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lunedì 13 gennaio 2020

Peppone non voterebbe mai Lega

Il compagno Don Camillo - il sindaco Peppone (Gino Cervi)
Senatore Salvini, se ne faccia una ragione e ci risparmi la sua propaganda, Peppone non avrebbe mai votato né voterebbe mai Lega. Si metta comodo, ora le spiego perché.

di Luca Ferrari

Peppone votare Lega? Peggio di una bestemmia, o meglio una calunnia. Una bugia bella e buona. Ad alzare l'ennesimo (voluto) social-media-polverone, il senatore Matteo Salvini che a zonzo per l'Emilia Romagna in vista delle imminenti elezioni regionali, ha ben pensato di fermarsi a Brescello e così farsi immortalare a fianco della statua bronzea di Peppone postandola poi sui social con le parole: "Scommetto che Peppone oggi voterebbe Lega!." Gent.mo Matteo Salvini, mi consenta di spiegarle che lei ha clamorosamente torto e se avesse visto i film, forse lo avrebbe capito da solo, cosa che sono sicuro ha fatto perché stupido non è. Quindi?

Gli episodi in cui Peppone le dimostrerebbe coi fatti (e non con le parole né coi post) che mai sarebbe arrivato a (s)vendersi al partito che lei rappresenta, sono innumerevoli ma ce n'è uno in particolare che sembra proprio fatto per smentirla clamorosamente. Le faccio allora un piccolo ripasso con il film Il compagno Don Camillo (1965, di Lugi Comencini), l'ultimo purtroppo con i grandiosi protagonisti dei romanzi ideati dalla penna di Giovannino Guareschi.

Anni Sessanta. Il piccolo comune reggiano di Brescello guidato da anni dalla giunta "rossa" di Giuseppe Bottazzi detto Peppone (Gino Cervi) è in procinto di gemellarsi con una cittadina dell'Unione Sovietica. La sola idea che ciò avvenga per l'altra faccia del paese, Don Camillo (Fernandel), è puro orrore. Cosa fare? Riuscito nel tentativo di far indire un referendum, come vincere se la gran parte dei cittadini vota comunista? Il caso vuole che alla sua porta si presentino un uomo e una donna: Sonia (Rosemarie Lindt) e Sasha (Mirko Valentin). Dicono di essere in visita in Italia come esperti agricoli. Lasciato il gruppo internazionale di cui fanno parte, vogliono chiedere asilo politico tradendo la madrepatria Russia.

Un colpo anti-URSS così Don Camillo non se lo lascia sfuggire e promettendogli vitto, alloggio e silenzio, li manda in giro dai contadini del posto dove i due raccontano di tutte le angherie subite in Unione Sovietica (unghie strappate e pipistrello da mangiare, incluso). La bomba mediatica ha il suo effetto sulla coscienza della gente ed eccoli che al momento di votare il Sì o il No per il gemellaggio, il consenso precipita a zero. Alla fine però Peppone riesce a scoprire cosa si nasconde dietro il rifiuto, e senza perdere tempo si precipita come un treno dal parroco del paese, pretendendo in qualità di Pubblico Ufficiale, che "gli vengano consegnati" i due fuggiaschi.

Don Camillo è alle strette ed è costretto a cedere. O almeno così fa credere al rivale. Ma non è l'unico. Quello che il Compagno intende fare non sempre va a braccetto con ciò che l'uomo sente nel proprio cuore. Ed eccolo il buon Peppone fare dietrofront e proporre un piano per garantire la libertà ai due "rinnegati sovietici." Ha capito senatore Salvini? Peppone va contro il suo stesso Partito pur di proteggere due persone. Peppone va contro i suoi stessi interessi. Peppone va contro la sua stessa fede (politica) per un valore supremo: l'umanità. Lei invece, il suo partito e il suo ex-governo, quando avete fatto soffrire oltre modo persone in mare per quale altrettanto nobile valore lo avete fatto? No, sig. Matteo Salvini, Peppone non avrebbe mai votato né voterebbe mai Lega.

Il ritorno di Don Camillo - I due fuggiaschi russi

Il compagno Don Camillo - un arrabbiato Don Camillo (Fernanded)
Il compagno Don Camillo - Don Camillo (Fernanded) a colloquio col Cristo,
e a fianco i due "russi" Sonia (Rosemarie Lindt) e Sasha (Mirko Valentin)
Il compagno Don Camillo - Don Camillo (Fernanded), Sonia (Rosemarie Lindt) e Sasha (Mirko Valentin)
Il compagno Don Camillo - Don Camillo (Fernanded) e Peppone (Gino Cervi)
Il compagno Don Camillo - Peppone (Gino Cervi) fa ritorno da Don Camillo (Fernandel)
per far fuggire i
 due "russi" Sonia (Rosemarie Lindt) e Sasha (Mirko Valentin)
Il compagno Don Camillo - Peppone (Gino Cervi) fa ritorno da Don Camillo (Fernanded)
per far fuggire i
 due "russi" Sonia (Rosemarie Lindt) e Sasha (Mirko Valentin)

giovedì 9 gennaio 2020

Tolo Tolo, vivere e sognare

Tolo Tolo - Checco Zalone in fuga insieme al piccolo Doudou (Nassor Said Birya)
In fuga dall'Africa a bordo dei barconi per ritornare (mal volentieri) in Italia. L'odissea di Checco Zalone, Tolo Tolo, è un viaggio nell'umanità e nel coraggio di pensare anche agli altri.

di Luca Ferrari

La vita dell'essere umano contemporaneo è una costante ricerca di una terra da chiamare casa. I sogni di chiunque venga al mondo sono gli stessi dalla notte dei tempi: felicità e amore. Non tutti lo capiscono. Non tutti lo realizzano. Moltissimi di noi partono svantaggiati. Moltissimi di noi vengono da lontanissimo. Ci può essere un ponte a dividerci, una strada o un mare. Come bambini in un risiko anarchico e dai confini ben delimitati, corriamo su e sempre più su, saltando tra torri pericolanti in precaria comunicazione di miseria e sopravvivenza. Questa è la storia di uno di noi. Questa è la loro e la nostra storia. Tolo Tolo (2020), di Checco Zalone).

Fallito nel giro di un mese il proprio ristorante sushi nell'entroterra pugliese, Checco Zalone ripara in Africa, lasciandosi alle spalle ex-mogli e debiti (parecchi), passando da imprenditore a cameriere in un villaggio turistico in Kenya. Il "ragazzo" si trova a suo agio con la clientela spocchiosa e opportunista, dispensando consigli su come aggirare le maglie fiscali (...), e così  tutto sembra procedere per il meglio fino a quando non si ritrova nel mezzo di una guerra civile. Ha inizio così la fuga insieme al collega Oumar (Souleymane Sylla). Sullo stesso cammino, anche la bella Idjaba (Manda Touré), per cui Checco ha una bella cotta per niente ricambiata dalla donna, insieme al piccolo Doudou (Nassor Said Birya).

Ha inizio il viaggio. In autobus. Su quei pullman degli anni Trenta (nostri) nel tentativo di raggiungere un porto sicuro e di lì poi sperare di imbarcarsi per qualche accogliente (...) destinazione europea. Oumar è innamorato della cultura cinematografica italiana. Vorrebbe diventare un regista come Federico Fellini. Lui, come tutti gli altri, non ha idea di quali siano le reali condizioni, e soprattutto umori, del nostro Paese. I fuggitivi intanto sono tutti in marcia. Si lasciano alle spalle origini, amici e familiari. La loro strada sarà in salita per anni, se non per decenni. Con tutta probabilità, per tutto il tempo in cui vivranno. Per moltissimi di loro sarà un viaggio di sola andata o alla peggio, senza ritorno, e lo sanno bene, ma ci credono.

Tutti hanno chiaro in testa cosa potrebbe succedere a parte lui, Checco. Più preoccupato di essere rintracciato dal Fisco Italiano che non del trovarsi faccia a faccia con spietati aguzzini che trattano le persone come merce da ricatto, usando (ovviamente) anche le maniere forti se non dovessero arrivare i dollaroni o gli euro. Con la sua tipica ingenuità egoistica, Checco Zalone punta solo a una via d'uscita. Non fa nessuno sforzo di capire i cingoli arrugginiti di un mondo che alla fine ha il solo difetto di non indossare una giacca e cravatta, ma è ancora fermo alla legge della pistola alla tempia. Qualcuno accanto a lui però, la vede diversamente e così lo guiderà. Lui, Checco, si farà guidare.

Tolo Tolo (2020, di Checco Zalone) era un film attesissimo e non ha deluso le aspettative. Gli è bastato un weekend per demolire tutti i record del cinema italiano, andando a sfondare il muro degli otto milioni di euro nel primo giorno di programmazione. Numeri a parte, Tolo Tolo si è presentato al pubblico con il trailer-video Immigrato che ha volutamente dato un'idea differente da ciò che si sarebbe visto sul grande schermo. Ma questo non era che un accenno di una storia capace di toccare tematiche difficili e drammatiche, concentrando sul regista-attore, com'è tipico del suo stile cinematografico, gli egoismi e le ignoranze di quell'italiano incapace di andare oltre slogan e stomaco (intestino), ma senza mai cedere alla volgarità, come al contrario sapevano solo fare "gli ormai neo-intellettuali fratelli Vanzina."

Delle oltre mille sale cinematografiche dove l'ultima fatica Zaloniana è sbarcata, non ha fatto eccezione la città di Venezia (a quando un'anteprima al Festival del Cinema?, ndr), nella cui ampia sala 1 del Rossini Tolo Tolo resterà anche in questa nuova settimana. Nel corso della proiezione si è vista una varietà umana davvero notevole. Dalla coppia con lo sconto anziani ai gruppetti un po' casinisti di adolescenti, per poi vedere anche famiglie con figli piccoli e piccolissimi. Un film per tutti. Un film, Tolo Tolo, che è davvero di tutti.  Impossibile restare (re)sil(i)enti a fine proiezione. Si parla. Si ragiona. Si comprende. Si sorride, ma soprattutto: si domanda.

Senza concedere neanche un millimetro alle anemiche e agonizzanti bandiere dei post politici, Checco Zalone sceglie l'umanità di un pensiero che va ben oltre l'immediatezza di una battuta. Come aveva già fatto in modo esemplare sul fronte del lavoro nel precedente Quo Vado? (2015), dove però la regia era ancora in mano a Gennaro Nunziante, questa volta plana sul dramma dei flussi migratori, guardando in faccia la morte ed entrando nell'inferno dei carceri di frontiera. Luca Medici non regala facili ironie, lacrime caritatevoli o accuse contro gli aguzzini di qualsiasi bandiera, credo e colore. Luca Medici racconta una storia universale. Checco Zalone la consegna al pubblico tramutata in una visione, Tolo Tolo (2020). A tutti noi l'arduo compito di ragionare e poi parlarne.

Tolo Tolo, la cicogna strabica

Tolo Tolo - Idjaba (Manda Touré), Checco Zalone e il piccolo Doudou (Nassor Said Birya)
Tolo Tolo - Checco Zalone in un momento di risveglio fascio-italico

venerdì 3 gennaio 2020

Sorry We Missed You, il lavoro strangola la vita

Sorry We Missed You - Ricky Turner (Kris Hitchen) e sua figlia Liza Jane (Katie Proctor)
Andare al lavoro, costi quel che costi. Famiglia? Benessere? Malattia? Non conta più nulla. Spiacente, siamo tutti inesorabilmente all'inferno. Sorry We Missed You (2019, di Ken Loach).

di Luca Ferrari

Famiglie allo stremo. Genitori sequestrati dal mondo del lavoro. Fatica e sacrifici. Neanche il tempo di vedere i figli andare a scuola e poi giusto il tempo di salutarli la sera. Lì nel mezzo, tante telefonate e preoccupazioni. Lì nel mezzo, l'angoscia conficcata in un'esistenza umanamente faticosa e il dramma di non poter offrire nulla di meglio ai propri cari. Giorno dopo giorno la speranza di un domani diverso si affievolisce sempre di più. Nel 2020 il tanto agognato miglioramento di vita per qualsiasi classe al di sotto dei ricchi, è peggio di un'utopia. Spiacenti, così è il mondo. Spiacenti, così ci hanno incatenato. Spiacenti, così li abbiamo lasciati fare. Sorry We Missed You (2019, di Ken Loach).

Ricky Turner (Kris Hitchen) è uno dei tanti lavoratori inglesi passato da un impiego all'altro dopo la crisi che ha colpito il settore edilizio. Deciso a mettersi in proprio, sceglie la via delle consegne in franchising, aumentando il già considerevole carico di sacrifici per sé e la sua dolce metà. Ma dietro la fantomatica indipendenza c'è un sistema spietato che concede appena due minuti per mangiare e non prevede nemmeno pause per fare pipì. Il sistema detta le condizioni e l'agenda. Bisogna correre e correre ancora. I giorni perduti non sono concessi se non pagando di tasca proprio il sostituto. Turni da 14 ore consecutive senza alcuna concessione. Chi resta indietro, è perduto. Anzi, viene scaricat

Abbie Turner (Debbie Honeywood) è un assistente domiciliare pagata a presenza, costretta a spostarsi sugli autobus per raggiungere i clienti. A complicare la vita già difficile, il figlio maggiore Sebastian (Rhys Stone), adolescente inquieto alle prese con la propria voglia di emancipazione e qualche assenza di troppo da scuola. A chiudere il quadretto, la figlia piccola Liza Jane (Katie Proctor), anima ancora innocente. Spugna inesorabile di tutti i discorsi e litigi tra le mura domestiche.

Abbie si prende a cuore i pazienti. Non si limita a pulirli e prepare loro da mangiare, ci parla. Ci entra in contatto, anche se le rigide direttive non glielo consentirebbero. E la giornata di otto ore? le chiede esterrefatta una signora cui presta servizio. Un ricordo. Le nuove leggi sulla regolamentazione del lavoro hanno reso tutto flessibile a discapito di chi deve portare a casa il companatico. Non pensavo fosse così difficile, l'amara confessione di un marito a una moglie, entrambi sfiniti dopo l'ennesima e infinita giornata di lavoro. Un qualunque imprevisto rappresenta un problema. Un qualsiasi imprevisto diventa un debito che non si può saldare.

Io devo andare al lavoro. Io devo andare al lavoro. Io devo andare al lavoro, grida un esausto Ricky. Ricky deve andare al lavoro. Sarebbe peggio se non andasse. Ricky deve andare al lavoro anche se i suoi familiari lo supplicheranno in lacrime di non andare poiché malato. Si, Ricky Turner non può permettersi di perdere un giorno di lavoro rischiando il licenziamento. Ricky Turner vuole un futuro diverso per la sua famiglia e non importa se nei prossimi mesi (anni) si dovrà sacrificare. Questa è l'illusione. Questo è il grande inganno delle multinazionali. Questa è l'esca per un mondo abbandonato a se stesso senza alleati né supereroi in suo (e nostro) aiuto.

Venezia, 2 gennaio 2020. cineluk - il cinema come non lo avete mai letto inizia l'anno con Ken Loach, accomodatosi nel sempre accogliente Cinema Giorgione il primo giorno di programmazione della pellicola. A dispetto del periodo di festività, a mancare sono stati soprattutto i giovani, quelli ancora ignari (o forse rassegnati) di ciò che li aspetta. Un futuro dove la gran parte delle maglie tentacolari dei contratti continueranno a evolversi con il solo obiettivo di metterli ai margini, sfinendoli fino a toglier loro qualsiasi idea di un lavoro che li possa soddisfare e sfamare (parliamo ovviamente delle grandi masse e non dei singoli privilegiati, ndr). Farebbero bene a venire e iniziare a preparare strategie per cambiare le cose.

Al giorno d'oggi in Italia come in gran parte del Pianeta si perde il posto di lavoro senza nessuna conseguenza per i "padroni". Monta la protesta. Si guadagna spazio su qualche pagina della cronaca locale per poi sparire nell'oblio. E noi, dall'altra parte dello schermo, vediamo questi volti e le loro dichiarazioni salvo poi non saperne più nulla. Come pagheranno le bollette? Quanti chilometri dovranno fare per trovare un altro impiego e quanto tempo gli ci vorrà? Come staranno i loro figlioli? Non ci sono risposte. Non ci sono più lacrime. Non c'è più tempo. L'obiettivo della super-produttività non ammette contrattempi umani. L'iper-produzione vuole ancora di più. L'umanità è un orpello irrilevante.

Sembra passato un secolo da quando ci facevamo grasse risate col magnate Carcarlo Pravettoni interpretato da un grandioso Paolo Hendel. Noi, negli anni Novanta, ridevamo di gran gusto quando il patron della Carter & Carter parlava dell'utilizzo degli immigrati come mangiatori di plastica, o di come sostenesse l'idea di pagare i lavoratori "quando ci va." Gag che al giorno d'oggi ci farebbero al massimo emergere qualche smorfia di acida bile, e subito dopo arrabbiare in modo incontrollato per come siamo stati stupidi nel fidarci di persone di qualsiasi bandiera che non hanno fatto nulla per impedire il fagocitare più spietato della globalizzazione.

Vedi Sorry We Missed You (2019, di Ken Loach) e poi senti un fortissimo desiderio di tornare a casa. Il passo è veloce. Il cuore caldo e fuori tempo. Sempre di più. Hai voglia di sicurezze. Hai voglia di stringerti accanto a chi ami e chi ti ama. Pensi/speri dentro di te che ciò che è successo alla famiglia Turner non debba mai accaderti. Forza propria a parte, siamo così sicuri che sia tutto nelle nostre mani? Non lo è e lo sappiamo tutti molto bene. Continuiamo a ripetere che l'unione fa la forza ma uniti non lo siamo mai. Cammini veloce con una voglia ancora più forte di guardare negli occhi i propri cari e giurargli che la disperazione resterà fuori dalla porta. Non è così. Qualcuno potrebbe aver già deciso diversamente e a quel punto che si fa?

Sorry We Missed You (2019, di Ken Loach) non lascia respirare. Fin dalle prime battute cinque scomposte dita meccaniche si attorcigliano dentro e fuori lo stomaco facendo temere sempre il peggio. Il regista inglese (My name is Joe, Il vento che accarezza l'erba, Io Daniel Blake) non fa sconti né concede nulla all'immaginazione (speranza). Mostra il mondo esattamente per quello che è. Illustra la disperazione della porta accanto e ciò che è peggio, senza nessun lembo di solidarietà. Viviamo l'epoca della condivisione a distanza, abbandonati a un regime che studia ogni giorno nuove tecniche per velocizzare la produzione a discapito dell'umanità. Le famiglie sbranate restano sole e sconsolate. Le famiglie indebitate restano prede dei più facili canini. Spiacenti, ci potevate pensare prima...


Il trailer di Sorry We Missed You

Sorry We Missed You - la famiglia Turner: papà Kris (Kris Hitchen),
mamma Abbie (Debbie Honeywood) e i loro figli Sebastian (Rhys Stone) e Liza Jane (
Katie Proctor)

lunedì 30 dicembre 2019

Strade aperte in Paradiso

Bufera in Paradiso - Il bacio appassionato tra Sarah (Mädchen Amick) e Bill (Nicolas Cage)
Vorrei un mondo dove esistessero strade aperte e seconde possibilità per tutti. Vorrei che il mondo assomigliasse di più a Bufera in Paradiso (1994, di George Gallo).

di Luca Ferrari

Una piccola comunità derubata da tre lestofanti. Una piccola comunità non perde la fede nelle "persone." Una piccola comunità accoglie tre forestieri anche se gli indizi sembrerebbero portare a loro. Una piccola comunità di onesti lavoratori, quelli che pagano le tasse rischiando di essere sbranati da Fisco e Multinazionali, lavorano ogni giorno per tenere vivo quel sogno e speranza americana (umana) di vivere e crescere i propri figli in un posto e tra la gente che amano. Un mondo dove è ancora possibile cambiare. Un mondo dove una gentilezza viene prima del dubbio. Un mondo dove le strade sono ancora aperte. Questo è il mondo di Bufera in Paradiso (1994, di George Gallo) e vorrei che "sta roba qui fuori" gli assomigliasse un po' di più.

Dave (Jon Lovitz) e Alvin Firpo (Dana Carvey) sono due incalliti ladruncoli newyorchesi, bugiardo il primo e cleptomane il secondo. Riottenuta la libertà con le classiche promesse di filare dritti, vengono affidati al fratello maggiore Dave (Nicolas Cage), ladro redento e oggi manager di un ristorante in città. Una lettera di un compagno galeotto, Vic Mazzucci (Vic Manni), che brama di rivedere sua figlia, spingono i tre a partire per la Pennsylvania in fretta e furia (...) per consegnare il prezioso messaggio. A dispetto dei dubbi di Dave, perfino mamma Edna (Florence Stanley) sembra trovarla una buona idea.

Arrivati così nella graziosa cittadina di Paradise, i fratelli Firpo fanno la conoscenza di Sarah Collins (Mädchen Amick), impiegata nella banca cittadina che i tre scoprono essere una facile preda, coi sistemi di allarme disattivati e soprattutto un sostanzioso gruzzolo appena depositato. Un'occasione davvero ghiotta e irripetibile, perfino per il retto Dave. Comprati i passamontagna, la combriccola mette subito in atto il piano, grattando tutto il contante non senza qualche "provinciale" complicazione. Tutto filato liscio? Non esattamente. Nel tentativo di fuggire col malloppo, hanno un incidente. Il paese però non è diffidente ed ecco che a dargli un passaggio e portarli al caldo è proprio il nipote del direttore della banca, Clifford Anderson (Donald Moffat), appena rapinato.

Le autorità intanto si mettono in moto. A supporto dello sceriffo locale Burnell (Sean McCann), e alcuni pseudo-aiutanti come il ruvido e imbranato Ed Dawson (John Ahston), viene mandato sul campo l'agente federale Shaddus Peyser (Richard Jenkins). Ora dopo ora intanto, i Firpo entrano sempre più in contatto con l'accogliente comunità di Paradise. Come se non fosse già abbastanza la calda accoglienza ricevuta dagli Anderson, con tanto di regali e condivisione della cena della vigilia, prima Bill si vede regalare i soldi mancanti per prendere l'autobus per tornare a casa (col malloppo) dall'impiegata stessa della biglietteria, poi Alvin viene coraggiosamente salvato per mezzo di una catena umana mentre rischia di annegare (e morire) nelle gelide acque del fiume che attraversa la città.

Il cerchio si stringe attorno ai Firpo e complice anche l'arrivo di papà Collins, le cose sembrano mettersi davvero male per tutti. La comunità di Paradise però è forte e unita, e al momento opportuno sa bene per chi e cosa schierarsi. "Venite qui" dice un esaurito Peyser ai Firpo, "Non so cosa sia successo in questa città ed è ovvio che qui nessuno me lo dirà ma ho il sospetto che vi stiano dando la più grossa opportunità della vostra vita. Non la sprecate." Le occasioni capitano nella vita ma bisogna anche saperle cogliere. Sarà così anche per i Firpo, o per lo meno per qualcuno di loro?

Riavvolgiamo il nastro e torniamo a quando la storia era ancora in fase di sviluppo. Bill, Dave e Alvin sono a cena dagli Anderson. Nel corso delle conversazioni a tavola, cercano di minimizzare l'accaduto. Non è di questo avviso il padrone di casa che con pacata gentilezza spiega loro che "Questa rapina molto probabilmente porterà al fallimento della nostra piccola banca" ammette sospirando, "Sono anni ormai che la grandi banche di città minacciano di venire qui ad assorbirci e ora dopo questa faccenda arriverà un controllo del Deposito Federale. Faranno delle indagini e scopriranno che concedo prestiti alla gente solo con una stretta di mano senza alcuna garanzia collaterale e questo inevitabilmente segnerà la fine di tutto."

Bill allora, cercando di alleviarsi il peso della coscienza, chiede il percome ci fosse tutto quel contante in cassa. La risposta arriva subito ed è ancora più dolorosa. "Bene, questa è la parte peggiore della storia" ammette con le lacrime agli occhi insieme alla moglie "Mi ero dato da fare per persuadere tutti in città ad aprire un conto natalizio. Sapete, niente d'importante ma alla fine dell'anno tutti avevano qualche dollaro da parte. Potevano contarci. Ci dava a tutti una piccola sicurezza e un pizzico di orgoglio in più. Le strade erano piene di allegria". Non quest'anno, replica il nipote. No, non quest'anno.

Come sono andate le cose a Paradise, lo sappiamo bene (e chi non lo sapesse, recuperi subito Bufera in Paradiso e se lo guardi). Ma il Paradiso è davvero qualcosa di irraggiungibile nella vita terrena o è solo nei sogni di qualche benpensante con gli occhi foderati di cuoricini? La risposta è soggettiva e spetta a ciascuno di noi. Certo mi chiedo cosa succederebbe se ognuno (tutti) iniziasse a deporre le armi (fisiche e mentali) per costruire qualcosa di migliore per sé e in parte anche gli altri? Tutto il male alla fine non ha mai portato a nulla e non ha arricchito nessuno. La grande umanità unita potrebbe cambiare il proprio corso con un semplice gesto di autentica unione.

Agli sgoccioli del 2020 viviamo ancora in un mondo lacerato da egoismi e disparità sempre più tragiche e marcate. Ho sempre amato la fiaba di George GalloBufera in Paradiso (1994), e a più di 25 anni dalla sua uscita mi ritrovo a desiderare fortemente di essere parte di quel mondo. Una dimensione dove a dominare è l'altruismo più sincero capace di far emergere in modo naturale il cambiamento al momento giusto della propria vita. Bufera in Paradiso (1994, di George Gallo) è quel nuovo inizio che tutti ci portiamo nel cuore ma che in pochi abbiamo l'ardire (e la possibilità) di seguire (cominciare). Quel tempo adesso è arrivato per tutti. I know I'm just a dreamer but I'm not the only one, vero John?

Bufera in Paradiso, clip

Bufera in Paradiso - ha inizio la rapina in banca
Bufera in Paradiso - il rapinatore Bill Firpo (Nicolas Cage) e Mrs Anderson (Angela Paton)
Bufera in Paradiso - la famiglia Anderson durante la cena della vigilia di natale
Bufera in Paradiso - il direttore della banca di Paradise, Clifford Anderson (Donald Moffat)
Bufera in Paradiso - l'altruismo dei cittadini di Paradise
Bufera in Paradiso - i fratelli Firpo, Dave (John Lovitz) e Alvin (Dana Carvey)
Bufera in Paradiso - i rapinatori si disfano del malloppo 
Bufera in Paradiso - la generosità dei cittadini di Paradise
Bufera in Paradiso - i fratelli di Firpo: Bill (Nicolas Cage), Dave (John Lovitz) e Alvin (Dana Carvey)
Bufera in Paradiso - l'Agente dell'FBI, Shaddus Peyser (Richard Jenkins)
Bufera in Paradiso - la dolce Sarah Collins (Mädchen Amick)
Bufera in Paradiso (1994, di George Gallo)

martedì 24 dicembre 2019

Maudie – Un natale a colori

La locandina del film Maudei - Una vita a colori, e una palla natalizia in stile dell'artista canadese
Dal cinema di Maudie - Una vita a colori al natale e i suoi addobbi giunti direttamente dalla Art Gallery of Nova Scotia, in Canada.

di Luca Ferrari

Pennellate sincere. Una determinazione ammirevole contro tutto e tutti, inclusi i limiti del proprio corpo. La tenera storia di un'artista minuta, Maud Lewis (1903-1970) che con la sua arte colorò di semplicità il mondo. La sua storia è stata portata sul grande schermo da Aisling Walsh nel film Maudie - Una vita a colori (2016) con protagonisti Sally Hawking nei panni della pittrice ed Ethan Hawke, in quelli del burbero marito Everett. Nata e cresciuta nella provincia canadese della Nuova Scozia, oggi l'Art Gallery le ha dedicato una sezione speciale per diffondere la sua arte alle generazioni a venire, anche nel giorno di natale.

"Ho visto e consiglio la visione del film Maudie - Una vita a colori" scrive Pj Gambioli, "La pellicola poetica e toccante, diretta da Aisling Walsh racconta la vita dell'artista canadese Maud Lewis che a causa di una brutta forma di artrite è considerata l'ultima degli ultimi. Eppure questa donna non demorde davanti alla vita e lotta con tutte le sue forze per la propria indipendenza. Grazie all'amore puro che ha in sé, Maudie scioglie il cuore rude dell'uomo che diventerà poi suo marito e con il talento innato per la pittura si riscatta diventando inaspettatamente nota e apprezzata nel mondo. Nessuno, a causa della sua diversità era disposto a darle un centesimo eppure spesso le apparenze ingannano. Da vedere."

Maudie è minuta. Trattata come se non contasse nulla dai familiari. Lei si vede diversamente e trovando la forza per rispondere a un annuncio di lavoro del pescivendolo Everett che cerca qualcuno che badi alla casa, si getta a capofitto in una nuova e a tratti impossibile avventura. In principio l'uomo è scontroso e ingrato. La caccia anche via ma Maud non demorde. Nel pochissimo tempo libero, anche solo per abbellire la casa, inizia a dipingere rivelando un incredibile talento scoprto dall'emancipata Sandra (Kari Matchett), cliente del marito e residente in zona per dei periodi quando abbandona la Grande Mela. L'arte di Maude viene così rivelata al mondo

Vincitrice di sette Canadian Screen Awards (l'equivalente dei nostrani David di Donatello) tra cui Miglior film, regia, sceneggiatura originale, miglio attore non protagonista e miglior attrice protagonista, Maudie - Una vita a colori (2016, di Aisling Walsh) è una storia universale. Un frammento di esistenza umana capace di andare ben oltre la mera ispirazione. Un film che ha ulteriormente consacrato Sally Hawking (Made in Dagenham, Blue Jasmine, Paddington), portandole in dote anche il prestigioso British Actress of the Year l'anno successivo il trionfo con il "veneziano" La forma dell'acqua - The Shape of Water (2017, di Guillermo Del Toro).

Natale è speranza (Bufera in paradiso), amore (The Holiday - L'amore non va in vacanza), redenzione (A Christmas Carol). Natale è magia (The Polar Express). Natale è sentimenti per cui lottare (The Family Man). Natale è anche cambiamento. Fare spazio a qualcosa di nuovo, dentro e fuori di noi. L'anno passato sul mio albero si è accoccolata una pallina natalizia rotolata nella mia casa direttamente dai lontani tetti verdi di Avonlea (Canada, Prince Edward Island) dove abitano una certa Anna Shirley insieme a Marilla Cutberth e suo fratello Matthew. Quest'anno è toccato all'ars pittorica di Maud Lewis. Oggi guardo il mio albero di natale e penso anche a lei. Oggi il mio natale ha i connotati di una manina e un pennello.

Il trailer di Maudie - Una vita a colori

Maudie - Una vita a colori, Everett (Ethan Hawke) e Maud (Sally Hawkins)
L'arte di Maud Lewis sull'albero di natale  © Luca Ferrari
Maudie - Una vita a colori, la pittrice Maud Lewis (Sally Hawkins)
L'arte natalizia di Maud Lewis sulla stella di natale © Luca Ferrari
Maudie - Una vita a colori, Everett (Ethan Hawke) e Maud (Sally Hawkins)

lunedì 23 dicembre 2019

The Doors, l'adagio di The Severed Garden

The Doors - Pamela (Meg Ryan) e Jim Morrison (Val Kilmer)
La discesa finale negli inferi di Jim Morrison sublimata nell'Albinoniana The Severed Garden a cui Oliver Stone affidò lo spartito per l'epilogo di The Doors (1991).

di Luca Ferrari

Quel giorno. Quel momento rappresentò la fine. Perdita d'innocenza senza possibilità di assoluzione né scivoli per mondi differenti. Adesso era tutto vero. Il dolore. La paura. Le lacrime. La crudeltà soffocata. Adesso non potevo più mentire. Da quel momento non avrei più potuto fare finta che non fosse accaduto niente. Iniziò così. Iniziò con una semplice locuzione e finì con la testa fracassata tra il legno innevato di un domani senza futuro. The Doors (1991, di Oliver Stone) si congeda con la straziante malinconia dell'Adagio di Albinoni riarrangiato in The Severed Garden e poetizzato da Jim Morrison, spirato all'età di 27 anni.

Pamea Coruson (Meg Ryan) lo ha appena trovato senza vita in vasca da bagno nel loro appartamento di Parigi. La faccia sfuocata del cantante americano in primo piano e lei sullo sfondo. Il fuoco s'inverte. La telecamera indugia così fino a trasferirsi nel cimitero monumentale Père-Lachaise, mostrando gli illustri ospiti (Proust, Balzac, Rossini, etc.). "Death makes angels of us all/ And gives us wings/ Where we had shoulders/ Smooth as raven's Claws ... La morte ci rende tutti angeli/ e ci mette ali/ laddove avevamo spalle/ lisce come artigli di corvo" parla scrivendo Jim prima delle ultime inquadrature verso la sua tomba.

Potenza narrativa. L'oscurità umana prende il sopravvento. Jim Morrison lascia i suoi compagni Doors: Ray Manzareck (Kyle MacLachlan), Robbie Krieger (Frank Whaley) e John Densmore (Kevin Dillon) scivolando nelle ombre (demoni) sempre inseguite. "No more money, no more fancy dress/ This other kingdom seems by far the best/ Until it's other jaw reveals incest/ And loose obedience to a vegetable law ... Niente più soldi, niente più bei vestiti/  questo altro Regno sembra di molto il migliore/ finché nell’altra sua fauce non rivelerà l’incesto/ sciogliendo l’obbedienza ad una legge vegetale." Una ferita si fa strada nell'anima spogliata dell'immagine del corpo, diventando ciò che ne resta. Un cammino. Una fine da conquistare.


LETTERE DALL’ADILÀ

Nulla di preparato,
nulla che sia una decisione... Provai
a ripensare
a qualcosa a memoria...
non c'era nulla.
Non c'era un senso,
un collegamento, un utilizzo. Eravamo
tutti là
senza fenomenologia di plurali... A
che cosa ci stavamo urlando?
Tracce celesti nella cenere
che risuonavano minacciose
senza più luci... Non
voglio guardare
cosa stia accadendo
perché tutto è già successo.
Se adesso mi alzassi
per dare un bacio
a un lembo ancora intatto,
che cosa ci potrei scrivere
sopra? Sono arrivato
appositamente a questo punto
della mia vita
e ho ora che le strade
si sono mummificate
nel tradire il concetto
di unione umana, io presto andrò oltre
e allora l'indecisione
non sarà l'ennesimo pasto
lasciato a metà
né una candela autenticata
per colpevolizzare
l'ennesima prigionia arretrata
...
Cerco tra le mie ferite
un significato
diverso dal mio testamento
già ritirato... Intingo
tra le mie dita per disperdere il fieno
immobilizzato
nell'abbandono di tutti
coloro che decisero quell'orrore
per me... Non vi seguirò...
(Venezia, 23 Dicembre 2019)

The Doors, di Oliver Stone

The Doors  (1991, di Oliver Stone)
The Doors - Pamela (Meg Ryan) e Jim Morrison (Val Kilmer)

venerdì 6 dicembre 2019

A qualcuno piace... "Tanti auguri a te"!

A qualcuno piace caldo - I festeggiamenti di Ghette (George Raft)
"Perché è un bravo ragazzo... Nessuno lo può negar!" Auguri di buon compleanno, mio caro. Lo so che A qualcuno piace caldo (1959, di Billy Wilder) ma oggi ti dovrai accontentare. 

di Luca Ferrari

Il Presidente John Kennedy potrà avere anche avuto l'onore di sentirsi cantare "Tanti auguri a te" dalla divina Marilyn Monroe ma non c'è confronto con la festa organizzata dal boss malavitoso Piccolo Bonaparte (Nehemiah Persoff) per il suo fidato uomo della Circoscrizione Sud di Chicago, Ghette (George Raft). In effetti al suo compleanno mancherebbero ancora dei mesi ma come si fa a rifiutare una torta così bella e degli amici che ti vogliono davvero bene? Che volete che vi dica, "nessuno è perfetto", neanche "cineluk - il cinema come non lo avete mai letto."

A qualcuno piace caldo: Perché è un bravo ragazzo

A qualcuno piace caldo - Piccolo Bonaparte (Nehemiah Persoff)

lunedì 25 novembre 2019

La vendetta delle ragazze di Wall Street

Le ragazze di Wall Street - Destiny (Constance Wu) e Ramona (Jennifer Lopez) tra un facoltoso cliente
La crisi economica del 2007 non risparmiò nessuno, nemmeno le spogliarelliste. Qualcuna allora gliela fece pagare. Le ragazze di Wall Street - Business Is Business (2019, di Lorene Scafaria).

di Luca Ferrari

Donne seminude e provocanti si esibiscono davanti a una platea di uomini "dagli alti principi morali". Onesti padri di famiglia. Single. Semplici colletti bianchi. Intermediari del potere. Spregiudicati esemplari di mascolinità che decidono il destino di milioni di risparmiatori. Durante la crisi economica del 2007 alcune stripper misero in atto una truffa poi raccontata nell'articolo "The Hustlers at Scores" di Jessica Pressler e pubblicato sul New York Magazine nel 2015. È uscito sul grande schermo Le ragazze di Wall Street - Business Is Business (2019, di Lorene Scafaria).

Destiny (Constance Wu) è una spogliarellista sfruttata che lavora nello strip club Moves per mantenere anche l'anziana nonna. Una sera fa la conoscenza di Ramona Vega (Jennifer Lopez), la star più ambita (e pagata) del locale con cui instaura una sincera amicizia. Impara dunque le mosse giuste venendo introdotta verso i clienti più facoltosi. Tutto prosegue fino alla spaventosa crisi immobiliare che mandò al tappeto le economie di mezzo mondo, Stati Uniti inclusi. A risentirne, anche la tipica clientela proveniente da Wall Street.

Le strade si dividono per poi ricongiungersi. Qualcosa però ormai è cambiato. Se prima vigeva il motto "guardare e non toccare", adesso per racimolare più soldi le stripper sono disposte ad andare anche oltre. Non Ramona, che in un mix di spirito vendicativo contro i trader e desiderio di riprendere il ricco stile di vita che faceva prima (capace anche di metterla in condizioni economiche di regalare all'amica del cuore una costosissima pelliccia di cincillà, ndr), idea una truffa insieme alle ex-colleghe Annabelle (Lili Reinhart), Mercedes (Keke Palmer) e ovviamente Destiny.

Le truffe si sa, fanno sempre la solita fine, in particolar modo quella dei piccoli contribuenti. Finisce così che l'ennesimo pollo capitolato nella trappola delle donne, si riveli più che altro una sogliola della finanza che non un pescecane. Vistosi rifiutare dalle fanciulle di restituirgli il denaro, un divorziato con mutuo da pagare denuncia le ragazze alla polizia e la notizia arriva alla stampa. Le ragazze di Wall Street - Business Is Business (2019, di Lorene Scafaria) incomincia da qui, dalla fine. Andando a ritroso nel racconto. Destiny rilascia un'intervista alla giornalista Elizabeth (Julia Stiles), parlando sì della truffa ma anche del rapporto con Ramona.

La crisi economica del 2007 ha segnato la fine del sogno americano, poi subito ben rivitalizzato con l'immancabile iniezione di menzogne politico-economiche. Nel tritacarne di chi ha pagato le spese e si è ritrovato senza casa, c'è finita la classe media e via via sempre più giù. Dopo l'inquietante Margin Call (2011, di J.C. Chandor con Kevin Spacey) e il grandiosamente corale La grande scommessa (2015), diretta da quell'Adam McKay tra i produttori di Le ragazze di Wall Street, il grande schermo riaccende i riflettori sul collasso economico del terzo millennio dove molti dei responsabili non solo sono ancora a piede libero, ma non hanno mai smesso di fare la bella vita.

Utilizzando la formula del racconto-intervista, Le ragazze di Wall Street - Business Is Business (2019, di Lorene Scafaria) narra una storia senza facili condanne morali né scontate assoluzioni ideologiche. Se l'11 settembre 2001 ha segnato il XXI secolo occidentale dando il via a un periodo (non ancora finito) di odio, guerre e discriminazioni, il 2007 ci ha messo di fronte alla realtà che nessun "comune mortale" è al sicuro. Da allora molte leggi sono cambiate sul fronte del lavoro e quasi sempre in peggio, in particolare nelle cosiddette economie forti.

Vittima di abusi domestici in Via dall’incubo (2002, di Michael Apted). Romantica e buffa nella commedia Quel mostro di suocera al fianco di Jane Fonda. Corrotta nell'ottima serie televisiva poliziesca Shades of Blue. Impegnata nel drammatico Bordertown sul primo caso accertato di femminicidio nella cittadina messicana di Juad Juarez. Animata nei panni felini della tigre Shira nel 4° capitolo della saga de L'Era Glaciale. Jennifer Lopez è un'attrice eclettica. Nel corso della sua carriere Jennifer Lopez ha spesso ricoperto ruoli atipici e audaci, Le ragazze di Wall Street - Business Is Business incluso.

Il 25 novembre è la Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne. Gli eventi e la consueta ipocrisia si mobilitano. L'attenzione però è come sempre rivolta verso i fatti più eclatanti. Lo stupro di un immigrato è molto più vendibile di una logorante serie di botte e abusi mentali tra le sacre mura domestiche. E che dire della violenza ai danni di tutte quelle donne che perdono o non riescono a lavorare perché commettono l'imperdonabile errore di avere o volere un figlio (molto ben raccontato nell'inedito nostrano Gli ultimi saranno gli ultimi, 2014)?

C'è di più. C'è di peggio. Ci sono donne che non meritano nemmeno la compassione. Ci sono donne la cui violenza che subiscono è in qualche modo accettata. Eh si, con il lavoro che fanno e che "si sono scelte", è inevitabile. Loro sono le prostitute e quelle donne che lavorano nei locali (consentiti) dove un un brav'uomo può entrare per eccitarsi gettando banconote a persone che si dimenano sul palco come avviene in Le ragazze di Wall Street (titolo originale, Hustlers). Tutto questo per la stragrande maggioranza del mondo non è violenza sulle donne. Non lo è. Loro si meritano tutto questo. Loro hanno scelto questa strada e dunque, "zitte!"

Nessuno sa niente delle donne di Wall Street così come di qualsiasi altro angolo sperduto del mondo. Sono lì per un fine, un fine maschilista e testosteronico. Ci devono essere per il piacere altrui. Come ci siano arrivate a esibirsi su quelle pedane, a nessuno importa, stampa incluso che ovviamente preferisce vendere la violenza di qualche "negro" ai danni di una bianca. Le ragazze di Wall Street - Business Is Business (2019, di Lorene Scafaria) è un film che impone una lunga riflessione dentro e fuori di noi stessi. Le ragazze di Wall Street non è solo la storia di una truffa ma lo spaccato di un mondo allo sfascio che tutti abbiamo il dovere di cambiare.


Il trailer de La ragazze di Wall Street

Le ragazze di Wall Street Annabelle (Lili Reinhart), Ramona (Jennifer Lopez), Mercedes (Keke Palmer) e Destiny (Constance Wu)

martedì 19 novembre 2019

Gli ultimi sono sempre più gli ultimi

Gli ultimi saranno gli ultimi - Stefano (Alessandro Gassmann) e Luciana Colacci (Paola Cortellesi)
L'ingenua ambizione di una vita fatta "almeno" delle piccole gioie quotidiane, dilaniata da un mondo lavorativo senza più diritti né futuro. Gli ultimi saranno gli ultimi (2015).

di Luca Ferrari

Una donna incinta viene messa alla porta. Non importa gli anni dedicati all'azienda. Non importa la sua volontà. Luciana Colacci (Paola Cortellesi) non ambisce a ricchezze, vuole solo poter continuare a vivere la semplicità della propria esistenza. Complice il marito Stefano (Alessandro Gassman), farfallone più interessato al proprio ego che ai bisogni di una famiglia, e a un mondo lavorativo sempre più oltraggioso, la donna viene spinta alla (quasi) follia o meglio, disperazione. Luciana è sola. Luciana ha un dono ma nessuno è lì per una carezza.

Pericolo crampo atroce allo stomaco. Pericolo malessere. Pericolo rabbia. Pericolo aumento a incontrollato di desiderio dii giustizia sociale. Gli ultimi saranno gli ultimi (2015, di Massimiliano Bruno) fa proprio male. Batte incandescente su quei nervi ipersensibili che tutti dovremmo avere scoperti dinnanzi all'ingiustizia. Alla stregua dell'angosciante Marion Cotillard di Due giorni, una notte (2014, di Jean-Pierre e Luc Dardenne), operaia messa al porto con un vile ricatto, Paola Cortellesi è una fatua fiammella di onesta semplicità su cui il mondo vomita bava e indifferenza. I

In parallelo, ecco la vicenza di Antonio Zanzotto (Fabrizio Bentivoglio), sbirro trasferito a causa di un incidente che è costato la vita a un collega più giovane. Nel suo distretto lo trattano come un appestato. Nessuno gli è vicino a parte l'anziana madre, trasferitasi apposta per lui, Manuela (Irma Carolina Di Monte), donna transgender, la cui amicizia lo farà isolare ancora di più, salvo poi sentirsi lei stessa rifiutata e schifata da lui una volta rivelatasi per quello che è. Ecco la massa. Ecco i preconcetti. Ecco gli ultimi.

Ogni giorno in quest'Italietta scendono in strada nuovi ultimi, convinti di poter ottenere qualcosa. Il mondo benestante, quello vero. Quello che manda i figli a scuola senza pensieri sul domani, gli lancia per terra qualche tozzo di pane. Tanto per non farli morire di fame e istigarli a prendersela con i nuovi ultimi, oggi quelli che vengono dal mare. Divide et impera. Funzionava ai tempi dell'Impero Romano, funziona ancora di più oggi. C'è sempre un nuovo ultimo ed è su quello che ci concentreremo per sentirci meglio.

Ogni 25 novembre si celebra la Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne. Non c'è solo lo stupro, calci e pugni. La violenza sulla donna è anche il rifiutarle un impiego perché incinta o perché vuole mettere su famiglia. Licenziare una donna incinta non è solo un brutale atto di violenza contro di lei ma contro l'intero sistema economico  e cosa ancor più grave, è violenza contro il diritto di esistere. Licenziare una donna incinta è il fallimento di un'intera società. Licenziare una donna incinta è segnare per sempre il nascituro/a che verrà.

Oggi, nel novembre 2019, tocca agli operai dell'ex-Ilva, arrivati ad ammalarsi pur di lavorare. Per loro non c'è una coraggiosa Erin Brockovic (Julia Roberts) disposta a lottare allo stremo pur di far avere loro diritti e vita. Per loro ci sono solo ciarlatani che si rimbalzano responsabilità lasciando campo aperto ai pescecane della finanza. Oggi, alle soglie del 2020 gli ultimi sono sempre più ultimi, di fatto e nel cuore. Sbraitano senza agire. Puntano a chi sta a un millimetro dietro di loro. Oggi gli ultimi stanno anche peggio dei nuovi ultimi. Non c'è più speranza. Non c'è più domani. Oggi gli ultimi sono sempre più gli ultimi.

Gli ultimi saranno gli ultimi (2015, di Massimiliano Bruno). Stasera ore 21.10 su Rai Movie.


Il trailer di Gli ultimi saranno gli ultimi

Gli ultimi saranno gli ultimi - Antonio (Fabrizio Bentivoglio)

martedì 12 novembre 2019

'O famo strano co' Pearl Jam

Viaggi di nozze - Jessica (Claudia Gerini) e Ivano (Carlo Verdone)
Due burini in Viaggi di nozze s'interrogano su dove hanno fatto sesso e con quale musica. Una battuta entrata nel lessico popolare grazie a Carlo Verdone e Claudia Gerini.

di Luca Ferrari

Due sposini sfrecciano in autostrada su una decapottabile, parlando in un impeccabile dialetto romano. Al centro della conversazione, le band con cui hanno fatto sesso. Inizia così un gioco in cui l'uomo chiede alla fanciulla di dirgli dove fossero quando ci hanno dato dentro e con quale sottofondo musicale. Si comincia coi Morphine. Si prosegue coi Nirvana, Megadeth, Santana (a Ronco Bilaccio, in mezzo alla nebbia) e... i Pearl Jam? E lì qualcosa accade. Epica della commedia italiana. Una delle tante scene cult di Viaggi di nozze (1995, di Carlo Verdone).

Non posso certo dire che all'epoca fossi un amante della settima arte. Il colpo di fulmine sarebbe arrivato tre anni e mezzo dopo, nell'insolito scenario di una condivisione del grande schermo  dinnanzi a Shakespeare in Love. Viaggi di nozze lo "incontrai per caso". Un genere quello del comico romano mai entrato (tutt'ora) nelle mie corde ma quando a inizio film, il burino Ivano (Carlo Verdone) e la sposina Jessica (Claudia Gerini) disquisivano su quale fosse la musica per farlo "strano", alla parole - Pearl Jam -, subito scattai. Da tempo ormai ero un grandissimo fan della band capitanata da Eddie Vedder e a quel tempo, nonostante il gruppo fosse giù molto famoso, le apparizioni erano davvero sporadiche.

Una piccola citazione per la band di Seattle, presente in maniera decisamente più massiccia (sia a livello sonoro che con alcuni membri del gruppo) nel cult Singles - L'amore è un gioco (1991) di Cameron Crowe. Quello stesso regista che più di vent'anni dopo (e un Oscar per la Miglior sceneggiatura originale), avrebbe diretto il documentario Pearl Jam Twenty (2011). Carlo Verdone (Compagni di scuola, Perdiamoci di vista, L'abbiamo fatta grossa) invece, a dispetto di personaggi troppo spesso ripetitivi, con la coppia Ivano-Jessica di Viaggi di nozze ci regala alcune chicche entrate nel lessico popolare senza malinconia (una volta tanto, ndr) e di puro intrattenimento italiano.


Viaggi di nozze, 'o famo strano

venerdì 1 novembre 2019

La famosa invasione degli animali al cinema

Ailo - Un'avventura tra in ghiacci (2019, di Guillaume Maidatchevsky)
Dolci creature protagoniste sul grande schermo tra realtà e animazione. La famosa invasione degli orsi in Sicilia Ailo - Un'avventura tra in ghiacci, in uscita il 7 e il 14 novembre.

di Luca Ferrari

Sarà un grandioso novembre cinematografico, non c'è dubbio. In particolare per chi avesse voglia di crogiolarsi sul grande schermo insieme ai protagonisti animali, reali e animati. Si comincia giovedì 7 novembre con La famosa invasione degli orsi in Sicilia (2019, di Lorenzo Mattotti). Basato sull’omonimo romanzo (1945) di Dino Buzzati, è stato presentato in anteprima alla 72. edizione del Festival del cinema di Cannes nella sezione "Un Certain Regard." Tra i doppiatori italiani: Toni Servillo, Antonio Albanese, Corrado Guzzanti e lo scrittore Andrea Camilleri.

Il trailer del film La famosa invasione degli orsi in Sicilia

Appena una settimana dopo invece, giovedì 14 novembre è il momento di passare dal Sud Italia alle latitudini più settentrionali, molto più a nord, destinazione Lapponia con Ailo - Un'avventura tra in ghiacci (2019, di Guillaume Maidatchevsky) con la voce narrante del simpatico Fabio Volo. Distribuito da Adler Enternaiment, è l’incredibile viaggio di un piccolo cucciolo di renna durante le 4 stagioni dell’anno attraverso le meraviglie dei ghiacci, alla scoperta di paesaggi strepitosi, natura incontaminata e animali stupendi.

Il trailer Ailo - Un'avventura tra in ghiacci

Quando scendono in campo gli animali, i risultati al cinema sanno spesso toccare il cuore degli spettatori. Negli ultimi anni l'animazione è a dir poco salita in cattedra a cominciare dal branco più stravagante che si sia mai visto aggirare nel Pianeta, in fuga dall'Era Glaciale. Da topolini chef sopraffini (Ratatouille). Dalla storica combriccola dei fuggitivi animali dello zoo arrivati fino in Europa, passando per la rivisitazione de Il libro della giungla e il recente Re Lone, fino alle domestiche avventure di Pets - Vita di animali. Realtà, animazione. Singolarmente o formule condivise nel segno de live action. Gli animali commuovo e conquistano.

Le locandine di La famosa invasione degli orsi in Sicilia e Ailo - Un'avventura tra in ghiacci 

La famosa invasione degli orsi in Sicilia (2019, di Lorenzo Mattotti)