e se potessi.. andrei subito a vivere a New Asgard. Chi si unisce a me?

Il trailer di Thor Love and Thunder

Thor: Love and Thunder, al cinema Rossini di Venezia © Luca Ferrari
Thor Love and Thunder - Jane Foster/lady Thor (Natalie Portman)
Thor Love and Thunder - Gorr (Christian Bale)
Thor Love and Thunder - Jane (Natalie Portman) e Thor (Chris Hemsworth)

giovedì 24 marzo 2022

Pam & Tommy, intimità rubata

Pam & Tommy - Tommy Lee (Sebastian Stan) e Pamela Anderson (Lily James)

Storia di una donna e di un uomo la cui vita privata fu rubata e svenduta. Diretta da Craig Gillespie, su Disney Plus la miniserie televisiva Pam & Tommy (2022).

di Luca Ferrari

Una donna e un uomo derubati della loro intimità, Pam & Tommy è questo. Tutto il resto sono orpelli. Pamela Anderson (Lily James) è una donna, un'attrice. Tommy Lee (Sebastian Stan) è un uomo, un musicista. Entrambi vivono sotto i riflettori, ma tra le mura domestiche e sotto le lenzuola, sono solo Pamela e Tommy. Dalle copertine di gossip alle camerette di centinaia di migliaia di masturbatori, senza aver dato alcun assenso. La loro vita svenduta senza il minimo (iniziale) rimorso. 

"Forse io sono una brutta persona, ma lei cosa c'entra?" chiede un arrabbiato e per nulla intimorito, Tommy Lee al carpentiere Rand Gauthier (Seth Rogen)? Proprio lui, che arrabbiato col batterista rock per non essere stato ingiustamente pagato, si vendicò rubandogli la cassaforte, e una volta scoperto il videotape con scene bollenti tra marito e moglie,  lo rese pubblico con l'aiuto dell'amico-produttore porno Uncle Miltie (Nick Offerman) e il malavitoso Butchie (Andrew Dice Clay).

8 gli episodi in tutto, usciti su Disney Plus ogni mercoledì a partire da 2 febbraio 2022. Negli anni Novanta Pamela Anderson era una stella in ascesa nel piccolo schermo, star della fortunata serie Baywatch. Le luci della ribalta per i Motley Crue invece, si stavano affievolendo, soppiantati dal cosiddetto sound di Seattle. La band però era sempre sul filo del rasoio per gli eccessi, e le loro vite non passavano inosservate. Pam e Tommy si conobbero a una festa e nel giro di pochi giorni si sposarono. Erano felici e innamorati.

Andati a vivere insieme, arrivò lo screzio tra datore di lavoro e operaio. Deciso a reagire ai torti della vita, reagì nel peggiore dei modi: rubando e facendo del male, anche a chi non c'entrava nulla. Pamela Anderson non ha sfondato nel mondo del cinema. Colpa di questa videocassetta? La serie mostra chiaramente reazioni diverse: se la donna viene etichettata nel peggiore dei modi (avvilente la scena in cui un avvocato la voglia far apparire), l'uomo al contrario ricevettr complimenti per la "performance", senza poi dimenticare che Lee non era certo un puritano.

Puntata dopo puntata, la coppia prende coscienza di ciò che è accaduto e di quanto ormai il videotape stesse circolando ovunque. Tommy non le manda certo a dire, ma non può nulla contro il passaparola e ancor di più contro Internet, ultima frontiera della distribuzione della sua vita sessuale. Una scena su tutti, Pamela incinta, si scaglia arrabbiata ed esausta contro un fotografo incapace di quel senso deontologico che un professionista dovrebbe avere. Pamela Anderson e Tommy Lee erano e sono due persone come chiunque altre. Si amavano e vollero immortalare su pellicola la loro relazione, come tante coppie hanno fatto. Ma a loro è andata, purtroppo, così.

                                           
Il trailer della serie Pam & Tommy

martedì 15 marzo 2022

L'ora più buia, Churchill e la tigre

L'ora più buia - Un infuriato Winston Churchill (Gary Oldman
Ci sono momenti (bui) in cui la diplomazia non serve a nulla. Ci sono dei momenti in cui si può solo attaccare. Per fortuna del mondo libero, Winston Churchill lo capì.

di Luca Ferrari

"Quando impareremo la lezione? Non si può ragionare con una tigre quando la tua testa è nella sua bocca!?!" gridava un esausto Winston Churchill (Gary Oldman), Primo Ministro del Regno Unito, al Visconte Halifax (Stephen Dillane), che proponeva di scendere a patti coi nazisti. Passato e presente si mescolano nelle analisi, dentro e fuori il grande schermo. L'ora più buia (2017, di Joe Wright)  racconta i drammatici giorni di un'Europa prigioniera di uno spietato dittatore, ma che con una mossa a dir poco audace e un uomo deciso più che mai, riuscì a mutare.

Sarà che ho appena assistito alla cerimonia dei 75. Golden Globes e una nuova edizione dei premi Oscar sta per arrivare, mi è tornato in mente il mitico discorso di Gary Oldma, con saluto alla mamma suggerendole di prendere il bollitore, quando ritirò l'Academy come Miglior attore per la sontuosa interpretazione in L'ora più buia, e che voglia di rivedere quel film! In quella epica pellicola interpretò Winston Churchill, un un momento cruciale della storia del mondo intero, quando si ritrovò da solo (e all'angolo) nell'affrontare Hitler e la sua letale avanzata, fino a quel momento giudicata invincibile.
 
Gary Oldman è Winston Churcill. Perché mi torna in mente proprio ora? Chissà, forse sono stufo e impotente di vedere la gente morire mentre le Cancellerie occidentali (e non solo), pensano solo ai propri interessi, così com'è sempre stato. Ecco, senza voler entrare in complessi ragionamenti geopolitici che non ho le competenze per fare, mi sono tornare in mente quelle parole di Winston: "Quando impareremo la lezione? Non si può ragionare con una tigre quando la tua testa è nella sua bocca!". Parole che pronunziò quando la strada era tutta in salita, e un accordo forse sarebbe stato conveniente per il Regno Unito... forse!
 
Chissà in quanti oggigiorno avrebbero condannato l'intervento britannico contro Adolf Hitler. Dopo l'attacco russo in Ucraina, ogni giorno sempre più massiccio, in molti hanno cominciato a parlare di Terza Guerra Mondiale. Allora la soluzione è attaccare la Russia? Quando sarò eletto Primo Ministro o per lo meno Ministro degli Esteri, vi risponderò, però è indubbio che la lezione Churchilliana punti verso un decisionismo autentico che in Europa manca da troppo tempo, specie con chi sa alzare la voce. Vladimir Putin lo ha capito bene. Le sue élite potranno anche venire danneggiate dall'invasione, ma intanto l'Ucraina è stata invasa, e migliaia di civili continuano a morire.

E c'è ancora chi vuole sedersi a un tavolo con una tigre. Una tigre con i canini già sporchi di sangue...

L'ora più buia, Churchill vs Halifax

lunedì 28 febbraio 2022

Occupied, il nemico dentro le porte

La serie tv Occupied

Dalla finzione alla più tragica realtà. Dalla serie tv norvegese Okkupert (Occupied), dove la Russia invade la Norvegia, all'aggressione reale e contemporanea dell'Ucraina.

di Luca Ferrari

Tre stagioni, di cui solo 2 visibili su Netflix Italia, di angoscia pura dove la nazione scandinava, viene lentamente fagocitata dall'ingombrante vicino che mal tollera la svolta energetica, con la complicità dell'Unione Europea. Per il premier Jesper Berg (Henrik Mestad) ha inizio un'epopea che lo porterà da primo cittadino a latitante, fino alla decisione di tornare a casa per sfidare apertamente l'ingerenza del Cremlino. A gestire gli affari russi in terra scandinava, l'implacabile ambasciatrice Irina Sidorova (Ingeborga Dapkūnaitė), che scampata a un attentato grazie (anche) alla guardia Hans Martin Djupvik (Eldar Skar), inizia un "discorso Putiniano" che non concede nulla e vuole ottenere tutto ciò che chiede, non senza lesinare minacce.

Mi sono appassionato a questa serie in piena pandemia, mentre ero alla ricerca di qualcosa di politico e legato al mondo nordico. Dopo essermi saziato per parecchio tempo con la bellissima serie danese Borgen - Il potere, con protagonista Sidse Babett Knudsen nei panni  del Primo Ministro Birgitte Nyborg e di cui nel 2022 uscirà la 4° stagione, sono arrivato a Occupied (2015-), diretta da Erik Skjoldbjærg e basata su un'idea originale dallo scrittore norvegese Jo Nesbø. Mi ha fatto compagnia per parecchie serate quando ancora la popolazione ucraina non veniva bombardata dalla Russia. Ripensando a quei fatti, mi vengono davvero i brividi.  

Guarda la serie Okkupert - Occupied

martedì 22 febbraio 2022

The Aeronauts - Abbiamo fatto avvicinare le stelle

The Aeronauts - James (Eddie Redmayne) e Amelia (Felicity Jones)

"Non ho idea di cosa tu abbia fatto là fuori, ma non ho dubbi che sia stata una grande impresa" dice il meteorologo James Glaisher (Eddie Redmayne) alla coraggiosa Amelia Wren (Felicity Jones), mentre sono ancora a volteggiare su di un pallone aerostatico, per superare il record del mondo di altitudine. Diretto da Tom Harper, The Aeronauts (2019) è disponibile su Amazon Prime Video. I due attori britannici sono tornati a recitare insieme per la prima volta dopo il pluripremiato La teoria del tutto (2014).

"Oggi noi due insieme abbiamo fatto avvicinare le stelle" - The Aeronauts.

martedì 11 maggio 2021

Captain Marvel combatte

Captain Marvel (Brie Larson)

"Ho passato tutta la mia vita a combattere con le mani legate" Carol Danvers (Captain Marvel). 

mercoledì 5 maggio 2021

Nomadland, la banalità dell'orizzonte

Nomadland - Fern (Frances McDormand)
Spazi sconfinati. Esistenze su quattro ruote in fuga dalle tenaglie dell'economia. La poetica umana si è fatta struggente banalità dell'essere. Nomadland (2020, di Chloé Zhao).

di Luca Ferrari

Gli spazi sconfinati degli Stati Uniti. Vagabondi, ma non reietti. Senza una casa, ma non senza un tetto. Le carovane dei nomadi moderni hanno abbandonato le proprie abitazioni. Chi per scelta. Chi perché senza più un lavoro. Chi perché senza più l'amore. L'America e l'orizzonte sconfinato. Un mito che pulsa ancora forte nelle gambe e nei cuori provati degli americani. Il capitalismo colpisce. Gli esseri viventi cercano un'alternativa, un'altra strada. In queste case motrici i nomadi si portano dietro tutto il loro mondo. Si incontrano con altre anime. Le comunità si trovano e si perdono. Gli esseri umani si raccontano. E' tornato sul grande schermo il pluripremiato Nomadland (2020, di Chloé Zhao).

Fern (Frances McDormand) è una vedova. Perso il lavoro durante la grave crisi economica nel primo decennio degli Anni Duemila, ha deciso di mettersi in viaggio. La cittadina dove ha vissuto per anni insieme al marito si è ormai svuotata. Davanti a lei c'erano solo i ricordi, la solitudine e la fame. Non si è persa d'animo e ha iniziato a viaggiare. Un viaggio senza fine. Per lei i ricordi sono tutti dentro di sé e il proprio furgoncino, riadattato per cucinare e dormire. Una piccola casa mobile su quattro ruote. Le sue giornate dovrebbero essere l'antitesi della vita monotona tra le ormai solitarie quattro mura domestiche. Quelle portiere che dovrebbero raccontare una moderna storia di libertà, sono un'ancor più illusoria prigione. 

Così, quando cede all'invito del reietto nomade Dave (David Strathairn), diventato nonno e ben accolto da figlio e nuora, ecco Fern, banalmente non riuscire a dormire nel letto che le hanno preparato, finendo per rifugiarsi nel suo postribolo parcheggiato, e l'indomani alle prime luci dell'alba andarsene senza nemmeno un biglietto di amichevole ringraziamento. Fern se ne va. Anima inquieta alla ricerca di quella serenità perduta per sempre che con non troverà mai più. Fern preme l'acceleratore e il freno. Oggi si fermerà un paio di giorni. Domani chissà. Fern ormai ha rotto con i paradigmi della società. Forse il suo posto è solo on the road. Forse anche no, ma non sembra importarle molto.

Fern si sposta a seconda del lavoro da fare per campare, passando da impacchettare per Amazon a raccogliere barbabietole. Indipendenza e libertà estrema, è davvero questa la ricetta per affrontare le idre impazzite della macchina fabbrica-soldi? Ma per quanti anni ancora riuscirà a farlo? E se le dovesse succedere qualcosa? Una gomma bucata? Un improvviso malore? Potrebbe non esserci nessuno accanto a lei ad aiutarla. A molti di questi nomadi è andata esattamente così. Qualcuno è stato fortunato, altri meno. Fern guida. Fern pensa. Fern fa il bagno. Fern si fuga una sigaretta. Fern sta da sola. Fern sta insieme agli altri. Fern offre il caffè a sconosciuti. Fern resta in silenzio. Forse vorrebbe qualcosa di più e di diverso, ma oramai è fuori tempo massimo. 

Cosa si potrebbe aggiungere a un film che ha vinto il Leone d'oro al 77. Festival di Venezia, e sbancato i Golden Globe e gli OscarNomadland gioca una partita molto facile, affidandosi in tutto e per tutto al viso segnato di una grandissima attrice, Frances McDormand (Mississipi BurningFargoTre manifesti a Ebbing - Missouri), e i libertini spazi americani. Nessuna analisi economica. Nessuna introspezione interiore se non quel minimo indispensabile per fare apparire la protagonista come una fiera voce fuori dal coro, controcorrente. Nomadland è l'usato sicuro che piace e tocca l'anima sofferente (chi non ce l'ha?, ndr) di un mondo sempre più alla ricerca della scialuppa di salvataggio,

La telecamera regala ossessiva allo spettatore costanti ed estenuanti primi piani della protagonista. Fern pacata ma interiormente, una bomba pronta a esplodere. Continua testarda in questo pattinare sulle strade americane, ma molto SexPistolsianamente sbanda sulla via del there is no future. Non c'è la poesia di una vita IntotheWildiana a contatto con Madre Natura, ma la triste caducità dei noodles precotti e riscaldati. Monta l'angoscia, deglutita come un grumo di sangue alla ricerca di una via (ferita) d'uscita ma al massimo potrà fare marcia indietro e ricominciare. Ancora, e ricominciare ancora in un monotono e dantesco girone.

Chloé Zhao, prima asiatica nella Storia a vincere un Oscar per la miglior regia e terza donna in assoluto, asseconda la poetica umana di un mondo allo sbando, ma invece di imprimere le proprie tonalità, lascia che sia la storia, scontata dall'inizio alla fine, a dirigere il percorso. Nomadland  denuncia, ma senza una forte presa di posizione. Potrebbe essere quasi un documentario, e forse avrebbe avuto più spessore. Nomadland è ispirazione. Una fiammata nella notte che si dissolve in bagliori inermi, coagulati al primo colpo di tosse di un sentimento duraturo. Nomadland è un cielo stellato dove la condivisione è gioia estemporanea senza più legami. Allora ti metti in marcia. Nessun domani.

Buona notte mondo. Ho capito che sarai ugualmente infelice anche senza di me. 

Il trailer di Nomadland

Nomadland - Fern (Frances McDormand)
Nomadland (2020, di Chloé Zhao)

venerdì 26 marzo 2021

Cars, oh si, Saetta è pronto!

Cars - Saetta McQueen in un "Jodarnesco" volo durante una gara

Da sbruffone a cuore ruggente. Saetta McQueen è pronto per diventare una vera auto da corsa. Capolavoro della Pixar Animations Studios, Cars (2006, di John Lasseter).

di Luca Ferrari

Oooh si, Saetta è pronto! Inizia così la gara finale per l'assegnazione della Piston Cup. In testa a pari punti l'affermato campione The King, l'eterno secondo Chick Hicks e il novellino rampante Saetta McQueen. La gara è combattutissima e complice un colpo di scena, servirà uno spareggio all'ultima goccia di benzina riservate alle sole tre vetture. Sulla via della gloria però, il destino ha in serbo una grande lezione di vita. Una dii quelle che ti cambiano l'esistenza. Ma ora basta parlare, è tempo di sgommare insieme ai protagonisti di Cars (2006, di John Lasseter), introdotti da "Real Gone" di Sheryl Crow.

L'inizio di Cars - Motori ruggenti

Complice anche il lockdown, in tempi recenti ho avuto modo di rivedere (e rivedere e rivedere ancora, ndr) Cars - Motori ruggenti. Se già anni addietro lo avevo molto apprezzato, a furia di visioni in dvd ne ho potuto ancor di più cogliere la potenza narrativa, e questo grazie a un validissimio co-spettatore. Non è solo Saetta McQueen a catalizzare l'attenzione, ma è il suo rapporto coi personaggi a svilupparsi: dagli scontri con Doc (Paul Newman), all'adorabile Sally, fino ai gommisti Luigi e Guido, quest'ultimo doppiato nella versione italiana dal pilota Alex Zanardi. Molto azzeccato, il confronto scontro tra il pulmino hippy Filmore e la camionetta militare, sempre a battibeccare. 

Il mito della provincia americana custode dei veri valori rispetto alla città e le luci della ribalta, è presente in modo sinceramente genuino. Così, quando Saetta è tornato in pista, della vittoria non sa più che farsene. I suoi pensieri vanno tutti ai suoi nuovi amici e a quel paesaggio incontaminato verso il quale l'ex-avvocato di grido Sally, ha dedicato la sua nuova vita. Gli amici veri però, non ti lasciano mai in difficoltà, figuriamoci se il tuo migliore amico è uno scatenato carro attrezzi senza cofano che di nome fa Cricchetto. Mai avvezzo a dividere la ribalta con terzi, sarà il suo nuovo team a far svoltare la carriera di Saetta McQueen, a cominciare proprio da quello scontroso Doc Hudson, pronto ad affrontare i propri demoni.  

Scene cult a non finire. fino al cameo del sette volte campione del mondo, Michael Schumacker, che si presenta al negozio di Luigi e Guido, al tributo a un altro campionissimo sportivo, quel Michael Jordan omaggiato con la lingua di fuori da Saetta mentre vola letteralmente per evitare un ingorgo sulla pista. E poi c'è lei, la mitica Route 66, simbolo eterno di una concezione differente dalla frenesia moderna. Una strada, come spiega la dolce Sally a Saetta, dove la gente era cordiale e ciò che contava non era la meta, ma il viaggio. Cars - motori ruggenti è uno di quei film che migliora di anno in anno. Un caposaldo dell'animazione del terzo millennio capace di far nascere nuove emozioni dopo ogni visione. 

Ai tempi di Cars - motori ruggenti, l'indipendente Pixar (Ratatouille, Up, Alla ricerca di Dorysapeva scrivere lezioni di umanità senza sbatterle in faccia in modo spudorato com'è solita fare la Disney, ma utilizzando l'indiscussa sensibilità dei propri sceneggiatori. Il finale di questo lungometraggio è pura meraviglia. La dimostrazione che talvolta i veri vincitori non sono quelli che tagliano il traguardo per primi, ma coloro i quali sanno mettere i valori davanti a qualsiasi altra cosa, successo incuso. E Saetta McQueen farà proprio questo,  dimostrando al suo caposquadra Doc (e al mondo intero) quanto sia cambiato per davvero grazie a tutta la genuina combriccola di Radiator Springs, e diventando così un vero campione. Un campione elegante come una berlina e scattante come un gokart, s'intende. Ciaciao!

Il commovente finale di Cars

Cars - Doc "Honet" Hudson e Saetta McQueen
Cars - Saetta McQueen e Sally a zonzo tutt'intorno Radiator Springs