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mercoledì 24 ottobre 2018

Julia Roberts a letto con il nemico

A letto con il nemico - Martin (Patrick Bergin) e Laura (Julia Roberts)
Negli anni Novanta non si parlava ancora di femminicidio e la violenza domestica era pratica tollerata che raramente usciva di casa, come nel caso del drammatico A letto con il nemico.

di Luca Ferrari

Angoscia. Violenza fisica e psicologica. A letto con il nemico (1991, di Joseph Ruben). Un thriller dal sapore ancora troppo contemporaneo a più di 25 anni dalla realizzazione del film. Basato sull'omonimo romanzo di Nancy Price, "Sleeping With the Enemy", è la storia di Laura (Julia Roberts) alle prese con un marito possessivo, Martin Burney (Patrick Bergin), che al minimo sguardo, timore che interceda coi suoi piani, fa scendere in campo la prepotenza più manesca. La donna subisce fino al momento in cui la misura è colma e agisce.

Escape is never the safest path, cantavano i Pearl Jam nella tonante "Dissident". Una lezione questa, che come accadde anche alla Erin Miller (Jennifer Lopez) di Via dall'incubo, così dovrà imparare Laura, costi quel che costi. Non si può avere paura tutta la vita. Non si deve provare paura per un'intera esistenza guardandosi sempre le spalle. Non si può passare un'intera vita a fuggire perché prima o poi il nemico tornerà a bussare alla porta e pretenderà tutti gli arretrati. Non importa quanto tempo ci vorrà, lui prima o poi arriverà e a quel punto la violenza si scatenerà con tutta l'irruenza possibile.

Allora ventiquattrenne e reduce dal successo planetario di Pretty Woman (1989), la giovane Julia Roberts dimostrò subito di avere le idee chiare sul proseguo della propria carriera non facendosi incastrare in ruoli scontati né da fidanzatina d'America. E così fece, alternando con saggezza film di spessore a commedie più leggere. Da Il rapporto Pelican a Notting Hill; da Il matrimonio del mio migliore amico a Erin Brockovic, film di denuncia sociale col quale vinse premio Oscar, Golden Globe e BAFTA come Miglior attrice protagonista, fino ai più recenti Mona Lisa Smile (2003), i corali La guerra di Charlie Wilson (2007) e I segreti di Osage County (2013) fino al commovente Wonder (2017).

Allora, a inizi anni novanta, di femminicidio non si parlava. Bisognerà aspettare il terzo millennio e il dramma messicano di Ciudad Juarez denunciato da Amnesty International e portato poi sul grande schermo da Antonio Banderas e Jennifer Lopez in Bordertown (2007) perché la questione inizi a diventare di dominio pubblico. Nemmeno si poteva immaginare cosa fosse, eppure esisteva e non abitava nei quartieri degradati ma aveva dimora fissa nelle case borghesi. Una cultura che ancora oggi non si è sradicata. Un film, A letto con il nemico, che non ebbe l'attenzione che avrebbe meritato. Oggi, con gli occhi di un mondo cambiato ancora troppo poco, andrebbe rivisto per continuare di più e meglio, un percorso.

Il trailer di A letto con il nemico

La locandina in lingua originale di A letto con il nemico

martedì 16 ottobre 2018

Africani... immigrati, per noi siete immondizia

Hotel Rwanda (2004, di Terry George)
La gente dirà che è terribile e poi continuerà a mangiare. Succedeva in Ruanda durante il genocidio  Succede oggi in Italia e nel resto d'Europa, con altri esseri umani lasciati a morire.

di Luca Ferrari

"Io credo che la gente guarderà il servizio, dirà oh è terribile e poi continuerà a cenare". È l'amara confessione del cameraman Jack (Joaquin Phoenix) dinnanzi alla mattanza umana appena filmata, e ora trasmessa al telegiornale. Paul Rusesabagina (Don Cheadle), direttore dell'Hotel des Mille Collines di Kigali, capitale del Ruanda, non poteva credere a quelle parole ma è esattamente ciò che accadde. Vennero abbandonati. Vennero lasciati liberi di massacrarsi. Questo è Hotel Rwanda (2004, di Terry George). Non è tanto diverso ciò che avviene ogni giorno, oggi, in Italia. Ogni giorno centinaia di persone fanno viaggi impossibili con la speranza di ricominciare a vivere ma ciò che li aspetta non è una carezza, ma un foglio di via con tanto di beceri insulti.

Sono passati più di vent’anni dal genocidio ruandese. Un massacro che portò alla morte di quasi un milione di persone. È stato scritto di tutto ed è stato girato anche un ottimo film: Hotel Rwanda (2004, di Terry George). Tante nomination ricevute tra premi Oscar, Golden Globe, BAFTA e tre Satellite Award conquistati per il Miglior film drammatico, Miglior attore in un film drammatico a Don Cheadle e Miglior canzone (Million Voices) a Wyclef Jean, Jerry "Wonder" Dupressis e Andrea Guerra. Un premio quest'ultimoo, assegnato da giornalisti membri della International Press Academy (IPA).

Ruanda, 1994. Paul Rusesabagina conduce una vita tranquilla. Sposato con Tatiana (Sophie Okonedo), ha due figli e un ottimo lavoro. Qualcosa però sta brulicando da un pezzo. Sembrano un gruppetto di esaltati che inneggiano al potere e la supremazia Hutu, di cui lo stesso è appartenente. L’assassinio del presidente (hutu) ruandese Juvénal Habyarimana colpito da un missile è la tanica di cherosene che scatena il macello. L’ordine è perentorio: tagliare gli alberi (riferimento ai Tutsi più alti e meno neri degli hutu, una differenziazione voluta dalla feroce dittatura belga chiamata nei libri di storia, colonialismo). Ammazzare ogni singolo Tutsi presente in Ruanda, bambini inclusi.

Ha inizio il genocidio. Paul fa l’impossibile per salvare più vite umane che può. L’albergo diventa un rifugio. Grazie ai suoi ottimi rapporti con il colonnello delle Nazioni Unite, Peter Oliver (Nick Nolte) e la responsabile della Croce Rossa Internazionale, Pat Archer (Cara Seymour), mette al riparo chi può. Non si tira indietro nemmeno dinnanzi al generale ruandese Augustin Bizimungu (Fana Mokoena) che compra con soldi e alcolici. Chiama perfino il presidente della Sabena Airlines (Jean Reno), titolare della struttura.

Paul fa il proprio dovere di essere umano per salvare la vita umana. Il suo atto eroico salverà la vita di oltre 1200 persone. Uomini, donne e bambini strappati alla propaganda di morte guidata con sprezzo da George Rutagunda (Hakeem Kae-Kazim) e altri invasati omicidi. La formula è sempre la stessa: una razza cui imputare tutte le colpe, un mezzo di diffusione di massa e l’ignoranza delle persone. È una formula vincente. Accadeva nell’antica Roma e nel Medioevo. È proseguito nei campi e le colline di tutta Europa nel XX secolo. Lo vediamo fuori dalle nostre porte mentre l’indifferenza miete nuove vittime. Gl’imbonitori dell’etere (oggi del web) non mancano mai e ancora meno le mandrie di pecore saccenti che credono ancora alla favola dei puri dalla loro parte.

Bisogna imparare dal passato. Basta. Non la voglio più sentire questa frase ipocrita. Bisogna avere la cruda onestà di ammettere che il mondo non ne vuole sapere di voltare pagina e scegliere l’umanità. È vorace e crudele. Lo è sempre stato. La pietà e compassione sono virus buonisti da debellare, questa volta si con qualche vaccino di produzione nazionale su larghissima scala. L’umanità continua a seguire gli sproloqui di bugiardi facendo pagare agli ultimi le colpe del proprio menefreghismo e le azioni che si sono rifiutati di vedere e combattere, preferendogli qualche erudito talk show o commentando l’ennesima manifestazione sportiva. Questo è il mondo. Questa è anche l’Italia. Questa è la politica italiana del tanto atteso cambiamento nel XXI secolo.

Italia, 2018 – Non-so-bene-quale-Repubblica. Un governo atteso e voluto da molti più italiani di quelli che l’hanno effettivamente votato. Privatasi dell’aggettivo "Nord" per raccogliere consensi tra i meridionali (dopo averli insultati per decenni), il partito politico della Lega passa ogni giorno alla cassa, conquistando nuovi adepti con le armi più banali: il facile razzismo e la xenofobia più ignorante, fornendo un capro espiatorio come fecero gli Ottomani-turchi con gli armeni nella prima guerra mondiale e i nazisti con gli ebrei nella seconda. E in tutto questo cosa fanno gli altri?

Dopo aver insultato per anni chiunque osasse proporre loro un’alleanza, il sedicente Movimento 5 Stelle è salito al Colle insieme alla falange più estrema, anti-europeista e razzista d’Italia, trincerandosi sempre dietro la parola “collaborazione” ogni qual volta il klan di Matteo Salvini faccia qualcosa non gli garbi abbastanza. Un comportamento che ha solo tre appellativi possibili: vigliaccheria, opportunismo e collaborazionismo (rif. Governo di Vichi). La “presunta” sinistra italiana poi, è al limite del piattume encefalico. Inesistente. Senza mordente. Senza una vera ideologia. Un insulto alla storia.

E in tutto questo ci stanno loro. Bambini, donne e uomini che cercano solo un posto per vivere. Tutti etichettati nei modi peggiori. Tutti etichettati come “migranti”. Tutti etichettati come “rubalavoro”. Tutti etichettati come negri e terroristi islamici. Ecco, come mi è successo durante la visione al cinema del recente BlacKkKlansman (2018, di Spike Lee), mentre riguardavo Hotel Rwanda (2004, di Terry George) il mio pensiero si schiantava sul presente nostrano. Un presente vergognoso. Un presente che mi fa ogni giorno di più vergognare di essere italiano.

Un presente che non riguarda solo le persone in arrivo sulle coste italo-elleniche ma tutta l'Europa, troppo distratta dal voler offrire un altro saggio della propria sanguinaria storia illuministica. Oggi sempre di più è il quotidiano figlio di certi pensieri e logiche a inquietare. Dai bambini di colore rifiutati alla mensa scolastica a clienti di bar che non accettano di fari servire dai camerieri di colore, passando per l'arresto politico del sindaco di Riace, Mimmo Lucano, senza contare le aggressioni costanti di chiaro stampo razzista. Ultima news in ordine temporale, un bambino a Bari aggredito con schiuma spray dai coetanei al grido “Adesso ti facciamo diventare bianco. Ma il nostro Governo del Cambiamento ci ha voluto rassicurare: "Non c’è nessun allarme razzismo in Italia!".

E invece la realtà è di ben altro spessore. Sta accadendo di nuovo come già successe nella ex-Jugoslavia e appunto nel Ruanda. Da un giorno all’altro i nostri vicini di casa sono diventati l'insopportabile emblema del nostro fallimento sociale. I nostri vicini sono il facile recipiente dove vomitare le nostre frustrazioni e incapacità. Siamo stati ammorbiditi dalla democrazia della rete e delle televisioni private. Il nostro cervello era pronto. Ci siamo. Si può dare il via alla pulizia. Che differenza c’è tra un proiettile, una lama tagliente e un foglio di espulsione? Nessuna. Stiamo condannando il mondo. Stiamo condannando il futuro dei nostri figli a nuove guerre fratricide.

80 anni esatti fa, lungo le strade di Vienna, nel marzo 1938 ebbe luogo il drammatico Anschluss durante il quale la popolazione salutò entusiasta l’annessione dell’Austria alla Germania di Hitler (vedi anche film, Woman in Gold con la premio Oscar, Helen Mirren). Oggi il nostro Vicepresidente del Consiglio, Matteo Salvini, in vista delle elezioni europee del 2019, cerca alleanze con le peggiori falangi fasciste del vecchio continente: la destra francese di Marine LePen e il nazionalismo esasperato del Primo Ministro ungherese, Viktor Orban. Ma non sono gli unici. C’è tutta un’Europa silente a preoccupare. In apparenza disgustata, ma ben felice che qualcun altro ci stia mettendo la faccia (e il proprio mandato) per questo tipo di operazioni umane.

Hotel Rwanda (2014, di Terry George) è una lezione troppo grande per il mondo contemporaneo. A chi crede ancora nella fratellanza, si prepari. Non ci sarà. Le mani tese sono state mozzate con il machete e il sangue sta sgorgando ancora, e ancora. Non ci sarà nessun contingente a mettersi di mezzo tra noi e la morte. Ci lasceranno spartirci i resti dei resti delle carcasse. Forse allora sarete tutti soddisfatti. Forse allora la vostra sete di potere sarà placata e i vostri sostenitori potranno brindare alla supremazia del vostro pensiero senza che nessuno osi contraddirvi. Senza che nessuno possa pensarla diversamente.

Paul Rusesabagina compie il suo dovere ma è da solo. Se la sua azione è al limite della disperazione, chi potrebbe fare qualcosa è l'uomo dell’ONU sul campo, ispirato alla figura del generale canadese Romeo Dallaire. Lui vorrebbe intervenire ma gli viene intimato di non fare nulla. Lui sa come va il mondo, specie quello occidentale. Gli africani non hanno mai contato nulla. Dinnanzi all'ormai inevitabile, le sue parole rabbioso-esauste rivolte a Rusesabagina sanno di condanna a morte. E sarà esattamente così. Il massacro non verrà fermato. A chi tocca il prossimo? Sta già accadendo di nuovo. Adesso tocca a te.


Una drammatica scena di Hotel Rwanda
Hotel Rwanda (2014, di Terry George
Hotel Rwanda - il cameraman Jack (Joaquin Phoenix) e Paul Rusesabagina (Don Cheadle)
Hotel Rwanda - il cameraman Jack (Joaquin Phoenix) e Paul Rusesabagina (Don Cheadle)
Hotel Rwanda - il cameraman Jack (Joaquin Phoenix) e Paul Rusesabagina (Don Cheadle)
Hotel Rwanda - il cameraman Jack (Joaquin Phoenix) e Paul Rusesabagina (Don Cheadle)
Hotel Rwanda - il generale canadese delle Nazioni Unite, Peter Oliver (Nick Nolte)
Hotel Rwanda - il generale canadese delle Nazioni Unite, Peter Oliver (Nick Nolte)

venerdì 12 ottobre 2018

Venom odia i vaccini

clip da Venom odia i vaccini © Fuori Sync.
Può un film non interessarti e poi esserne risucchiato grazie a un trailer-parodia capace anche di toccare un tema delicato? La risposa è si, se ti chiami Fuori Synch. e maneggi Venom.

di Luca Ferrari

Supereroi al cinema? Anche no. Anche basta. Anche troppi. Questo almeno è ciò che pensavo prima di imbattermi in Venom (2018, di Ruben Fleischer), adattamento cinematografico di uno degli storici antagonisti dell'Uomo-Ragno, e prima d'ora comparso un'unica volta sul grande schermo nell'ultimo fiacco capitolo (20017) della trilogia di Sam Raimi, Spider-Man 3, allora interpretato da Topher Grace (quest'ultimo visto nei recenti panni del Gran Maestro del Ku Klux Klan in BlacKkKlansman).

Un momento, fermate le rotatorie. Venom di Ruber Fleischer ho detto? Calma, non esageriamo. Si, la base è quella ma i contenuti non appartengono certo alla sceneggiatura originale. A metterci mano, i novelli artigiani della risata di Fuori Sync., che come riportato sulla loro pagina Facebook, "è un progetto di intrattenimento nato nell’ottobre 2017 da un’idea di Alberto Pigliapochi, aspirante doppiatore e diplomato all’Accademia Nazionale del Cinema di Bologna". Insieme a lui, altri quattro suoi amici, anch’essi doppiatori in erba: Gianluca, Andry, Samuele e Salvatore.

Il loro obiettivo? "Farsi conoscere al grande pubblico attraverso parodie umoristiche pubblicate su internet (canale Youtube inclusondr) per arrivare un giorno a entrare nel mondo professionistico sfruttando la viralità del web. I loro lavori spaziano dall’attualità ai grandi problemi quotidiani in cui tutti possono rispecchiarsi e sono scritti, doppiati e realizzati con la medesima cura di adattamenti cinematografici originali, dando ai contenuti un marchio di fabbrica ormai riconoscibile in tutta Italia, contenuti che generano regolarmente sulle piattaforme social milioni di click".

Fino a pochi giorni fa non avevo idea di chi fossero, esattamente come non mi sarei mai sognato di andare a vedere Venom al cinema, cosa che al contrario ho intenzione di fare a breve al Rossini di Venezia ma lo ammetto, sarà dura. Quando vedrò i protagonisti Tom HardyRiz Ahmed (Il fondamentalista riluttanteLo sciacallo - NightcrawlerJason Bourne) e Michelle Wlliams (MarilynManchester by the SeaTutti i soldi del mondo), sarà davvero impossibile non ripensare al video realizzato da Fuori Synch., Venom vs vaccini. È raro che ceda ai suggerimenti di Facebook, questa volta l'ho fatto. Sarà stata la controversa parola "vaccini", ho voluto provare e ne sono stato invaso.

Londinese classe '77, Tom Hardy è un attore straordinario capace di passare dalla commedia pulp e commerciale (RocknRollaUna spia non basta) a ruoli da villain memorabili (BronsonLegendRevenant - Redivivo) mettendoci nel mezzo anche incursioni eroiche (Mad Max: Fury RoadDunkirk) e ruoli inediti (LockeChild 44 - Il bambino n. 44). Un ruolo come quello interpretato in Venom però non lo aveva ancora acchiappato, e che non mi venga citato il mal riuscito Bane "Nolaniano" de Il cavaliere oscuro - Il ritorno.

Chissà se Tom è al corrente di cosa gli hanno combinato quei mattacchioni dei Fuori Synch. Io intanto me lo rivedo ancora una volta. Fatelo pure voi... prima che sia troppo tardi!


Venom vs vaccini, di Fuori Sync.

clip da Venom odia i vaccini © Fuori Sync.
clip da Venom odia i vaccini © Fuori Sync.
clip da Venom odia i vaccini © Fuori Sync.
clip da Venom odia i vaccini © Fuori Sync.
clip da Venom odia i vaccini © Fuori Sync.
clip da Venom odia i vaccini © Fuori Sync.
clip da Venom odia i vaccini © Fuori Sync.

lunedì 8 ottobre 2018

Nine Months, il nuovo e vero amore

Nine Months Imprevisti d'amore - il ballo notturno
di Samuel (
Hugh Grant) e Rebecca (Julianne Moore) sotto il tenero sguardo del figlioletto
Basta con lo stereotipo del maschio immaturo. Il tempo de L’ultimo bacio è finito. Oggi i mariti & neo-papà sono i redenti Hugh Grant nel finale di Nine Months - Imprevisti d'amore.

di Luca Ferrari

Felici di amare la donna che hanno scelto per trascorrere il resto della loro vita. Maturi e decisi a prendersi cura della prole, incluso cambio di pannolini, pappe e sveglie notturne. Tirate un sospiro di sollievo mie care fanciulle, il maschio de L'ultimo bacio (2001, di Gabriele Muccino) è una razza in via di estinzione. Siamo in una nuova epoca. Oggi si parte direttamente dalla felice redenzione di Hugh Grant nel dolce Nine Months - Imprevisti d'amore. E che la vita allora trionfi sulla più commerciale depressione-sciupafemmine "Belpaesotta".

Questa non è una recensione. Questo è uno spaccato di vita vissuta. Questa è una storia che riguarda  il cinema e l'esperienza della vita vera. Nei giorni scorsi sono stato a un matrimonio. Era da parecchio tempo che non partecipavo a simili eventi e si, insomma, qualcosa nel frattempo è cambiato anche nella mia vita. Fino al momento del (lungo) pranzo in una masseria fuori Matera, non avevo idea che avrei potuto scrivere un simile articolo. Lì qualcosa è successo. Lì ho visto qualcosa che mi ha fatto davvero piacere constatare. La generazione de L’ultimo bacio di Gabriele Muccino è davvero al tramonto.

Anno 2001. Sul grande schermo arriva il generazionale L’ultimo bacio. Il regista romano scatta una drammatica istantanea nazionale dei trentenni. Sono immaturi. Poco propensi a mantenere una relazione e/o aprirsi ad avere una propria famiglia. Si avanza, ma col freno a mano tirato a tutta forza. A parte Marco (Pierfrancesco Favino), il resto del gruppetto di amici formato da Carlo (Stefano Accorsi), Paolo (Claudio Santamaria), Adrian (Giorgio Pasotti) e Alberto (Marco Cocci) è un insieme di desolanti stereotipi maschili.

Oggi invece, nel mezzo del festante salone nuziale, l'atmosfera era di tutt'altro genere. C’erano tanti maschietti che si divertivano coi propri figlioli. Ballavano insieme a loro. Tutti diversi e con la propria personalità. Dalla classica faccia da bravo ragazzo inquadrato al capellone barbuto passando per i manager comunque affettuosi. Età variegata poi. Si andava dai più giovani primi trentenni a e persone già membri del club degli anta. Tutti in sintonia con l’Ed Mackenzie (Adam Scott) della grandiosa serie televisiva Big Little Lies.

A rivedere film sul genere con donne in dolce attesa, raramente si trovano ruoli in cui i maschietti non fanno o la parte degli smidollati cagasotto come l'iniziale Hugh Grant di Nine Months - Imprevisti d'amore (poi dolcemente redento) o i menefreghisti bastardi come il Dylan Bruno di Qui dove batte il cuore che abbandona Natalie Portman incinta. La realtà oggi è molto diversa e forse sarebbe ora che anche la cinematografia italiana iniziasse a darci un taglio con lo stereotipo del maschio italiano Felliniano/Mucciniano perché non esiste davvero più.

Oggi siamo tutti più cresciuti e non aspettiamo altro che svegliarci nel cuore della notte per ballare un lento con le persone più importanti della nostra vita.


La dolcezza familiare di Nine Months - Imprevisti d'amore
La dolcezza familiare di Nine Months - Imprevisti d'amore

martedì 2 ottobre 2018

Tintoretto: Artista del Rinascimento Veneziano

Il documentario dedicato al grande pittore veneziano Jacopo Tintoretto
Mercoledì 3 ottobre, presso il Cinema Multisala Rossini di Venezia, si terrà una doppia proiezione straordinaria del documentario Tintoretto: Artista del Rinascimento Veneziano.

di Luca Ferrari

L'ars pittorica seduce la settima arte. Nell’ambito delle celebrazioni per il cinquecentenario della nascita di Jacopo Robusti detto il Tintoretto (Venezia, 1519-1594) e della collaborazione tra la Fondazione Musei Civici di Venezia e la National Gallery of Art di Washington, è stato prodotto dal museo statunitense il cortometraggio Tintoretto: Artista del Rinascimento Veneziano, con la consulenza scientifica di Frederick Ilchman e Robert Echols, curatori della mostra a Palazzo Ducale, e Susannah Rutherglen, ricercatrice associata della National Gallery of Art di Washington: un documentario che percorre in trenta minuti, la straordinaria carriera del Maestro al culmine del Rinascimento.

Doppiato dalle voci dell’attore americano Stanley Tucci (Shall We Dancce?, Il diavolo veste Prada, Il caso Spotlight) per la versione inglese e del critico d’arte e storico Renato Miracco per quella italiana, intoretto: Artista del Rinascimento Veneziano completa il percorso delle mostre Tintoretto 1519–1594 a Palazzo Ducale (7 settembre 2018 - 6 gennaio 2019) e Il giovane Tintoretto alle Gallerie dell’Accademia (stesso periodo), entrambe a Venezia, con i capolavori non esposti perché presenti, ancora oggi, nei luoghi per cui furono realizzati.

Dalle sale espositive sarà dunque possibile vedere la casa di Tintoretto nel sestiere della Madonna dell’Orto o ammirare, con la lente della macchina da presa, i dipinti della relativa chiesa, i cicli superbi della Scuola Grande di San Rocco o le opere della chiesa di San Giorgio Maggiore. Nel film anche brani di interviste a Gabriella Belli, Direttore della Fondazione Musei Civici di Venezia; Paola Marini, Direttore delle Gallerie dell’Accademia di Venezia; Maria Agnese Chiari della Scuola Grande di San Rocco; all’artista Jeorge Pombo e ai co-curatori Robert Echols e Frederick Ilchman.

Tintoretto: Artista del Rinascimento Veneziano. Mercoledì 3 ottobre. Cinema Multisala Rossini. Evento gratuito, fino a esaurimento posti disponibili. Questo il programma:
  • h. 17 - primo appuntamento. Introduzione al film alla presenza di Paola Marini e Robert Echols
  • h. 17.30 inizio film
  • h. 18 - secondo appuntamento. Introduzione al film alla presenza di Gabriella Belli, Paola Marini e Frederick Ilchman
  • h. 18.30 inizio film

...Buona visione. Silenzio in sala.

sabato 29 settembre 2018

BlacKkKlansman, potere al potere

BlacKkKlansman - gli agenti sotto copertura Zimmerman (Adam Driver) e Stallworth (John D. Washington
Può un negro infiltrarsi nel Ku Kluk Klan, ottenere la tessera arrivando perfino a conoscere il gran maestro? La risposta è si e questa la sua incredibile vicenda. BlakkKlansman (2018, di Spike Lee).

di Luca Ferrari

Storia vera. Storia d’infiltrazione afroamericana nel delirio suprematista del Ku Klux Klan. Storia vera di un mondo ancora presente. Storia di odio e ignoranza pilotata ad arte da gente che aspira a ben altro. Storia mai capita davvero e per ancor di più oggigiorno, noi che viviamo nel mondo delle infinite verità annacquate. Capaci d’ingannare e fare in miliardi di irriconoscibili briciole ogni barlume d’innocenza ideologica. È sbarcato sul grande schermo BlacKkKlansman (2018, di Spike Lee).

Colorado Springs (Stati Uniti), anni ’70. La presunta integrazione tra neri e bianchi è tutta (o quasi) sulla carta. Nell strade come negli uffici la realtà è molto diversa. Il giovane Ron Stallworth (John David Washington) si arruola nel corpo di polizia locale. Dopo un lento inizio e non privo di contrasti con qualche collega, chiede di passare dall'archivio a incarichi più interessanti, suggerendo lui stesso missioni sotto copertura. Ricevuto un secco rifiuto, inizia a operare in questo ambito e fa la conoscenza dei colleghi, i detective Flip Zimmerman (Adam Driver) e Jimmy Creek (Michael Buscemi).

La sua prima missione riguarda la sua stessa gente, infiltrarsi “microfonato” in un comizio dell’ex-Pantera Nera, Stokely Carmichael (Carey Hawkins), oggi  Kwame Ture, organizzato dal comitato studentesco degli afroamericani. È lì che fa la conoscenza della decisa attivista, nonché presidente della sezione locale, Patrice (Laura Harrier). Il passo successivo è follemente geniale. Trovato un annuncio sulla gazzetta locale, Ron contatta il Ku Klux Klan. Ah, per quanti non lo sapessero ancora, Stallworth è un nero.

All’altro capo dell’apparecchio risponde il pacato suprematista Walter Breachway (Ryan Eggold) con cui organizza un incontro per conoscere lui e il clan, anzi l’organizzazione come gli specifica subito il violento e diffidente Felix Kendrickson (Jasper Pääkkönen), marito di Connie (Ashlie Atkinson), ansiosa di entrare in azione e mandare al Padre Eterno un bel po’ di negri. Ovviamente non può essere il vero Stallworth a interagire. La scelta cade su Flip, bianco, che dovrà solo nascondere la propria origine ebraica (odiata dal KKK).

La missione prende corpo. Tutto viene registrato e fotografato. Per partecipare alla prima croce infuocata però, serve la tessera ufficiale e Stallworth non ha tempo da perdere. Si mette così in contatto con la sede centrale arrivando per caso a parlare con il Gran Maestro in persona, David Duke (Topher Grace). Questi, colpito dalle parole del neo-adepto, verrà in Colorado per il suo battesimo ufficiale.

L’arrivo di Duke intanto rischia di mettere a repentaglio l'intera operazione. Il vero Ron Stallworth infatti gli viene affidato per la sua incolumità. C’è aria di battaglia nell’aria. Nello stesso giorno il comitato guidato da Patrice ha organizzato un incontro molto importante. Il vero e il falso Stallworth si ritrovano nella stessa stanza con il Ku Klux Klan a fare proseliti. La miscela è a dir poco esplosiva e qualcuno è deciso ad agire di testa propria.

Venezia, settembre 2018. Delle sale lagunari, la sala A del cinema Giorgione è quella che meglio si sposa con film di un certo impegno. Sarà la zona e quel sapore d’essai, si può davvero respirare il fascino della settima arte. Non è un caso che proprio qui abbia assistito (tra i tanti) alle proiezioni dei drammatici La verità negata (2016, con Tom Wilkinson, Rachel Weisz, Timothy Spall) e in tempi più recenti, l'ancor più sofferente Oltre la notte con Diane Kruger.

Spike Lee (Malcolm X, La 25° ora, Miracolo a Sant'Anna) non delude. Coniugando un piacevole mix tra impegno sociale, storia e umorismo, racconta una fetta della poco conosciuta storia dei neri d’America per lo più (colpevolmente) ignoragli dagli europei e da altrettanti conterranei del regista di Bad 25, documentario su Michael Jackson. La condizione dei neri negli Stati Uniti è di sicuro cambiata rispetto ai Seventies ma forse non così tanto come quasi 50 anni dovrebbero far auspicare e ciò che è peggio, la discriminazione esiste ancora.

Ben assortita la coppia degli attori principali. Adam Driver (Hungry Hearts, Paterson, L'uomo che uccise Don Chisciotte) è una certezza. Notevole anche la prestazione del figlio d'arte John David Washington, il nome del cui padre fa Denzel. Impressionante la somiglianza di Michael Buscemi col fratello Steve (personalmente credevo fosse quest'ultimo). A dir poco spassosa l'interpretazione di Topher Grace. E meno male che non si può ridere del Clan. Forse adesso Spike Lee ci ripenserà sulle ridicole critiche mosse a suo tempo a Quentin Tarantino e il suo Django Unchained (2012).

Fin dalla realizzazione del film erano circolate notizie sul finale collegato al presente dove l’attuale comandante in capo, Donald Trump, non spicca certo per lavorare sul fronte della vera integrazione. Ma come dovremmo porci noi europei davanti a tutto ciò? I tanto “criticati” americani con la pistola sempre dietro e guerrafondai, altri non sono (in maggioranza) che i figli degli europei più folli partiti per il Nuovo Mondo secoli addietro. Gli americani, quelli veri, li abbiamo sterminati (quasi) tutti.

Rispetto ad altre pellicole più specifiche, la storia di BlacKkKlansman esce dai classici confini dello scontro bianchi-negri. Penso alla mia casa e vorrei che le differenze fossero molte di più ma non è così. Non ci sono le croci infuocate nella campagna mestrina, in compenso abbiamo buffoni che salgono sugli autobus per proteggerci da non si sa bene chi e quale minaccia. Oggi, se non fosse per la moda, le compagnie low cost e i social network, sembrerebbe tutto uguale con la sola differenza che l'assordante voce dei burattinai del potere raccoglie consensi con ancor più facilità.

I suprematisti bianchi di BlacKkKlansman negano l’olocausto ebraico e i WASP vorrebbero la cultura negra fuori dalle loro case. Volevano riscrivere e negare la Storia esattamente come nel Bel paese sempre più persone si dimenticano delle pezze e le pulci che moltissimi dei nostri antenati avevano mentre andavamo in Belgio, Germania e Stati Uniti stessi. Non entro neanche nel merito del Fascismo, dove ogni giorno si assiste a un revisionismo al limite dell’incostituzionalità. E adesso, dall’alto della nostra presenza al G7 e nella UE ci arroghiamo il diritto di parlare di “noi” e “loro”.

Di nuovo diretta. Ho appena finito la visione di BlacKkKlansman, film vincitore del Gran Prix Speciale della Giuria alla 71° edizione del Festival di Cannes. Sono ancora davanti al cinema Giorgione di Venezia. Sto fumando una nervosa sigaretta. Scambio due parole con uno degli operatori di sala. Spike Lee ci mostra uno spicchio della storia d’America dove il potere plasma il pensiero. Sono incazzato. Disgustato. Depresso. Frustrato. Avvilito. Quanti anni sono passati davvero dalle vicende del detective Ron Stallworth ai giorni nostri? Quanto è davvero cambiato? Non voglio dirlo. Non posso crederci.


Il trailer di BlacKkKlansman

BlacKkKlansman, - la locandina; Patrice (Laura Arrier) e Ron Stallworth (John D. Washington
Il primo ad arrivare al cinema Giorgione... stasera tocca a BlacKkKlansman di Spike Lee © Luca Ferrari

venerdì 7 settembre 2018

Voglia di vincere, il trionfo di tutti noi

Voglia di vincere - Marty/Scott Howard (Michael J. Fox) trionfa
L'ultimo canestro è stato appena messo a segno. Adesso è tempo di godersi il meritato trionfo e cambiare per sempre la propria vita. Riscopriamo il cult Voglia di vincere (1985, Rod Daniel).

di Luca Ferrari

Epica, antologia di purissimi anni Ottanta. Un ragazzo come tanti sogna di emergere dalla folla. "Ho una gran voglia di vincere", si racconta al proprio padre. La vita però ha in serbo non poche sorprese, non ultima una mutazione lupina capace di ricoprirlo di peli felini dalla testa ai piedi e allo stesso tempo farlo diventare un asso in ogni cosa che decida di fare. Molti di noi ci sono cresciuti. Moltissimi di noi ancora vanno matti per Voglia di vincere (titolo originale "Teen Wolf")– 1985, di Rod Daniel.

Marty Howard (Michael J. Fox) è un adolescente insoddisfatto. Si divide tra studio, lavoro nel negozio del padre (James Hampton) e la pallacanestro, con risultati però alquanto modesti. È cotto della classica bella inarrivabile, Pamela Wells (Lorie Griffin), per di più “fidanzata” con Mick (Mark Arnold), perdigiorno e spocchioso. Non si accorge invece della dolce Lisa detta Boof (Susan Ursitti), che stravede per lui. Tutto cambia radicalmente quando scopre di avere il gene del licantropo. Ma invece di essere una brutale creatura assetata di sangue, scopre di avere doti super che lo faranno diventare un asso del basket e gli conferiscono una sicurezza incredibile.

In principio Marty si confida solo con il fraterno amico Stiles (Jerry Levine), poi, durante uno scontro sul quadrato di gioco, si trasforma rivelando a tutti il suo alterego lupino. È l’inizio di una nuova vita. Tutto va a gonfie vele. Anche troppo, e si sa, l'eccessiva sicurezza può anche avere delle conseguenze così  Marty a un certo punto dovrà fare una scelta. Affrontare la vita con le debolezze di un qualsiasi adolescente o scegliere il lupo e averla vinta in un baleno. La finale del torneo di pallacanestro arriva giusta per mettere il giovane davanti a questa scelta che condizionerà il proseguo della sua intera esistenza.

Gli anni ’80 non sono solo i Goonies, Indiana Jones, Rocky, La storia infinitaE.T. C’è tutto un filone di film leggero-adolescenziali molto amati da chi era un teenager all’epoca e Voglia di vincere è ancora oggi, nel mondo dei nerd riabilitati e i supereroi ritoccati al computer, un film amatissimo dove l’eroe è il ragazzo della porta accanto. Un esempio perfetto di ciò che l’esperto videomaker veneziano Alessandro Maggia spiegava nei suoi recenti lavori musicali dedicati proprio a quella inimitabile decade.

C’è poi lo sport. Il cinema d’oltreoceano ha sempre avuto una certa predilezione per baseball, football e pugilato. Anche il basket però si è ritagliato qualche interessante spunto, dal cult Space Jam (1996) con i Looney Tunes e His Airness Michael Jordan al divertente Chi non salta bianco è (1992) con Woody Harrelson e Wesley Snipes. Voglia di vincere è il basket ancor prima dei college, quello delle high school. Quello dove tutti i grandissimi campioni sono passati prima di approdare nella NBA, la lega professionistica americana.

Ed è proprio sul campo da basket che cambierà tutto. Ed è proprio quando hai il tuo nemico davanti a te che il protagonista fa la sua scelta. In campo non c’è partita. La squadra di Mick sta surclassando l’avversario. Il giovane protagonista fa il suo ingresso a sfida iniziata ma dell’uomo lupo nessuna traccia. Lui è deciso. Vuole vincere così. Nessuno ci crede, men che meno i propri compagni. La partita riprende. Ricevuta la palla, il grasso Chubby viene irriso da Mick con un offensivo Tira pachiderma! Dagli spalti il padre di Marty lo incita. Lui allora prende la mira e segna. È l’inizio. È l’inizio di una nuova partita.

La sfida è agguerrita. Marty e compagni ci mettono l'anima e inseguono. Recuperano e segnano. C’è una scena e un canestro in particolare che segnano il corso di quella partita e il cambio di mentalità. Chubby riceve ancora palla, prodigandosi subito d’istinto in un “Jabbariano” gancio cielo da 3 punti. Wiiiiiiiiiiiiiiiiiiiin... in the end, scandisce la canzone omonima cantata da Mark Safan. Subito dopo aver segnato, Marty gli sbuca da dietro abbracciandolo a bocca aperta per la meraviglia e in pratica salendogli sulle spalle (vedi foto finale) mentre lo stesso score-man mostra poco dopo  il pugno grintoso.

È la svolta. Quella squadra di “mezze seghe” è ora un quintetto di leoni deciso a ribaltare un esito scontato. C’è di più. I castori recuperano fino a -1 quando all’ultimo secondo Mick compie l’ennesimo fallo impedendo a Marty di segnare il canestro della vittoria, e consegnandogli due tiri liberi. Gli animi si scaldano. Espulso per avere toccato quota cinque infrazioni, Mick fa ancora il bullo alzando i toni dello scontro e mettendola sul piano manesco con la classica frase Ti aspetto fuori. Chubby è ormai un fiume in piena e la replica non lascia dubbi: Io ti aspetto fuori!

Marty si piazza sulla lunetta. Sbagliare entrambi significherebbe perdere la partita. Fare un centro su due equivarrebbe ad andare ai supplementari (senza Mick). Segnarli entrambi sarebbe invece il trionfo. Nessuna trasformazione lupesca. Incitato oltre modo da Stiles e tutto il pubblico sugli spalti, Marty prende la mira e segna. Una volta. Due volte. La telecamera rallenta seguendo la palla arancione che rimbalza sul tabellone, poi sul ferro e infine si insacca nel canestro. Marty chiude gli occhi per la gioia e la fatica finalmente ripagata. Esplode il boato del pubblico.

Attaccano le romantiche note di Shootin’ for the moon di Amy Holland. Lui e gli altri della squadra vengono portati in trionfo. Con quella solita aria da prima donna, Pamela si dirige verso il vincitore sicura che cadrà ai suoi piedi. Marty però ha capito la lezione e non ha tempo da perdere con persone egoiste e superficiali. Senza neanche degnarla di uno sguardo, la scansa e corre tra le braccia di Boof per baciarla e dal padre che se lo prende in braccio. È il trionfo il della vita e dell’amore. È il trionfo di un ragazzo come tanti. È il trionfo di tutti noi.

Voglia di vincere, la sfida finale

Voglia di vincere - il canestro della vittoria
Voglia di vincere - Marty (Michael J. Fox) festeggia il canestro di Chubby (Mark Holton)

mercoledì 5 settembre 2018

Natalie Portman splende di (Vox) Lux

Natalie Portman sul red carpet di Venezia75 © Federico Roiter
Veterana del red carpet veneziano, l'ex-Cigno nero Natalie Portman è sbarcata in laguna più splendente che mai, protagonista del film in concorso Vox Lux (di Brady Corbet).

di Luca Ferrari

È tornata, ancora una volta. L’ultima volta Natalie Portman era arrivata a Venezia due edizioni del Festival or sono, incarnando il dramma della vedova, forse più famosa del mondo. Jackie Kennedy, nell’omonimo film diretto da Pablo Larrain. Qualche anno prima era stata proprio la Mostra del Cinema di Venezia a darle la spinta giunta per far planare il suo Cigno Nero diritto verso l’Oscar come Miglior attrice protagonista.

Nella 75° edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia l’attrice di origini israeliane naturalizzata statunitense Natalie Portman (Qui dove batte il cuore, V for vendetta, Sognare è vivere) si è presentata in splendida forma per l’anteprima di Vox Lux, film in concorso per il Leone d’oro. Un’ennesima trasformazione dove Natalie interpreta una popstar segnata da adolescente da una tragedia che quasi la uccise.

Un tema dunque che da il la alla storia troppo frequente negli USA. Quelle armi che tutti possono comperare e con cui possono fare delle stragi. Succede ancora. Tragiche notizie. Un trend che nessuna amministrazione presidenziale ha mai davvero deciso di ostacolare, meno di tutti l'attuale inquilino della Casa Bianca, Donald Trump. Nulla come il cinema rispecchia al meglio la realtà contemporanea, e oggi davanti al pubblico di Venezia75 hanno parlato Vox Lux e Natalie Portman.

foto © Federico Roiter
Natalie Portman sul red carpet di Venezia75 © Federico Roiter
Natalie Portman sul red carpet di Venezia75 © Federico Roiter

martedì 4 settembre 2018

La popstar Lady Gaga non è un'attrice

Venezia75 – la popstar Lady Gaga © Federico Roiter 
Una cantante che interpreta una cantante in un remake. Non c'è che dire, A Star is Born, debutto alla regia di Bradley Cooper con protagonista Lady Gaga, è un'autentica apoteosi di originalità.

di Luca Ferrari

75° Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, nella sezione "Fuori Concorso" è sbarcato il "drammatico" A Star is Born, ennesimo remake di "È nata una stella". Il film ha ricevuto standing ovation e recensioni positive ma in tutta sincerità mi chiedo dove sia la bravura di una cantante, nota trasformista del palco, che di fatto interpreta una sua collega. Alla newyorchese Stefani Joanne Angelina Germanotta le abilità non mancano, ma il vero cinema è un'altra dimensione, per il momento a lei aliena.

Nel mondo del grande schermo c'è posto per tutti, generi & sottogeneri. Ogni tanto però, tra improvvisati blogger intellettuali e superficiali fagocitatori di tv spazzatura, bisognerebbe trovare una giusta via dando il giusto peso a ciò che merita. A Star is Born (di Bradley Cooper) accontenterà di sicuro il pubblico meno esigente ed è probabile che il botteghino lo ricompenserà ma di grazia, non insultate l'intelligenza spacciandolo per chissà quale film.

Lady Gaga è glamour. Lady Gaga fa tendenza. Lady Gaga è un nome da copertina. Lady Gaga, una signorina che è arrivata a indossare un vestito di carne per far parlare di sé e delle sue (discutibili) doti canore, e ancora oggi molti attendono di sapere più come si vestirà che non cosa interprete-canterà. Come nello sport c'è una bella differenza tra essere un vincente e diventare un vero Campione, così nel mondo della settima arte essere una star non significa essere un grande attore o attrice.

foto © Federico Roiter 
Venezia75 – la popstar Lady Gaga © Federico Roiter 
Venezia75 – la popstar Lady Gaga assediata dai fan © Federico Roiter 


La popstar Lady Gaga sul red carpet di Venezia75 © Federico Roiter 

lunedì 3 settembre 2018

Suspiria rosso marketing

Suspiria (2018, di Luca Guadagnino)
Quale sarebbe il tanto scalpore di Suspiria di Luca Guadagnino presentato a Venezia75? Stile e marketing a parte, il resto è una storia già raccontata anni or sono da Dario Argento.

di Luca Ferrari

Suspiria (2018, di Luca Guadagnino) è un remake dell'omonimo (1977) diretto da Dario Agento. In parole povere non è farina del regista palermitano. Presentarlo a Venezia è una mossa molto furba. Non sarei sorpreso se il film avesse successo. Guadagnino ha le doti, l'acume e l’intelligenza per rispolverarlo alla grande, e gli spettatori del festiva sono facili da conquistare col suo stile. Resta però un prodotto già fatto da altri, quindi tutta questa attenzione sarebbe ora che il pubblico e l’industria cinematografica la indirizzassero a prodotti originali, e non rifacimenti intellettualoidi di alta quota.

Luca Guadagnino è una persona preparata e interprete di un cinema a tratti particolare. I suoi risultati sono alterni. Dopo l'esordio con The Protagonist (1999), è balzato alle cronache con Melissa P (2005) ispirato al romanzo "100 colpi di spazzola prima di andare a dormire" di Melissa Panarello, e che vanta un cast di importanti attori quali Elio Germano, Claudio Santamaria e Alba Rohrwacher. Più interessante Io sono l’amore (2009), presentato nella sezione Orizzonti della 66° Mostra del Cinema di Venezia.

Di gran lunga meno efficace e zeppo di luoghi comuni, l’altrettanto “veneziano” A bigger splash (2015) con Ralph Fiennes, Tilda Swinton, Matthias Schoenaerts e Dakota Johnson. Non ho visto il tanto decantato Chiamami col tuo nome (2017), candidato a quattro premi Oscar e vincitore della statuetta della Miglior sceneggiatura non originale (a James Ivory). Non posso dunque avere un’opinione su quest'ultimo. Diverso è il caso di Suspiria, remake presentato in concorso alla 75° Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia (29 agosto - 8 settembre).

I remake, squel a distanza di decenni & simili hanno invaso il grande schermo. Ormai è un trend consolidato, i risultati qualitativi però sono troppo spesso imbarazzanti. Ultimo di questi esemplari, Assassinio sull'Orient Express (2017), diretto e interpretato da Kennet Branagh. Ai grandi produttori però è evidente che la cosa non interessi. Si punta quasi ed esclusivamente a ciò che è un nome che la gente conosce in modo da non avere brutte sorprese. Così il cinema non fa cultura, ma ricicla se stesso in nome del dio danaro.

Guadagnino ha fatto bene i conti e per il suo 6° lungometraggio si è circondato di attrici già collaudate a cominciare dalla musa Tilda Swinton (Burn After Reading, Solo gli amanti sopravvivono, Grand Budapest Hotel) e Dakota Johnson (21 Jump Street, Cinquanta sfumature di grigio, Single ma non troppo). Alla fine la domanda è sempre quella. Era proprio necessario fare un rifacimento? Suspiria è e rimarrà sempre di Dario Argento così come Point Break (1991) lo è di Kathryn Bigelow. Suspiria (2018) è e resta un'operazione ben confezionata di marketing stilistico. Nulla di più.

Il trailer di Suspiria (2018)

lunedì 27 agosto 2018

Sono tornato, il fascismo è uguale al nazismo

Sono tornato - il duce Benito Mussolini (Massimo Popolizio)
"La gente crede ancora che il fascismo sia diverso dal nazismo". Black humour e fin troppo (scomodo) realismo nella commedia Sono tornato (2018, di Luca Miniero).

di Luca Ferrari

"Anche allora la gente rideva. Anche allora credevano fosse solo un comico. La gente dimentica. Crede ancora alla favola che il fascismo fosse diverso dal nazismo come se si potesse essere più o meno assassini. Più o meno vigliacchi". Sono queste alcune delle parole di nonna Lea (Ariella Reggio) rivolte al Duce in persona, Benito Mussolini (Massimo Popolizio), riapparso d'improvviso nel XXI secolo e pronto a riconquistare l'Italia. Sono tornato (2018, di Luca Miniero), versione italiana del tedesco Lui è tornato su Adolf Hitler.

La gente crede ancora che il fascismo sia diverso dal nazismo. Basterebbero queste poche e semplici parole pronunziate da chi vide con i propri occhi l'orrore di quell'epoca, per chiudere la questione così. Invece no. Questa è una nazione di stupidi e ignoranti. Una nazione che si ciba di post e titoli senza arrivare neanche alla seconda riga di un articolo. Una nazione dove si dimentica con troppa facilità e si accusano gli ultimi di ogni male. Una nazione dove il populismo e la xenofobia sono oggigiorno rappresentanti del volere del popolo.

E sono in tanti ancora a credere che il fascismo sia stato diverso dal nazismo. E lo credono convinti aldilà dei libri di storia, le stragi accertate e i campi di concentramento. I cattivi sono sempre gli altri. I cattivi non sono mai quelli della propria nazione. In casa propria non ci sono ladri né corrotti. In casa propria non ci sono assassini né stupratori. In casa propria ci sono solo brave persone e se le cose non funzionano, c'è di sicuro una congiura internazionale che ordisce alle nostre povere e inconsapevoli spalle.

Mi sarebbe piaciuto scrivere la recensione di Sono tornato (2018, di Luca Miniero) ma ho preferito partire e concludere con i ricordi di nonna Lea, sbattuti in faccia e senza paura a Mussolini in persona. Lei che fu l'unica a capire che chi le stava davanti non era un attore ma colui il quale mandò a morire milioni di persone. Lei rappresenta la voce di quei pochi (sempre meno) che ancora oggi credono in un'Italia migliore. Una speranza ormai sempre più utopistica. Una speranza strozzata nella melma condivisa dei latrati online.

Oggi assistiamo impotenti a orde di ciarlatani ignoranti che se ne vanno in spiaggia a cacciare i "baluba". Oggi (e ieri) assistiamo impotenti a negri africani e asiatici trattati come bestie, senza il benché minimo straccio di umanità. "Eh se ci fosse ancora il Duce", si mormora sempre più ad alta voce e senza vergogna. Nella realtà Benito Mussolini sarà anche morto ma non la sua anima più nera così come i suoi pensieri più spregevoli. Per sempre più persone lui sarebbe ancora la soluzione a tutto. Per sempre più persone il Duce farebbe tornare l'Italia a essere una vera e forte potenza.

Nel film Sono tornato Mussolini si trova a suo agio nel terzo millennio. All'epoca l'ignoranza del popolo fu la sua fortuna. Oggi, nell'epoca delle informazioni reperibili da chiunque, sarebbe ancora più facile. La tecnologia è cresciuta, l'intelligenza è regredita. Fiero italico, attendi la nuova dittatura. Un giorno arriverà e tu ne sarai felice. La saluterai tronfio lungo il viale principale fino al giorno in cui, senza una ragione, ti verranno a prendere e allora ripenserai (se ne avrai il tempo) a tutto ciò che un giorno avevi. Ci penserai, prima di essere torturato e ucciso.

Sono tornato - Il monologo di Mussolini

Sono tornato - nonna Lea (Ariella Reggio)

venerdì 24 agosto 2018

Hotel Transylvania 3 - Una vacanza stucchevole

La scatenata combriccola di Hotel Transylvania 3 – Una vacanza mostruosa (2018, di Genndy Tartakovsky)
Non c’è differenza tra mostri e umani. OK, va bene. Ripeterlo all’infinito però lo rende stucchevole e poco credibile. Hotel Transylvania 3 – Una vacanza mostruosa (2018, di Genndy Tartakovsky).

di Luca Ferrari

Dall’oscura Transilvania al mitico regno di Atlantide via mare, o meglio in crociera. L’allegra combriccola capeggiata da Dracula & famiglia è alla ricerca di un po’ di sano relax. Fortuna che per lo stressato vampiro, la figlia Mavis abbia l’idea giusta. Appunto l’idea, non la resa. Su e giù per il possente transatlantico, Hotel Transylvania 3 – Una vacanza mostruosa (2018, di Genndy Tartakovsky) è la fiera dei luoghi comuni. Scontato dall’inizio alla fine. Buono per una spensierata serata al riparo da afa e zanzare, ma mestamente nulla di più.

Il conte Dracula (voce originale di Adam Sandler e italiana del simpatico Claudio Bisio) è infelice. La sua amata sposa è scomparsa da secoli ormai. Il sogno di un nuovo zing (colpo di fulmine dei mostri) è solo una mera illusione e la tecnologia non sembra essere la soluzione giusta. Vedendo il padre infelice, la dolce figlia Mavis (voce italiana di Cristiana Capotondi) gli regala una crociera per tutta la famiglia e amici. Eccoli dunque, dopo un allucinante volo sulla Gremlins-Air, imbarcarsi per la tanto sospirata vacanza.

Ciò che tutti ignorano è che il capitano della nave, un’umana, sia un'amante dei mostri. Se il nome Erika non dirà nulla di particolare, è il suo cognome che potrebbe far drizzare canini & cicatrici varie, ossia Van Helsing. Lei infatti è l’ultima discendente della più agguerrita stirpe di cacciatori di mostri. Ci sarà un piano nascosto in questa crociera, è solo un caso o semplicemente la nuova generazione è andata oltre le battaglie del passato? Si vedrà. Il transatlantico intanto è pronto per partire dal “placido" Triangolo delle Bermude.

Hotel Transylvania 3 – Una vacanza mostruosa piace perché deve piacere. Dopo il grandioso Hotel Transylvania (2012) e l’inevitabile sequel Hotel Transylvania 2 (2015), il regista moscovita Genndy Tartakovsky confeziona un prodotto da “Mulino Bianco” (non me ne voglia la celebre marca dolciaria) dove tutti sono felici e qualsiasi stato alterato e/o differente è un’amorfa brezzolina quasi impercettibile nel turbine estenuante degli esagerati buoni sentimenti. Il filo educativo è onnipresente a discapito però della storia che ci perde in spontaneità e meraviglia.

Perché sorprendersi? Hotel Transylvania purtroppo segue la logica e l’inevitabile destino dei vari Shrek, Cars, L’Era Glaciale, etc. Partiti tutti in modo grandioso e poi andati avanti per mero marketing senza un’anima di sceneggiatura capace di catturare davvero il cuore del pubblico ma vivendo di rendita. Abbiamo visto i primi due, dai, vediamoci anche il terzo! è la linea che spinge lo spettatore a entrare in sala. La speranza c’è sempre di ammirare qualcosa di valido ma il risultato è deludente.

Frankenstein, Wayne, Griffin, sono tutti personaggi secondari. Non incidono. Sono lì per caso. I coniugi “lupeschi”, traboccanti oltre modo di figliolanza, scoprono d’improvviso di potersene stare da soli. Sarebbe stato anche simpatico, peccato sia stato pompato da mesi ormai. E che dire di Jonathan? Pare strafatto. Peace & Love e poco altro. Del “Drac” del primo Hotel Transylvania resta molto poco e sarà anche la voce, ma nei toni pare di sentire più un bradipo zuccheroso piuttosto che un vampiro, seppure buono.

Come da copione, all'anteprima veneziana di Hotel Transylvania 3 – Una vacanza mostruosa presso il cinema Rossini, c'è stato il solito bagno di folla fanciullesco con alcuni dei presenti anche piccolissimi e in età da passeggino. Tanti bambini e bambine insieme agli adulti per godersi una fiaba per tutta la famiglia. Saranno stati contenti i genitori nel trasmettere i “ giusti valori” davanti al grande schermo. C’è da chiedersi però quanto resterà poi dentro di loro e quanto gli stessi faranno perché ciò avvenga.

A quest’età è facile non capire il perché delle differenze. Bastano pochi anni però ed ecco cominciare a emergere parole come immigrati, terroni, negri, etc. Parole che magari sentono per la prima volta proprio tra le mura domestiche. E cosa resta allora di Hotel Transylvania? Roba da bambini, no? I buoni sentimenti non sono “roba da bambini” ma concetti morali che dovrebbero rappresentare la base umana di ciascun essere in questo pianeta.

Interessante il salto generazionale tra Erika e Abraham Van Helsing ma nella realtà nasconde non poche insidie morali. Alla stragrande maggioranza dei genitori (italiani) non fa mai troppo piacere vedere il proprio (ex)pulcino sviluppare una propria identità, ancor di più se in contrasto con la propria e allora che si fa? Andiamo pure a vedere Hotel Transylvania 3 – Una vacanza mostruosa (2018, di Genndy Tartakovsky). Magari poi rivediamolo inseme tra qualche anno insieme ai figli una volta che saranno cresciuti e vediamo a che punto sono i nostri cuori.

Il trailer di Hotel Transylvania 3 - Una vacanza mostruosa

Hotel Transylvania 3 – Una vacanza mostruosa - Erika Van Helsing (voce italiana di Claudia Catani) in romantico pranzo con Dracula (voce di Claudio Bisio)
Spettatori piccini e più grandicelli © Luca Ferrari